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Meryt e Baby in tournee in Cina: le due mummie e altri reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo protagonisti in una grande esposizione a Wuhan. È il risultato del successo della mostra “Egitto ritrovato” prorogata di un mese

La prof.ssa Paola Zanovello, curatrice della mostra, illustra i reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo (foto Graziano Tavan)

L’imprenditore rodigino Giuseppe Valsè Pantellini

Più di 8500 chilometri, da Rovigo a Wuhan, in Cina, per una grande mostra itinerante: un viaggio impensabile solo poche settimane fa per Meryt e Baby, le due mummie che finora lo spostamento più lungo lo avevano fatto tra il 1878 e il 1879 nei cassoni, pieni di preziosi reperti egizi, inviati all’Accademia dei Concordi dal rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio al Cairo per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/27/le-mummie-a-rovigo-per-la-prima-volta-in-mostra-a-palazzo-roncale-la-collezione-egizia-di-giuseppe-valse-pantellini-che-140-anni-fa-porto-allaccademia-dei-concordi-oltre-50/).

Anche questo invito in Cina dà la misura del successo della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” a Palazzo Roncale di Rovigo, visitata da 11mila spettatori nel periodo di apertura programmato, cioè tra il 14 aprile e il 1° luglio 2018, apertura che di fronte a questi numeri è stata prorogata al 29 luglio 2018. “Una esposizione scientificamente”, ha sottolineato Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cariparo, in occasione del bilancio delle iniziative culturali proposte dall’ente a Rovigo, “creata intorno al restauro delle due mummie, seguito con passione – sentimento che va oltre l’attenzione – da un pubblico di famiglie e di scuole di Padova e Rovigo. La durata media della visita è stata di un’ora circa, tempo sufficiente per ammirare la selezione di reperti della collezione egizia dell’Accademia dei Concordi. Meryt e Baby e la loro storia sono diventate popolari e il loro restauro ha incuriosito un pubblico veramente vasto e partecipe”.

La restauratrice Cinzia Oliva con la mummia di Meryt a Palazzo Roncale (foto Graziano Tavan)

Indagini e restauri delle due mummie. Meryt e Baby a metà giugno 2018 sono andate in “trasferta” al Polo ospedaliero di Rovigo, dove sono state sottoposte alla Tac e ad altri esami. Rientrate al Roncale le due mummie sono state studiate dagli esperti della Polizia scientifica per realizzare, lavorando su documentazione fotografica dettagliata, la loro ricostruzione tridimensionale con la tecnica della fotogrammetria attraverso l’ispezione e l’analisi dei dettagli della mummia, sia a luce ambiente che con l’ausilio di luci forensi. Queste indagini sono state operate dall’Area Fotografica BPA e Ricostruzioni 3D del Gabinetto interregionale di Polizia scientifica per il Triveneto di Padova, diretto dal primo dirigente Nicola Gallo. Parallelamente alle indagini, sono stati portati avanti anche gli interventi di restauro curati da Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore. “Le due mummie”, spiega Oliva, “sono state liberate della pellicola di polvere e agenti inquinanti che ricopriva la superficie, accelerandone il degrado e compromettendone la conservazione. Si è poi proceduto con le operazioni di riposizionamento e consolidamento delle bende sollevate e lacerate, e al contempo allo studio e schedatura del materiale tessile rinvenuto. Infine, sono stati realizzati dei supporti tridimensionali in materiale inerte per consentire l’esposizione e il trasferimento dei reperti in assoluta sicurezza”.

L’articolato complesso dell’Hubei provincial museum di Wuhan in Cina che ospiterà la mostra con le mummie Meryt e Baby

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In autunno in Cina. Con agosto, una volta chiusa la mostra “Egitto Ritrovato”, Meryt e Baby cominceranno a prepararsi, insieme con altri pezzi della collezione egizia rodigina, per l’impegnativo e prestigioso viaggio in Cina. “Le due mummie”, confermano all’Accademia dei Concordi, pur esprimendo una certa prudenza, “potrebbero diventare le protagoniste della colossale mostra che le autorità cinesi stanno organizzando con tappe in cinque grandi musei, il primo dei quali dovrebbe essere l’Hubei Provincial Museum di Wuhan, nel distretto di Wuchang, non lontano dalla riva occidentale del Lago Orientale”. L’Hubei Provincial Museum di Wuhan è uno dei musei più famosi della Cina, con oltre 200mila reperti di interesse nazionale, tra cui la Spada di Goujian, un’antica serie di campane di bronzo e i numerosi manufatti della Tomba del Marchese YI di Zeng e delle tombe di Baoshan. La partecipazione delle mummie rodigine agli eventi cinesi rientra nel progetto “Egitto in Cina”, curato dal gruppo di lavoro Egitto Veneto, coordinato dal prof. Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dalla prof.ssa Paola Zanovello dell’università di Padova, progetto che ha tra i propri obiettivi la valorizzazione delle numerose collezioni egizie presenti in Veneto e scarsamente conosciute dal pubblico, cui fa parte la collezione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

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Jesolo (Ve). Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” viaggio nello spazio e nel tempo dalla laguna veneta alla scoperta della grande civiltà del Nilo. Attraversando il Mediterraneo si incrociano le rotte dei popoli che per millenni tennero rapporti non solo commerciali con l’Egitto

Il profilo di una piramide accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo

Il logo della mostra aperta a Jesolo

La nave antica pronta a “salpare” dalla laguna veneta verso il Nilo (foto Graziano Tavan)

