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Antico Egitto a Vittorio Veneto. Con Franco Naldoni alla scoperta degli astri con gli occhi degli antichi egizi nella conferenza a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

Dettaglio del famoso soffitto astronomico nella tomba di Seti I nella Valle dei Re a Tebe Ovest

La locandina della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” a Vittorio Veneto

Alla scoperta degli astri con gli occhi degli antichi egizi. Dopo l’incontro – in qualche modo preparatorio – di sabato 9 giugno con la presentazione del DVD “Origine e significato delle costellazioni” curato da Alessandro Benassai, presidente dell’associazione Archeosofica, a Vittorio Veneto – come annunciato – arriva Franco Naldoni. Il ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia, sabato 16 giugno 2018 alle 18 sarà nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv), messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto” (prorogata fino alla fine del mese di giugno 2018) per la conferenza “Egitto immagine del cielo, il linguaggio degli astri. Astronomia egiziana”. È lo stesso Naldoni che anticipa i contenuti del suo intervento. “Il fatto che gli antichi templi egizi siano perfettamente orientati secondo precisi dettami astronomici come il sorgere e il tramontare del sole, il culminare di questo in alcuni segni, il sorgere e il tramontare di alcune stelle, oppure in coincidenza di fasi lunari”, spiega, “non deve sorprenderci perché gli antichi sacerdoti, in possesso di una conoscenza iniziatica, non disgiungevano l’osservazione astronomica dall’arte alchemica e dalla teurgia con il preciso fine di ottenere una trasformazione spirituale di tutto il composto umano. L’antica scuola egizia non separava la divina astrologia dalle altre discipline destinate a formare l’aspirante alla deificazione. Questa scienza era perciò associata alla teologia, alla filosofia, all’astronomia, all’alchimia, alla fisiologia occulta, alla medicina, alla teurgia ed interveniva con le sue leggi e i suoi metodi per liberare il nucleo centrale della personalità dal condizionamento della natura inferiore, forzando la natura stessa”.

Franco Naldoni, ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia

“Nell’era delle specializzazioni – continua – la Natura non è vissuta ma analizzata nei suoi molteplici fenomeni, al contrario nell’Antico Egitto quest’ultima era vissuta come un grande corpo sacro e animato, espressione visibile di un mondo metafisico che parlava all’uomo e lo influenzava con il linguaggio degli astri, così come l’uomo poteva influenzare gli stessi corpi celesti. Ecco perciò che la costante utilizzazione di immagini astronomiche nei miti, nelle leggende, nella poesia di questo antico popolo, sottolinea lo stretto rapporto tra scienza e religione e quindi fra il mondo terrestre e quello celeste. In Egitto persino la semplice distribuzione geografica di tombe e templi manifesta questo rapporto del cielo con la terra, templi che furono eretti da coloro che custodivano le chiavi della scienza”.

Paolo Renier mostra le straordinarie immagini della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

“Alla luce chiara e sicura delle ricerche compiute da Alessandro Benassai e prima ancora da Tommaso Palamidessi”, assicura Naldoni, “vedremo molti templi tornare ad essere testimoni di questa antica Scienza. Primo fra questi l’Osireion di Abydos con la sua sala del sarcofago. Il soffitto di questa stanza, oramai andato perso per l’incuria e l’abbandono, grazie alle immagini fotografiche di Paolo Renier è ancora fonte preziosa di informazioni non solo sulla profonda conoscenza astronomica degli antichi sacerdoti egizi ma soprattutto sul fine al quale questa era riservata ovvero liberare la coscienza dell’aspirante alla deificazione dal condizionamento degli astri utilizzando proprio la scienza degli astri. Il profondo simbolismo delle immagini di questo soffitto ci farà vedere come gli antichi sacerdoti avessero ben chiare le risposte alle tre domande della Sfinge: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”.

