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“Mann at work”- Il museo Archeologico nazionale di Napoli, forte dei risultati del 2018, presenta la programmazione 2019-2020: grandi mostre, il restyling delle collezioni e degli spazi espositivi, l’identità glocal definita dalla proiezione internazionale e dalla capacità di dialogo con il territorio

I corridori dalla villa dei Papiri di Ercolano, il gruppo in bronzo tra i simboli del Mann

La locandina della presentazione della programmazione del Mann 2019-2020

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo: arriverà a Napoli (foto Graziano Tavan)

Corre il Mann verso obiettivi sempre più ambiziosi. Corrono i numeri del museo Archeologico nazionale di Napoli più dei Corridori della villa dei Papiri di Ercolano, che sono uno dei suoi simboli: visitatori 452531 nel 2016, 529799 nel 2017, 613426 nel 2018; aree espositive, 6366 mq aperti al pubblico, saranno 14616 mq entro il 2020; giardini aperti al pubblico, 0 mq nel 2016, 3190 nel 2020. Il museo cresce, come conferma “Mann at work”, la programmazione 2019-’20 presentata nei giorni scorsi in cui si capisce subito, fin dalle prime battute del direttore Paolo Giulierini, che ha ottenuto da Artribune la menzione “Migliore Direttore di Museo” del 2018, come il biennio 2019/2020 sarà decisivo per il Mann, il “Museo che cresce” tra le grandi mostre, il restyling delle collezioni e degli spazi espositivi, l’identità glocal definita dalla proiezione internazionale e dalla capacità di dialogo con il territorio. Le premesse di questa dimensione “at work” non soltanto sono state definite nel piano strategico triennale del museo, ma sono state confermate dall’attività messa in campo nel 2018, anno dei record per il Mann: come abbiamo visto, al 31 dicembre scorso, sono stati 613426 i visitatori che hanno ammirato collezioni permanenti ed esposizioni temporanee, in aumento del 15.8% rispetto alle 529799 presenze del 2017; ancora, l’abbonamento “OpenMann”, unicum nel panorama dei musei autonomi nazionali, ha registrato 3728 adesioni nella fase promozionale, lanciata tra 1° dicembre 2018 e 7 gennaio 2019 (prevalente la sottoscrizione dell’opzione card per adulti, con 3120 iscrizioni; ancora, sono state vendute 296 card “family” per due adulti over 25, 217 “young” per giovani tra i 18 ed i 25 anni, 95 “corporate” per aziende ed associazioni). “Il 2019 è l’ anno del nuovo Mann, delle grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa, ma anche di importanti opere nel palazzo con l’apertura delle sezioni Magna Grecia e Preistoria, il restyling delle pompeiane, una straordinaria sezione tecnologica lì dove la immaginò Maiuri, il rifacimento e allestimento del terzo giardino, quello della Vanella”, commenta il direttore Paolo Giulierini. “Un discorso a parte merita l’immensa opera di riordino e razionalizzazione, mai fatta sinora, dei depositi Mann, il nostro ‘tesoro’: già avviata nel 2018 ne presenteremo a breve i primi risultati. Nel 2020 Napoli avrà il suo museo Archeologico come le ultime generazioni non l’hanno mai visto: alla massima fruibilità degli spazi espositivi (basti pensare alle splendide sale con colonne dell’ala occidentale, chiuse da 50 anni, che ospiteranno la statuaria campana) si affiancheranno servizi moderni che porranno il Mann all’avanguardia tra i grandi siti mondiali consentendoci, ad esempio, di ospitare eventi in un auditorium di 300 posti tecnologicamente all’avanguardia”.

Con il progetto ExtraMann il museo fa rete con i siti culturali della città di Napoli

Molto apprezzato l’abbonamento “Open Mann”, un unicum nei musei autonomi nazionali

Il “Museo che cresce” diviene, così, un’architettura virtuosa, capace non soltanto di dinamizzare se stessa, ma anche di fare sistema con diverse realtà: guardando oltre i confini nazionali, l’organizzazione di mostre, spesso realizzate con reperti provenienti dai ricchissimi depositi senza depauperare le collezioni visitabili dai turisti, è un’occasione concreta per promuovere il brand del Mann. “Il Mann nel mondo è sempre più autentico ambasciatore della cultura italiana. Solo le nostre mostre in tournée in Cina contano a oggi oltre due milioni e mezzo di visitatori. Grazie un innovativo protocollo per i prestiti internazionali ideato con l’università Federico II le nostre opere oggi viaggiano nel mondo con supporti multimediali, audiovisivi e un vero e proprio ‘corredo’ di comunicazione che racconta Napoli, la Campania, l’Italia: sono praticamente ‘a lavoro per noi’, oltre a generare introiti per circa 750mila euro in media ogni anno. Abbiamo appena chiuso un anno entusiasmante festeggiando un nuovo record, con oltre 613mila visitatori. Quasi quattromila persone nel corso delle ultime festività hanno acquistato l’abbonamento annuale: ora vogliamo che Open Mann diventi anche Open City e faccia rete sul territorio, cosi come Extramann del progetto Obvia fa rete tra i siti culturali cittadini. Un grande lavoro e tante esaltanti sfide ci aspettano”, conclude Giulierini.

Rendering del progetto di restauro e valorizzazione del cosiddetto Braccio Nuovo (studio architetti Giuseppe Capuozzo e Maria Rosaria Infantino)

Tra 2019 e 2020: il Museo che cambia volto. Le principali attività che hanno caratterizzato e caratterizzeranno, in prospettiva 2020, il restyling delle collezioni e l’ampliamento delle aree espositive del museo rientrano in due diversi framework progettuali: a) il Fondo di Sviluppo e Coesione/FSC 2014-2020 (Piano Stralcio Cultura e Turismo, di cui alla Delibera CIPE 3/2016), che prevedrà interventi di sistemazione del piano interrato del Mann, con la finalità di sviluppare nuovi spazi per la collocazione dei reperti ed allestire aree visitabili nei depositi; b) il PON “Cultura e Sviluppo 2014-2020”, che seguirà quattro linee progettuali: 1. Riallestimento delle aree museali poste al piano terra dell’ala occidentale con una nuova sistemazione di parte della statuaria campana; 2. Ristrutturazione della copertura; 3. Completamento, restauro e valorizzazione del cosiddetto “Braccio Nuovo”; 4. Museo accessibile: nuove tecnologie della comunicazione al servizio del processo di fruizione del visitatore del Mann. Nell’ambito dei suddetti interventi, si segnalano, di seguito, le più importanti operazioni di modernizzazione degli spazi museali.