C’è una nave pronta a salpare alla scoperta dell’antico Egitto. È ormeggiata allo Spazio Aquileia di Jesolo, alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Aperta fino al 15 settembre 2018, la mostra è curata da Emanuele Ciampini e Alessandro Roccati, con Donatella Avanzo curatrice esecutiva, prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition e promossa dalla Città di Jesolo con Culture Active e Venice Exhibition. La prua è sempre pronta a sollevare i primi flutti sotto i colpi cadenzati dei remi: partendo dal mare Adriatico il visitatore-navigante arriva nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, e arriva a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Faremo questo viaggio spazio-temporale accompagnati dagli egittologi curatori della mostra jesolana alla scoperta dell’antico Egitto, “un dono del Nilo”, come scrisse Erodoto nel V sec. a.C. Per tutto l’anno – lo sappiamo – gli antichi egizi si abbeveravano al fiume, e vivevano nell’attesa dell’inondazione periodica: durante ogni estate la portata d’acqua del Nilo aumentava gradualmente, al punto che i villaggi emergevano appena come tanti isolotti di un immenso arcipelago non tanto diverso dalla laguna veneta. “Per gli egizi il mondo era essenzialmente avvolto nell’acqua”, esordisce Alessandro Roccati.  “Sbagliato poi pensare che gli egizi fossero incapaci di uscire dal deserto e solcare i mari. In realtà i primi contatti con Biblo, sulla costa libanese, risalgono al IV millennio a.C. – assicura – , e le fonti egizie attestano contatti con molti popoli, inoltre l’Egitto non fu popolato solo dagli egizi! La sua posizione centrale tra Europa, Asia e Africa, ne fece addirittura un luogo di incontro tra popoli. È certo che lì si sviluppò uno dei momenti fondamentali della civiltà umana e che da lì tale civiltà si irradiò in buona parte del mar Mediterraneo”.

Anfora a staffa di produzione micenea databile tra il 1200 e il 1180 a.C. (foto Graziano Tavan)

Il Delta padano e il Mediterraneo Il viaggio di avvicinamento all’Egitto, illustrato nella prima sala della mostra, ci permette di incontrare, e quindi conoscere, i molti popoli che abitavano le diverse sponde del Mediterraneo, che possiamo considerare quasi un bacino, visto la relativa facilità e frequenza con cui fu solcato fin dai tempi più antichi. Il viaggio ha inizio. I riflessi del mare in un cielo scuro accolgono i visitatori appena saliti a bordo. La nave è salpata da poco dalla laguna veneta e già incrociamo molte altre imbarcazioni. “Le relazioni tra Mediterraneo miceneo e area padana raggiungono la massima intensità tra il 1200 e il 1050 a.C., subito dopo cioè il collasso delle strutture dei palazzi della Grecia continentale”. Le sponde alto-adriatriche sono un approdo facile per quei popoli che, a ondate successive, sono migrati dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale in cerca di terre dove vivere. Già per tutta l’età del Bronzo (XIII-X sec. a.C.) i contatti sono frequenti tra i villaggi terramaricoli padani e il mondo egeo-miceneo. E si arriva all’VIII-VI sec. a.C. con la fondazione di empori e colonie greche, la più famosa è di certo Adria. La presenza dei micenei ci è ricordata da una bella anfora a staffa micenea (1200-1180 a.C.) proveniente dal museo civico di Storia e arte di Trieste.

Nella prima sala della mostra si attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Egitto (foto Graziano Tavan)

Il mondo egeo e l’Egitto L’orizzonte si allarga: siamo finalmente nel Mediterraneo dove incrociamo le rotte tra l’Egeo e le terre del Nilo. Se è vero che fin dalla scoperta della civiltà minoica a Creta ad opera di sir Arthur Evans i legami del mondo egeo con l’Egitto erano apparsi subito significativi, oggi si è certi si sia trattato di un rapporto di lungo periodo. “Per le civiltà egee”, spiegano gli archeologi, “la spinta verso contatti e scambi esterni nasce dalla necessità di materie prime, in particolare i metalli di cui tutta l’area non è particolarmente ricca. Alla ricerca di mercati di materie prime si aggiunge una circolazione di beni di lusso legata alla domanda di oggetti di prestigio, spesso esotici, fatta dalle nuove élite emergenti, che iniziano a distinguersi all’interno delle comunità cercando elementi che diventassero uno status symbol”. Significativo il boccaletto egizio imitato dagli artisti ciprioti del XIII sec. a.C. in terracotta rivestita di faience turchese: produzione rara e pregiata che dimostra la fitta rete di scambi commerciali e culturali da parte dei mercanti ciprioti.

Figurine femminili in alabastro (una in piedi e l’altra distesa) provenienti dall’area mesopotamica (foto Graziano Tavan)

Ebla, il Vicino Oriente e l’Egitto I due grandi poli culturali nella storia del Vicino Oriente sono stati per lungo tempo la Mesopotamia e l’Egitto. Soprattutto in Siria, dove fino alla prima metà del Novecento, gli scavi si erano concentrati sulle città costiere (Biblo, Ugarit, Tiro e Sidone), dagli anni ’70 si sono incrementate le ricerche grazie a numerose missioni straniere, tra cui l’Italia cui è legata la scoperta di Ebla a Tell Mardikh. E proprio gli eccezionali ritrovamenti degli archivi delle città di Ebla, Tell Beydar e Mari hanno illuminato sui contatti esistenti tra la Siria e gli altri Paesi nel III millennio a.C. Soprattutto Ebla aveva molti contatti con l’Egitto cui inviava beni preziosi quali argento, lapislazzuli e stagno, in cambio di tessuti di lino, zanne di elefante, denti di coccodrillo e vasi di alabastro. E la città di Biblo, sulla costa mediterranea, fu spesso usata per il collegamento marittimo con l’Egitto. Alabastro dunque come preziosa merce di scambio. Lo confermano le due statuine in alabastro del museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma esposte in questa prima sala: provenienti dall’area mesopotamica, raffigurano immagini femminili stanti e distese, che rappresenterebbero l’associazione cultuale tra la dea greca Afrodite e la dea persiana Anahita. Ma se le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale intessero intensi rapporti con quanti abitavano lungo le sponde del Nilo, quell’interesse non fu univoco. Le prime relazioni tra Egitto e Vicino Oriente è attestato in età predinastica, ma è nel Medio Regno che si intensificano e sono meglio documentate, soprattutto con Siria e Palestina, principali fornitori di legname e testa di ponte strategiche per la penetrazione nel Levante. La presenza egizia fu particolarmente forte in Palestina con il Nuovo Regno, soprattutto in età ramesside, con la costruzione di diverse fortezze, abitazioni e sepolture di chiara influenza egizia.