La Sfinge sembra fare la guardia alle grandi piramidi della piana di Giza

“E proprio la misteriosa Sfinge si farà, anche lei, testimone di questa antica Scienza. Hor-em-Akhet, cioè Horo che è all’orizzonte, dal volto umano e dal corpo fatto di tre animali, eretta nel deserto di Giza in prossimità delle piramidi, non è altro che la sintesi dell’uomo zodiacale animato dal Sole. Thutmosi IV si riferisce alla sfinge chiamandola Khepri-Ra-Atum ovvero i tre aspetti che il Sole assume all’alba, a mezzogiorno, e al tramonto. Molti sovrani d’Egitto vollero che il loro volto fosse inglobato nel corpo di una Sfinge, segno della loro cosmizzazione, della loro identificazione nel Vivente, che gli Arabi chiamarono El Haiath e che divenne per i Greci lo Zodiakos, da zoe, vita, esistenza”.

Lo Zodiaco del tempio di Dendera, oggi conservato al Louvre

“Leggendo i frammenti del libro di Dendera, troviamo uno Zodiaco perfettamente rappresentato”, spiega ancora Naldoni, “ma con l’ordine dei segni misteriosamente invertito e con delle misteriose figure sul cerchio che delimita il cielo settentrionale visibile a quell’epoca, associate ad alcune stelle. Se ne contano 36 che dividono il cerchio dell’Eclittica e dell’Equatore Celeste in 36 settori di 10° ciascuno, definiti dai greci decani, ognuno dei quali è caratterizzato da precise stelle fisse. Sono le 36 forze che derivano dal Sole, i 36 geni che governano il mondo. Sono le immagini dei geni stellari e zodiacali, ovvero le personificazioni delle Entità stellari e zodiacali nel sistema cosmologico egiziano che diverranno poi gli Ushabti, statuine che accompagnavano il sovrano nel suo viaggio nell’oltretomba, gli esseri celesti che esercitavano la loro influenza mediante la forza delle stelle e ai quali il re poteva rivolgersi in trasmissione telepatica fra uomo e stella nel suo cammino verso l’Eternità”.

Annunci

“Tutankhamon a Roma nel 2018”: Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico di Paestum ha annunciato un tour mondiale della maschera funeraria del famoso faraone prima che tutto il tesoro di Tut sia trasferito al Grand Egyptian Museum (Gem) in costruzione a Giza. Intanto nuovi studi: “Sotto la Sfinge non c’è nulla, altro che alieni!”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

paestum_borsa-turismo_bmtaLa maschera funeraria di Tutankhamon sarà esposta eccezionalmente a Roma nel giugno 2018. Non è una boutade. Ad annunciarlo ufficialmente in un incontro molto applaudito alla XIX Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum una fonte attendibile: l’ex segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità egizie, Zahi Hawass. Il “faraone” è tornato. E anche se oggi – dopo le alterne vicissitudini che lo hanno coinvolto direttamente dalla caduta del governo Mubarak – non riveste più un ruolo ufficiale (rimane comunque nella commissione governativa incaricata di far rientrare i tesori egizi dal mondo), rimane ancora l’egittologo egiziano più famoso lontano dal Nilo, sempre pronto a difendere e valorizzare il patrimonio artistico del suo Paese e, in definitiva, a promuovere l’Egitto. “La maschera è stata finalmente riportata al suo splendore da un nuovo recente restauro – spiega – e dalla fine del prossimo anno la porteremo in giro per il mondo, fino ad esporla a Roma. Vogliamo che i rapporti tra le nostre nazioni riprendano fortissimi come una volta. Dovete tornare in Egitto – esorta- abbiamo bisogno degli italiani per tenere vivi i nostri monumenti. Vi assicuro che ora il mio Paese è sicuro”. Se Hawass vede “l’operazione Tut” come già fatta, da parte delle autorità egiziane la prudenza è d’obbligo. Non solo non si sbilanciano sul tour della maschera di Tutankhamon e tanto meno sulle date, ma ricordano pure che al momento per legge la maschera d’oro è uno dei tesori inamovibili e che non possono andare all’estero. Vedremo.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

