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Antico Egitto. Eccezionale scoperta a sud della piramide di Unas a Saqqara: in fondo a un pozzo profondo 30 metri trovato un antico laboratorio di mummificazione, ancora con i contenitori e i prodotti usati per l’imbalsamazione. E poi 35 mummie, cinque sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato. Il ministro: “È solo l’inizio. Sveleremo i segreti delle mummie”

La maschera funeraria in argento dorato in una teca alla presentazione delle scoperte della missione egiziano-tedesca a Saqqara

Il sito archeologico di Saqqara con la posizione delle principali piramidi

L’emozione del ministro egiziano delle Antichità, Khaled al Anani, è palpabile quando si presenta al mondo per annunciare la nuova grande scoperta portata alla luce dalla missione archeologica egiziano-tedesca dello Sca (Supremo Consiglio delle Antichità) e dell’università di Tübingen nella necropoli di Saqqara (a circa 30 chilometri a sud del Cairo): rinvenuto a 30 metri di profondità un antico laboratorio di mummificazione che risale alla XXVI e XXVII dinastia (tra il VI e il V secolo a.C.), dove sono stati trovati cinque sarcofagi, 35 mummie, una bara di legno e diversi vasi per gli oli usati nella mummificazione. La missione è iniziata nel marzo 2016, e solo a metà maggio 2018 è riuscita a rilevare i pozzi: ma il lavoro di scavo della missione continua. “È solo l’inizio”, conferma Khaled al-Anani, durante l’annuncio della scoperta: “questa scoperta porterà nuovi importati risultati, ma bisognerà lavorare ancora a lungo nel sito: bisognerà dissotterrare almeno 55 mummie e alcuni scavi devono ancora essere svolti”. La scoperta è stata fatta a sud della piramide Unas a Saqqara, dove è stata trovata una mummia ornata di una maschera sepolcrale d’oro e pietre dure, oltre a 3 mummie e un certo numero di vasi canopi costruiti con calcite e altri reperti. La piramide di Unas è l’ultima delle piramidi edificate nella V dinastia. Nonostante le sue piccole dimensioni, è considerata una delle più importanti piramidi egizie in quanto è la prima struttura in cui sono stati iscritti i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso la resurrezione del defunto tra le stelle imperiture.

Le decine di statuette di ushabti in faience trovati dalla spedizione egiziano-tedesca a Saqqara

“Questa scoperta è importante perché fornirà nuove informazioni sui segreti dell’imbalsamazione degli antichi egizi”, spiega il ministro. “Qui siamo di fronte a un laboratorio integrato per l’imbalsamazione, dove sono stati trovati alcuni vasi di ceramica che contengono ancora i resti di oli e prodotti usati nel processo di imbalsamazione con i nomi di questi prodotti scritti sopra i contenitori: un fatto eccezionale. E poi non dimentichiamo che, insieme a un notevole numero di statuette di ushabti e a cinque sarcofagi, è stata rinvenuta una maschera funeraria in argento dorato, un pezzo unico”. È dal 1900 che a sud della piramide di Unas non si effettuavano scavi, ricorda Mustafa Waziri, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità: “Il primo pozzo scoperto era profondo 30 metri e in uno dei cinque sarcofagi scoperti è stata trovata una mummia decorata con perline”.

Come si vede nel video qui sopra, la missione ha iniziato la registrazione e la documentazione archeologica e fotografica, nonché la registrazione tridimensionale del laser delle iscrizioni delle camere funerarie nella regione. “C’è un gruppo di chimici e archeologi della missione egiziano-tedesca”, interviene il capo della missione, Ramadan Badri, “al lavoro sui resti di sostanze chimiche e oli che sono stati scoperti: una grande opportunità per sapere i segreti della mummificazione”.