Il chiodo di fondazione da Adab (sud della Mesopotamia) della collezione Sinopoli

Il cono della collezione Sinopoli Prima di lasciare il Mediterraneo (sala I) e raggiungere finalmente il Nilo, vale la pena soffermarsi su un pezzo eccezionale della collezione privata della famiglia Sinopoli. Si tratta di un chiodo di fondazione, perfettamente conservato, databile all’epoca accadica (2350 -2200 ca a.C.), che proviene dalla città di Adab, nel sud dell’Iraq, centro molto importante – come ricordano gli archivi di Ebla – già in età presargonica, e poi, sotto l’impero di Accad, la città più importante dopo Kis e Accad. Il chiodo di fondazione, con il nome del sovrano e del dio, erano posti nelle fondazioni dei templi costruiti o restaurati. “Il chiodo di fondazione della collezione vicino-orientale della famiglia Sinopoli”, sottolineano gli assiriologi, “è un pezzo di eccezionale valore storico perché cita il nome di un sovrano di Adab che finora ci era sconosciuto”.

(1 – continua)

“Le Mummie a Rovigo”: per la prima volta in mostra a Palazzo Roncale la collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini che 140 anni fa portò all’Accademia dei Concordi oltre 500 pezzi. Il restauro delle due mummie, Meryt e Baby, dopo gli esami diagnostici, sarà aperto al pubblico

Stele lignea della collezione egizia Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In Veneto c’è una collezione con più di 500 reperti egizi comprese due mummie. È la collezione Valsè Pantellini, la più importante e consistente della regione, terra di Giovanni Battista Belzoni e di figure come il rodigino Giovanni Miani, esploratore delle sorgenti del Nilo. Ma ai più questa collezione è sconosciuta, come il luogo in cui è conservata: l’Accademia dei Concordi a Rovigo che dal 13 aprile al 1° luglio 2018 presenterà per la prima volta al grande pubblico la collezione egizia nella mostra “Mummie a Rovigo” nel prestigioso palazzo sanmicheliano Roncale, dove le star saranno ovviamente le due mummie, cui sono stati attribuiti due nomignoli, “Meryt” e “Baby”.

Frammento della collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi a Rovigo

L’imprenditore rodigino Giuseppe Valsè Pantellini

Centoquarant’anni fa, tra il 1878 e il 1879, arrivarono a Rovigo 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, provenienti da Alessandria d’Egitto, frutto di una fortunata coincidenza, oltre che della volontà dei responsabili dell’Accademia di arricchire le collezioni della loro istituzione. Il rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, aveva trovato rifugio al Cairo dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventò presto, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunse presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero. In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini venne scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse a Valsé Pantellini per cercare di realizzare un museo egizio nella sua città natale, Rovigo. Pantellini accolse l’invito e, tra il 1878 e il 1879, inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. In Accademia, alla donazione Valsè Pantellini se ne sono poi aggiunte altre di minore consistenza: un numero imprecisato di reperti dal Basso Egitto da parte di Lodovico Bassani, sette frammenti di statuette donate dall’ingegner Eugenio Piva nel 1893 e sette reperti appartenuti alla famiglia Silvestri.

La mummia di donna, detta “Meryt”, fu sbendata al suo arrivo a Rovigo

Le due mummie, una di giovane donna (“Meryt”) e l’altra di un ragazzo (“Baby”), reperti di punta della donazione Valsè Pantellini, vennero conservate in una teca nella posizione che avevano al loro arrivo dall’Egitto: “Baby” adagiato su “Meryt”, quasi come se la donna, anche nell’Oltretomba, volesse proteggere il cucciolo d’uomo. All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati. È “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul  petto. A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti. Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In previsione della mostra le due mummie saranno per la prima volta separate per poter essere sottoposte a una precisa campagna diagnostica che prevede la loro la datazione col metodo del carbonio C14, la tomografia computerizzata (TAC), la scansione con laser scanner 3D. Il prelievo dei campioni sarà effettuato negli ambienti dell’Accademia da personale specializzato; subito dopo le mummie saranno trasferite all’ospedale rodigino di Santa Maria della Misericordia, per la TAC. L’importanza dell’operazione è evidente ed errori non sono concessi. Perciò per gli interventi sulle due mummie sono stati mobilitati i maggiori specialisti. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto (Claudia Gambino, Giulia Deotto e Martino Gottardo), con il coordinamento di Emanuele Ciampini (università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (università di Padova), che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’università di Padova e l’università Ca’ Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio. L’operazione “Mummie di Rovigo” è stata integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Alla ricostruzione tridimensionale dei corpi provvederanno gli specialisti dell’ateneo patavino. Mentre sui tessuti delle bende che avvolgono il corpo e su quelli che lo accompagnano, andrà fatta una campagna diagnostica che comprenda la datazione al carbonio e che sarà eseguita dal laboratorio di riferimento del museo Egizio di Torino. Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di  Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.

La mummia di bambino, detta “Baby”, ancora con le bende originali

Alla conclusione di questi esami, sarà avviato il restauro di Meryt e Baby. L’intervento è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante: in particolare ad inizio del 2017 ha curato il restauro aperto della Mummia di Usai presso i Musei Civici di Bologna, riscuotendo un importante successo di pubblico e critica. Per scelta di Accademia dei Concordi e di Fondazione Cariparo, che per questo importante evento si sono avvalse della collaborazione tecnica di Arcadia Arte, il restauro sarà aperto al pubblico e avverrà in Palazzo Roncale dove diverrà il fulcro attivo di una esposizione che presenterà ai visitatori l’intera Collezione Egizia rodigina. La visita alla mostra “Le Mummie a Rovigo” diventa quindi una esperienza davvero unica alla scoperta di una città e di un territorio dalle mille sorprese culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Rovigo Convention & Visitors Bureau, in occasione dell’evento, promuove IDEEweekend per scoprire quel patrimonio artistico culturale presente nella città di Rovigo e nel Delta del Po, dove storia e natura, tradizione e innovazione sono espressione della ricchezza delle piccole destinazioni turistiche italiane.