Ma come sarà allora possibile che uno dei tesori più famosi al mondo conservati nel museo Egizio del Cairo prenda la strada dell’estero? In realtà questa sarebbe una operazione di marketing abbastanza frequente quando i grandi musei si trovano costretti a fermare le visite del pubblico per impegnativi interventi di ristrutturazione o di riallestimento. Pensiamo alla “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer capolavoro-simbolo della Mauritshuis  dell’Aia, o, per restare in ambito egizio, la collezione del museo nazionale di Antichità di Leiden ancora in Olanda, che hanno girato il mondo mentre si restauravano le rispettive sedi museali. Anche la maschera funeraria di Tutankhamon potrebbe dunque diventare ambasciatore speciale e straordinario del tesoro del faraone bambino, ma non più come simbolo del museo Egizio del Cairo bensì del nuovo Grande museo Egizio del Cairo, il Gem (Grand Egyptian Museum), che sta sorgendo nella piana di Giza, all’ombra delle piramidi: più di una decina di anni fa, infatti, di fronte alla situazione oggettiva del museo di piazza Tahir, un palazzo neoclassico inaugurato nel 1902, sovraccaricato di mummie, statue e altri reperti (“Un magazzino”, bollato a Parigi), l’allora ministro della Cultura Farouk Hosny accarezzò l’idea di un nuovo museo Egizio, che ospitasse tutto il tesoro della tomba di Tutankhamon,  scoperta nel 1922, per ospitare il quale si individuò uno spazio nel museo Egizio del Cairo, che da allora fu costretto a “stringersi”, per conservare il prezioso tesoro: oggi custodisce 160mila pezzi, di cui esposti solo 60mila. Alla fine il Gem, su una superficie di 47 ettari, conterrà 100mila pezzi provenienti da 5 aree dell’Antico Regno, 4500 dei quali saranno l’intera collezione dei ritrovamenti di Tutankhamon. “La questione è che oggi la presentazione dei tesori del faraone Tut è giocoforza circoscritta a due gallerie in un’unica sala, troppo poco per un repertorio di quel livello”, dice Tarek Tawfik, direttore del progetto del nuovo Grand Egyptian Museum, che metterà in mostra gli oggetti con criterio tematico. “I reperti saranno presentati in modo tale che i visitatori abbiano idea dell’ambiente in cui sono stati trovati”.

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

La selva di gru del cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza

Ma quando aprirà il Gem? In questi anni gli annunci della data di inaugurazione si sono sprecati, complicata anche dagli eventi politici che hanno coinvolto l’Egitto dal 2011. Per ora a Giza si può vedere una selva di gru che disturbano non poco lo skyline delle piramidi. Ma stavolta la data del 2018 sembrerebbe abbastanza plausibile. Non solo per l’annuncio di Zahi Hawass dalla platea della Bmta di Paestum, ma anche perché, come avrebbe confermato il ministro delle Antichità egizie Khaled El-Enany, sarebbe già iniziato lo spostamento del tesoro di Tutankhamon destinato a trasferirsi permanentemente al Gem di Giza dopo più di 80 anni di presenza al Cairo.

L'incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

L’incontro con Zahi Hawass alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico

A Paestum non si è parlato solo di Tutankhamon. Spaziando a tutto campo, Zahai Hawass si è scagliato contro quei “musei che vendono antichità come quello di Toledo in Ohio e contro i folli dell’Isis che hanno l’obiettivo di rubare i nostri tesori per rivenderli. Chiunque compera opere rubate – stigmatizza – è un collaboratore dell’Isis. L’Unesco deve insegnare a chi lavora nei musei in Libia, Iraq e Siria come nascondere i propri tesori”.  Zahi Hawass ha poi raccontato come i comandanti dell’esercito siano intervenuti a preservare i tesori custoditi al museo Egizio del Cairo durante i due anni di crisi tra il 2010 e il 2011 (“Mille tombaroli hanno provato a depredare il museo”, ricorda), per poi illustrare come, per la prima volta, si stiano eseguendo le scansioni delle Piramidi grazie ai nuovi radar messi a disposizione per le ricerche del team scientifico tra Il Cairo, Alessandria e la Valle dei Re.  In quest’ultimo sito con tecniche progettate in Italia in collaborazione con l’università di Torino. “Forse già a dicembre riusciremo ad annunciare nuove grandi scoperte. Intanto posso confermare anche a voi che sotto la Sfinge non ci sono gli alieni”, ha scherzato, mostrando le immagini frutto di 32 perforazioni effettuate con le nuove tecniche che confermano come sotto la roccia non ci sia nulla.