Bronzi dal santuario di Locri nei laboratori di restauro in vista dell’apertura della sezione Magna Grecia (foto dal sito http://www.ilroma.net)

Maggio 2019: nuova apertura della sezione Magna Grecia. La Collezione Magna Grecia è uno dei nuclei storici del museo Archeologico nazionale di Napoli: il suo ultimo allestimento risale al 1996. La direzione del Mann ne ha definito la riapertura perseguendo due obiettivi principali: l’esigenza di assicurare un programma di comunicazione chiaro, attraente e corretto rispetto ai contenuti ed alla ricostruzione storica dei contesti; il rispetto delle finalità complessive del sistema museale per costruirne un’identità riconoscibile nelle forme e nell’immagine della rappresentazione. Il tema delle culture a contatto sarà centrale nella comunicazione espositiva, soprattutto per spiegare la complessità delle coesistenza e dei sistemi di relazione tra le diverse comunità dell’Italia meridionale prima della Romanizzazione. Tra i maggiori nuclei espositivi risalta la presenza del materiale votivo da Locri, in particolare quello proveniente dal santuario in contrada Parapezza. Questo complesso votivo permette di rappresentare in maniera esemplare l’importanza del rituale religioso nel sistema di organizzazione sociale dei Greci nelle città e nei territori dipendenti. Da Locri provengono anche numerosi bronzi di eccezionale qualità artistica, uno dei prodotti più pregiati dell’artigianato magno-greco; i più antichi sono rappresentati da un elmo calcidese con paragnatidi a forma di testa di ariete con occhi in avorio, databile agli ultimi decenni del VI sec. a.C.; un’hydria lavorata a sbalzo e a cesello decorata con testa di Gorgone degli inizi del V sec. a.C. e un cinturone con ganci a freccia della seconda metà del IV secolo a.C. Così, nell’antica sede espositiva, ovvero nelle sale prospicienti al Salone della Meridiana, i visitatori potranno ripercorrere il “mondo” della Magna Grecia attraverso alcuni grandi sentieri tematici (ad esempio, l’architettura, la religione, la pratica del banchetto e le forme di interrelazione tra le diverse popolazioni dell’Italia meridionale). Saranno esposti reperti che, nel corso del XIX secolo, appartenevano a collezioni private o provenivano dagli scavi condotti nel Regno di Napoli.

Ceramica da Pithecusa (Ischia) nella sezione di Preistoria e Protostoria del Mann

Giugno 2019: nuova apertura della sezione Preistoria. La collezione raccoglierà gli antichi reperti provenienti da vari centri della Campania, con lo scopo di ripercorrere le vicissitudini, spesso complesse ed alterne, legate al popolamento della Regione. Riconsegnare queste particolari e rarissime opere al visitatore significherà effettuare un vero e proprio viaggio della conoscenza, per comprendere in che modo veicolare la diffusione del nostro patrimonio: così, la sezione Preistoria vivrà un restyling nell’allestimento e nella comunicazione dei contenuti informativi. La creazione di segnali e pannelli user friendly, la definizione di un iter di visita che sarà, allo stesso tempo, ascendente e a ritroso (si salirà di livello, andando dall’età del ferro sino al più remoto periodo paleolitico) contribuirà ad incrementare le suggestioni del percorso museale. Un percorso che si adeguerà ai nuovi standard della ricerca scientifica, seguendo le diverse stagioni dei ritrovamenti archeologici, intercorsi dalla fine dell’Ottocento sino agli anni Novanta del secolo scorso.

Il giardino prospiciente il cosiddetto Braccio Nuovo del Mann in una foto del 1932 (foto Archivio del Mann)

Giugno 2019: nuova sistemazione del giardino della Vanella. Rimasta chiusa per anni e andata distrutta, per la maggior parte, dalla costruzione della grande teca espositiva di acciaio e vetro (ora demolita) e dalle lavorazioni del cd. Braccio Nuovo, finalmente nel 2019 verrà riaperta la seconda parte del giardino della Vanella, cui seguirà, dopo breve tempo, la terza di completamento: in tal modo, sarà ampliata l’offerta di spazi verdi del museo, iniziata nel 2016 con il recupero dei due giardini storici adiacenti l’atrio, il Giardino delle Camelie e quello delle Fontane. Il progetto di recupero, che prevede un restauro delle parti ancora esistenti del precedente giardino (l’ipogeo di Caivano, la fontana, il colonnato, i muretti in mattoni) e un ripensamento in chiave moderna degli spazi ormai liberati dai detriti con abbattimento delle barriere architettoniche, cerca di creare un legame ancora più solido tra la città e il museo, inserendo anche elementi in grado di valorizzare il rapporto tra passato e presente attraverso l’utilizzo di elementi architettonici e naturali. L’impianto ippodameo della Napoli antica troverà spazio nella sistemazione dei vialetti che, intrecciandosi, inquadreranno grandi aiuole, dalle quali spunteranno alberi, arbusti e fiori in gran parte legati alla storia del giardino e alle collezioni del museo. Il tema dell’acqua verrà riproposto grazie al restauro della fontana voluta da Amedeo Maiuri e posta al centro del giardino, fontana che è la riproduzione in scala di una peschiera di epoca romana. Il richiamo al mondo antico troverà la sua massima espressione nel restauro dell’Ipogeo di Caivano: si tratta di una tomba gentilizia romana databile tra il I ed il II sec. d.C., affrescata con scene di paesaggi idillico-sacrali; la tomba (rinvenuta a Caivano nel 1923 e poi smontata e rimontata nel giardino della Vanella) per le sue caratteristiche strutturali rimarrà quasi completamente interrata e sarà visitabile dal pubblico solo attraverso una scalinata (per i diversamente abili, sarà creato un sistema di accessibilità virtuale tridimensionale).

Il Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli con l’ampliamento a monte

In corso nel 2019: attività di completamento del braccio nuovo. Dopo la collocazione di alcuni uffici (restauro e didattica) e l’apertura della caffetteria, che sarà spazio per rilassarsi e gustare prodotti tipici della tradizione partenopea, entro l’autunno di quest’anno termineranno i lavori nel cosiddetto “Braccio Nuovo”: non soltanto verrà allestita, in collaborazione con il museo “Galileo Galilei”, una nuova sezione tecnologica dedicata all’antica Pompei, ma verrà inaugurato l’auditorium, spazio dedicato agli eventi ed alla didattica.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli in rapporto con il centro storico

Prospettiva 2020: un nuovo quartiere della cultura per il centro storico di Napoli. Il Mann fa rete con la città: grazie ad uno studio realizzato dall’università di Roma Tre e dal Dipartimento di Architettura dell’Università “Federico II”, il processo di rinnovamento del Museo non si limita alle collezioni ed agli spazi espositivi, ma entra in rapporto sempre più stretto con il centro storico di Napoli. Prevista, infatti, la valorizzazione delle strade e dei giardini limitrofi al Museo e rientranti nel perimetro compreso tra il Mann, l’Accademia di Belle Arti e l’istituto Colosimo: la fruizione dell’arte, così, non viene iscritta nella pertinenza di un solo istituto, ma rientra in un percorso più complesso all’interno di un vero e proprio quartiere cittadino dedicato alla cultura.