La “Signora delle Ninfee” svela il suo volto. Ecco la storia del sarcofago e della mummia di Asti protagonisti della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo. Tutti i segreti dei metodi di ricostruzione facciale della Polizia scientifica

Ecco il volto della “Signora delle Ninfee” esposto alla mostra di Jesolo accanto alla mummia di Asti (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

La “Signora delle Ninfee” si presenta ufficialmente. A Jesolo. Quando il 26 dicembre 2017 allo Spazio Aquileia aprirà la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, la “mummia di Asti” svelerà ai visitatori i suoi segreti e mostrerà il suo volto, ricostruito con gli strumenti propri della Polizia scientifica. Già abbiamo visto un po’ la storia e le vicende che hanno interessato il sarcofago e la sua mummia acquistati nell’Ottocento dal conte Leonetto Ottolenghi e come questo prezioso reperto abbia molte caratteristiche in comune con il sarcofago di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/09/alla-mostra-egitto-dei-faraoni-uomini-a-jesolo-venezia-la-mummia-di-asti-prende-un-nome-e-un-volto-e-la-signora-delle-ninfee-un-giallo-svel/). E allora cominciamo proprio con il conoscere meglio i due sarcofagi esposti per la prima volta insieme alla mostra jesolana. Lo facciamo con Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze.

Il sarcofagp di Forenze e il sarcofago di Asti esposti uno accanto all’altro nella mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” (foto Graziano Tavan)

“Il sarcofago fiorentino di sicuro lascia perplessi al primo approccio”, spiega Rosati. “Che tutta la parte del viso sia stata rilavorata è chiaro, ma l’indagine diagnostica ha rivelato i tratti originari, in particolare degli occhi. Tutta la pelle esposta è ridipinta di un innaturale color nocciola, mentre il sarcofago di Asti ha il color ocra giallo tipico della pelle femminile. Sulla testa è raffigurata una specie di calottina simile a quella di Asti, ma non c’è il ciuffo di loti sulla fronte, che potrebbe anche essere stato asportato dalla rilavorazione”. I fiori di loto: ecco il dettaglio da tenere presente. “Il sarcofago di Asti”, interviene ancora l’egittologa dell’ateneo fiorentino, “ha un bel ciuffo di fiori di loto sulla fronte e un filetto rosso che sembra passarvi orizzontalmente, per poi scendere obliquo sulle bande; due fascette rosse le stringono e sopra e sotto ricadono fiori bianchi di cui sono resi tre petali, delineati in rosso e con peduncolo verde”. E continua: “L’amplissimo collare-ghirlanda sembra riprodurre l’unione di un collare-usekh, largo, con i suoi fermagli a testa di falco resi sulle spalle, a una vera ghirlanda, come talora si trovano sulle mummie, realistica nella parte terminale con i calici di loto (del tipo azzurro) pendenti. Fra le bande dell’acconciatura, le fasce, che rendono le file di perline o altri elementi, hanno un andamento orizzontale, e l’indagine ha evidenziato la presenza di un pendente quadrato sopra le mani, contenente una figura di scarabeo”. Saranno proprio queste decorazioni floreali a suggerire a Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra di Jesolo e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, una volta accertato dagli esami medici che si trattava di un corpo femminile, a dare un nome a quella donna. Anche l’interno del sarcofago è finemente istoriato. Oltre a ricchi ornamenti floreali, sul fondo spicca una figura divina femminile, personificazione dell’Occidente, il luogo dei defunti, con in mano un ramo di loto, un fiore che per la cultura del tempo andava molto al di là di una semplice funzione decorativa. È nata così la “Signora delle Ninfee”.

Il team del progetto “Mummia di Asti”: con Marinella La Porta e Valter Capussotto della Polizia scientifica di Torino, l’assessore di Asti Gianfranco Imerito e la curatrice esecutiva Donatella Avanzo. Dietro l’ospite d’onore Roberto Giacobbo (foto Graziano Tavan)

Il progetto scientifico “Mummia di Asti”: un volto per la “Signora delle Ninfee”, una donna di 37 anni vissuta tremila anni fa. Per la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”, il restauro del sarcofago e la ribendatura sono stati effettuati nel laboratori Nicola di Aramengo (Asti). Il corpo è stato sottoposto all’esame tomografico computerizzato all’ospedale di Asti (eseguito dallo staff del primario Federico Cesarani, non nuovo a questo tipo di “pazienti”), grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale, per conoscerne lo stato di conservazione, stabilirne l’età (dai 30 ai 40 anni) e poterne effettuare, in modo scientifico, la ricostruzione del volto. Proprio su tale aspetto è stato fondamentale il lavoro effettuato dal sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto, con la supervisione di Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino, e lo scultore modellatore artistico Michele Guaschino. È proprio Marinella La Porta a ripercorrere le tappe che hanno portato a dare un volto alla “Signora delle Ninfee”.

Una fase della ricostruzione facciale della mummia di Asti: posizionamento dei muscoli, degli spessori e dei bulbi oculari (foto Graziano Tavan)

La mummia di Asti come è arrivata ai laboratori della Polizia scientifica di Torino (foto Graziano Tavan)

Nel gabinetto interregionale della Polizia scientifica di Torino ha preso forma il volto della “Signora delle Ninfee”. “Innanzitutto va precisato che la ricostruzione facciale non è un metodo identificativo, come possono essere il rilevamento delle impronte digitali o lo studio del Dna”, chiarisce Marinella La Porta, vice questore biologo e direttore dell’Uacv, Unità analisi crimini violenti, dove usualmente si fanno le ricostruzioni facciali di cadaveri sconosciuti. “Ma è proprio grazie a questo identikit tridimensionale che spesso riusciamo a risalire all’identità della vittima”. La ricostruzione facciale si basa sulle informazioni che forniscono l’equipe medica e l’antropologo fondamentali per definire il profilo biologico. “La ricostruzione di un volto si basa sul cosiddetto protocollo di Manchester attivato da John Prag e Richard Neave nel 1973”, spiega La Porta. Neave, che si interessò di ricostruzione facciale attraverso il Manchester Mummy Team dell’università di Manchester, responsabile delle ricerche forensi di numerose mummie egizie del nuovo museo di Manchester, aveva sviluppato una nuova tecnica, incorporando il metodo russo (mette i muscoli) e quello americano (mette gli spessori che consentono il modellamento), per creare una procedura completa e di successo la quale è stata acquisita da molti ricostruttori facciali di tutto il mondo.