La Sfinge è stata restaurata e presto si potrà ammirarla dal basso accedendo alla corte della statua simbolo dell’Antico Egitto e camminando tra le zampe della donna-leone

La Sfinge vista dal cortile all'altezza delle zampe: presto questo spazio sarà accessibile al pubblico

La Sfinge vista dal cortile all’altezza delle zampe: presto questo spazio sarà accessibile al pubblico

La Sfinge a portata di mano: completati i restauri, presto il pubblico potrà accedere al cortile del monumento più emblematico dell’Antico Egitto e camminare tra le zampe della donna-leone, nota ai primi arabi come Abu el-Hai, Padre del Terrore. Anche se questa non sarà propriamente una data “storica” da ricordare come potrebbe essere l’apertura della necropoli di El Hawawis, vicino ad Akmin nel Medio Egitto, ricca di tombe dipinte, o la cosiddetta tomba di Osiride scoperta da Zahi Hawass a quaranta metri sotto la sabbia, a sinistra della Sfinge, a destra della piramide di Cheope e proprio sotto quella di Chefren (luoghi straordinari ma dove purtroppo sono evidenti le problematiche che dovrebbero essere affrontate per consentirne l’accesso ai visitatori), è certo comunque che l’annuncio fatto qualche giorno fa dal premier egiziano Ibrahim Mahlab – vera operazione di marketing – ha avuto l’effetto di riportare l’attenzione del grande pubblico internazionale sui tesori dell’Antico Egitto, risvegliando quell’interesse che potrebbe tradursi in una salutare boccata di ossigeno per l’industria turistica della terra dei Faraoni, che dalla rivolta al presidente Hosni Mubarack e dai successivi anni di instabilità ha conosciuto un’innegabile penalizzazione.  “Abbiamo molte sfide davanti a noi. Il governo, con i ministri del Turismo e dell’Antichità, ha un piano concreto per difendere il patrimonio dell’Egitto. E questo è successo a Giza”, ha detto il premier egiziano Ibrahim Mahlab che, tra strette misure di sicurezza, ha visitato l’area svuotata di turisti e affollata per l’occasione di giornalisti locali e internazionali. Dopo il sopralluogo del capo del governo e dei ministri interessati, Hishaam Zazou e Mamdouh Eldamaty, ora mancano solo il via libera definitivo e la data per l’apertura. “Noi siamo pronti”, ha spiegato il supervisore dell’area della Sfinge, Mohamed el Saidey, che ha seguito tutti i passi del restauro. “I lavori di salvaguardia della Sfinge sono durati quattro anni, e hanno riguardato soprattutto il fianco sinistro della statua, dove l’erosione dovuta al tempo, alle folate di sabbia e al materiale calcareo del monumento, aveva creato dei buchi nei blocchi. Ma in realtà – ha ammesso – il restauro dura dai tempi dei primi scavi, è un lavoro continuo”.

La Sfinge sembra fare la guardia alle grandi piramidi della piana di Giza

La Sfinge sembra fare la guardia alle grandi piramidi della piana di Giza

Guardia alla piramide di Chefren, la Sfinge è la più antica scultura monumentale d’Egitto. Gli archeologi la collocano intorno al 2500 a.C. e ne attribuiscono l’ispirazione di Chefren (2605-2580). È alta 20 metri e ha il corpo allungato, le zampe protese e un copricapo reale. Fu scolpita in un affioramento di roccia naturale sulla cui base furono aggiunti alcuni blocchi di pietra in occasione delle numerose ristrutturazioni, a partire dalla XVIII dinastia. Il volto è privo del naso: si racconta che la sua distruzione sarebbe dovuta a un colpo sparato da un mamelucco, un ottomano o un francese. In realtà sarebbe andato perso prima del XV secolo. In origine la Sfinge aveva anche una finta barba stilizzata, simbolo di regalità, ma anch’essa scomparve. Un pezzo di roccia prelevato dal luogo in cui essa sorgeva sulla sabbia oggi è conservato nel British Museum di Londra.