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Il 2019 porta a Napoli i capolavori del Canova dell’Ermitage per la grande mostra “Canova e l’antico” che propone il confronto per analogia e per opposizione tra le opere del maestro neoclassico e le sculture greco-romane della collezione Farnese

La cosiddetta “galleria canoviana” nel Palazzo d’Inverno al museo statale dell’Ermitage a San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

L’elenco è ufficiale. Solo a scorrerlo c’è da rimanere senza parole: sono sei capolavori del sommo Antonio Canova, tra cui Le Tre Grazie, la Danzatrice e il gruppo di Amore e Psiche stanti. Fanno bella mostra nella cosiddetta “galleria canoviana” del Palazzo d’Inverno al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, che costituisce il più importante nucleo di marmi canoviani al mondo. Ma dalla fine di marzo traslocheranno a Napoli al museo Archeologico nazionale per la grande mostra “Canova e l’antico”, l’evento culturale che il 2019 porta alle falde del Vesuvio. La mostra “Canova e l’antico”, coprodotta dal Mann e dall’Ermitage, che nasce nell’ambito dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei dal novembre 2016, si preannuncia ormai non solo come un progetto assolutamente inedito, ma anche come un evento internazionale davvero unico, grazie al corpus espositivo che si sta definendo con tanti musei e soprattutto ai fantastici e impressionanti prestiti che giungeranno al museo Archeologico nazionale di Napoli dal grande museo sulla Neva.

La “Danzatrice” di Antonio Canova esposta nel Palazzo d’Inverno dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Allora vediamo meglio l’elenco definito tra il professor Michail Piotrovsky, direttore generale del museo statale Ermitage, e Paolo Giulierini, direttore del Mann: il prestito si compone di ben sei tra i grandi e notissimi capolavori del sublime scultore custoditi dall’Ermitage. L’elenco è incredibile, si diceva, perché comprende non soltanto il busto marmoreo del Genio della morte (1798-1805) ma anche la bellissima Danzatrice (1811-1812), Ebe stante (1800-1805), il famosissimo Amorino alato (1797), il gruppo marmoreo di Amore e Psiche stanti (1800-1805) e l’emozionante Le Tre Grazie (1812-1817) simbolo universale di bellezza e icona del grande Canova nel mondo. Dall’Ermitage anche la grande statua romana dell’Ermafrodito dormiente del lll-l secolo a.C. e il gruppo bronzeo di Ercole e Lica.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Napoli freme in attesa di rendere onore per la prima volta al sommo scultore italiano che secondo l’assunto proclamato da Winckelmann, padre del Neoclassicismo, mirava a imitare e non a copiare gli antichi. La modernità infatti e il genio creativo di Canova, che guardò per tutta la vita all’arte classica, facendo del dialogo antico/moderno una costante irrinunciabile del suo percorso, gli permisero di rileggere la scultura greco-romana con una sensibilità e un sentire assolutamente nuovo e per certi versi irraggiungibile. Con punte di innovazione radicali, come nel caso delle Grazie. L’Antico, per Antonio Canova, bisognava averlo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa. Ed è anche per tale motivo che lo scultore si può considerare l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Altre anticipazioni della mostra “Canova e l’antico”. Nella mostra, il confronto per analogia e per opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, sarà costante, reso possibile e perfetto in un autentico tempio dell’antico come il museo Archeologico nazionale di Napoli, che vanta peraltro, nello scalone monumentale, la grande statua canoviana di Ferdinando di Borbone come Minerva. I rapporti tra Canova e Napoli furono fortissimi. Qui si trovano infatti capolavori che sono stati ammirati dallo scultore sin dal suo primo viaggio in città, appena ventiduenne, a partire dai celeberrimi marmi farnesiani, da Amore Farnese prototipo per l’Amorino alato Jusupov, al gruppo di Atamante e Learco (o Ettore e Troilo), avvio per il gruppo di Ercole e Lica, marmo imponente previsto fra l’altro per Napoli, la cui grandezza venne calcolata sull’Ercole Farnese, altro capolavoro del museo napoletano. Numerose e significative furono poi le committenze dei regnanti, sia dell’antico regime sia dell’età napoleonica e dell’aristocrazia napoletana, come in nessun’altra città dopo Roma.

Cagliari si prepara ad ospitare la grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo”, oltre 550 opere da importanti musei internazionali e dalle collezioni sarde per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria

Maurizio Cecconi introduce la mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” dal 31 gennaio 2019 a Cagliari

Tutto è cominciato con una ricerca puntuale dei pezzi più significativi sulla civiltà nuragica in particolare e le testimonianze dal Neolitico al primo millennio a.C. in generale presenti non solo nel museo Archeologico nazionale di Cagliari ma in tutta la rete di istituzioni che fa capo al Polo museale della Sardegna, diretto da Giovanna Damiani. “Ne è uscito un elenco particolarmente interessante e stimolante che abbiamo deciso di far conoscere ad alcuni grandi musei internazionali”, esordisce Maurizio Cecconi, segretario generale di Ermitage Italia e ad di Villaggio Globale International, “per capire se nelle loro rispettive collezioni si potessero cogliere assonanze o dissonanze”. Il risultato lo potremo apprezzare dal 31 gennaio 2019 quando nelle sedi del museo Archeologico nazionale di Cagliari e di Palazzo di Città, aprirà la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” (fino alla fine di maggio), un grande evento per guardare dalla Sardegna alle Civiltà del Mediterraneo all’alba della Storia. Intrecci, confronti, dialoghi dal bacino del Mare Nostrum alle montagne del Caucaso. Oltre 550 opere da importanti musei internazionali e dalle collezioni sarde per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria.

“Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra tenutasi a Cagliari nel 2015

La locandina del convegno internazionale “Le civiltà e il Mediterraneo” a Cagliari il 1° dicembre 2017

Un progetto nato nel 2015. Due eventi in questo ultimo triennio hanno avvolto la Sardegna di una luce propria, in un contesto culturale e di interesse turistico di grande rilievo. Con la mostra del 2015 “Eurasia – fino alle soglie della storia”, Cagliari ha avviato un’importante relazione con il museo statale Ermitage – i cui capolavori si sono incrociati con quelli sardi e di altre regioni italiane – aprendo il cammino ad un ragionamento sullo sviluppo delle civiltà in epoca preistorica nel contesto Euroasiatico, intravedendo legami e connessioni intraculturali e restituendo alla Sardegna un ruolo assolutamente centrale negli incroci di civiltà (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/15/dai-popoli-del-caucaso-alla-civilta-nuragica-leurasia-protagonista-nella-mostra-di-cagliari-con-eccezionali-reperti-dal-museo-dellermitage-di-san-pietroburgo-in-dialogo-con-i-manufa/). Quindi, con il convegno del 2017 “Le Civiltà e il Mediterraneo – grandi musei a confronto” promosso dall’assessorato del Turismo della Regione Autonoma Sardegna, si sono gettate le basi di una riflessione internazionale di più vasta portata sul tema, che ha coinvolto studiosi ed esponenti di prestigiosi musei, strategici nella ricognizione delle civiltà del Mediterraneo in età preistorica e nella ridefinizione del ruolo dell’Isola e delle sue culture in questo contesto (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/30/le-civilta-e-il-mediterraneo-in-un-eccezionale-convegno-internazionale-i-grandi-musei-si-confrontano-a-cagliari-sul-mediterraneo-per-secoli-crocevia-di-culture-culla-delle-piu-sign/). Una tematica sostanziale dal punto di vista culturale e turistico, che ha reso desiderabile lo sviluppo di nuove prospettive e che ha spinto l’assessorato del Turismo Artigianato e Commercio a sottoscrivere insieme a Mibac, Polo Museale della Sardegna, Comune di Cagliari e Fondazione di Sardegna, un protocollo di collaborazione culturale pluriennale con il grande museo di San Pietroburgo, con il coinvolgimento di Ermitage Italia, per ampliare i fronti di ricerca e di studio, dando conto del ruolo e della storia sarda, quale occasione di promozione internazionale e di affermazione identitaria. Si riconosce in tal modo una centralità della Sardegna come punto di osservazione verso l’esterno, per confermare non solo le sue radici profondamente mediterranee, ma quale avamposto delle connessioni tra le varie civiltà sviluppatesi nel Mediterraneo.

