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L’Antico Egitto a Vittorio Veneto. L’arch. Zanovello apre le conferenze della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”: studiando il cubito sacro, unità di misura base per gli antichi egizi, ha dato forma e significato al percorso di iniziazione che si articolava all’interno dell’Osireion

Una veduta dall’alto dell’Osireion di Abydos, monumento unico nell’architettura sacra dell’Antico Egitto (foto Paolo Renier)

Oggi le loro misure sembrano incomprensibili. Ma i monumenti antichi non vanno letti con la lente di ingrandimento del sistema metrico decimale moderno, bensì con l’unità di misura con la quale gli architetti del tempo li hanno pensati e realizzati. Ne è convinto l’architetto Rinaldo Zanovello che sabato 26 maggio 2018 alle 18 nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv),  messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, apre il ciclo di conferenze promosse in occasione della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”, con un intervento su “Il Cubito sacro: strumento simbolico per conoscere l’Osireion di Abydos”. L’unità fondamentale per la misura delle lunghezze nel mondo egizio era infatti il cubito (in latino: cubitum, cioè gomito), che rappresentava la lunghezza dell’avambraccio del faraone, dal gomito alla punta del dito medio. Erano in uso due tipi di cubito: il cubito piccolo di circa 44,7 cm, usato per le misurazioni quotidiane, e il cubito regale, utilizzato in architettura, di 52,36 cm, ovvero la misura presa dal gomito alla punta del dito medio, più la larghezza di un palmo. Una caratteristica del cubito architettonico consisteva nel fatto che le misure verticali venivano effettuate con pertiche, mentre le misure orizzontali venivano effettuate facendo rotolare un odometro (un cilindro del diametro di un cubito verticale). Quindi un cubito orizzontale era lungo 3,14 volte un cubito verticale. Le piramidi classiche avevano un rapporto tra l’altezza e il lato di base che era di 4:1 (4:3,14 >1) e quindi un angolo di circa 51°. Le piramidi meno ripide avevano un rapporto di 3:1 (3:3,14 <1) e quindi un angolo di circa 41°.

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L’architetto Rinaldo Zanovello nel sopralluogo all’Osireion di Abydos (foto Paolo Renier)

La conferenza di Rinaldo Zanovello, architetto e studioso di architettura simbolica e sacra, è il risultato di un soggiorno ad Abydos con il fotografo Paolo Renier. “Con la missione a maggio 2013 in Egitto”, ricorda Renier, “si è potuto raccogliere una documentazione aggiornata e realizzare i rilievi necessari per le ricostruzioni in scala 1:20 e in scala 1:1. È stato un bellissimo lavoro di squadra che è servito indubbiamente a definire al meglio i risultati delle varie spedizioni rendendoli interessanti anche per un pubblico di non esperti”. Zanovello anticipa i temi dell’incontro di Vittorio Veneto: “Affronterò le questioni più significative del luogo e della sua storia, mostrando per mezzo di parallelismi le forti analogie tra l’Osireion e il mito di Osiride e utilizzando il cubito sacro per decodificare il percorso di iniziazione situato all’interno del tempio iniziatico dell’Osireion”. Non dimentichiamo che uno degli elementi architettonici dell’Osireion è il corridoio che costituiva l’accesso all’ipogeo sacro: un percorso voltato sulle cui pareti laterali si potevano leggere dei testi oltremondani del repertorio regale, realizzati interamente con la tecnica della pittura a secco, perciò molto di quello che poterono leggere i primi scopritori oggi è andato perduto. “Sulla parete a Est”, spiega l’egittologa Federica Pancin, “c’è la più antica e completa versione conosciuta del Libro delle Cripte, che illustra il viaggio del Sole nella Duat, l’Aldilà. Il Sole dispensa benefici a coloro che, nel giudizio di Osiride, si sono dimostrati degni di Resurrezione. Mentre agisce senza pietà per chi ha peccato in vita. Sul lato occidentale, invece, figurano le scene e i testi del Libro delle Porte, che scandisce le fasi del viaggio solare, scandite in dodici sezioni percorse in dodici ore”. Per l’architetto Zanovello c’è un percorso di iniziazione, una “via attraverso il quale l’homo naturalis – cioè l’uomo decaduto in seguito a una sorta di “peccato originale” – riesce a ritornare alla condizione adamitico-originaria di Homo Spiritualis, nella quale conscio e subconscio sono nuovamente riuniti”. Come si vede ci sono tutti gli elementi per una conferenza di grande interesse.