La preziosa maschera funeraria in argento dorato trovata a Saqqara dalla missione egiziano-tedesca

Alcuni vasi canopi in “alabastro egiziano” esposti alla presentazione della scoperta a Saqqara

Maschere funerarie. Le camere funerarie, scavate nella roccia, sono state trovate in fondo a un pozzo profondo 30 metri. Lì si sono presentati agli occhi degli egittologi mummie, bare di legno e sarcofagi. In una di queste bare, con incredibile sorpresa dei ricercatori della missione, è spuntata una maschera d’argento che copre il viso, molto probabilmente, di un uomo appartenente alla casta sacerdotale della XXVI dinastia. “Pochissime maschere di metalli preziosi sono state conservate fino ai giorni nostri, perché le tombe della maggior parte degli antichi dignitari egiziani sono state saccheggiate nel passato”, afferma il ministro. E il capo della missione Ramadan Badri: “Questa maschera, di un sacerdote dell’epoca Sawi, ha un’importanza rara perché è di argento dorato, e si sa che l’argento nell’Antico Egitto era uno dei metalli rari, importato da Paesi come la Grecia, e perciò più prezioso dell’oro è stato importato da alcuni paesi come la Grecia”. La missione ha anche trovato una maschera di una mummia coperta con pietre semi-preziose, e una serie di vasi canopi in calcite “alabastro egiziano” e una serie di statuette in faience e oli per l’imbalsamazione con scritte in lingua egizia antica.

Le mummie trovate in fondo al pozzo di 30 metri a sud della piramide di Unas a Saqqara

Laboratorio di mummificazione. Sempre dentro il sito archeologico è stato rinvenuto un vero e proprio laboratorio per la mummificazione contenente tutto il necessario per l’imbalsamazione. Gli antichi abitanti delle rive del Nilo ritenevano che la preservazione della salma consentisse allo spirito del defunto di riappropriarsene in tempi successivi. Reperti come vasi di ceramica contenenti viscere, misurini e oli usati per la preparazione dei corpi sono ora sotto il vaglio degli scienziati. “Siamo di fronte a una miniera d’oro di informazioni sulla composizione chimica di questi oli”, conclude il capo della missione tedesco-egiziana.

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Nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo viaggio nell’Oltretomba per capire le credenze degli antichi egizi, incontrando Anubi, scoprendo i segreti della mummificazione, imparando a conoscere vasi canopi, amuleti e ushabti

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Raffigurazione di Osiride proiettata sulla parete di un tempio egizio nella mostra di Jesolo (foto Gianfranco Grendene)

Nel nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto, con la “lista dei Re” conservata nel tempio di Seti I ad Abido, la città sacra ad Osiride, abbiamo fatto la conoscenza di uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia della civiltà del Nilo: 76 sovrani, dalle prime dinastie fino al faraone Seti I, esseri umani dotati di poteri superiori (re-dio), conferiti loro (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. E sempre ad Abido abbiamo saputo dell’esistenza dell’Osireion, un unicum dell’Antico Egitto, dove si riteneva fosse sepolta la testa di Osiride, il dio dell’Aldilà e della Resurrezione. E allora è arrivato il momento di scendere nell’Oltretomba entrando nella quinta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. “La civiltà egizia elabora un proprio concetto di morte considerando l’evento una parte della vita”, interviene l’egittologa Claudia Gambino, “e immagina un Aldilà ben definito, geograficamente localizzato (a Occidente), affrontabile, se non piacevole. La morte viene vista in una visione ottimistica di ritorni e ringiovanimenti come avviene per una serie di fenomeni ciclici naturali di cui l’uomo egizio è testimone, ad esempio, il ciclo solare e quello vegetativo legato alla piena del Nilo”.

Donatella Avanzo, curatrice della mostra, illustra la scultura di Anubi realizzata da Novello Finotti (foto Graziano Tavan)

Anubi, adorato nell’Alto Egitto, era considerato il signore della necropoli, l’imbalsamatore per eccellenza; accompagnava i defunti davanti al tribunale supremo e li introduceva al cospetto di Osiride per la pesatura del cuore sulla bilancia divina. Anubi venne raffigurato dapprima come sciacallo o canide, con grandi orecchie e lunga coda, in seguito in forma ibrida con testa di sciacallo nero e corpo umano. Considerato Signore della Duat (l’Aldilà), in epoca greca fu assimilato ad Hermes Psychopompos (guida delle anime dei defunti). Eccezionale, in mostra a Jesolo, è l’Anubi 1, in marmo nero del Belgio, realizzato da Novello Finotti nel 1988-’89. “L’Anubi di Finotti”, assicura Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra, “è da considerare un autentico capolavoro, una scultura in grado di suscitare infinite sfumature di emozionalità. Il passaggio tra Anubi e la tensione del corpo dell’animale è la perfetta sintesi del guardiano presente al momento di transizione tra la morte e la vita. La sua lunga coda diviene colonna vertebrale per la rigenerazione dell’essere umano”.

