Tag Archive | soprintendenza speciale di Pompei

Pompei: entro fine mese aprono la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio. L’annuncio del direttore generale Osanna alla VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi per un bilancio dei lavori. Il direttore del Grande Progetto Pompei: “Dopo i restauri al via il piano strategico per lo sviluppo socio-economico con il coinvolgimento dei nove Comuni del parco archeologico di Pompei”

La Casa di Championnet a Pompei: restauri in via di ultimazione

La Casa del Marinaio a Pompei

Pompei regala al pubblico altre due domus: la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio saranno aperte alle visite entro la fine del mese. Lo ha annunciato il direttore generale Massimo Osanna nel fare il punto della situazione alla VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi giovedì 7 settembre 2017: “Dei 76 interventi finanziati dal Grande Progetto Pompei”, ha spiegato Osanna, “64 sono ad oggi conclusi,  mentre sono 9 in corso (e tra questi entro fine mese si apriranno al pubblico la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio)  e solo 3 in attesa di avvio”.  La Casa di Championnet, ricordano le cronache, era stata scavata ancora dai Borboni nel 1799, nel 1812 e nel 1828. Conserva l’atrio con l’impluvio in marmo, e i mosaici pavimentali a schemi geometrici e a tessere colorate. Anche la Casa del Marinaio, così chiamata per il mosaico con sei prue di navi posto nell’ingresso, fu portata alla luce dai Borboni a partire dal 1871. “La domus”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “racchiude in sé aspetti tipici di una elegante e tradizionale casa di città con l’utilizzo di magazzini a carattere commerciale e produttivo, rappresentando per questo aspetto un unicum nel panorama pompeiano. L’edificio fu costruito alla fine del II sec. a.C. in un’area vicina al Foro che si alza verso nord-est. Per questo la casa è articolata su due livelli: a sud poggia su un alto terrazzamento riempito e livellato, mentre a nord si estende su alcuni ambienti voltati semi-ipogei con accesso dal vicolo dei locali soprastanti. I due piani sono raccordati da un giardino incassato, situato nell’angolo nord-ovest della domus. I principali ambienti dell’abitazione si aprono su un imponente atrio tuscanico decorato da apparati decorativi di Terzo stile con numerosi ed interessanti mosaici in bianco e nero. Nel corso del I sec. a.C. l’edificio venne ampliato verso oriente – concludono gli archeologi – con l’acquisizione di un’ala destinata ad ospitare un piccolo complesso termale, mentre nel I sec. d.C. tutti gli spazi del livello inferiore vennero riconvertiti a laboratorio di un panificio e messi in collegamento con i magazzini già esistenti, mentre venne ricavato, ad ovest, un secondo atrio per il settore servile”.

L’incontro della VII Commissione del Senato all’auditorium di Pompei

L’incontro con la VII Commissione (Istruzione pubblica, Beni culturali) del Senato, in visita al sito archeologico, per un aggiornamento sullo stato dei lavori del Grande Progetto Pompei (GPP) si è tenuto all’auditorium degli scavi di Pompei. Il tavolo di lavoro è stato presieduto dal presidente della VII Commissione, senatore Andrea Marcucci; dal direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna; dal direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Luigi Curatoli; e dal sottosegretario per i Beni e le attività culturali e per il turismo, on. Antimo Cesaro. Dopo il punto della situazione, la delegazione guidata da Osanna ha visitato l’Antiquarium degli scavi, il tempio di Venere, il Foro, il cantiere del complesso di Championnet, con la casa dei Mosaici geometrici, la casa di Sirico e dell’Orso Ferito  di recente apertura.

Il soprintendente Massimo Osanna tra gli affreschi della Casa di Sirico

La Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi domus di Pompei, situata nella Regio VIII, così denominata per la ricca decorazione pavimentale con mosaici a tessere bianche e nere su motivi a labirinto e a scacchiera, è stata infatti riaperta al pubblico nel novembre 2016 al termine di importanti interventi di restauro (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/): oltre sessanta stanze, frutto dell’unione di due abitazioni entrambe del III-I sec. a.C., rimodernata dopo il terremoto del 62 d.C.; copre una superficie di 3000 metri quadrati in una scenografica disposizione a terrazze panoramiche. Bisogna invece arrivare al marzo 2017 per la sistemazione e messa in sicurezza della viabilità principale della Regio VII, quella posta al centro dell’area archeologica, tra il Foro e la via Stabiana. Qui sono state aperte al pubblico la Casa dell’Orso ferito e la Casa di Sirico. Due esempi di domus riccamente decorate, con pavimenti a mosaico, fontane, affreschi e aree verdi.

La VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi di Pompei

Il mosaico che ha dato il nome alla Casa dell’Orso ferito di Pompei

“Anni fa i dubbi sul futuro di Pompei erano tanti. Oggi è stata fatta tanta strada per  la  sua salvaguardia e la Commissione, che ha in tutti questi anni manifestato una costante e grande attenzione al sito, è stata qui per osservare direttamente i risultati raggiunti”, ha dichiarato il presidente Marcucci. “Il rilancio di Pompei, grazie all’impulso prima del Ministro Bray e poi dell’attuale Ministro per i beni, le attività culturali e il turismo Franceschini, è una partita che è vinta dall’Italia tutta, non è una vittoria di una sola parte politica”. E il sottosegretario Cesaro: “Prima Pompei era vista come un problema e non una opportunità per il Paese. Oggi si può guardare al sito come vanto, non solo in termini quantitativi per il crescente incremento di visitatori, ma anche qualitativi per l’ampia e valida offerta di visita al pubblico. Il ruolo della Commissione e del suo interessamento per il sito,  vuole  essere una presa d’atto di quanto finora realizzato, ma anche delle eventuali criticità ancora da risolvere e di come affrontarle in termini concreti, affinché Pompei possa essere volano di sviluppo di tutto il territorio, anche in termini di indotto e di occupazione. Si tratta di una sfida non più derogabile che la classe politica locale e nazionale è chiamata ad affrontare e vincere, per dare una speranza concreta alle tante giovani professionalità della Campania e di tutto il Mezzogiorno”. “Con il Grande Progetto Pompei ci si è finora dedicati al restauro degli apparati architettonici e  decorativi degli edifici dell’area archeologica di Pompei”, ha chiarito il direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Luigi Curatoli. “Ora siamo partiti anche sul fronte del piano strategico per lo sviluppo socio-economico della buffer zone, che include 9 Comuni a ridosso dell’area archeologica vesuviana. I contenuti del piano saranno condivisi con i sindaci dei Comuni, il sindaco della città metropolitana, la Regione e gli altri enti locali coinvolti e presentati al Comitato di gestione presieduto dal ministro Franceschini. Questa sfida, come quella sul  restauro archeologico, vede tutti coinvolti, politici, cittadini, funzionari di stato e avrà alla luce dei risultati finali e degli sforzi profusi, tutti vincitori o tutti vinti”. “Pompei – ha concluso Osanna – è ormai un laboratorio di restauro e conoscenza, cresciuto nell’ambito dei capillari interventi di messa in sicurezza e restauro anche del Grande Progetto Pompei, che hanno restituito al pubblico la fruizione di interi quartieri della città. Le mostre, gli eventi diurni e notturni di questi anni, hanno tra l’altro completato l’offerta culturale del sito archeologico. L’ impegno del ministero e dell’Unione Europea che hanno creduto nel Grande Progetto Pompei e nel lavoro di squadra di tanti professionisti è stato premiato dall’aumento costante e significativo in termini di visitatori”.

Annunci

Quattro sere a tu per tu con l’imperatore Nerone e le sue donne: visita notturna spettacolarizzata nella grandiosa villa di Poppea a Oplontis, l’odierna Torre Annunziata

Quattro sere di viste guidate spettacolarizzate nella villa romana di Poppea a Oplontis (l’odierna Torre Annunziata)

Metti una sera con l’imperatore Nerone e le sue donne. Dove? Agli scavi di Oplontis, ovviamente nella villa di Poppea. Nell’ambito del programma “Campania by night. Archeologia sotto le stelle” organizzato e promosso dalla Scabec, società campana per i Beni culturali, in collaborazione con il Mibact, la Regione Campania e il Parco archeologico di Pompei propongono “Nerone e le Imperatrici”, quattro serate a tema nella grande villa romana scoperta nell’odierna Torre Annunziata (Napoli) ancora nel Settecento e nell’Ottocento da saggi borbonici, ma studiata sistematicamente solo dal 1964 (e gli scavi archeologici non sono ancora terminati). L’anteprima di “Nerone e le Imperatrici”, visita spettacolarizzata alla villa di Poppea, è fissata per le 19.30 di mercoledì 6 settembre 2017. Seguiranno poi gli ingressi delle 21 e delle 22.15:  la visita spettacolo di circa 65 minuti è in gruppi di 50 persone. Le altre serate sono in programma giovedì 7, mercoledì 13 e giovedì 14 settembre 2017.  Prenotazione consigliata telefonando al numero 800600601 (da fisso) oppure al numero 08119737256 (da cellulare e dall’estero). L’acquisto del biglietto per i prenotati sarà possibile la sera stessa dell’evento presentandosi con un anticipo di almeno 30 minuti presso l’ingresso del sito da cui avrà inizio il percorso. Sarà comunque favorito l’eventuale acquisto del biglietto e l’accesso alle persone non prenotate fino ad esaurimento posti disponibili.