Il volto della “Signora delle Ninfee” e il calco prima della lavorazione esposti alla mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

Lo scultore Michele Guaschino al lavoro sul modello in gesso della “Signora delle Ninfee” (foto Graziano Tavan)

La mummia, quando è stata rinvenuta, era particolarmente deteriorata nel bendaggio perché sottoposta, forse già all’interno della sepoltura, a una elevata umidità. Le bende di lino avevano perso ogni elasticità, presentavano un colore marrone scuro ed avevano consistenza di polvere compressa. È in questo stato che la “mummia di Asti” approda nei laboratori della Polizia scientifica. “Prima di tutto si è delineato il profilo biologico”, ricorda il vice questore. “Così abbiamo saputo che eravamo di fronte a una donna di 30-40 anni. Quindi si è proceduto alla scansione laser del cranio per poter costruire un modello 3D sul quale iniziare a lavorare per la ricostruzione del volto. Quindi si inizia ad apporre i muscoli facciali e i bulbi oculari, con il supporto degli assi verticali e orizzontali e con il controllo della profondità, mentre si procede alla modellazione del collo e del torace. A questo punto si evidenziano gli spessori sul materiale plastico”. Una volta “riempiti” i volumi in base agli spessori, si può procedere a preparare uno stampo di gomma per l’estrazione del modello in gesso. È su questo modello che da questo momento interviene lo scultore Michele Guaschino e il restauratore Gian Luigi Nicola, sotto la stretta supervisione del sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto. L’artista si annulla nello scienziato in una simbiosi ch dà grandi risultati. “Nella ricostruzione del volto della mummia di Asti”, conclude Capussotto, “non ci aspettiamo che qualcuno la riconosca, come avviene nei casi di vittime sconosciute. Ma in questo connubio di arte e scienza ci promettiamo di trasmettere un’emozione”. Così è nata la “Signora delle Ninfee”.

(2 – fine. Il precedente post pubblicato il 9 dicembre 2017)

Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (Venezia) la “mummia di Asti” prende un nome e un volto: è la “Signora delle ninfee”. Un giallo svelato con tecniche alla Csi. “Ma la ricerca scientifica non si ferma: sarcofago e mummia custodiscono ancora molti segreti”, conferma la curatrice Donatella Avanzo

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, la “Signora delle Ninfee”, protagonista a Jesolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Promotori e ospiti all’anteprima della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Per più di un secolo è stata nota semplicemente come la “mummia di Asti”. Dal 26 dicembre 2017, quando nello Spazio Aquileia a Jesolo (Venezia), sarà inaugurata la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, di cui il prezioso reperto del museo civico archeologico di Asti è sicuramente uno dei protagonisti, la chiameremo la “Signora delle Ninfee”. E non è un vezzo di Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, ma l’esito di una ricerca scientifica multidisciplinare (attivata proprio in vista della mostra di Jesolo) che per certi aspetti ricorda più una trama di indagine alla Csi che il diario di una missione egittologica. La mummia e il sarcofago che la conteneva “hanno parlato”, rivelando poco a poco agli studiosi la loro storia e la loro identità, che oggi possiamo leggere come in un film nella sezione 8 della mostra jesolana. “Ma non ci hanno detto tutto”, ammette l’egittologa Avanzo. “Sia il sarcofago che la mummia celano gelosamente ancora alcuni segreti che, alla fine della mostra, nell’autunno 2018, impegneranno a lungo gli esperti di molte discipline. Solo per farvi un esempio: siamo sicuri che tutto il sarcofago sia da ascrivere tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII? Da alcune tracce riscontrate, il coperchio potrebbe essere molto più antico, e riutilizzato 3mila anni fa. E ancora: accanto ai monili e amuleti rivelati dalla Tac, posti sul corpo della mummia, cosa è quella placca metallica di una decina di centimetri di cui non riusciamo ancora a capire la natura?”.  Rivelazioni e misteri, come nella migliore tradizione non solo dell’egittologia. E allora si capisce perché basterebbe da sola la sezione dedicata alla mummia di Asti a giustificare una visita alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” allo Spazio Aquileia di Jesolo fino al 15 settembre 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/17/egitto-dei-faraoni-uomini-jesolo-si-prepara-a-ospitare-per-quasi-un-anno-una-grande-mostra-ideata-dagli-egittologi-ciampini-e-roccati-e-curata-da-donatella-avanzo-con-reperti-dai/) .

Il conte Leonetto Ottolenghi, ritratto da Paolo Arri, conservato alla fondazione Palazzo Mazzetti di Asti

L’egittologa Sabina Malgora

La Tac alla mummia contenuta nel sarcofago di Ankhpakhered, realizzata al Fatebenefratelli di Milano

Il regalo di un mecenate. Come si diceva, da più di un secolo si parla della “mummia di Asti”. La collezione egizia del museo civico Archeologico di Asti, si deve, quasi totalmente, alla munificenza del banchiere ebreo, il conte Leonetto Ottolenghi (1846 – 1904) e dalla donazione Fantaguzzi. La raccolta egizia è composta da circa un centinaio di oggetti, quali un frammento di tabella dell’Antico Regno, due mummie, con i sarcofagi, uno a nome di Ankhpakhered, il bel canopo di Tadiher, amuleti, ushabti e statuette di divinità. La “mummia di Asti” faceva dunque parte dei reperti arrivati nel 1903 al museo di Asti, grazie alla donazione dei discendenti della famiglia Maggiora Vergano. Della mummia si sapeva poco o niente al di là di scarne note di cronache: proprietà della famiglia Ottolenghi che lo acquistò nell’Ottocento e da nove anni custodita dal museo astigiano. Più informazioni c’erano invece per l’altra mummia, quella conservata nel secondo sarcofago della collezione Ottolenghi riccamente effigiato con i gerofiglici che ricordano Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min, vissuto tra la XXII e XXIII dinastia, databile tra il 945 e il 715 a.C. Nel 2009 la mummia contenuta fu affidata all’ospedale Fatebenefratelli di Milano per il check-up completo nell’ambito del progetto Ankhpakhered Mummy. I risultati erano giunti dopo due anni di studi e indagine medica. “È stato complicato anche fare l’endoscopia”, avevano spiegato gli esperti, “per l’enorme presenza nella pancia di bende raggomitolate e sistemate negli spazi vuoti degli elementi scheletrici per fare da riempimento. Sicuramente la mummificazione dell’uomo è avvenuta molti mesi dopo la morte, quando era già scheletro”. Ma alla fine, grazie agli studi del centro ricerche Mummy Project, la mummia aveva un nome e soprattutto un volto. “Si tratta di un uomo che è morto a 40 anni non per eventi di natura traumatica ma probabilmente o di vecchiaia o per un infezione al sangue”, aveva ricostruito Sabina Malgora, egittologa e co-direttore insieme a Luca Bernardo di Mummy Project. “Decisiva l’endoscopia anche per la datazione certa della mummia, fra il 400 e il 100 a.C.”. L’uomo si chiamava Wehem-ef-ankh, e proveniva dalla città di Akhim. “Il sarcofago che la conteneva”, ha raccontato Malgora, “ed è questa la storia singolare, deve essere stato trafugato dalla famiglia di Wehem per dargli onorata sepoltura. D’altronde qualche dubbio lo avevamo avuto già due anni fa, quando abbiamo iniziato il complesso studio per svelare il mistero”.