Statuetta in alabastro dal Caucaso (fine 3000 a.C.) conservata al museo statale Ermitage di San Pietroburgo

Giovanna Damiani, direttrice del Polo museale della Sardegna (foto Graziano Tavan)

Barbara Argiolas, assessore regionale a Turismo, Artigianato e Commercio (foto Graziano Tavan)

La grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” è stata presentata in anteprima al museo Archeologico nazionale di Cagliari, presenti tutti gli attori protagonisti del progetto culturale. “Ci sono molti motivi per cui questa iniziativa è così importante”, dice il presidente della Regione Francesco Pigliaru in apertura del suo intervento, ringraziando quanti hanno lavorato “per raggiungere l’obiettivo ambizioso di questa mostra, che partita anni fa da un’idea lungimirante del Comune di Cagliari ha intrecciato collaborazioni preziose diventando una chiave per aprire nuove prospettive. La Sardegna possiede un’eredità storica e archeologica tanto straordinaria quanto ancora poco conosciuta nel mondo – sottolinea -, e crediamo sia giusto impegnarci al massimo perché questo patrimonio così peculiare abbia una visibilità internazionale crescente, tale da intercettare ampie fasce di quel turismo che negli anni sta diventando sempre più colto, sempre più curioso, sempre più alla ricerca di qualità nel paesaggio, nel cibo, nella storia, nell’archeologia. D’altro canto la lezione del passato è un messaggio chiarissimo per il presente e per il futuro. La Sardegna nel Mediterraneo antico non era isolata ma, al contrario, avamposto centralissimo, luogo e intreccio di connessioni. Un ruolo importante che abbiamo avuto e che oggi, in questo particolare momento storico, siamo più che mai chiamati a continuare a svolgere – conclude il presidente Pigliaru -, per favorire il dialogo tra la sponda nord e la sponda sud”. E Giovanna Damiani, direttrice del Polo Museale della Sardegna: “La partecipazione a un progetto che mette in primo piano la centralità culturale dell’isola ci inorgoglisce come Istituzione che ha da sempre posto questo aspetto tra i suoi compiti principali. Il Polo museale della Sardegna, infatti, racchiude al suo interno tutte le anime che, da un capo all’altro dell’isola, nella straordinaria varietà delle sue collezioni, raccontano una storia cultuale lunga oltre 6-7mila anni”. Particolarmente soddisfatto anche l’assessore alla Cultura, Paolo Frau, intervenuto per il sindaco Massimo Zedda impossibilitato a intervenire: “Siamo orgogliosi di proseguire la collaborazione avviata nel 2015, in occasione di Cagliari Capitale Italiana della Cultura, con il museo Ermitage di San Pietroburgo. La mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” costituisce una nuova e straordinaria occasione di confronto internazionale e di crescita per i nostri musei, un’altra testimonianza di quanto Cagliari e la Sardegna intera possano offrire con la nostra civiltà nuragica. Una rete di relazioni e rapporti che diventa nuovamente attuale a distanza di millenni e che l’evento espositivo racconterà ai visitatori. Un appuntamento ancora più importante in questo periodo storico, ulteriore prova di quanta importanza abbia avuto e abbia il Mediterraneo nello scambio di cultura, esperienze, arte e commercio”. Infine Barbara Argiolas, assessore regionale a Turismo, Artigianato e Commercio: “Con questa mostra vogliamo posizionare la Sardegna sulle rotte del grande turismo culturale. Abbiamo necessità di valorizzare, raccontare e promuovere il nostro straordinario patrimonio archeologico e storico, e con questa esposizione lo facciamo in rapporto alle civiltà che nei millenni sono sorte sulle sponde del mar Mediterraneo e con il coordinamento scientifico delle più importanti istituzioni internazionali. La cultura, materiale e immateriale, insieme al paesaggio e alla qualità della vita, costituisce uno gli elementi strategici più importanti per accrescere il valore della nostra destinazione non solo nei mesi estivi, ma anche nei cosiddetti mesi di spalla. In questo senso, la sfida di “Le Civiltà e il Mediterraneo”, interamente finanziata con fondi europei, è proprio il suo arco temporale: da gennaio a maggio, mesi meno movimentati dal punto di vista turistico, per rendere Cagliari e la Sardegna ancora più attraenti per quei viaggiatori curiosi di conoscere la vera identità e cultura di chi li ospita e di vivere un’esperienza in luoghi accoglienti, ricchi di eventi e appuntamenti”.

Placca a nastro dell’11-8 a.C. da Koban (Russia) conservata nel museo di Pre e Protostoria di Berlino

“Che cos’è il Mediterraneo?” si chiede lo storico Fernand Braudel, e risponde: “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una cultura ma una serie di culture accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa sprofondare nell’abisso dei secoli, perché è un crocevia antichissimo”. Comincia così il video che anticipa temi e immagini della grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo”, curata da Yuri Piotrovsky del museo statale Ermitage, Manfred Nawroth del Pre and Early History-National museum di Berlino, in collaborazione con Carlo Lugliè, docente all’università di Cagliari e Roberto Concas, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Un complesso di oltre 550 reperti, dove il nucleo centrale è dedicato all’archeologia preistorica sarda – circa 120 opere rappresentative dell’evoluzione delle culture dal Neolitico alla metà del primo millennio a.C. – mentre gli altri reperti, sono chiamati a rappresentare diverse culture e aree del Mediterraneo e del Caucaso, nel medesimo arco temporale e provengono da grandi musei archeologici pertinenti per geografia o collezioni: il museo Archeologico nazionale di Napoli, il museo del Bardo di Tunisi, il museo Archeologico di Salonicco, il museo di Berlino e ovviamente il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione. Un corpus espositivo di grande significato e fascino; un evento culturale internazionale unico e fondamentale per la valorizzazione della storia, della cultura e dell’arte della Sardegna, organizzato da Villaggio Globale International con un allestimento contemporaneo, scenografico e visionario firmato da Angelo Figus. Un viaggio nel tempo, nello spazio, nella storia delle civiltà che si sono intessute in quel Mare Nostrum che appare matrice primigenia, luogo permeabile di culture, arti e saperi.