I grandiosi affreschi che decorano la villa di Poppea a Oplontis

La villa romana di Poppea “riemersa” tra i quartieri moderni di Torre Annunziata

La villa di Poppea – spiegano in soprintendenza -, grandiosa per dimensioni, qualità degli affreschi e adorna di numerose sculture in marmo, venne costruita intorno alla metà del I secolo a.C. e poi ampliata in età claudia. È stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone, per la presenza di un’iscrizione dipinta su di un’anfora, indirizzata a Secundus, liberto di Poppea: in ogni caso doveva appartenere al ricchissimo patrimonio della famiglia imperiale che, come molti altri esponenti del patriziato romano, prediligeva la costa campana, famosa già nell’antichità per la salubrità del clima e lungo la quale amava edificare sontuose ville residenziali (ville di otium). La villa era disabitata al momento dell’eruzione del 79 d.C.: non c’erano infatti suppellettili nelle stanze, né vasellame nella cucina. Molti oggetti rinvenuti, come colonne e lucerne, erano accantonati in poche stanze. Materiali edili e lavori in corso dimostrano che nella villa si stavano riparando i danni di uno dei numerosi terremoti che colpivano con frequenza l’area vesuviana. La villa, circondata da ampi giardini, è dotata, fra l’altro, di un quartiere termale; non mancano gli ambienti produttivi, come quello dove si pigiava l’uva per la produzione del vino. La decorazione pittorica, con finte porte e colonne . continuano a spiegare gli archeologi -, è correlata all’architettura reale, creando così giochi prospettici, corrispondenze fra reale ed immaginario. Numerosi e di grande qualità i particolari delle decorazioni pittoriche, costituiti da maschere, cesti di frutta, fiaccole, uccelli. La villa era originariamente adorna di numerose sculture, in prevalenza copie romane di originali di ambito ellenistico del III-II secolo a.C. La zona orientale è quasi interamente scavata , mentre quella occidentale non è stata del tutto posta in luce per la presenza della strada moderna e di un edificio militare, l’ antica Real Fabbrica d’Armi.

Visite serali all’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, con un’opportunità eccezionale: ammirare l’affresco di giardino della casa del Bracciale d’Oro di Pompei, il più bello mai trovato nella colonia romana

Il grande affresco con la rappresentazione di un giardino dalla Casa del Bracciale d’Oro a Pompei

Metti una sera una passeggiata in giardino. Ma non un giardino qualsiasi; uno spazio verde speciale: l’eccezionale affresco di giardino recuperato a Pompei nella Casa del Bracciale d’Oro. L’opportunità fino al 30 settembre 2017 la offre l’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, che il venerdì in agosto e il venerdì e il sabato in settembre, nel corso delle aperture serali, al costo di 2 euro, presenterà eccezionalmente la grande parete affrescata con scene di giardino proveniente dalla casa del Bracciale d’Oro di Pompei, rientrata il 14 agosto dal Grand Palais di Parigi dove era stata esposta dal 15 marzo al 24 luglio scorsi nella mostra “Jardins” assieme a  opere di Fragonard, Monet, Cézanne, Klimt, Picasso e Matisse.

L’Antiquarium di Boscoreale, vicino a Pompei

“L’Antiquarium, istituito nel 1991 ed ospitato in un edificio costruito su un terreno donato dal Comune di Boscoreale, nelle adiacenze dell’area archeologica di Villa Regina”, spiegano alla soprintendenza speciale di Pompei, “illustra, con l’ausilio di strumenti didattici, la vita e l’ambiente dell’epoca romana nell’agro Vesuviano particolarmente favorevole all’insediamento e allo sfruttamento umano. Vi sono esposti numerosi reperti di ogni genere, rinvenuti spesso in eccezionale stato di conservazione sotto la coltre di cenere e lava vesuviana durante gli scavi effettuati, tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, in alcune delle case di Pompei e nelle ville rustiche e signorili attestate in questa zona, i quali permettono di acquisire dati notevolmente precisi sul tenore di vita, sulle condizioni economiche, sugli usi e costumi degli abitanti di questo territorio in età romana”.