La Sfinge è uno dei simboli indiscussi dell'Antico Egitto

La Sfinge è uno dei simboli indiscussi dell’Antico Egitto

La Sfinge sarebbe una raffigurazione emblematica del re, il cui corpo leonino costituirebbe l’archetipo della regalità e la testa, cinta dal nemes (copricapo portato dai soli faraoni), il potere. Intagliata in un unico sperone roccioso, tranne le zampe realizzate con blocchi di riporto, la gigantesca statua subì interventi già in antichità a partire da quelli di Thutmosi IV (come si può leggere dalla “Stele del Sogno” posta tra le due zampe) e di Ramses II. Nel 1980, il riempimento delle fessure con il cemento (un intervento definito “scellerato” da molti tecnici) provocò il crollo di una spalla e i danni furono recuperati solo nel 1998. Infine, l’ultimo restauro risale al 2010, mentre, un anno dopo, tecnici locali hanno abbassato di 7 metri il livello delle acque sotterranee che minacciavano la piana. La Sfinge – si diceva – è dunque uno dei monumenti più antichi ed emblematici che la storia ci abbia tramandato il cui significato è ancora parecchio controverso. Così se alcuni sostengono che la Sfinge sia stata costruita per dare a tutti l’idea della magnificenza regale, altri sono sicuri che ogni parte del corpo della donna-leone simboleggi qualcosa. Quale sia stato l’esatto messaggio che si è voluto veicolare con la costruzione dell’imponente monumento, la Sfinge resta comunque un simbolo dell’Egitto che andava salvaguardato. La preziosa statua è stata così sottoposta a una lunghissima sessione di restauro.

Le impalcature avvolgono la Sfinge: i restauri appena conclusi sono durati quattro anni

Le impalcature avvolgono la Sfinge: i restauri appena conclusi sono durati quattro anni

La sabbia del deserto, l’erosione e la consunzione naturale stavano infatti mettendo a repentaglio la salute della Sfinge. Ci sono voluti ben quattro anni d lavori di manutenzione e restauro perché la statua potesse tornare a troneggiare sulla piana di Giza che è stata essa stessa oggetto di un più ampio progetto di rivalutazione, con la pulizia di tutta l’area che negli anni era stata purtroppo invasa dagli escrementi dei cavalli e dei cammelli usati come attrazioni turistiche. Particolarmente massiccio il lavoro svolto dai tecnici in prossimità del collo, del petto e del lato sinistro della Sfinge. Queste zone della statua erano state interessate infatti da fenomeni erosivi talmente potenti da produrre dei buchi nei blocchi usati per la costruzione.

Il grande cortile della Sfinge che sarà presto aperto al pubblico

Il grande cortile della Sfinge che sarà presto aperto al pubblico

L’area circostante la Sfinge è accessibile dal tempio della Valle di Chefren, uno dei più antichi templi ancora esistenti in Egitto. Il tempio funge ora da piattaforma di osservazione per il pubblico in estasi davanti alla Sfinge, la favolosa creatura con corpo di leone e volto umano. Ma presto la Sfinge non sarà più off-limits per i turisti: la corte della monumentale statua sarà finalmente accessibile col pagamento di un biglietto a parte. I visitatori potranno arrivare letteralmente ai piedi, o, per meglio dire, alle zampe del colosso, toccarlo, guardarlo negli occhi dal basso verso l’alto con un misto di fascinazione e timore reverenziale, mirando da vicino la “Stele del Sogno” di Thutmosi IV e passando anche, altra novità, per il tempio fatto costruire da Amenofi II pochi metri più in là a nord-est.