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A tu per tu con il grande Seti I e il suo tempio di Abido che conserva la Lista dei Re: a Jesolo alla mostra “Egitto. Dei, faraoni e uomini” facciamo la conoscenza dei faraoni e del loro ruolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

L’egittologo Alessandro Roccati

Il nostro viaggio in barca è finito. Gettiamo l’ancora e scendiamo a terra. Dopo aver navigato attraverso il Mediterraneo incontrando i popoli che nel II e I millennio a.C. lo solcavano, e aver risalito il Nilo facendo la conoscenza delle principali città che sorgevano lungo il fiume, da Alessandria a Menfi a Tebe, la terza sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo, ci fa incontrare i faraoni. “Il termine faraone”, spiega l’egittologo Alessandro Roccati, uno dei curatori della mostra, “assume il significato di re dell’Egitto in neoegiziano, e giunge fino a noi attraverso la tradizione biblica. Il significato della parola va oltre il semplice valore politico per designare un essere umano dotato di poteri superiori (re-dio), che gli sono conferiti (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. Dopo la morte fisica il faraone raggiunge gli dei (che a loro volta possono morire), i quali lo hanno voluto sulla terra quale garante dell’ordine sociale e cosmico (rappresentato dalla dea Maat). Nei confronti della società divina il faraone è la controparte del visir nei confronti della società umana, quale capo dell’amministrazione e del governo, che applica le leggi decretate dal faraone (“le cui parole si avverano all’istante”) nell’interesse della collettività”.

La preziosa testa del faraone Seti I in granito nero, conservata al museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma (foto Graziano Tavan)

Tra i faraoni più famosi c’è Seti I (1287-1279 a.C.) che accede al trono non più giovanissimo, dopo il brevissimo regno del padre Ramses I, primo sovrano della XIX dinastia. “La famiglia di Seti non è di stirpe regale e proviene dall’ambito militare”, interviene l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “Anche la sposa di Seti, Tuia, madre del futuro re Ramses II, proviene da una famiglia di militari. Sotto Seti I vengono edificati monumenti grandiosi, tra i quali il grande tempio funerario di Abido e il grande atrio ipostilo di Karnak”. In mostra una bellissima testa in granito nero di Seti I, proveniente dal museo Barracco di Roma, che faceva parte di una grande scultura che raffigurava il faraone assiso al trono. Il re indossa la corona khepresh (detta anche corona blu o corona di guerra) utilizzata dal faraone in determinate cerimonie.

L’imponente facciata del tempio di Seti I ad Abido

Il tempio di Seti I ad Abido è consacrato principalmente ad Amon oltre che alla triade di Osiride, Iside, Horus, e a Ra-Harakhti e Ptah. Una cappella inoltre è dedicata al culto funerario del re, così compreso tra le principali divinità, e ai re del passato che sono elencati nella celebre galleria che riporta incisa sulle pareti una “lista” selezionata di sovrani. Sul retro si estende a un livello  più basso il cosiddetto Osireion, il tumulo considerato il luogo di sepoltura del dio circondato da una struttura templare (corridoio ipogeo e stanza del sarcofago) decorata con i Libri delle Cripte e delle Porte, il Libro di Nut e il Libro della Notte, il Libro della Terra e testi cosmologici. A questo tempio Seti I assicura le rendite delle miniere d’oro del deserto orientale. Il faraone, oltre a stabilizzare l’Egitto dopo il complesso periodo postamarniano, combatté guerre vittoriose contro tutti i popoli che circondavano l’Egitto (Ittiti, Siriani, Libici e Nubiani).

La grande parete con la “Lista dei Re” ricostruita in scala 1:1 nella mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

La “lista dei Re” del tempio di Seti I ad Abido, uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia dell’Antico Egitto,  è riproposta in scala 1:1 nella mostra di Jesolo che, con un sistema di luci e proiezioni, seleziona a rotazione alcuni cartigli spiegando a quale faraone appartengono. Nella “lista” sono riportati i nomi di 76 sovrani, dalle prime dinastie fino allo stesso Seti I: “Un gesto di propaganda politica”, sottolineano gli egittologi, “con cui questo re ha voluto legittimare il proprio potere elencando tutti i sovrani che lo avevano preceduto, come se ne fosse un discendente diretto”. L’importanza di questa lista sta nella possibilità di confrontarla con altre liste di faraoni (la più famosa è il Canone Regio su un papiro del museo Egizio di Torino), ottenendo la successione cronologica dei vari sovrani d’Egitto, che grazie agli studi compiuti si è potuta agganciare a delle date fisse, in modo da fornire una griglia su cui basare la cronologia di tutta la storia antica del Mediterraneo. Ma come tutti i documenti propagandistici, anche la “lista dei Re” non è completamente affidabile. Sono esclusi dall’elenco alcuni sovrani, evidentemente “scomodi”, attestati però da altre fonti, come quelli più antichi (la cosiddetta dinastia 0), alcuni sovrani del Primo e del Secondo Periodo Intermedio, ma soprattutto mancano Hatshepsut, l’unica donna che regnò come faraone, e Akhenaton, il faraone “eretico” che esaltò il culto di Aton, la cui memoria fu per questo bandita dai suoi successori.