La ricostruzione della fase del cervello del defunto (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della preparazione dei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della fase di bendaggio della mummia (foto Graziano Tavan)

La mummificazione. “Per permettere al defunto di giungere nell’Aldilà”, continua Gambino, “e in seguito rinascere e accedere il mondo degli Eletti è di obbligo la conservazione del suo corpo attraverso una serie di trattamenti (la mummificazione) ed è auspicabile una certa conoscenza del mondo oltremondano. In sostanza, se da una parte il corpo, trasformato in una entità eterna, e il suo Ka (una sorta di principio vitale), risiedono nella tomba con offerte e beni di vario genere che servono a nutrirli, e attendendo di potersi ricongiungere con gli altri elementi del proprio essere; dall’altra una serie di guide forniscono una descrizione dell’Aldilà e quelle formule per rispondere alle entità che lo popolano e che potrebbero essere nocive se non adeguatamente preparati”. Il processo di mummificazione è stato ricostruito in mostra a Jesolo con una rappresentazione 3D: nella penombra dei laboratori dell’Antico Egitto seguiamo tutte le varie fasi dall’estrazione delle interiora e degli organi dal corpo del defunto fino all’introduzione della mummia nel sarcofago con una resa impressionante. “Il processo di mummificazione ci è stato tramandato da Erodoto”, spiega l’egittologo Cristiano Daglio. “Ci sono alcuni che sono addetti proprio a questo e fanno questo mestiere”, scrive Erodoto nelle Storie (II, 86-88). “Prima di tutto con un ferro ricurvo attraverso le narici estraggono il cervello, alcune parti estraendole così, altre versando dentro droghe. Quindi con una pietra etiopica aguzza, dopo aver praticato un taglio lungo il fianco, estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con vino di palma, li lavano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata e di cannella e degli altri aromi, tranne l’incenso, lo ricuciono. Fatto questo lo mettono sotto sale, coprendolo con natron per settanta giorni. Passati i quali, lavato il cadavere, ne avvolgono tutto il corpo con strisce tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole al di sotto di gomma, che gli egiziani usano come colla”. Il procedimento di mummificazione, perfezionatosi nel corso delle prime dinastie, raggiunge uno sviluppo praticamente completo nell’Antico Regno (III-IV dinastia).

Il vaso canopo dall’Egizio di Firenze e il coperchio dal Barracco di Roma (foto Graziano Tavan)

I vasi canopi. “I visceri estratti attraverso l’incisione dell’addome”, continua Daglio, “venivano posti in quattro vasi chiusi da coperchi che, nell’Antico e nel Medio Regno, presero la forma del volto idealizzato del defunto, e poi quelle delle teste di Imseti / Amseti (testa umana), Hapi (babbuino), Duamutef (cane), Qebensenuf (falco), figli di Horo, i guardiani del morto. Contenevano rispettivamente fegato, polmoni, stomaco e intestino della mummia. Ognuno era sotto la protezione di una dea: Iside, Nefti, Neith e Selqet. Usualmente questi vasi chiusi sono noti come vasi canopi, ma l’espressione è impropria e deriva dall’immagine del dio greco-egizio Canopo di epoca tolemaico-romana, venerato nel quartiere omonimo di Alessandria, raffigurato da un vaso con coperchio a testa umana”. Notevoli in mostra il vaso canopo in alabastro e pittura nera (fine Nuovo Regno/Terzo Periodo Intermedio) conservato al museo Egizio di Firenze, con il coperchio che raffigura la testa del figlio di Horo, Amseti, con volto umano e tratti leggermente consunti; e il coperchio di vaso canopo in calcare (XVIII dinastia), conservato al museo Barracco di Roma, con la testa – anche in questo caso – di Amseti. Quindi entrambi i vasi avevano contenuto il fegato del defunto.