“Pompei e gli Etruschi”: dopo l’Egitto e i Greci, nuova mostra nella Palestra Grande degli scavi di Pompei con 800 reperti per affrontare la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Da sinistra, Paolo Giulierini, direttore del Mann; Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; e Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Pompei e gli Etruschi”

Pompei fu etrusca, prima ancora che romana. Già l’anno scorso nella mostra “Pompei e i Greci” la presenza etrusca in Campania era emersa significativamente. La conferma arriva ora, sempre nella Palestra Grande degli scavi di Pompei, dove fino al 2 maggio 2019 è aperta la mostra “Pompei e gli Etruschi”, a cura del direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, e promossa dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Polo Museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, la mostra “Pompei e gli Etruschi” affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. “Al centro della nuova esposizione”, spiega il direttore Osanna, “è il contatto di Pompei con gli Etruschi, occasione per riprendere risultati di studi di una antica tradizione. Fin dalla fine dell’Ottocento, alla scienza storica e antiquaria la Campania appariva un crogiolo di presenze: all’archeologia fu affidato il compito, arduo, di dipanare la matassa delle sovrapposizioni di gruppi ed ethne, di chiarificare produzioni artigianali ed artistiche, di città ed insediamenti, nello sforzo di classificare e dare un nome alle diverse tradizioni e presenze”. E continua: “Così mentre Cuma greca, per l’archeologo Ettore Gabrici, si perdeva nelle identità del commercio etrusco, si cercavano i popoli italici e le identità di Capua nella pianura campana, a Pompei si discorreva accesamente delle origini della città divisi nei due partiti dei grecofili e degli etruschisti, con posizioni accese o moderate. A dare il via alle discussioni furono le poche citazioni delle fonti storiche e letterarie e il ricordo registrato nei testi di una celebre battaglia, la cui data costituiva un riferimento per ricostruire l’impalcatura della storia della regione, lo scontro navale combattuto nelle acque prospicienti Cuma concluso, come noto, con la sconfitta degli etruschi del mare e la ‘ricreazione’ di un golfo che da allora in avanti sarà di Neapolis”.

Vasi, ceramiche e armi: offerte nel santuario extra-urbano di Fondo Iozzino a Pompei del VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terrecotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania. Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca.

Vaso biconico villanoviano dalla Tomba 74 a Montevetrano, vicino a Pontecagnano, appartenuta a una principessa

Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina).

Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei (foto Graziano Tavan)

“Pompei – riprende Osanna – è ormai diventata un paradigma per indagare la forma delle città arcaiche della Campania, un centro che indubbiamente nei primi secoli della sua vita fu uno dei poli strutturanti della regione. Dai santuari, al reticolo delle strade e delle case, alle mura si lascia ricomporre, con lacune ma con tutta la complessità della storia, una città che scelse la sua veste culturale, i suoi artigiani, seguendo una strada del tutto originale nello scacchiere etrusco dell’Italia antica. Il percorso della mostra inserisce questi nuovi risultati in un contesto più ampio per tracciare possibili quadri o ridefinire contatti e corrispondenze. La presenza degli Etruschi è ricercata nel distretto più ampio dell’Italia meridionale e in maniera più approfondita in quello campano, richiamando i modelli dell’Etruria propria, in un arco cronologico che abbraccia i secoli che anticipano la fondazione di Pompei, ne rappresentano la vita iniziale e ne testimoniano il lento trapasso a forme diverse di popolamento”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

“L’esposizione pompeiana – conclude – si integra con le manifestazioni promosse dal museo Archeologico nazionale di Napoli, più ampiamente dedicate alla riscoperta degli Etruschi e della loro civiltà, in programma dal 31 maggio 2019. In questa sinergia, le raccolte archeologiche storiche, i frammenti da scavo, il segno delle strade tracciate nel momento lontano di una antica fondazione diventano materia da ricomporre e sistematizzare in conoscenza e racconto per poter riscoprire e comunicare un patrimonio sommerso, nascosto o vissuto nella continuità inconsapevole del presente”.

Pompei a luci rosse: dalla camera da letto della casa di via del Vesuvio l’eccezionale sensuale affresco con Leda, moglie del re di Sparta, ingravidata da Zeus, trasformatosi in cigno. È l’ultima scoperta dagli scavi nella al Regio V. Dalla stessa domus in agosto era uscito l’affresco con Priapo che si pesa il fallo

Nuove scoperte a Pompei: affresco di Leda e il cigno (foto Cesare Abbate)

Dal loro talamo gli sposi o gli amanti di quella ricca casa, probabilmente di un facoltoso commerciante, potevano ammirare (o ispirarsi) alle imprese amatorie nientemeno che di Giove, il re degli dei. Sulla parete della camera da letto ecco infatti una sensuale, ammiccante, rappresentazione della bellissima Leda, moglie di Tindaro re di Sparta, mentre viene ingravidata da Giove che, pur di averla, si è trasformato in cigno. L’affresco con il mito di Leda e il cigno è l’ultima eccezionale scoperta fatta a Pompei, durante i lavori di riprofilamento dei fronti di scavo della Regio V a Pompei. Esplicito e sensualissimo, ricco di colori e sfumature che ne sottolineano l’altissima qualità esecutiva, l’affresco è stato ritrovato in via del Vesuvio, una via parallela alla via dei Balconi che nei mesi scorsi ha restituito reperti straordinari. “Un ritrovamento eccezionale e unico”, conferma all’ANSA il direttore del parco archeologico Massimo Osanna, “perché il riferimento al mito greco, che pure a Pompei è abbastanza diffuso, non era mai stato trovato con questa iconografia decisamente sensuale, che sembra guardare al modello scultoreo di Timoteo, importante scultore greco del IV secolo a.C.”.

Specchio in argento con il mito con Leda e il cigno, parte del “Tesoro di Boscoreale” scoperto nel 1895, oggi conservato a Parigi (foto Musee du Louvre)

A Pompei l’episodio di Giove e Leda gode di una certa popolarità – ricordano in soprintendenza -, poiché è attestato in varie domus, con diverse iconografie (la donna è in genere stante, e non seduta come nell’affresco della domus di via del Vesuvio, e in alcuni casi non è raffigurato il momento del congiungimento carnale). Tra le varie rappresentazioni si ricordano quelle del Citarista, della Venere in conchiglia, della Regina Margherita, di Meleagro, dei Capitelli Colorati o di Arianna, della Caccia Antica, di Fabio Rufo, della Fontana d’Amore, e forse anche nelle case di L. Rapinasius Optatus e degli Amorini Dorati. Il mito di Leda e il cigno compare anche in affreschi staccati da Ercolano e da Villa Arianna a Stabia, oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli e, a conferma della popolarità del soggetto, su uno specchio d’argento del tesoro di Boscoreale oggi al Louvre.

Lo sguardo obliquo di Leda che sembra guardare chi entra nella stanza da letto (foto di Cesare Abbate)

Medaglione con raffinato volto di donna scoperto negli ambienti di via del Vesuvio

Ancora un’immagine femminile dunque che riaffiora dai nuovi scavi della Regio V e si aggiunge ai raffinati volti di donna dipinti in medaglioni di alcuni ambienti lungo via del Vesuvio e alla figura di Venere e Adone dalla casa con giardino, già emersi. La scena piena di sensualità rappresenta – come si diceva – il congiungimento tra Giove, trasformatosi in cigno, e Leda, moglie di Tindaro re di Sparta: “L’affresco – sottolinea Osanna – è ammiccante e piuttosto licenzioso con lo sguardo obliquo di Leda che sembra incrociare gli occhi di chi entra nella stanza”. Dal doppio amplesso – racconta il mito -, prima con Giove e poi con Tindaro, nasceranno, fuoriuscendo da uova, i gemelli Castore e Polluce (i Dioscuri), e poi Elena – futura moglie di Menelao re di Sparta e causa della guerra di Troia – e Clitennestra, poi sposa (e assassina) di Agamennone re di Argo e fratello di Menelao.