(3 – continua; precedenti post il 12 e 17 aprile 2018)

“1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”: a Vittorio Veneto il fotografo trevigiano racconta per immagini e emozioni la sua trentennale esperienza dedicata alla città sacra dei faraoni fino alla realizzazione del rilievo fotografico del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion

Un delicato rilievo dal tempio di Sethi I ad Abydos reso magistralmente da Paolo Renier

La locandina della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” a Vittorio Veneto

La stanza del sarcofago nell’Osireion ad Abydos (foto Paolo Renier)

Paolo Renier tra i pannelli della mostra a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

Il titolo non deve trarre in inganno. “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” non è la solita mostra. Soprattutto non è il tipo di mostra cui ci ha abituato il fotografo e grafico trevigiano Paolo Renier con al centro del racconto espositivo il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abydos. Era successo nel 2009 al museo Archeologico nazionale di Firenze con “Il tempio di Osiride svelato. L’antico Egitto nell’Osireion di Abydos”; nel 2012 alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia con “Il tempio di Osiride svelato”; e nel 2014 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (Tv) con “Egitto, come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride”. Questa volta nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv),  messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, fino al 24 giugno 2018 Paolo Renier presenta un racconto particolare dove il protagonista è proprio lui o, meglio, la sua trentennale esperienza dedicata all’antico Egitto, tra incontri, scoperte e documenti fotografici: dalla “folgorazione” per la civiltà dei faraoni e, soprattutto, per la città sacra di Abydos in occasione del suo primo viaggio – come turista – sulle rive del Nilo (era il 1989), alla nascita del progetto Abydos, alla realizzazione del rilievo fotografico del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion: un’opera unica e irripetibile, visto che purtroppo nel frattempo lo stato di salute del monumento, lasciato nel degrado, è profondamente compromesso: danneggiato dall’umidità, dai nidi dei pipistrelli, e dall’incuria dell’uomo. Il rilievo fotografico del soffitto astronomico realizzato da Paolo Renier è oggi un “monumento” scientifico riconosciuto e richiesto dai più grandi egittologi del mondo. Ma a Vittorio Veneto non vediamo la ricostruzione in scala 1:1 del soffitto astronomico, bensì le circostanze e le vicende che hanno portato il fotografo e grafico trevigiano a realizzare i suoi preziosi reportage.

Grandi fotografie e racconti nella mostra di Paolo Renier a Vittorio Veneto (foto Graziano Tavan)

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L’egittologo Sergio Donadoni nel suo studio a Roma (foto Paolo Renier)

Una mostra da leggere, prima ancora che da gustare con gli occhi. Anche se, ovviamente, le straordinarie immagini dell’Egitto di Renier accompagnano passo passo il visitatore. “In queste immagini”, scrive, “ci sono la bellezza e il fascino irresistibile dell’antico Egitto. Ma anche il mondo, intimo spirituale, voluto e costruito dal faraone Sethi I ad Abydos, per relazionarsi con il ristretto pantheon degli dei e del mondo dell’aldilà”. La sua consacrazione Renier la ebbe niente meno che da uno dei padri dell’Egittologia del Novecento, Sergio Donadoni, che accettò di scrivergli la presentazione al libro “Abydos. Egitto”, punto di arrivo delle conoscenze di Renier sulla città sacra degli antichi egizi, ma anche di partenza per far conoscere e salvare la stessa dal degrado attraverso il Progetto Abydos. Così scrive Donadoni: “…va vista l’opera di Renier, che è frutto ed espressione di uno specifico innamoramento per una specifica località, in confronto con l’aspirazione alla totalità propria degli altri: non l’Egitto in genere, ma Abido è quel che incanta questo osservatore. Un centro che merita una simile dedizione, carico com’è di storia, di significato, di arte.  …In questa ricchezza di possibili prospettive, Renier si muove senza altra pretesa se non quella di dirci come il suo occhio sia compiaciuto di questa o quella visione, di questa o quella possibilità di sfruttarla figurativamente. Se conosce il valore storico dei vari monumenti, delle varie rappresentazioni, non è di quello che ha fatto la sua guida nella sua scelta e nel suo approccio. Alla esigenza del capire il passato e l’arte del passato, oppone quella, non meno essenziale ed autentica, del sentirlo. Sono due modi diversi e complementari di far valer quello che è la vera caratteristica dell’arte, il suo essere in perpetuo contemporanea di chi se ne appropri il messaggio”. Sergio Donadoni era riuscito a cogliere l’essenza e lo spirito che in questi decenni ha mosso Paolo Renier inserendolo con grande naturalezza e semplicità nella storia dei primi artisti esploratori della terra dei Faraoni, dalle prime immagini dipinte alle litografie e poi dalle prime lastre fotografiche alle prime foto in bianco e nero.