 

Nella Valle dei Re in Egitto scoperta una tomba con almeno 50 mummie della famiglia reale di faraoni della XVIII dinastia

L'ammasso di mummie appartenenti a membri della famiglia reale ritrovate in una tomba della Valle dei re

L’ammasso di mummie appartenenti a membri della famiglia reale ritrovate in una tomba della Valle dei re dalla missione dell’università di Basilea

La XVIII dinastia, quella dei faraoni famosi come i Thutmosi, Hatshepsut, gli Amenofi, Akhenaton, Tutankhamon, ha ancora qualche segreto da svelare. Anzi, addirittura la super studiata Valle dei Re è ancora in grado di sorprenderci! Non molto distante dalla tomba di Tutankhamon, nella zona nord-ovest della Valle dei Re, nella provincia di Luxor, nel sud dell’Egitto, una missione dell’università svizzera di Basilea diretta da Susanne Bickel insieme a archeologi egiziani ha scoperto una grande tomba rupestre che si è rivelata un’immensa necropoli con almeno 50 mummie o resti di mummie, alcune delle quali bene conservate. E non mummie qualsiasi, ma appartenenti a membri della famiglia reale della XVIII dinastia (1590-1292 a.C.).  Ad annunciare la straordinaria scoperta è stato il ministero delle Antichità egiziane: “La cachette (nascondiglio) contiene i resti di mummie che con tutta probabilità potrebbero appartenere ai membri della famiglia regnante della XVIII dinastia”, precisa il ministro Mohamed Ibrahim. Quindi il ritrovamento potrebbe fornire informazioni preziose sulla XVIII dinastia del Nuovo Regno e in particolare sui figli dei re Thutmosi IV (1402 – 1394 a.C.) e Amenofi III (1394 – 1356 a.C.).

Il faraone Thutmosi IV della XVIII dinastia

Il faraone Thutmosi IV della XVIII dinastia

La Stele del Sogno di Thutmosi IV trovata tra le zampe della Grande Sfinge di Giza

La Stele del Sogno di Thutmosi IV trovata tra le zampe della Grande Sfinge di Giza

Thutmosi IV non era il figlio maggiore di Amenofi II; non sappiamo come giunse al potere e se la successione fu traumatica. Come il suo predecessore ebbe un regno tranquillo e fece due sole campagne militari, una in Sudan e l’altra in Asia; quest’ultima fu più che altro un’ispezione, anche perché la situazione era molto cambiata e il pericolo ittita aveva spinto gli antichi nemici dell’Egitto, come Mitanni, a cercarne l’appoggio. Tra questi due paesi fu stretta un’alleanza e, per suggellarla, Thutmosi sposò una principessa mitanna a cui suo figlio, Amenofi III, deve il suo sangue indoeuropeo. Una stele del primo anno di regno di Thutmosi IV riferisce che, mentre ancor giovanetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge di Giza, gli apparve in sogno Harmakhe (Harmachis) il dio solare impersonante la sovranità, che gli promise il regno; in cambio egli avrebbe dovuto liberare il dio dalle sabbie che lo ricoprivano, e certo il resto dell’iscrizione, andato perduto, narrava come egli portò a termine il compito. Tranne questo immaginoso racconto, c’è poco da dire sul regno di Thutmosi IV; non si deve, comunque, dimenticare che fu lui a far erigere il maggiore degli obelischi egizi, alto circa trentadue metri, che ora si trova a Roma davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano; questo obelisco era rimasto per anni trascurato e steso al suolo a Karnak, finché Thutmosi IV non ne decise l’erezione.