L’affresco con il Priapo emerso dallo scavo dell’ingresso della casa di via del Vesuvio

Il più famoso Priapo della Casa dei Vettii a Pompei

L’ambiente che conserva il dipinto è posto accanto al corridoio di ingresso (fauces) dove già era stato individuato nell’agosto di quest’anno l’affresco del Priapo che si pesa il fallo. La figura di Priapo, a Pompei ben conosciuto per la raffigurazione che campeggia all’ingresso della casa dei Vettii, è apparso per la seconda volta in questa domus poco distante. Dio della mitologia greca e romana, era secondo buona parte delle fonti, figlio di Afrodite e di Dionisio. Leggende minori lo vogliono invece figlio di Afrodite e di Ermes o Ares, o Adone o Zeus. Era, gelosa del rapporto adulterino di Zeus con Afrodite, si vendicò con Priapo e gli diede un aspetto grottesco, con enormi organi genitali. Il fallo, così spesso raffigurato in affreschi e mosaici dell’epoca, era ritenuto origine della vita, e per gli antichi romani un simbolo apotropaico, utilizzato contro il malocchio o per auspicare fertilità, benessere, buon commercio e ricchezza. Non è un caso, difatti, che poco oltre un altro fallo in tufo grigio dipinto è emerso, lungo la strada, su una parete del vicolo dei Balconi.

L’ambiente di scavo della casa di via del Vesuvio a Pompei

Lavori di sterro e di consolidamento in via del Vesuvio a Pompei

Per esigenze di sicurezza del sito gli altri ambienti di questa ricca dimora non potranno essere riportati alla luce. Tanto che per mettere in salvo e proteggere i due splendidi affreschi, anticipa il direttore, “si valuterà con i tecnici e con la direzione generale archeologia l’ipotesi di rimuoverli e di spostarli in un luogo dove potranno essere salvaguardati ed esposti al pubblico”. E continua: “La tutela a Pompei, condotta correttamente e sistematicamente porta a straordinari rinvenimenti. Ricerca, conoscenza (e dunque scavo), tutela e conservazione sono aspetti tutti strettamente connessi e non si possono portare avanti se non in maniera sistemica. Via del Vesuvio (da cui provengono i nuovi affreschi), via delle Nozze d’Argento e via dei Balconi, dove si stanno concentrando i lavori di messa in sicurezza, sono stati in passato oggetto di crolli ripetuti e perdita di materia archeologica (come il volto di Priapo). Interventi non sistematici fatti a posteriori, quando ormai il danno era avvenuto, hanno tamponato momentaneamente le criticità senza risolverle. Il progetto attuale è invece un imponente intervento caratterizzato da sistematicità e rigore metodologico che risolverà le criticità nel complesso, riprofilando i fronti di scavo per tutta la loro estensione. Le forze messe in campo annoverano per la prima volta a Pompei una nutrita équipe interdisciplinare di professionisti, che vede all’azione quotidianamente archeologi, architetti, ingegneri, geologi e vulcanologi, restauratori. Il team di archeologi inoltre è composto da specialisti nello scavo stratigrafico, paleobotanici, archeozoologi, antropologi fisici, insomma tutte le professionalità che permettono di portare avanti un cantiere di archeologia globale. Per gli affreschi inoltre sono stati coinvolti i professionisti dell’ISCR”.

Il “Satiro ebbro” di Ercolano ha lasciato per la prima volta il Mann per Los Angeles: dopo il restauro sarà protagonista nel 2019 al Getty Museum della grande mostra “Rediscovering the Villa dei Papiri at Herculaneum: Early Excavations, New Discoveries” con altri capolavori in bronzo ercolanesi che dialogheranno con le copie volute da Paul Getty

Il “Satiro ebbro” in bronzo, una delle più famose statue provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, capolavoro conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Ai primi di ottobre il “Satiro ebbro” in bronzo, una delle più famose statue provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, per la prima volta ha lasciato il museo Archeologico nazionale di Napoli (vedi il video https://www.museoarcheologiconapoli.it/it/2017/11/mann-stories-satiro-ebbro/): destinazione il Getty Museum di Los Angeles, negli Usa, per essere sottoposto a indagini conoscitive e a restauro da parte del Getty Antiquities Conservation Department in collaborazione con l’Ufficio Restauro del Mann. Quattro mesi di interventi e poi il “Satiro ebbro” sarà l’indiscusso protagonista della mostra “Rediscovering the Villa dei Papiri at Herculaneum: Early Excavations, New Discoveries” in programma al Getty Villa Malibù dal 19 giugno 2019 al 28 ottobre 2019. L’arrivo in California della statua del “Satiro ebbro” di Ercolano ha aperto un intenso programma di collaborazione tra il Mann e il Getty.

Una fase del restauro del grande Cratere di Altamura, conservato al Mann

Il 31 ottobre 2018 nella villa-museo di Malibù si è aperta infatti la mostra “Underworld: Imagining the Afterlife”, incentrata sul culto mitologico dell’aldilà, al centro della quale troneggia il monumentale Cratere di Altamura o dell’Inferno, attribuito al Pittore di Licurgo (IV sec. a.C.), capolavoro conservato al Mann, da due anni nell’istituzione californiana che ha finanziato un delicato intervento di restauro. “Il vaso racconta la vita nell’aldilà, ma anche le storie degli uomini che lo hanno maneggiato, come un personaggio assai singolare, Raffaele Gargiulo che da mercante d’arte e impiegato al museo per oltre sessant’anni, dal 1820, provvedeva personalmente ai restauri senza però segnalare le zone di intervento”, spiega l’archeologa Luisa Melillo, responsabile dell’Ufficio Restauro del Mann, che da dieci anni cura la collaborazione con il Getty. “Gargiulo faceva tutto con la terracotta e ridisegnava le figure in base a pitture vascolari analoghe. Era bravissimo ma ora grazie alle tecnologie del Getty siamo riusciti ad evidenziare la mappa dei rimaneggiamenti”. E poi, come si diceva, a giugno 2019 la grande mostra sulla Villa dei Papiri nel Getty Museum che, come è noto, il petroliere Paul Getty nel 1954 realizzò (all’epoca come abitazione personale, poi dal 1974 trasformata in museo delle sue collezioni di arte antica) ispirandosi proprio alla Villa dei Papiri di Ercolano.