Paolo Renier nell’acqua melmosa della stanza del sarcofago dell’Osireion ad Abydos

Paesaggio nilotico ad Assuan (foto Paolo Renier)

Paolo Renier con Horus ad Abydos

Paolo Renier sulla tomba di Omm Seti

Così, passando da un pannello all’altro, seguiamo il percorso artistico-emozionale di Renier nella terra d’Egitto, attraverso un racconto – come si diceva – ricco di aneddoti. “Durante quel viaggio”, scrive a esempio ricordando la traversata del lago Nasser nel 2009, “nelle limpidi notti stellate, disteso su un lettino sopra il ponte della nave, osservavo incantato la splendida luce della stella Sirio (pensando alla dea Iside) e della bellissima costellazione di Orione (pensando al grande Osiride). Solo così, avvolto ed estasiato da incredibili e commoventi emozioni, riuscivo a consolarmi e non pensare alla triste alluvione che stavo percorrendo. Ad Abydos alcuni mesi dopo, la presenza di una strana giovane donna vestita con una tunica bianca, il capo coperto e i piedi nudi, che incontrai nel corridoio delle liste dei Faraoni e dei Semidei a sinistra del tempio di Sethi I, si rivolse a me dicendomi che quella mattina ero con lei dentro alla grande piramide di Cheope. Non capii bene cosa volesse e chiesi a un amico arabo li vicino che conosceva diverse lingue, di cercare di aiutarmi, ma quando ci rivolgemmo a lei, non c’era più, subito la cercai nel tempio e la vidi scomparire verso l’ingresso. Da alcuni giorni soggiornavo ad Abydos ed era chiaramente impossibile che io assieme a lei quella stessa mattina, potevamo essere a più di 500 km di distanza. Ho ancora presente i suoi occhi scuri, i capelli neri e il pallido volto, ma non capii e non seppi mai chi fosse, comunque poi quella mattina e i giorni seguenti mi sentii stranamente molto più sereno e in pace con me stesso”. E ancora: “Ad Abydos conobbi Horus, personaggio mistico del luogo del quale ancor oggi non conosco esattamente il vero nome perché tutti continuano a chiamarlo solo così; lui è come il capo spirituale del villaggio soprattutto per aver conosciuto fin da piccolo Doroty Eady, l’egittologa inglese che dedicò tutta la sua vita con una straordinaria passione verso il grande faraone Sethi I, ed è anche per questo che fu chiamata dagli arabi Omm Seti, cioè La madre di Seti. Una donna che fin da bambina fu avvolta nel magico e incredibile amore per questo faraone e il suo tempio di Abydos: infatti Omm Seti vivrà gli ultimi suoi 30 anni di vita per la ricostruzione del tempio di Sethi I, lei seppe rimettere esattamente al loro posto originale moltissimi reperti caduti e rovinati dal tempo, con incredibile conoscenza. A 77 anni, prima di morire, nel 1981 espresse il suo grande desiderio di essere sepolta nel deserto di Abydos, nella grande gola tra le montagne dove tramonta il sole. E Horus, in questi ultimi anni, è riuscito finalmente a realizzare il sogno di Omm Seti. Nel 2013 ebbi la grande fortuna di essere accompagnato da lui in questo luogo incredibile, dove il vento disegna delle magiche e coinvolgenti onde nella sabbia: un suono e una luce, come in un fantastico sogno, mi avvolsero e sulla sua tomba segnata con delle pietre, rimpiansi il desiderio di non averla mai conosciuta, in lei avrei trovato una grande sintonia”.

Paolo Renier con l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago ad Abydos (foto Graziano Tavan)

Paolo Renier ad Abydos con l’egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo (foto Graziano Tavan)

Importanti studiosi confermano il valore di Abydos. “Ebbi la fortuna di conoscere personaggi importanti nelle mie permanenze ad Abydos, come l’archeologo Stephen P. Harvey dell’università di Chicago”, racconta Renier. “Lui scoprì alcune piramidi nella zona a sud vicino alle montagne (dell’epoca di Amosi I della XVIII dinastia: il faraone che scacciò gli Hyksos dall’Egitto, ndr), inoltre Harvey mi rivelò che sull’altipiano esistono incredibili testimonianze di 200mila anni fa. Ebbi anche la fortuna di conoscere nella sede della missione germanica immersa nel deserto l’importante egittologo Gunter Dreyer dell’università Tedesca del Cairo; lui scoprì nella zona di Abydos, denominata Umm El-Ghaab, i primi ideogrammi e segni di scrittura datati 3200 a.C. Straordinari e importantissimi reperti scolpiti in piccole tavolette in avorio o in pietra, vere testimonianze delle prime dinastie dei faraoni e che, per la loro valenza (sono i primi segni di scrittura), sono custodite al museo del Cairo esposte nelle teche appena si entra nella sala principale”.