Il massiccio bracciale d’oro, che ha dato il nome alla casa di Pompei dove è stato trovato: oggi è conservato al museo Archeologico di Napoli

Il grande affresco decorava la zona centrale della parete a sinistra dell’ingresso della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. “La dimora”, ricorda l’archeologa Rosaria Ciardiello, “prende il nome dal rinvenimento di un bracciale d’oro dell’eccezionale peso di seicentodieci grammi. Nel corso dello scavo, nel settore di servizio, infatti, si rinvenne un piccolo nucleo familiare composto da due adulti ed un bambino in tenera età, che si erano rifugiati nel sottoscala dove trovarono la morte. Al braccio di uno dei due adulti fu rinvenuta la preziosa armilla costituita da una verga che termina con due teste di serpente i cui occhi sono composti da pietre preziose che reggono nelle fauci un disco sul quale è rappresentato un busto di Selene. La divinità, sormontata da un crescente lunare e da sette stelle, regge un velo rigonfio a forma di nimbo”. Vedi il video della soprintendenza sulla casa del Bracciale d’Oro

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d’Oro a Pompei

L’affresco della Casa del Bracciale d’Oro è tra le più accurate rappresentazioni di giardino di III stile, risalente al secondo venticinquennio del I secolo d.C. La cura dei dettagli con la quale è raffigurato il lussureggiante giardino fiorito, genera un effetto realistico che permette di riconoscere diverse specie di piante dell’epoca,  l’oleandro, il viburno, il vilucchione, la palma, la rosa, l’edera variegata, oltre alla varie tipologie di uccelli, volteggianti o posati sui rami degli alberi, come  il colombo, il colombaccio, la gazza ladra, il passero e la rondine. La decorazione rinvenuta negli anni ’70 in frammenti è stata ricomposta grazie ad un complesso intervento di restauro. Proprio Rosaria Ciardiello descrive l’affresco nei minimi dettagli: “L’oecus (la sala di rappresentanza) era decorato da bellissime pitture di giardino che, per l’ottimo stato di conservazione dei colori dell’intonaco, nonostante le condizioni di frammentarietà, cui si è ovviato con una attenta e curatissima opera di distacco e ricomposizione realizzata tra il 1979 e il 1983, si pongono al primo posto fra quelle ritrovate nelle città vesuviane. La decorazione, rinvenuta negli anni ‘70 in numerosi frammenti sotto il crollo della volta, è stata ricomposta a seguito di un delicato intervento di restauro. Essa riproduceva un bellissimo viridarium ricco di vari tipi di piante e ravvivato da erme marmoree ed uccelli di varia specie. Le pareti mostrano un giardino immaginario visto attraverso una grande finestra che si apre per tutta la sua larghezza. La fauna e la flora sono rappresentate con grande fedeltà. Tra gli uccelli si riconoscono l’alzavola, raffigurata mentre si leva in volo, l’usignolo, la cornacchia grigia, la garzetta. Tra le piante spiccano gli oleandri, i corbezzoli, il pino, le rose. Ad ogni elemento si accompagna anche un possibile significato simbolico. Sono state riconosciute, infatti, la palma da datteri, simbolo di vittoria e immortalità; l’alloro, sacro ad Apollo; il corbezzolo, simbolo di eternità; il papavero, caro a Demetra; il pino, simbolo di fecondità e sacro a Cibele; il viburno, consacrato nei trionfi; l’oleandro velenoso simbolo di morte, e la rosa, simbolo di amore e sacra a Venere. Allo stesso modo è stato possibile riconoscere anche nelle specie di uccelli raffigurati un significato simbolico, come nel caso della colomba sacra a Venere simbolo della fedeltà coniugale o della coturnice simbolo dell’amore. A sinistra di un bacino di fontana zampillante si riconosce l’usignolo poggiato su di una canna utilizzata come sostegno alle rose. Dall’alto pendono maschere dionisiache, in funzione di oscilla”.

Il foro di Pompei di notte

Le passeggiate notturne sono previste anche negli altri siti vesuviani: fino al 30 settembre 2017, dalle 20.30 alle 23, si può entrare nella Villa di Poppea a Oplontis e agli Scavi di Pompei in due diversi itinerari, l’uno con partenza da Porta Marina con proiezioni multimediali lungo il percorso fino al quartiere dei teatri  e l’altro da piazza Anfiteatro con visita alle mostre “Pompei e i greci”, “Pompei underground” sui Pink Floyd e all’esposizione sugli affreschi di Moregine alla Palestra grande.

“Pompei e i Greci”: visita guidata alla mostra allestita nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, con 600 reperti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano

Il prof. Carlo Rescigno, uno dei curatori della mostra “Pompei e i Greci” davanti a un cratere da Locri Epizefiri (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. Ecco la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion) che intensificano l’esperienza del visitatore, immergendolo in un ambiente multisensoriale legato al racconto della mostra e articolato in tre atti. “Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/26/pompei-fu-una-citta-della-magna-grecia-alla-domanda-risponde-la-mostra-pompei-e-i-greci-curata-da-osanna-e-rescigno-lo-spiegano-bene-nel-saggio-pubblicato-sul-catalogo-electa-segu/).