La mummia di Asti, oggi la “Signora delle Ninfee”, sottoposta a tac all’ospedale Cardinal Massaia di Asti

Da sinistra, davanti alla mummia di Asti, Gianfranco Imerito, assessore alla cultura di Asti; Enrico Longo, responsabile Cultour Active; Donatella Avanzo, curatrice (foto Graziano Tavan)

Altra mummia, altre sorprese. Il progetto “Mummia di Asti”, in prospettiva per la mostra di Jesolo, parte nell’autunno 2017. È la stessa Donatella Avanzo, direttore del progetto scientifico, a ricordare alla presentazione in anteprima della mostra al Pala Arrex di Jesolo, il piccolo esercito multidisciplinare di esperti coinvolti. Grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto e con il reparto di radiodiagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una Tac sulla mummia che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. La ricostruzione del volto e di parte del corpo della mummia astigiana è stata effettuata grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia di Stato, con il contributo del Reparto di Radiodiagnostica dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti, al fine di conoscere lo stato di conservazione, stabilirne l’età e poter effettuare in modo scientifico la ricostruzione. I nomi scorrono come nei titoli di coda di un film: Rosa Boano, ricercatrice in Antropologia fisica dell’università di Torino; Ida Grossi, direttore generale Asl di Asti; Federico Cesarani, primario di Radiodiagnostica ospedale di Asti; Leonardo Capitolo, dirigente medico, e Angela Grasso,  specializzanda, di Radiodiagnostica università di Torino 2; Massimo Scognamiglio e Gabriella Borgogno, tecnici sanitari di Radiologia medica asl di Asti; Guglielmo Ramieri, professore di Chirurgia Maxillo-facciale dell’università di Torino; Mario Raso, specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva dell’istituto nazionale Tumori di Milano; Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino; Valter Capussotto, sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino; Michele Guaschino, scultore; Martina Zambotti, accademia Belle arti per la modellazione al laboratorio Guaschino; Francesco Sculco, artigiano restauratore; Aldo Maschio e Ionel Vitalie, onoranze funebri di Asti; Gian Luigi Nicola, direttore, e Anna Rosa Nicola, restauratrice, del laboratorio di restauro Nicola di Aramengo d’Asti; Silvana Cincotti, egittologa.

A Jesolo esposti affiancati i sarcofagi di Firenze e di Asti (foto Graziano Tavan)

La curatrice Donatella Avanzo con l’assessore di Asti Gianfranco Imerito guardano i sarcofagi di Asti e Firenze (foto Graziano Tavan)

Da Tebe a Jesolo (via Asti e Firenze). Al mondo sono solo quattro i sarcofagi conosciuti accomunati da una caratteristica piuttosto rara: la decorazione di fiori sulle bande laterali dell’acconciatura. Uno è conservato al museo Egizio del Cairo; uno al museo Egizio di Firenze; uno al museo Archeologico di Asti; il quarto, ancora inedito, al Detroit Institute of Art. Di questi quattro, ben due sono esposti nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” di Jesolo. “Sono tutti sarcofagi femminili, e in quello di Firenze si notano anche i seni resi sotto le bande dell’acconciatura”, spiega Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze. “I sarcofagi Asti e Firenze furono acquisiti entrambi con una mummia all’interno; ma, mentre quella di Asti è di genere femminile e presumibilmente la proprietaria stessa del sarcofago, a Firenze si è scoperto che la mummia è invece di un uomo, perciò sarà stata aggiunta al sarcofago, come spesso si è dovuto constatare, per un senso di completezza e per aumentare il prezzo”. Vedere accostati vicini, in mostra, i sarcofagi di Asti e di Firenze, databili tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII (circa 950-870 a.C.), si possono meglio apprezzare le notevoli corrispondenze che potrebbe far pensare a un laboratorio comune, attivo a Tebe. “Sono davvero parecchi i paralleli che si possono mettere in evidenza tra i due sarcofagi”, sottolinea Rosati, lanciando un’ipotesi suggestiva: “Chissà mai che a Jesolo non si siano di nuovo trovati accanto due oggetti che magari lo erano stati poco meno di 3mila anni fa, tra le mani di ebanisti e pittori tebani, e che poi hanno visto passare secoli e secoli: uno, quello arrivato ad Asti, ha assolto la sua funzione, ha conservato fino a oggi la sua proprietaria; l’altro probabilmente sì, e poi qualcuno, quando erano passati  circa 28 secoli, ha pensato bene di ravvivarne la decorazione”.