Paolo Renier al Cairo con fratel Aldo Benetti (foto Graziano Tavan)

“Ricerche egizie”, manoscritti e dattiloscritti di fratel Aldo Benetti

Un amico speciale. “La mia passione per conoscere la terra e le persone legate a questa importante e straordinaria storia dell’antico Egitto, in quasi 30 anni d’incredibili continue esperienze, è maturata sempre di più diventando il Progetto Abydos, creato sui principi fondamentali di Rispetto, Conoscenza e Valore soprattutto per il sito moto importante e poco conosciuto di Abydos. Sono riconoscente all’Egitto per avermi fatto conoscere le persone che mi hanno creduto, sostenuto e incoraggiato, voglio ricordare soprattutto un grande amico che prima di morire all’età di 88 anni, mi ha lasciato molti suoi libri manoscritti e dattiloscritti delle sue Ricerche Egizie: il mio carissimo fratel Aldo Benetti, missionario comboniano in Egitto per ben 55 anni, notevole studioso dell’antico regno dei Faraoni con una profonda e straordinaria esperienza. Nei miei viaggi in Egitto cercavo spesso di passare per la sua sede al Cairo e lui era sempre molto ospitale e disponibile nell’accompagnarmi per conoscere questa grande città, facendomi rivivere anche assieme agli amici arabi straordinarie esperienze portandomi in luoghi che difficilmente si possono visitare. Mi inviava spesso dal Cairo le sue lettere raccontandomi i suoi difficili momenti di vita dedicata soprattutto per aiutare i ragazzi arabi, i più deboli e i più bisognosi, e non si dimenticava mai di incoraggiarmi nell’andare avanti con il mio impegno per la conoscenza di Abydos, spesso lo considerava molto importante. Una volta mi scrisse: “Caro Paolo coraggio, tu stai perseguendo il ministero della Memoria Storica”, questo suo particolare incoraggiamento mi aiuta ancor oggi nonostante le continue difficoltà. Sarò sempre riconoscente a fratel Aldo, anche perché decise di consegnare personalmente i miei libri al museo del Cairo, alla biblioteca di Alessandria e all’ambasciata italiana in Egitto”.

L’Antico Egitto a Vittorio Veneto. “Il tempio del faraone Seti I” ad Abido nella mostra di Paolo Renier alla Rotonda

La locandina della mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I:  le sacre rappresentazioni” alla Rotonda di Vittorio Veneto

La locandina della mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I: le sacre rappresentazioni” alla Rotonda di Vittorio Veneto

La Rotonda di Vittorio Veneto, sede della mostra di Renier

La Rotonda di Vittorio Veneto, sede della mostra di Renier

L’Antico Egitto torna o, meglio, resta nella Marca Trevigiana. Dopo le esperienze di Conegliano (con la mostra a Palazzo Sarcinelli “Egitto, come Faraoni e Sacerdoti nel tempio di Osiride custodi di percorsi ormai inaccessibili”, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=conegliano) e di Oderzo (con la mostra a Palazzo Foscolo “Omaggio a Tutankhamon.  L’Arte Egizia incontra l’Arte Contemporanea”, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=oderzo ) ora tocca a Vittorio Veneto dove il 25 aprile, alla Rotonda, in piazza Giovanni Paolo I, si inaugura una nuova mostra “Egitto. Il tempio del faraone Seti I:  le sacre rappresentazioni”, proposta sempre da Paolo Renier grazie all’invito e alla collaborazione della associazione Zheneda e di Ceneda Arte e Cultura con il patrocinio della Città di Vittorio Veneto. Renier viene così incontro a quanti, con insistenza, avevano chiesto di prorogare l’esperienza coneglianese. Ma attenzione, a Vittorio Veneto non sarà una “copia” di quanto proposto a Palazzo Sarcinelli. Anzi, sarà un allestimento del tutto originale dove, ovviamente, non potrà mancare l’esposizione in scala 1:1 del soffitto astronomico dell’Osireion di Abido (vero unicum che può permettersi di mostrare solo Paolo Renier che lo fotografò dettagliatamente qualche anno fa) e un excursus su Abido, la città sacra dedicata a Osiride il dio dell’Aldilà e della resurrezione. Ma stavolta il focus sarà incentrato tutto sul grande faraone Seti I, il padre di Ramses II, sotto il cui regno l’arte egizia toccò uno dei suoi punti più elevati, un vero “rinascimento”. E capolavoro dei capolavori è proprio il tempio che Seti I realizzò ad Abido e che oggi, come sanno i fortunati che riescono ad arrivare nella città sacra di Osiride, accoglie – quasi abbraccia – gli ospiti con la sua monumentale facciata che in origine doveva misurare 180 metri, e oggi – perdutane una parte – raggiunge gli 80 metri, che sono pur sempre dimensioni ragguardevoli.