Cratere a figure rosse dalla tomba 113 Licinella di Paestum e una testa femminile dalla Basilica Noniana di Ercolano (Foto Graziano Tavan)

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. E allora facciamo questo viaggio alla scoperta di Pompei prima della Pompei che conosciamo attraverso le tredici sezioni della mostra. All’ingresso il visitatore è accolto dalla prima installazione multimediale che ti riporta indietro nello spazio e nel tempo facendoti vivere e percepire uno spaccato di vita pompeiana. Lo spettatore è portato a percepire l’eccitazione provata dagli antichi navigatori nell’avvistare per la prima volta il golfo di Napoli dal ponte delle loro imbarcazioni, e ad assistere alla fusione di diversi popoli e culture nella grande rete di comunicazioni e di scambi che diede vita a uno stile di vita e a una forma di espressione artistica inconfondibili. La prima sezione, “Una grammatica greca di oggetti”, racconta dei primi contatti dell’Occidente con l’Oriente, spesso sottesi nel mito o nell’epica. Ecco dunque Odisseo/Ulisse che percorre il Mediterraneo, e da Oriente giunge in Occidente. “Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee”, spiegano Osanna e Rescigno, “abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata”.

Sima con protome leonina dal tempio Dorico di Pompei (foto Luigi Spina)

La piroga in un unico tronco dall’abitato protostorico di Longola (foto Graziano Tavan)

“Pompei prima di Pompei” è la seconda sezione. Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento protostorico perifluviale di Longola di Poggiomarino ai materiali indigeni (notevole la piroga dell’VIII sec. a.C., lunga 7 metri, ricavata da un unico tronco di legno quercino) si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania. È in questo contesto che nasce Pompei: “Gli spazi della città” (sezione 3). Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto. E così nella IV sezione, “La non città: un palazzo italico”, vediamo cosa succede attorno a Pompei, dove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. “La riscoperta del palazzo di Torre Satriano”, spiegano Osanna e Rescigno, “ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo”. In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze: siamo nella sezione 5, “Il sacro e il politico”. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia (Paestum), si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

La ricostruzione dei fondali del porto di Napoli con un ammasso di reperti di molte epoche (foto Graziano Tavan)

Elmo corinzio in bronzo trofeo della Battaglia di Cuma (474 a.C.)

È “Un mondo multietnico” (sezione 6) quello che si va componendo sotto i nostri occhi: un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico. Un equilibrio rotto dalla “Battaglia di Cuma” del 474 a.C. (sezione 7). Il mondo dei piccoli scali lungo il golfo, della grande Pompei, delle alleanze, entra in crisi alla fine del VI sec. a.C. ed esplode nella prima metà del secolo successivo. Un tiranno a Cuma crea i presupposti per un nuovo equilibrio, alterando la trama delle primitive alleanze. La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai cumani con l’aiuto dei siracusani. È qui che troviamo la seconda installazione multimediale. Il visitatore assiste a uno scontro tra due flotte da guerra che seminò distruzione e morte sul fondo del mare: la celebre Battaglia di Cuma che segnò l’inizio di una nuova era nella storia di Pompei, segnata dal declino di questa città un tempo fiorente e l’ascesa di altri centri urbani nell’area. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro. Dunque Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. E Neapolis segna uno sviluppo costante e continuo. Come dimostrano i recenti scavi dei fondali del porto, oggetto della sezione 8: “Neapolis, materiali dai fondali del porto”. Della nuova città, Neapolis, possediamo infatti il racconto narrato proprio dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Alla II metà del VI sec. – I metà del V sec. a.C. risalgono le coppe ioniche; al IV – III sec. a.C. le anfore vinarie del tipo greco-italico di produzione locale; al II sec. a.C. le ceramiche comuni di produzione neapolitana, le anfore di produzione pompeiana, le anfore ovoidi di produzione brindisina, le anfore puniche di Cadice, e le anfore di produzione rodia. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

L’hydria, premio dei vincitori dei giochi di Hera ad Argo (V sec. a.C,), finita nella casa pompeiana di Giulio Polibio nel I sec. d.C. (foto Graziano Tavan)