Il “bellissimo Efebo”, come lo definì Amedeo Maiuri, scoperto il 25 maggio 1925 in via dell’Abbondanza a Pompei

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini, è particolarmente soddisfatto della partnership tra il Mann e il Getty Museum. Il rapporto con l’istituzione americana è iniziato nel 2007 con un accordo del Mibact, in base al quale il Department of Conservation of Antiquities d’intesa con l’Ufficio restauro del Mann ha già recuperato alcune statue tra cui l’Efebo da Via dell’Abbondanza e l’Apollo Saettante (attualmente nella Sala del Plastico di Pompei) e il colossale Tiberio da Ercolano ora nell’atrio. La direzione Giulierini ha rinnovato e ampliato la collaborazione del Mann con il Getty Museum di Los Angeles, l’unico museo degli Stati Uniti dedicato esclusivamente all’esposizione e allo studio dell’arte e della cultura greca, romana ed etrusca: “In questi anni – ricorda il direttore – non solo è stato possibile restaurare opere che, pur famose, non era possibile esporre, ma la partnership ha offerto al nostro museo un’importantissima vetrina per il pubblico statunitense e più in generale i numerosissimi visitatori provenienti da tutto il mondo che frequentano il Getty Museum”. Ma il 2019 vedrà il Mann impegnato non solo con gli Usa. “Nello stesso periodo della mostra a Los Angeles – annuncia Giulierini – creeremo all’Ermitage di San Pietroburgo un exhibit su Pompei, poi porteremo le opere di Canova da San Pietroburgo a Napoli. E il 20 maggio riapriremo al Mann la sezione della Magna Grecia”.

Villa Getty a Malibu (Los Angeles, California, Usa),: si ispira alla Villa dei Papiri di Ercolano. In testa alla piscina c’è la copia del Satiro ebbro

Il “Satiro ebbro” decorava il lato occidentale della grande piscina posta al centro del peristilio della Villa dei Papiri di Ercolano (vedi il video del Mann https://es-la.facebook.com/MANNapoli/videos/live-dal-mann-il-satiro-ebbro-verso-gli-statesun-nuovo-progetto-di-collaborazion/247137536150564/), mentre l’estremità orientale era occupata dalla statua raffigurante un “Satiro dormiente”; entrambe le opere riprendevano e sviluppavano la tematica dionisiaca già presente nell’atrio della lussuosa residenza, decorato con una serie di statuette di sileni e satiri. Secondo alcuni studiosi la statua ercolanese si ispirerebbe a un’opera di tradizione lisippea databile al primo quarto del III sec. a.C.; per altri, invece, la scultura avrebbe tratto ispirazione da un’opera piuttosto famosa, a giudicare dal vasto numero di repliche esistenti, creata in Asia Minore che rientrerebbe nel filone del “rococò” dell’arte tardo ellenistica. Nella mostra “Rediscovering the Villa dei Papiri at Herculaneum: Early Excavations, New Discoveries” il “Satiro ebbro” non sarà solo. Nella villa californiana arriveranno una dozzina di opere originali conservate nel Mann che dialogheranno con le copie che il magnate fece realizzare negli anni ’70. Come conferma Timothy Potts, direttore di Villa Getty: “Le statue originali della Villa dei Papiri avranno un posto d’onore nelle nostre sale e si specchieranno nelle loro copie sulle piscine, esattamente dov’erano nella villa di Pisone, in base alla mappa di Karl Weber”. Fu proprio Weber, infatti, che al fianco del direttore degli scavi di Ercolano, Roque de Alcubierrre, tra il 1752 e gli anni successivi realizzò le uniche piante dell’edificio antico. “A Malibu – continua Giulierini – sarà possibile ammirare pure le statue dei Corridori e quelle di due Danzatrici in bronzo, oltre ad alcuni busti, affreschi e papiri. Parteciperanno all’iniziativa la Biblioteca nazionale di Napoli, dalla quale partiranno alcuni papiri ercolanesi, e il Parco archeologico di Ercolano, dove tutto ebbe inizi

Ovidio, il poeta alle radici dell’Europa. Alle Scuderie del Quirinale la grande mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” nel bimillenario della morte del poeta. Nostra intervista alla curatrice Francesca Ghedini: temi, ricerche, miti raccontati attraverso 200 opere, molte inedite

Alle Scuderie del Quirinale a Roma la mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019

Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova

Ancora poche ore e le Metamorfosi di Ovidio si materializzeranno alle Scuderie del Quirinale a Roma nella mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, declinate in oltre duecento opere, alcune esposte per la prima volta al grande pubblico, che vanno dall’antichità (sculture, rilievi, affreschi, gemme, monete…), al medioevo (codici miniati con le illustrazioni dei diversi miti), fino alla grande stagione pittorica del Rinascimento e del Barocco, con quadri dei più grandi pittori del tempo. La mostra, che rientra nelle celebrazioni per il bimillenario della morte del poeta Publio Ovidio Nasone, morto in esilio a Tomi, sul mar Nero, appunto fra il 17 e il 18 d.C., nasce da un progetto di Francesca Ghedini, con Giulia Salvo e Isabella Colpo, ed è stata curata dalla stessa Francesca Ghedini unitamente a Vincenzo Farinella, Giulia Salvo, Federica Toniolo, Federica Zalabra. La mostra presenta la cultura e la società della Roma della prima età imperiale, ricostruita attraverso il filtro dei testi ovidiani: dall’Ars Amatoria alle Metamorfosi alle disperate lettere dal mar Nero. Archeologiavocidalpassato ha incontrato la curatrice della mostra, l’archeologa Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova.

Il “ritratto” del poeta Publio Ovidio Nasone

Professoressa Ghedini, come nasce questa mostra “archeologico-artistica” con un soggetto che è più letterario-filologico?
“Dietro questa mostra, frutto di molte professionalità dell’università di Padova, ci sono 10 anni di ricerche, convegni e mostre. Basti ricordare i contributi ovidiani pubblicati sulla rivista “Eidola. International journal of classical art history” nel 2011; e poi l’anno successivo la pubblicazione degli atti del convegno “Il gran poema delle passioni e delle meraviglie. Ovidio e il repertorio letterario e figurativo fra antico e riscoperta dell’antico” tenutosi qualche anno prima all’università di Padova; e sempre nel 2012 la mostra “Metamorfosi. Miti d’amore e di vendetta nel mondo romano” tenutasi a Padova che ho curato insieme a Isabella Colpo”. Per la mostra odierna fondamentale è stato l’apporto della Direzione Generale del MiBAC e delle Scuderie del Quirinale che hanno accettato con entusiasmo l’ambizioso progetto.

A Mantova nel 2011 la mostra “Virgilio, volti e immagini del poeta”

Ovidio è il più immaginifico degli scrittori antichi. Attraverso le sue parole/versi è il più tradotto … dal mondo antico ai giorni nostri. Ma da qui a farne una mostra…
“Abbiamo pensato e voluto realizzare una mostra che sia accattivante per il grande pubblico, nonostante sia dedicata a un poeta. Il nostro intento è stato quello di raccontare il poeta attraverso le immagini. Non siamo comunque i primi che si sono cimentati nell’impresa di raccontare un poeta in una mostra. Ci sono dei precedenti illustri in questo senso: ad esempio, la grande mostra a Mantova su Virgilio nel 2011 (“Virgilio, volti e immagini del poeta”), curata da Vincenzo Farinella; e la stupenda mostra sull’Ariosto a Ferrara nel 2016 (“Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”), curata da Guido Beltramini.