Gigantografie dei rilievi del tempio di Seti I ad Abido realizzate da Paolo Renier

Gigantografie dei rilievi del tempio di Seti I ad Abido realizzate da Paolo Renier

Il tempio di Seti I, dedicato a Osiride, noto come “grande tempio di Abido”, scoperto nel 1830, venne eretto per venerare gli antichi sovrani, la cui necropoli si trovava presso le sue mura. Secondo sovrano della XIX dinastia, Sethi I ascese al trono circa 30 anni dopo la caduta del regno di Akhenaton. Il tempio, in finissima pietra calcarea, a forma di L, è uno tra i più belli per lo stato straordinario di conservazione in cui si trova e per i rilievi policromi tra i più belli del Nuovo Regno. Sono proprio questi rilievi (“Le sacre rappresentazioni”, come ricorda il titolo della mostra) oggetto dell’allestimento di Vittorio Veneto, riprodotti come non si possono ammirare da nessun’altra parte grazie alle riproduzioni in scala 1:1 e alle gigantografie di Paolo Renier che qui mostra tutta la sua abilità e sensibilità di fotografo e di appassionato dell’Antico Egitto. Qualità ed esperienze esaltate, all’inizio dell’avventura di Renier ad Abido, dal decano degli egittologi italiani, Sergio Donadoni, uno dei massimi ricercatori del Novecento, che ha da qualche settimana tagliato il traguardo delle cento candeline. Scrisse Donadoni: “L’opera di Renier è frutto ed espressione di uno specifico innamoramento per una specifica località, in confronto con l’aspirazione alla totalità propria degli altri: non l’Egitto in genere, ma Abido è quel che incanta questo osservatore. Un centro che merita una simile dedizione, carico com’è di storia, di significato, di arte. Renier si muove senza altra pretesa se non quella di dirci come il suo occhio si sia compiaciuto di questa o quella visione, di questa o quella possibilità di sfruttarla figurativamente.  Se conosce il valore storico dei vari monumenti, delle varie rappresentazioni, non è di quello che ha fatto la sua guida nella sua scelta e nel suo approccio. Alla esigenza del “capire” il passato e l’arte del passato oppone quella, non meno essenziale ed autentica, del sentirlo. Sono due modi diversi e complementari di far valer quello che è la vera caratteristica dell’arte, il suo essere in perpetuo contemporanea di chi se ne appropri il messaggio”.

Paolo Renier con gli organizzatori di Vittorio Veneto davant ai pannelli del Soffitto astronomico della Stanza del Sarcofago

Paolo Renier con gli organizzatori di Vittorio Veneto davant ai pannelli del Soffitto astronomico della Stanza del Sarcofago

Vediamo un po’ meglio come si articola la mostra di Vittorio Veneto. All’ingresso della mostra il visitatore è accolto da una presentazione generale del sito di Abido con una descrizione dell’area archeologica, poi scendendo una scalinata (proprio come se si entrasse in una tomba) si troverà dentro al tempio del faraone Seti I, padre di Ramses II, così il visitatore potrà ammirare i rilievi delle sacre rappresentazioni dove le straordinarie immagini di Renier esaltano l’arte decorativa dell’Antico Egitto: qui tocca veramente i momenti più alti. Si potrà poi essere accompagnati nel cuore della mostra, entrando nella Stanza del Sarcofago che conserva il famoso Soffitto astronomico: qui l’opera documentaria di Paolo Renier non è solo importante sotto il profilo artistico, ma anche scientifico, permettendo un primo anche se parziale salvataggio del reperto e costituendo una fonte fotografica integrale e a grandezza originale.  Le due splendide divinità Nut scolpite nel Soffitto, costituiscono non solo due eccezionali espressioni artistiche del Nuovo Regno, ma anche due preziosi documenti storici di inestimabile valore, un tesoro eccezionale per la storia dell’astronomia e della religione egizia. La mostra si inaugura il 25 aprile alle 18 e sarà poi aperta al pubblico tutti i sabati e domeniche dalle 15 alle 19 fino al mese di luglio, con ingresso gratuito (visite guidate solo su prenotazione mail: info@studiorenierpaolo.it – cell. 333.9628610),

L’Antico Egitto a Conegliano. Visita guidata per immagini alla mostra sull’Osireion di Abido attraverso otto video originali

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l'atmosfera magica della città sacra di Abido

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l’atmosfera magica della città sacra di Abido

Una settimana. Rimane ancora una settimana di tempo per visitare a Conegliano la mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili” allestita fino al 21 dicembre (salvo proroghe) a Palazzo Sarcinelli da Paolo Renier e dall’associazione culturale Osireion. Della mostra Archelogiavocidalpassato ha parlato diffusamente. Stavolta proponiamo una visita alla mostra per immagini con otto video realizzati da Paolo Renier.