Si apre “Un nuovo mondo” (sezione 9): Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, e dall’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel grande mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri. E così si comincia a “Vivere alla greca” (sezione 10). Il mondo ellenico entra infatti a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Proprio Giulio Polibio ereditò o acquistò un pezzo autenticamente greco di stile severo (460 a.C.), un’hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo. L’iscrizione sul bordo (“sono dei giochi di Hera Argiva”) indica che il vaso è stato un premio per i vincitori dei giochi che si svolgevano in onore di Hera nel santuario di Argo: a Pompei probabilmente il pezzo arriva da trafugamento di qualche tomba, forse in Magna Grecia, venduto sul mercato antiquario, dove subisce trasformazioni (foro nella pancia per probabile applicazione di rubinetto) per far sfoggio come centrotavola. E poi c’è il servizio mensa in argento, 20 pezzi, probabilmente per quattro persone, trovato recentemente a Moregine, che garantivano al padrone di casa prestigio e successo. Queste argenterie trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

Particolare della statua in bronzo di Apollo Lampadoforo trovata nel triclinio della casa di Giulio Polibio a Pompei (foto Luigi Spina)

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo (“Conservare oggetti greci””, sezione 11). Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia. Accanto al latino si usa il greco (“La lingua greca a Pompei”, sezione 12): ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale. L’ultima installazione fa vivere al visitatore l’esperienza del lusso e della ricchezza culturale della città, malgrado il suo violento passato. Pompei ricominciò a prosperare e fiorire, fondendo le più svariare influenze in una ricca produzione culturale ispirata dai Greci, che traspare nelle arti, nelle ville e nei giardini incantati del periodo. E così arriviamo all’ultima sezione, la 13: “Atene a Pompei”. Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

Eccezionale scoperta fuori Porta Stabia a Pompei: trovata la tomba monumentale in marmo del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori, con la più lunga iscrizione mai rinvenuta nella colonia: insieme all’elogio del defunto anche i retroscena della rissa all’anfiteatro del 59 d.C. La tomba si può completare col grande bassorilievo dei gladiatori, al Mann dalla metà dell’Ottocento. Per la prima volta trovato sullo strato di lapilli le tracce dei carri dei pompeiani in fuga dall’eruzione

Archeologi al lavoro per ripulire la monumentale tomba in marmo a ridosso delle fondamenta del palazzo San Paolino a Pompei

La Porta Stabia a Pompei da cui usciva la strada che lambiva la tomba scoperta

Il soprintendente Massimo Osanna illustra l’eccezionale scoperta

Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei), e permette di “collocare” un grande bassorilievo, proveniente dalla zona di Porta Stabia, ma trovato fuori contesto, e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento. Ce n’è abbastanza per far esultare il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna, che mercoledì 26 luglio 2017 ha presentato ufficialmente il ritrovamento fuori Porta Stabia a Pompei: “Senza falsa modestia, è la scoperta più importante registrata a Pompei negli ultimi decenni, e soprattutto un colpo di fortuna straordinario perché questa scoperta non viene da uno scavo programmato ma da uno scavo che nasce per la ristrutturazione dell’edificio di San Paolino”. Il caso ancora una volta ha dato una mano agli archeologi. Il San Paolino era stato realizzato negli anni Quaranta dell’Ottocento come cascinale privato ai margini dell’area archeologica. “Già allora si fecero degli scavi. Ma l’abbiamo capito quando siamo intervenuti con uno scavo preventivo prima di procedere alla ristrutturazione del San Paolino che, speriamo dall’autunno, è destinato ad ospitare la grande biblioteca della soprintendenza, mentre gli uffici sono al piano superiore”. Durante gli accertamenti sulle fondazioni, è stato fatto uno saggio in profondità che ha intercettato un pezzo della strada che usciva da Porta Stabia e un pezzettino di un monumento: “Essendo in marmo ci ha fatto capire che doveva essere un qualcosa di eccezionale. Ma con il Grande Progetto non si poteva fare scavi perché sarebbe stata una variante al contratto che quindi Bruxelles non ci avrebbe riconosciuto, e quindi abbiamo deciso di fare uno sforzo e con il nostro Cda abbiamo individuato i fondi, 200mila euro, per scavare, aspettandoci una sorpresa. E la sorpresa è avvenuta: la tomba monumentale probabilmente è del personaggio più importante degli ultimi anni della colonia”. Morto un anno prima dell’esplosione del vulcano, il notabile – di cui non si è trovato il nome – fu seppellito nell’area di Pompei, fuori Porta Stabia, denominata San Paolino, quindi lungo la strada più importante che usciva dalla colonia verso la ricca Stabiae e quindi il mare. Per la sua fama e la sua ricchezza gli fu dedicata una lunga epigrafe su marmo che ora emerge dal terreno e rivela aspetti della storia pompeiana e, quasi sicuramente, il nome dell’uomo sepolto. Che per ora però non è emerso. Secondo Osanna potrebbe trattarsi di Gneo Alleo Nigidio Maio, che il popolo soprannominò “principe” della colonia, in segno di gratitudine per i favolosi spettacoli che organizzava.  Ma andiamo con ordine.