(1 – continua)

“Egitto. Dei, faraoni, uomini”: Jesolo si prepara a ospitare per quasi un anno una grande mostra ideata dagli egittologi Ciampini e Roccati e curata da Donatella Avanzo con reperti dai grandi musei egizi e collezioni private, con proiezioni animate e postazioni multimediali interattive. Per la prima volta esposta al pubblico la mummia di Asti. Ricostruita la sala del sarcofago di Tutankhamon

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

I reperti vengono da Il Cairo, Luxor, Roma, Firenze, Trieste, Siracusa, Asti e collezioni private: è la prima anticipazione della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che aprirà nei 1500 metri quadri dello Spazio Aquileia di Jesolo Lido il 26 dicembre 2017 per chiudere alla fine dell’estate prossima, il 15 settembre 2018. Cultour Active e Venice Exhibition che l’hanno prodotta e la Città di Jesolo che l’ha promossa si sono affidati per l’ideazione dell’evento a due egittologi di sicuro prestigio, come Emanuele Ciampini, professore dell’università Ca’ Foscari di Venezia, e Alessandro Roccati, professore emerito dell’università di Torino, che hanno ottenuto prestiti – come si diceva – da musei e collezioni pubbliche e private molto importanti, a partire dal museo Egizio del Cairo per proseguire poi con il museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma, il museo Archeologico nazionale di Firenze – museo Egizio, il civico museo Archeologico di Asti, il civico museo di Storia e Arte di Trieste. “La società egizia è stata ritenuta per lungo tempo una società fatta di persone morte”, interviene Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra. “In realtà non è così e la mostra di Jesolo lo conferma con reperti sublimi: opere sensazionali, di metallo, in marmo, di materiali preziosissimi che narrano la storia di una grande civiltà come sarà grande la mostra che il pubblico potrà visitare a Jesolo”.

Uno dei reperti esposti a Jesolo: manico con testa hathtorica in faience

Spettacolo e rigore scientifico sono i due punti di forza di questa grande mostra che non teme di fare del racconto e dell’emozione la sua cifra. Ma nulla in questa rassegna sarà “imbalsamato”. Qui il pubblico sarà condotto per mano alla scoperta di una grande civiltà, immergendosi nel mito che l’ha da sempre circondata, in un viaggio in undici tappe che farà conoscere una grande pagina della storia universale. Una storia che geograficamente si concentra nelle terre bagnate dal Nilo ma che, grazie anche a ciò che è emerso dalle più recenti campagne di scavo, si situa molto più “dentro” il Mediterraneo di quanto si usasse pensare. Partendo dal mare Adriatico si sfocia nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, si arriverà a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Una sezione sarà riservata alle regine e alle dee d’Egitto, dando così uno spazio anche alle grandi donne della civiltà egizia.

Uno dei reperti in mostra a Jesolo: scarabeo con prenome della regina Hateshepsut

“Egitto. Dei, faraoni, uomini” si rivolge a tutto il pubblico, scuole e famiglie in primis. Le classi prenotate sono ad oggi già alcune centinaia. “Nessuno qui deve sentirsi escluso perché non all’altezza”, ribadiscono gli organizzatori. “La mostra di Jesolo”, conferma l’archeologa Francesca Benvegnù, “è una mostra divulgativa che permette di offrire al pubblico scolastico percorsi e laboratori incentrati su questa grande civiltà. La metodologia applicata mette il bambino al centro di questo percorso educativo e quindi lo fa protagonista del percorso di apprendimento. Ma le attività non sono rivolte solo al pubblico scolastico. Tutti i fine settimana sono previsti percorsi e laboratori per le famiglie”. I preziosissimi reperti originali concessi alla mostra dai musei e dalle collezioni di diversi Paesi saranno illustrati ed accompagnati da proiezioni animate e da postazioni multimediali interattive, che trasformeranno la conoscenza in scoperta e questa in meraviglia, grazie ad animazioni video, e schermi touch, il tutto realizzato – per i contenuti scientifici – sotto la regia di esperti egittologi. Senza alcun timore di “unire il sacro al profano” – assicurano gli organizzatori -, accanto alle teche blindate che accoglieranno i reperti museali saranno proposte fedeli riproduzioni, scenografie e sofisticate installazioni tecnologiche, a comporre un ricco itinerario che si soffermerà sulla storia, le dinastie, la religione, i culti, le abilità tecniche e artistiche dell’antica terra dei faraoni, partendo dal passato e arrivando fino ai giorni nostri.

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, protagonista a Jesolo

Protagonista assoluta sarà la mummia di Asti, da poco restaurata e mai esposta al pubblico, che coinvolgerà i visitatori in una vera e propria attività di ricerca scientifica tramite un’installazione multimediale. Grazie al supporto e alla collaborazione della polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto che sarà presentata in anteprima alla mostra e con il reparto di radio diagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una TAC sulla mummia che ha rivelato incongruenze e misteri per ora irrisolti, e che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. Di chi era il corpo della mummia? Chi ha violato la sua sepoltura, e in quale epoca? Domande che troveranno risposta nella sala dedicata alla mummia di Asti.

L’egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita (foto Graziano Tavan)

E poi c’è Tutankhamon! Il pubblico avrà anche l’emozione di esplorare di persona due delle più emblematiche camere sepolcrali egizie: la tomba dell’artigiano Pashedu e la leggendaria tomba di Tutankhamon, “il faraone fanciullo” dodicesimo re della XVIII dinastia egizia, scoperta da Howard Carter nel 1922, entrambe perfettamente ricostruite in scala 1:1. La stanza del sarcofago di Tutankhamon, protagonista a febbraio 2017 a Tourisma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/02/24/a-tourisma-2017-tutti-in-fila-per-unesperienza-unica-entrare-nella-camera-funeraria-di-tutankhamon-ricostruita-in-scala-11-e-poi-assaggiare-lo-shedeh-il-vino-che-faceva-resuscitare-i-mor/) è stata realizzata dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”.

“Cibo e archeologia”: a Milano giornata dedicata al Vicino Oriente dall’epopea dell’ulivo in Palestina alla via delle spezie tra Roma e l’Oriente, ai mosaici di Giordania. Contributi da esperti di cinque università italiane. Castellani porta il film “Sulla via di Petra”

Alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente” dedicata a "Cibo e archeologia"

Alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente” dedicata a “Cibo e archeologia”

La locandina della giornata di studio su "Cibo e archeologia"

La locandina della giornata di studio su “Cibo e archeologia”

“Cibo e archeologia”: proprio mentre all’Expo Milano 2015 si discute e approfondisce il tema “Nutrire il pianeta, energia della vita” guardando ai problemi alimentari di oggi e a come risolverli per il futuro, la rivista Terrasanta organizza – proprio con il patrocinio di Expo 2015 – per sabato 9 maggio alla Biblioteca Ambrosiana di Milano la “Giornata di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente”, promossa da Fondazione Terra Santa, Biblioteca Ambrosiana  e Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme sul tema “Cibo e archeologia”. Un’intera giornata dedicata all’archeologia e alla storia del Vicino Oriente, con un filo conduttore: il cibo. Dall’epopea dell’ulivo in Palestina, alle vie delle spezie che collegavano Roma e l’Oriente, senza dimenticare le rappresentazioni di frutti della terra e cacciagione che costellano i mosaici bizantini della Giordania. Ma anche un’occasione per denunciare lo scempio dei siti archeologici che sta avvenendo in Medio Oriente a causa delle distruzioni operate dai terroristi del sedicente Stato islamico e dai conflitti in corso in Siria e in Iraq. La partecipazione è gratuita ma è necessaria l’iscrizione. Per prenotazioni e informazioni: ufficiostampa@terrasanta.net, tel. 02 34592679.