Serie di amuleti e di ushabti esposti a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Gli amuleti avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. “Indossati dai vivi”, spiegano gli egittologi della mostra jesolana, “essi avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. Indossati dai vivi, essi potevano arrivare dove la medicina falliva, a garantire la fertilità, la guarigione dalle malattie o la fortuna. Quando erano posti tra le bende delle mummie avevano il compito di proteggere il defunto da tutti i pericoli che avrebbe affrontato nel suo viaggio nell’Oltretomba. I tipi di amuleti conosciuti sono circa 300, ciascuno adatto a specifiche esigenze a seconda del soggetto raffigurato e del materiale (oro, argento, lapislazzuli, corallo, diaspro, paste vitree, basalto, granito, ematite e più raramente legno, rame o papiro). Il colore e la resistenza del materiale contribuivano alla sua efficacia: quelli in metallo erano ritenuti i migliori, ma erano appannaggio di pochi. La maggior parte degli egizi sceglieva materiali meno pregiati che imitavano l’aspetto e quindi le proprietà di quelli più preziosi”.

Alcuni ushabti esposti a Jesolo davanti a due bei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Gli ushabti (letteralmente: “il rispondente”) sono statuette funerarie molto frequenti all’interno delle tombe dell’Antico Egitto. “Gli egizi credevano che, dopo la morte, il cuore (o, meglio, l’anima del defunto) venisse giudicata da Osiride e dall’assemblea degli dei nella cerimonia della pesatura dell’anima-cuore. Secondo la credenza il cuore veniva posto su un piatto della bilancia che aveva come contrappeso la piuma di Maat, dea della verità e della giustizia. Se il defunto avesse superato positivamente la pesatura (cioè se il suo cuore fosse stato più leggero della piuma di Maat), sarebbe stato premiato con l’onore di lavorare per l’eternità i campi divini, i cosiddetti Campi di Iaru, dove i defunti degni aravano, seminavano e mietevano. Gli ushabti avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli, animandosi magicamente e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno. Il significato del termine ushabti, il rispondente, deriva dal fatto che Osiride, proprietario dei Campi di Iaru, chiamava quotidianamente al lavoro i defunti e gli ushabti avrebbero risposto alla sua chiamata al posto del defunto”.

(5 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno 2018)

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di chiusura riapre la sezione Egiziana del museo Archeologico di Napoli, 1200 reperti, la più antica collezione egizia d’Europa nata nel 1821 come Real Museo Borbonico

Il cosiddetto "Neoforo farnese", forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

Il cosiddetto “Neoforo farnese”, forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di assenza. E tornano non in un luogo qualsiasi ma nella prima città europea in cui avevano trovato “casa”. Riapre infatti l’8 ottobre 2016 la sezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), oltre 1200 reperti e un nuovo allestimento progettato dal Mann e dall’università l’Orientale di Napoli, completamente ripensato per la più antica collezione d’Europa rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta. È questa la terza tappa del grande progetto “Egitto Pompei” presentato a febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), iniziato al museo Egizio di Torino con la mostra “Il Nilo a Pompei” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/), e continuata a Pompei con l’allestimento nella Palestra Grande (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/18/egitto-pompei-seconda-tappa-del-progetto-alla-palestra-grande-di-pompei-si-materializza-la-dea-sekhmet-itinenario-egizio-negli-scavi-dal-tempio-di-iside-alle-domus-con-affreschi-egittizzanti/). E ora Napoli dove l’Egitto, come si diceva, non è una novità. Fu infatti il “Real Museo Borbonico di Napoli” il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  “Naoforo”  (“portatore di tempio”) è un termine utilizzato dagli egittologi per indicare un tipo di scultura, tipica proprio dell’arte egiziana, che rappresenta un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente una figura o degli emblemi divini. A Napoli sarebbero seguiti a ruota nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Il primo nucleo delle collezioni del Cairo è del 1858, e l’attuale museo cairota è “solo” del 1902.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Dunque, la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino, torna finalmente a essere esposta al pubblico dall’8 ottobre 2016 – a sei anni dalla chiusura delle sale – nella sezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una conferma del processo di profondo rinnovamento avviato al Mann dal nuovo direttore Paolo Giulierini, che, pochi mesi fa, ha pure inaugurato la splendida sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi eventi  conclusivi dell’importante progetto “Egitto Pompei”, condotto in collaborazione  tra il museo Egizio di Torino, la soprintendenza di Pompei e appunto il museo napoletano. La collezione napoletana, oltre 1200 oggetti di una raccolta davvero unica, formatasi in gran parte prima della spedizione napoleonica, conta importanti parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta “Dama di Napoli”, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri.