I solchi lasciati sullo strato di lapilli dai carri con i pompeiani in fuga dall’eruzione

Tracce dei pompeiani in fuga dall’eruzione. “Il monumento”, riprende Osanna, “sorge lungo una strada basolata che in questo momento non vediamo perché è ricoperta da uno spesso strato di lapilli. È proprio sopra questa superficie trasformata in strada di fortuna che arriva il dato più toccante: per la prima volta si sono scoperte le tracce della fuga dei pompeiani. Si vedono i solchi lasciati dai carri dei pompeiani che fuggivano da Porta Stabia e correvano due metri sopra i lapilli verso la salvezza. Lo scavo è stato fatto con grande perizia e ci ha permesso di individuare queste tracce che probabilmente saranno state presenti anche in altre situazioni ma non sono state viste perché in passato non sempre gli scavi sono stati condotti in maniera stratigrafica corretta, cosa che invece bisogna fare sempre”.

L’iscrizione scoperta sulla tomba monumentale, 4 metri di lunghezza e 7 righe di testo, la più grande mai trovata a Pompei

Osanna indica la grande iscrizione su un lato della tomba

L’iscrizione. La tomba presenta un’iscrizione lunghissima: 4 metri su 7 righe, che ci dà dati inediti sulla storia di Pompei riportando in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi (banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci). “Questa iscrizione”, assicura il soprintendente, “un po’ cambia la storia di Pompei”. Si tratta di una iscrizione sepolcrale nella forma delle res gestae (cioè con la descrizione delle imprese realizzate in vita).  Le iscrizioni sepolcrali, notoriamente, contengono il nome del defunto, possono o meno indicare l’età, la condizione sociale e la carriera o altre notizie biografiche. Per i magistrati la citazione delle attività svolte si riassume nel cursus honorum (la carriera pubblica); altri riferimenti sono piuttosto rari. Nel nostro caso invece viene fatto l’elogio del defunto, cosa che a Pompei non ha confronti. “Questo personaggio racconta quello che ha fatto nella sua vita: il suo racconto inizia quando, raggiunta la maggiore età, prese la toga virile. Per l’occasione donò a tutto il popolo pompeiano un banchetto – sarebbe bello capire dove -, soffermandosi anche sui dettagli: allestì 456 triclini, dove le persone potevano banchettare. Quindi dobbiamo immaginare migliaia di pompeiani stesi a triclino, tutti ospiti di questo personaggio che, non pago, offrì anche uno spettacolo gladiatorio con 416 gladiatori – cita l’iscrizione – cosa straordinaria. Se pensate che tutti i dati che noi abbiamo sugli spettacoli gladiatori, anche quelli ricavati dalle iscrizioni ritrovate a Pompei, non ricordano mai più di 30 coppie di gladiatori. Qui invece sono 416 per uno spettacolo gigantesco che in quel momento si poteva allestire solo a Roma. Quindi fu un grande spettacolo, e sostanzialmente una grande carneficina”.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann

I retroscena della grande rissa del 59 d.C. “L’iscrizione – e qui è il dato straordinario che vien fuori – ci parla della rissa del 59 d.C. registrata anche da Tacito ma di cui oggi possiamo dire non ci aveva detto tutto”. Negli Annales (XIV, 17) Tacito ricorda come in quell’anno, durante uno spettacolo di gladiatori nell’anfiteatro di Pompei, iniziarono alcuni screzi tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria Alfatena. I primi erano infatti ancora risentiti per la deduzione a colonia di Nuceria (avvenuta nel 57 d.C.), a svantaggio della vicina Pompei, che perse così parte del suo territorio agricolo. Durante i giochi, dalle ingiurie si passò alle sassate e poi alle armi. Alla fine dei tumulti erano soprattutto i Nocerini i più danneggiati, e molti di essi rimasero uccisi o tornarono a casa feriti. L’imperatore Nerone portò la vicenda al Senato romano. Dopo l’inchiesta venne deliberata la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per dieci anni (poi ridotti a due)  e lo scioglimento dei collegia; il senatore Livinio Regolo, organizzatore dei giochi, e gli altri incitatori della rissa vennero esiliati. “Ma l’iscrizione ritrovata”, fa sapere Osanna, “ci dà alcuni dettagli che Tacito non aveva scritto: innanzitutto questo personaggio si pregia che lui aveva così buoni rapporti con l’imperatore che solo lui godette di riportare a casa i duoviri, cioè i magistrati del 59 che evidentemente erano stati esiliati anche loro, ma di cui Tacito non parla. Quindi un torbido notevole di straordinarie proporzioni che doveva coinvolgere le famiglie principali di Pompei che quindi nel 59 si trovava con entrambi i duoviri esiliati.