Un mosaico antico con raffigurato un grappolo d'uva

Un mosaico antico con raffigurato un grappolo d’uva. A Milano si parla di “archeologia e cibo”

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Intenso il programma della giornata scandita dagli interventi di professori universitari provenienti da cinque atenei: l’Università degli Studi e la Cattolica di Milano, L’Orientale di Napoli, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e lo Studium Biblicum di Gerusalemme. Si inizia alle 9.30, saluti e introduzione; 10, prof. Giovanni Gianfrate su “L’olio della vita. L’epopea millenaria dell’ulivo in Palestina”; 10.30, prof.ssa Maria Teresa Grassi, Università degli Studi di Milano, su “Dall’Oriente a Roma: le vie delle spezie”; 11, prof. Emanuele Ciampini, Università Ca’ Foscari, Venezia, su “Il cibo nella terra del Nilo: alcuni aspetti dalla cultura alimentare nell’antico Egitto”; 11.30, prof. Gianantonio Urbani, Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme, su “Cibo, feste, lavoro: vita quotidiana a Nain, villaggio di Galilea del I sec. d.C”; 12, prof.ssa Elena Lea Bartolini De Angeli, Ist. Superiore di Scienze Religiose, Milano, su “Le offerte sacrificali nel Tempio di Gerusalemme: il cibo di Dio e la convivialità umano-divina”; 12.30, Video omaggio a fra Pietro Kaswalder (Christian Media Center di Gerusalemme); 14, “Sulla via di Petra” film di Alberto Castellani (vedi archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/), a cura della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto; 15, Carla Benelli, ATS, Custodia di Terra Santa, su “Frutti della terra e fauna nei mosaici bizantini di Giordania e Palestina”; 15.30, prof.ssa Claudia Perassi e dott. Alessandro Bona, Università Cattolica di Milano, su “Cibo e acqua in una città carovaniera. I dati della ‘tariffa di Palmira’”; 16, Presentazione Festival Biblico 2015 e Linfa dell’ulivo; 16.15, prof. Alessandro Cavicchia, Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme, presenta il libro “Il Liber Annuus LXIV – 2014”; 16.45, prof. Giovanni Canova, Università di Napoli “L’Orientale”, su “Il pane e la sua preparazione in Egitto meridionale”; 17.15 prof. Paolo Nicelli, Biblioteca Ambrosiana, su “Il codice Ms. Arabo A 125 inf. – Al-Muhtār bin Hasan Ibn Butlān, Risālat Da‛wat al-atibba’ (Il Simposio dei medici), sec. XIII”.

La ricerca archeologica e la salvaguardia del patrimonio culturale deve fare i conti con le guerre: qui siamo in Siria

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Spezie: la loro storia è anche la storia dei rapporti tra Oriente e Occidente

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Maria Teresa Grassi, docente di archeologia all’Università statale di Milano, tra i partecipanti alla Giornata di studio, ben rappresenta i due momenti dell’incontro: l’approfondimento sul cibo, affrontando il tema “Dall’Oriente a Roma: le vie delle spezie”; e l’archeologia in guerra, portando la sua esperienza come co-direttore, per quattro anni, della missione archeologica italiano-siriana a Palmira, interrotta dal conflitto. “Il sito di Palmira – spiega – forse è stato risparmiato in parte dalle distruzioni grazie alla sua natura di oasi circondata dal deserto. Ci sono altri famosi siti, come Dura Europos e Apamea, che le foto satellitari mostrano largamente distrutte: “irrimediabilmente perdute”, come si è espressa una archeologa francese. Il nostro pensiero va ai tanti operai che lavoravano alla missione archeologica e alla popolazione che viveva di queste ricerche oltre che del turismo. Il sito web del Progetto Palmira che continuiamo a curare è il nostro modo per continuare a stare loro vicini e immaginare di poter tornare presto a parlare della Siria in modo diverso dalla guerra”. Ma poi si parlerà – come si diceva- soprattutto di cibo: dall’ulivo in Palestina, alle vie delle spezie. “Oggi il sapore del pepe per noi è normale, ma probabilmente deve essere sembrato molto strano a chi, venendo dal mondo romano, lo ha assaggiato la prima volta”, assicura. “Il pepe racconta una storia di rapporti a lungo raggio dell’impero romano e dell’Occidente che va oltre il Mediterraneo, il Mare nostrum. Il pepe, arrivato a Roma in età repubblicana, era prodotto esclusivamente sulla costa sud occidentale dell’India e i romani ne importavano grandi quantità, perché ne facevano un uso amplissimo in cucina non solo per vivacizzare i sapori, ma anche per conservare i cibi. C’è un un famoso trattato di cucina ad opera di Apicio – “De re coquinaria”, L’arte culinaria – nel quale il pepe compare in quasi in tutte le salse. Non per niente il direttore del British Museum, Neil MacGregor nel libro “La storia del mondo in 100 oggetti”, tra i pochissimi oggetti scelti per raccontare la storia di Roma ha segnalato la pepaiola del tesoro di Hoxne, contenitore in argento per il pepe. Le vie lungo le quali sono state commerciate le spezie e il pepe hanno determinato il sorgere e il decadere di importanti città carovaniere, come Palmira in Siria, nelle quali le grandi ricchezze accumulate in virtù dei commerci hanno incoraggiato ambizioni imperiali nonostante si trattasse di un piccolo centro nel deserto uguale a tanti altri”.