Il faraone Amenofi III della XVIII dinastia

Il faraone Amenofi III della XVIII dinastia

Amenofis III, che successe naturalmente a suo padre, è noto come il “re Sole” dell’Egitto, appellativo che gli deriva da motivi diversi. Tra i suoi soprannomi ci fu quello di “disco splendente del Sole”, ma furono soprattutto lo splendore della corte di cui si circondò e la grandezza dei suoi monumenti a suggerirne l’assimilazione con Luigi XIV il più noto “re Sole” della storia. In particolare la città di Tebe, dove il sovrano trasferì la sua residenza nel ventinovesimo anno del regno, si abbellì di splendide costruzioni che ne fecero il centro più prestigioso del Paese. Qui i numerosi palazzi reali si affiancarono alle dimore sontuose dei funzionari, ricche di nuovi e raffinati oggetti d’arredo, impreziosite dai fregi architettonici e ornate di verdi giardini che, con gusto importato dall’Oriente, divennero parte essenziale delle architetture. Il periodo del regno di Amenofi III fu improntato a grande tranquillità sia interna sia esterna. Qualche tentativo di ribellione fu domato, ma l’Egitto visse in pace con i potenti vicini che il sovrano, forse sottovalutandone le potenzialità offensive, era solito definire “fratelli”. Quasi tutte le energie furono piuttosto impiegate nella realizzazione di opere civili, tra cui spicca il celeberrimo tempio di Amon a Luxor, frutto dell’iniziativa congiunta del re e del suo omonimo architetto. Sovrano di un Paese al suo apogeo politico ed economico, Amenofi III forse confidò eccessivamente nella diplomazia (per rafforzare il legame con il popolo dei Mitanni prese come moglie secondaria una principessa asiatica), ma non si rese conto che l’assenza di campagne militari indeboliva i legami di obbedienza verso l’Egitto dei potenti vicini e non avvertì che, a causa dell’indebolimento del controllo, l’influenza ittita si andava imponendo sull’Asia Minore. Del suo tempio funerario non sono rimaste che le due imponenti statue originariamente poste a guardia dell’ingresso, i celebri colossi di Memnone.

Le mummie della famiglia reale della XVIII dinastia trovate nella tomba KV40 della Valle dei Re

Le mummie della famiglia reale della XVIII dinastia trovate nella tomba KV40 della Valle dei Re

E ora la scoperta delle mummie. I corpi, alcuni dei quali ben conservati, ritrovati dagli archeologi di Basilea, comprendono anche mummie di bambini, sarcofagi lignei, maschere funerarie in cartonnage, numerosi oggetti di corredo, e vasi canopi, che dovevano contenere le viscere dei defunti. I canopi avevano come coperchio la testa delle divinità protettrici e proprio nella XVIII dinastia, durante il Nuovo Regno, questa forma di iconografia aveva avuto un forte sviluppo. Tutti i canopi recano liscrizione di circa 30 nomi di principi e principesse a noi ancora sconosciuti. Da uno studio preliminare di queste iscrizioni in ieratico sulle ceramiche, i nomi e i titoli emersi di circa 30 defunti erano probabilmente quelli delle principesse della corte di Thutmosi IV e Amenofi III.

L'egittologa Susanne Bickel dell'università di Basilea responsabile missione nella Valle dei Re

L’egittologa Susanne Bickel dell’università di Basilea responsabile missione nella Valle dei Re

Secondo la direttrice della missione svizzera Susanne Bickel la tomba potrebbe far parte della KV40, di cui non si sapeva niente finora. La sepoltura, usata per decenni, dovrebbe appartenere a oltre 50 membri delle famiglie reali di Thutmosi IV e Amenofi III. “Si tratta di un pozzo funerario profondo 6 metri – spiega Bickel – che porta a 5 camere sotterranee, tra le quali quella centrale e tre laterali conservano le mummie. Le pareti presentano chiari segni d’incendio, forse provocato dalle torce dei tombaroli che, molto spesso, preferivano bruciare i corpi imbalsamati per arrivare prima agli amuleti”. Dalla lettura dei testi sulle ceramiche, emergono titoli quali «principe» e «principessa»: 8 almeno sono i nomi di principesse reali sconosciute (come Taemwadjes e Neferunebu), 4 principi e numerose spose straniere e bambini. La tomba è stata poi riutilizzata in un secondo momento nel IX sec. a.C.