Un dettaglio del grande bassorilievo con scene gladiatorie trovato fuori contesto nell’area di Porta Stabia e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento

Poi parla delle sue nozze. “L’impresario ricorda  che anche in occasione delle sue nozze continuò a organizzare spettacoli gladiatori e ne fece uno enorme questa volta accompagnato con venationes, cioè spettacoli con la caccia ad animali esotici e bestie feroci. Per l’occasione portò a Pompei animali catturati in Africa proprio per allietare i cittadini pompeiani. E alla fine i pompeiani lo acclamarono patronus, e lui – sottolinea Osanna – si schernisce dicendo di non esserne degno. Nell’iscrizione è ricordato come princeps coloniae, un altro caso interessante: vuol dire che era uno dei personaggi più influenti per la cittadinanza, un titolo onorifico per ribadire che lui era il migliore della colonia”. Questo continuo rinvio agli spettacoli gladiatori e alle venationes nella monumentale iscrizione scoperta fuori Porta Stabia ha permesso di ricontestualizzare un pezzo importante finito al MANN alla metà del XIX secolo da un ritrovamento fuori contesto. “È più che verosimile che la parte superiore della tomba, danneggiata dalla costruzione dell’edificio di San Paolino nell’Ottocento, fosse completata con un rilievo conservato al Mann. Se si valuta il ruolo che gli spettacoli gladiatori e le venationes hanno nell’elogio, si può ipotizzare che fosse ivi collocato il noto rilievo con scene gladiatorie e di cacce con animali del Mann. Il rilievo ha infatti dimensioni compatibili con il monumento, lungo com’è circa 4 metri, e risponderebbe bene nel tema al ruolo del defunto di straordinario organizzatore di giochi.

Un bell’esemplare di elmo gladiatorio in bronzo rinvenuto a Pompei

Si può dare un nome a questo importante impresario? “Purtroppo”, ammette il soprintendente, “sull’iscrizione messa in luce non il nome non c’è. Ma dal prosieguo delle ricerche potremmo essere smentiti. Noi comunque pensiamo possa trattarsi di Gneus Alleius Nigidius Maius, uno dei personaggi più in vista dell’età neroniana-flavia, il più noto tra gli impresari di spettacoli gladiatori della città, che risulta acclamato più volte a Pompei proprio come prodigo dispensatore di giochi. Morto nel 78 d.C., quindi un anno prima dell’eruzione del Vesuvio, era un liberto figlio di uno schiavo. Il personaggio ben rappresenta la classe dirigente degli ultimi decenni di vita della città, affermatosi in virtù dell’estrema mobilità sociale di quegli anni e grazie all’adozione da parte dell’importante famiglia degli Alleii. Si tratterebbe quindi di un personaggio ben in vista a Pompei”.

Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, focus sul mito greco, secondo capitolo della collaborazione tra il Mann e gli Scavi di Pompei dove è in corso la mostra “Pompei e i Greci”. I vasi del Mann in mostra dal 2018 protagonisti della nuova sezione sulla Magna Grecia

Il manifesto della mostra “Amori divini” con il “Ratto di Ganimede” di Anton Domenico Gabbiani conservato agli Uffizi

La collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei sui rapporti tra l’area vesuviana e il Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. A poco più di un mese di distanza dall’apertura della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande dell’area archeologica di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), che racconta l’incontro della città italica di Pompei con il mondo greco, il 7 giugno 2017 si inaugura  al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Divini amori”, voluta da Paolo Giulierini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa.La mostra, che rimarrà aperta fino al 16 ottobre 2017, indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri (tra gli altri, l’Ermitage di San Pietroburgo, il musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna).

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

L’esposizione propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologia, i miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

“Io e Argo”, dipinto proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il percorso della mostra, che occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da splendidi sectilia e mosaici antichi inseriti nei pavimenti, presenta inoltre una importante campionatura della collezione vascolare del Mann, che sarà nuovamente visibile per quanto riguarda le opere provenienti dalla Magna Grecia con il prossimo riallestimento (2018) di quella collezione del Museo, il cui progetto scientifico è curato da Enzo Lippolis e che comprenderà accanto ai vasi, bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.