PRIMA PARTE. Il percorso della mostra inizia nell’androne di Palazzo Sarcinelli dove si può ammirare la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera Centrale dell’Osireion di Abido, con la facciata e due dei pilastri settentrionali, grazie alla ricostruzione Rexpol.

SECONDA PARTE. Saliti le scale e raggiunto il piano nobile, un breve corridoio porta alla prima sala dove si fa conoscenza del sito di Abido, con la localizzazione e le caratteristiche del territorio della città sacra a Osiride con l’esposizione del modello in scala della zona d’interesse, corredato da fotografie delle tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, del Tempio di Osiride a Kôm el-Sultan e del complesso di Shunet ez-Zebib.

TERZA PARTE. In questa sala si arriva a tu per tu con l’Osireion: le fotografie di Paolo Renier svelano i segreti della tomba di Osiride a cominciare dal corridoio ipogeo, oggi inaccessibile ai turisti. E poi l’eccezionale plastico in scala 1:20 dell’intero complesso, realizzato da Maurizio Sfiotti. Si entra così direttamente nell’Osireion, potendo toccare con mano la mole dei pilastri monolitici in granito e la profondità del canale che circonda l’isola centrale.

QUARTA PARTE. Grazie alle straordinarie immagini di Paolo Renier possiamo ammirare i rilievi del tempio di Sethi I, dove l’arte figurativa dell’Antico Egitto tocca uno dei momenti più alti. In mostra è lo stesso Renier a spiegare come è riuscito a rendere la qualità delle figure, e le notevoli difficoltà tecniche superate per raggiungere i risultati che oggi tutti possiamo apprezzare.

PARTE QUINTA. Siamo nel cuore della mostra: si entra nella stanza del Sarcofago, che conserva il famoso soffitto astronomico che qui possiamo vedere come si può osservare neppure se siamo all’interno dell’originale. Il soffitto si dipana, avvolgendo lo spettatore, in 18 tavole in scala 1:1 realizzate da Paolo Renier, che oggi non solo sono l’unica riproduzione del “tesoro” di Abido – vista le enormi difficoltà che si devono superare per accedere alla Stanza, ma anche probabilmente l’ultima poiché da quando Renier ha realizzato il servizio fotografico a oggi l’umidità ha degradato inesorabilmente i rilievi.

PARTE SESTA. Ancora con i rilievo del soffitto astronomico negli occhi, si passa alla stanza successiva dove si illustra la cosiddetta Cappella di Osiride, cioè l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Al centro il plastico in scala 1:20 realizzato da Maurizio Sfiotti del complesso di Osiride, e sulle pareti i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. Le gigantografie sottolineano il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

PARTE SETTIMA. Non poteva mancare, in una mostra sui tesori di Abido, uno spazio dedicato al Tempio di Ramses II, il secondo più importante santuario della città sacra a Osiride, che conserva ancora preziosi rilievi policromi. Presenti anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del complesso sacro ramesside.

PARTE OTTAVA. Il percorso della mostra si completa con la Sala multimediale, dove un monitor mostra a rotazione brevi filmati che documentano il sito e il lavoro dell’ultima missione di Paolo Renier, Maurizio Sfiotti e Federica Pancin, , ma che cercano di illustrare anche la realtà del villaggio di Abido moderno e dei suoi abitanti. A chiudere la Sala del vino, dove si approfondisce la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permette di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e serve da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo.

L’Antico Egitto a Conegliano. “Il libro dei morti”: come il mondo dei faraoni concepiva l’Aldilà. Incontro con Naldoni

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull'Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull’Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

In una mostra come quella allestita da Paolo Renier a Conegliano, “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli fino al 21 dicembre, dove protagonista è il dio dell’Oltretomba, Osiride, e il suo tempio nella città sacra di Abido, non poteva mancare un approfondimento sul mondo dei morti e le concezioni che gli antichi egizi avevano sull’Aldilà. Da non perdere dunque l’incontro con Franco Naldoni dell’Associazione Archeosofica, che sabato 6 dicembre, alle 18.30, nella sala Consiliare del Comune di Conegliano, parlerà de “Il libro egiziano dei morti”. Il Libro dei morti è un testo sacro egizio. Si compone di una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto per proteggerlo e aiutarlo nel suo viaggio verso l’Aldilà, che si riteneva irto di insidie e difficoltà. Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino. In particolare il testo doveva servire a preparare la testimonianza sulla sua condotta di vita, che il defunto doveva fornire davanti al giudizio di Osiride. Il papiro era poi posto nella tomba, o a volte direttamente nel sarcofago, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per l’anima in viaggio. Inizialmente i testi venivano tracciati sulle pareti della camera sepolcrale. Nel Medio Regno si usò dipingere le formule sul sarcofago, e solo a partire dalla XVIII dinastia si impiegarono il papiro.