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

Con gli egittologi del Mann cerchiamo di conoscere meglio la collezione Egiziana. Il percorso si snoda nelle sale del seminterrato del museo napoletano, oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico. Ora l’allestimento è tematico e rilegge i materiali del museo svelando il fascino della grande civiltà egizia: “il faraone e gli uomini”, “la tomba  e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenta – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. È qui infatti che il visitatore si imbatte nella figura del cardinale Stefano Borgia che animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789, implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone. Quindi si incontra il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In  un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Nuova guida e album a fumetti. Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica, arricchita da contributi multimediali è la didattica con l’aggiunta di una guida dedicata, in un nuovo formato editoriale, a cura di Electa. È infine una vera sorpresa l’albo a fumetti, dedicato alla sezione Egiziana del Mann (Electa) appositamente creato dal grande Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di “Nico e l’indissolubile problema… egizio”. Il fumetto rientra nel progetto Obvia ideato da Daniela Savy (università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda università di Napoli) con il quale il museo Archeologico nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

“Distruzione e recupero”. Il Cairo mette in mostra 200 tesori rubati dai musei dell’Egitto e recuperati nel mondo: tra questi una statua d’oro di Tutankhamon sottratta nel saccheggio del museo Egizio il 28 gennaio 2011

Vetrine rotte: il museo Egizio del Cairo ha subito un saccheggio il 28 gennaio 2011

Vetrine rotte: il museo Egizio del Cairo ha subito un saccheggio il 28 gennaio 2011

I soldati presidiano il museo Egizio del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione

I soldati presidiano il museo del Cairo dopo il saccheggio subito nei giorni più difficili della rivoluzione

La statua in legno dorato di Tutankhamon bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret

La statua in legno dorato di Tutankhamon bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret

Vergogna, sbigottimento, smarrimento, disperazione, incredulità, angoscia: furono molti i sentimenti che provò il mondo intero vedendo le immagini del saccheggio del museo Egizio del Cairo trasmesse dai notiziari di ogni continente. Dappertutto vetrine sventrate, frammenti di vetri, segni del passaggio dei vandali, statue abbattute e finite in mille pezzi. Uno spettacolo che nessuno avrebbe mai voluto vedere. “Quel giorno, il 28 gennaio 2011”, raccontano le cronache, “la folla di piazza Tahrir era furibonda, incontrollabile. Da 18 giorni si succedevano dimostrazioni oceaniche e sanguinose; ma il regime di Hosni Mubarak sembrava deciso a resistere. Durante uno degli scontri, una colonna di manifestanti riuscì a scacciare i reparti di polizia che proteggevano la sede del partito di governo, e a darle fuoco. Ebbra di vittoria, la gente si riversò verso l’edificio adiacente: il museo Egizio, lo scrigno che custodisce il patrimonio più prezioso del Paese. Prima di rendersi conto di quel che faceva, di recuperare lucidità, la moltitudine aveva sfasciato 13 vetrine, distruggendo non meno di settanta reperti insostituibili”. A inventario completato, il direttore del museo, Tareq al-Awadi, avrebbe contato 54 opere scomparse. Tra queste due splendide statue di legno dorato di Tutankhamen: Tut mentre pesca con un arpione da una barca, e Tut da bambino trasportato sulla testa dalla dea Menkaret. E poi uno scriba, la regina Nefertiti, una principessa, tutti provenienti da tell el-Amarna, il grande sito archeologico nell’Egitto centrale dove Akhenaton fondò la sua nuova capitale. Dal corredo funebre di Yuya, un potente cortigiano di tremila anni fa, erano spariti uno scarabeo funerario, l’amuleto che veniva posto sul petto delle mummie per scongiurare l’asportazione del cuore, e undici “ushabti”, le statuine incaricate di sostituire il defunto nei lavori manuali richiesti nell’aldilà.