Manifesto della mostra “Ovidio. Amori miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

Ma le nostre conoscenze su Ovidio, rispetto ai citati Virgilio e Ariosto, sono ben poca cosa.
“È vero. Noi ci siamo trovati a narrare, a raccontare di un grande poeta di cui sappiamo ben poco: il suo volto è a noi sconosciuto, e neppure la sua data di morte in esilio è certa: oscilla tra il 17 e il 18 d.C. Noi ci agganciamo a questa data che va per la maggiore (per il bimillenario). Però, diversamente dal caso di Virgilio, per esempio, di Ovidio sappiamo molte cose grazie a una specie di autobiografia contenuta in una delle più toccanti elegie scritte in esilio sul mar Nero (la decima del quarto libro dei Tristia). Comunque sono molte le opere straordinarie esposte alle Scuderie del Quirinale, alcune presentate per la prima volta al pubblico. E l’impatto sui visitatori credo proprio sarà di grande effetto, grazie anche alla sensibilità dell’architetto Francesca Ercole che ha realizzato un allestimento eccezionale, adottando spesso soluzioni ancora più efficaci di quelle che avevamo pensato noi. Inoltre la mostra è accompagnata da un ricco catalogo, curato molto bene da Artem”.

Gli spazi alle Scuderie del Quirinale si articolano in dieci sale, cinque per piano. Come ha sfruttato questi grandi spazi?
“La mostra è organizzata per grandi temi. Al piano terra, la prima sala è dedicata alle opere del poeta, a quelle opere che lo hanno fatto grande e ne hanno preservato la memoria; poi proseguiamo illustrando la sua concezione dell’amore e lo scontro con Augusto, personaggio chiave nella vita di Ovidio, basato anche sulla diversa concezione di divinità come Apollo, Diana e Giove. Invece le cinque sale del secondo piano sono tutte dedicate alle Metamorfosi”.

L’Ermafrodito conservato al museo nazionale Romano

Allora vediamo un po’ più da vicino l’articolazione di questa mostra. Ci accompagni in una piccola visita guidata virtuale?
“Tema fondamentale nella produzione ovidiana è l’Amore. Sappiamo come nelle opere giovanili il poeta abbia evocato corteggiamenti e amplessi. I suoi versi danno vita a un vero e proprio vademecum del perfetto seduttore. Così per illustrare i suoi versi immortali abbiamo proposto in mostra immagini di scene amorose, arredi e oggetti di uso femminile. E poi ci sono i baci appassionati, le scene erotiche: protagonisti negli elementi decorativi all’interno della casa romana. Anche Augusto non disdegnò di averne alcune, nonostante la sua politica di moralizzazione. Quindi vediamo in mostra – come in uno specchio – le immagini che si ritrovano nei versi di baci appassionati e di amplessi. C’è quindi un gioco di rimandi tra versi e immagini”.

L’Augusto velato, capolavoro proveniente dal museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Graziano Tavan)

Nella seconda sala propone la storicizzazione della figura di Ovidio. Cosa intende?
“La seconda sezione affronta il grande scontro tra l’imperatore Ottaviano Augusto e il poeta, costretto alla fine all’esilio. Sappiamo che i motivi alla base dell’ira di Augusto sono legati ai versi “licenziosi” di Ovidio sull’amore, e al suo modo dissacrante di rapportarsi e trattare le divinità, proprio quelle divinità che sono le fondamenta della politica e della morale di Augusto. In particolar modo Ovidio se la prende con Apollo, Diana e Giove. Non è un caso che abbiamo dedicato le tre sale successive a descrivere i miti più famosi legati a queste tre divinità. È proprio in questa sezione che chiude il piano terra delle Scuderie del Quirinale, e in qualche modo anche il rapporto di Ovidio con il mondo antico, che compaiono i primi codici, che è possibile esporre grazie al contributo di Federica Toniolo, collega di Storia dell’arte all’università di Padova. Sono proprio i codici medievali e i primi libri a stampa illustrati con soggetti ovidiani che fanno da trait d’union tra il mondo antico e il Medioevo e l’età Moderna, mondi che sono ben rappresentati nell’altra metà della mostra, al secondo piano”.

L’incipit delle “Metamorfosi” di Ovidio

I miti raccontati nelle Metamorfosi superano dunque il mondo antico per arrivare fino a noi. Come li avete resi per il grande pubblico?
“Come si diceva, tutto il secondo piano è dedicato alle Metamorfosi, con l’illustrazione di una decina di miti: quelli più importanti e famosi. In questa sezione abbiamo la possibilità di esporre anche quadri di grandi artisti del Rinascimento, dal Tintoretto al Poussin, la cui scelta è stata affidata a Federica Zalabra del MIBAC e Vincenzo Farinella dell’università di Pisa. Ogni mito è raccontato in poche righe. E poi immagini e versi di Ovidio si rincorrono in un mix antico-moderno”.

Il gruppo scultoreo “Venere ed Eros” proveniente dal museo di Eretria in Grecia

Come si presenta in mostra questo mix antico-moderno?
“L’illustrazione del mito la affidiamo a una grande varietà di oggetti: dall’affresco romano ai sarcofagi, dai codici antichi ai quadri rinascimentali, e alle parole di Ovidio stesso. Così il visitatore potrà cogliere che c’è un filo rosso che corre attraverso i secoli dall’età augustea ai giorni nostri. Ovidio fissa la cultura occidentale. Ancora oggi nel nostro modo di dire e di fare c’è tanto di Ovidio, anche se non ce ne rendiamo conto. In poche parole possiamo dire che Ovidio è alle radici dell’Europa”.

Come si chiude la mostra alla decima sala?
“La mostra si conclude con l’apoteosi di Ovidio che raccontiamo attraverso l’apoteosi di Ganimede, metafora dell’apoteosi del poeta che supera l’esilio e il tempo. È lui stesso che scrive: “Io sopravviverò alla morte”. E non si è sbagliato”.

Ha parlato di grandi pezzi in mostra. Ce ne anticipa qualcuno?
“Innanzitutto il mio pezzo preferito. Viene dal museo di Eretria, in Grecia, e fa bella mostra nella sala 6: si tratta del gruppo scultoreo “Venere ed Eros” che racconta il mito di Adone. E ancora il cosiddetto “Ritratto di Ovidio”, cosiddetto perché in realtà non abbiamo alcun ritratto attribuibile al poeta. È stato realizzato dal pittore ferrarese Ortolano. Lo abbiamo posto nella prima sala”.

“Venere callipigia”, capolavoro conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Qualche altro…
“Mi piace ricordare tre pezzi eccezionali che vengono da altrettanti grandi musei italiani: la Venere Callipigia, scultura romana del I-II sec. d.C., conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli; l’Ermafrodito del museo nazionale Romano; e la statua dell’Augusto velato dal museo Archeologico nazionale di Aquileia”.

Tra tanti capolavori anche dei pezzi inediti.

La testa di Giulia Minore ritrovata a Fiumicino

“Ci sono pezzi frutto di nuove e recenti scoperte archeologiche: come è il caso della testa di Giulia Minore (nipote di Augusto) trovata a Fiumicino, o il ritratto di Tiberio proveniente da Sessa Aurunca. (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/24/il-carro-del-principe-sabino-di-eretum-in-lamine-dorate-vii-vi-sec-a-c-protagonista-della-mostra-testimoni-di-civilta-lart-9-della-costituzione-la-tutela-del-patrimonio-cu/)”.

Come si può intuire, chiude la prof. Francesca Ghedini, “non è una mostra di cassetta, ma una mostra che appassionerà sicuramente il grande pubblico proponendo un messaggio culturale di qualità frutto di un lungo lavoro di preparazione”.