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all'Egizio di Torino

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all’Egizio di Torino

“Parlando di ciò che ci attende dopo la morte”, spiega Naldoni, che ci anticipa qualche considerazione della conferenza di Conegliano, “emerge la difficoltà di concepire per noi oggi un’indagine sul post mortem bloccati come siamo dal preconcetto tipico della nostra civiltà che “non si può” sapere cosa c’è dopo la morte. Per gli antichi egizi invece il post mortem era materia di insegnamento sin dalla più giovane età, come materia di insegnamento era la teologia e il comportamento morale da tenere in ogni istante della loro  vita. Questo antico popolo infatti in ogni atto della sua vita, in ogni sua manifestazione di civiltà e perfino nella sua arte presenta le stigmate di una profonda credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, non solo ma nel suo destino beato o infelice proporzionato al suo operato sulla terra”.

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Franco Naldoni della associazione Archeosofica interviene a Conegliano

Naldoni ricorda che con il termine “Kitab el Mayytun”, letteralmente “Libro del morto” gli arabi designarono qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe. “Designazione assai generica, tuttavia questa definizione è rimasta, accolta dai pionieri delle ricerche egittologiche, ma limitata a descrivere quegli scritti, una miscellanea raccolta di formule diffusasi nel nuovo impero, che trattavano di uno speciale percorso che l’anima affrontava nell’Aldilà”.

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

“La lettura di questo testo risulta essere molto difficile perché ci troviamo di fronte a una specie di prontuario magico. Formule che si susseguono a altre formule, tutte con il fine di assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba. Un viaggio e un pernottamento pieno di insidie, orrori e sofferenze, un mondo popolato di guardiani, ma anche affollato di ingannatori, assassini che stanno in agguato per ghermire il debole, il peccatore che non volle saperne in vita di perfezione morale e di trasmutazione del cuore, ma per alcuni, pochi come vedremo, poteva diventare anche un transito glorioso, per coloro che seguivano l’insegnamento che troviamo inciso nelle piramidi della V dinastia: Va’ affinché tu torni! Dormi, affinché tu ti svegli! Muori, affinché tu viva”.

L’Antico Egitto a Conegliano. A corollario della mostra di Paolo Renier, quattro venerdì con giovani egittologi di Ca’ Foscari su Abido e i misteri di Osiride

Federica Pancin, l'egittologa di Ca' Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano

Federica Pancin, l’egittologa di Ca’ Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano “Egitto. Come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride”

Conegliano sempre più centro di studi e approfondimenti sull’Antico Egitto. Nuova serie di incontri a corollario della mostra “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, promossa e realizzata da Paolo Renier, direttore artistico che vanta 25 anni di esperienza in Egitto; e Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione culturale Osireion di Abido; con il contributo scientifico e la consulenza dell’egittologa Federica Pancin. Proprio quest’ultima promuove un secondo ciclo di incontri “informali” con giovani ricercatori egittologi, incontri che si affiancano a quelli già programmati il sabato pomeriggio. Questa nuova serie, pensata dopo l’avvio della rassegna proprio per l’interesse suscitato dalla mostra di Paolo Renier, si tengono invece il venerdì pomeriggio, tutte alle 17 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano.

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell'Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Si inizia venerdì 28 novembre 2014 con l’intervento di Giulia Deotto (egittologa, Progetto EgittoVeneto) e Claudia Gambino (egittologa, Progetto EgittoVeneto) che si soffermeranno su “Tra Oriente ed Occidente: Osiride attraverso i reperti del Veneto”. Il venerdì successivo, 5 dicembre 2014, Federica Pancin (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) interviene su “Osiride: un dio e un re nell’Osireion di Abido”. Venerdì 12 dicembre 2014, Elettra Dal Sie (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) affronta gli studi sulla terra dei faraoni da un altro punto di vista: “Girolamo Segato: l’Egitto attraverso il disegno”. Infine, venerdì 19 dicembre 2014, Alessandro Menegazzo (antropologo, Università Ca’ Foscari di Venezia) conclude il ciclo con un tema intrigante: “Reincarnazione e antropologia: il caso studio di Omm Sety in Egitto”.