Una mummia danneggiata nel saccheggio del museo egizio  del Cairo nel 2011

Una mummia danneggiata nel saccheggio del museo egizio del Cairo nel 2011

Il Tutankhamon d'oro recuperato dopo il saccheggio del 2011 e ora in mostra al museo del Cairo

Il Tutankhamon d’oro recuperato dopo il saccheggio del 2011 e ora in mostra al museo del Cairo

Sono passati tre anni da quel tragico giorno, per fortuna non invano. E mentre i laboratori del museo facevano il possibile per riparare i danni del saccheggio del 28 gennaio 2011, le autorità egiziane hanno avviato una rete di contatti per fermare l’emorragia di preziosi reperti dall’Egitto, sempre più richiesti dal mercato antiquario illegale. E oggi il Cairo può mostrare con orgoglio i suoi tesori rubati e recuperati nella mostra “Distruzione e recupero” aperta per tre mesi al museo Egizio del Cairo, poi ogni tesoro tornerà nel proprio museo di appartenenza: 200 reperti archeologici rubati negli ultimi tre anni in Egitto e recuperati negli ultimi mesi, tra i quali una statuetta d’oro di Tutankhamon. Il ministro egiziano delle Antichità Mohamed Ibrahim, nel presentare la mostra, ha elogiato il lavoro delle forze dell’ordine e gli ambasciatori di Germania, Regno Unito, Spagna, Australia, Cina e Nuova Zelanda per il loro aiuto nel riuscire a far tornare in Egitto i tesori rubati. “Non tutto il bottino, per fortuna, è andato perduto per sempre”, ha ricordato il ministro. “Qualche ora dopo il saccheggio, in una stazione della metropolitana fu trovata una borsa contenente la statua di Tutankhamon a pesca e altri due pezzi sottratti al museo. Menkaret era in un bidone dei rifiuti, ma senza il faraone bambino. Altre opere furono rinvenute o confiscate nei mesi successivi: 140 oggetti dei 200 in esposizione alla mostra sono stati recuperati da diversi Paesi, mentre gli altri 60 sono stati sequestrati dalla polizia del Turismo e delle Antichità, prima che fossero venduti ai ricettatori”. Notevole il lavoro dei restauratori per ricomporre i tesori rubati. Pochi sono infatti i pezzi recuperati integralmente. Fra questi, il Tutankhamon con l’arpione e altre due statue del grande faraone, e la mummia di un bambino, Amenhotep: i saccheggiatori le avevano tagliato la testa, che è stata riattaccata usando le tecniche originarie. Ma una statua d’avorio del faraone Tuthmosi III è ancora parzialmente mutilata.

Tra gli oggetti salvati e ora in mostra ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani

Tra gli oggetti salvati e ora in mostra ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all'appello ancora undici "ushabti"

Purtroppo non tutti i tesori spariti sono stati recuperati: mancano all’appello ancora undici “ushabti”

Il lotto più recente è arrivato poche settimane fa, ha aggiunto il ministro Ibrahim, e comprende dieci oggetti che sono stati rubati dal museo Egizio il 28 gennaio del 2011. Ali Ahmed, capo del dipartimento che si occupa del recupero di oggetti rubati del ministero delle Antichità, ha riferito che i dieci elementi sono gli oggetti più significativi della mostra e tra questi c’è proprio la statuetta d’oro di Tutankhamon. Tra gli altri tesori, anche una statua raffigurante la figlia di Akhenaton e 40 gioielli d’oro trafugati dal museo del Malawi a Minya. Fra gli altri oggetti salvati ci sono quaranta statuine di arcieri nubiani, un vaso di vetro policromo, una piccola statua raffigurante uno scriba, una della dea-gatta Bastet, una del faraone Akhenaton, una del dio-toro Apis. Molti pezzi importanti, tuttavia, sono ancora dispersi: come gli “ushabti”, una cintura di lapislazzuli appartenuta alla principessa Miretteamun, un Apis di bronzo. Con ogni probabiilità queste opera sono già all’estero. Le autorità del Cairo hanno fatto bloccare a Gerusalemme un’asta di 126 antichità egiziane, e al governo britannico è stato chiesto di sospendere la vendita di 800 oggetti presenti su Ebay, per consentire esami e ricerche sulla provenienza. Infine una legge che sta per essere approvata in Germania dovrebbe consentire la confisca e il rimpatrio di diversi pezzi presenti nelle case d’asta tedesche.