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Nella tomba di Tutankhamon con gli occhi di Carter: a Jesolo la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” fa rivivere al visitatore le emozioni della scoperta del tesoro del giovane faraone e di poter entrare nella camera sepolcrale ricostruita in scala 1:1

Howard Carter e Lord Carnarvon nella tomba di Tutankhamon scoperta nella Valle dei Re nel novembre 1922

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018

Novembre 1922: Howard Carter riporta sul suo diario il dialogo con Lord Carnarvon. “Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”. “Potete vedere qualche cosa?”, chiede Lord Carnarvon tradendo speranze e ansia. “Sì, cose meravigliose”, la risposta estasiata di Carter. Avevano appena scoperto la tomba inviolata del faraone Tutankhamon. Quell’emozione di intravedere, nel buio rotto dalla fiamma tremolante di una candela, i tesori ammassati nella tomba di Tut è stata ricreata nella sala 7 della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Con l’arrivo nella valle dei Re si chiude il nostro viaggio alla scoperta della terra dei faraoni attraverso le testimonianze esposte nella mostra jesolana. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. Infine abbiamo scoperto Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani, dove abitavano gli operai specializzati che hanno realizzato le tombe reali della Valle dei Re, e abbiamo conosciuto la tomba di uno di questi artigiani, Pashed.

Turisti nella valle dei Re a Tebe Ovest

La Valle dei Re sorge in una stretta gola che si insinua, con due diramazioni principali, nella catena montuosa che delimita, verso Ovest, la piana del Nilo, e contiene un centinaio di tombe a ipogeo scavate nella roccia dagli artigiani di Deir el-Medina. “I lavori di scavo di una tomba reale”, ricorda l’egittologa Sara Demichelis, “iniziavano subito dopo l’incoronazione del faraone, sotto la supervisione del visir e delle mappe conservavano la memoria dell’ubicazione delle tombe già esistenti: minuscoli frammenti di papiro, oggi conservati al museo Egizio di Torino, sono l’unica testimonianza giunta a noi dell’esistenza di questi documenti”.

In mostra a Jesolo si è ricreata la situazione della scoperta della tomba di Tut: un foro nel muro e la luce flebile di una candela che svela il tesoro del faraone (foto Graziano Tavan)

Tutankhamon al cospetto di Osiride: dettaglio delle pitture della stanza del sarcofago ricostruita nella mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

I faraoni, nel corso della millenaria storia dell’Egitto, furono centinaia. “Di alcuni”, interviene Alessandro Roccati, co-curatore della mostra jesolana, “restano monumenti imponenti, ma di pochi si conservano elementi del corredo funebre, che li accompagnò nella tomba. Trovare una tomba intatta di un faraone pareva un’impresa disperata, fino al 1922, quando Howard Carter ebbe premiata la sua pertinacia con la straordinaria scoperta della tomba di Tut”. E continua: “Il regno di Tutankhamon cade in un periodo che fu associato all’esecrazione per una rivoluzione religiosa (e culturale) abortita. Tutti i personaggi di questo periodo storico, la cosiddetta età di Amarna, furono condannati all’oblio: i loro regni cancellati e attribuiti a un generale che riportò l’ordine nel Paese: Haremhab. Sopra il sepolcro di Tutankhamon, inoltre, meno di duecento anni dopo, non vi furono esitazioni a impiantare la grandiosa tomba di Ramses V che finì per coprire completamente con gli scarichi il sepolcro di cui forse si era anche persa la memoria”. Anche la tomba di Tutankhamon celava un segreto: “Non tutto il prezioso corredo era stato usato o confezionato per il giovane re. Alcuni degli oggetti più preziosi erano destinanti all’origine a una regina che meditava di diventare faraone, come aveva fatto Hatshepsut. Fallito il suo progetto, essa perse il diritto a una sepoltura da dio, quale era considerato il faraone. Così lo splendido corredo che essa si era preparato fu quindi riadattato per un vero faraone, quale fu il giovane Tutankhamon”.

La decorazione parietale della stanza del sarcofago della tomba di Tutankhamon ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

La tomba KV62 fu costruita per un membro importante della casa reale, probabilmente durante la seconda metà della XVIII dinastia. Quando la sua destinazione d’uso fu cambiata per la sepoltura di Tutankhamon era ancora incompleta e la camera sepolcrale (e l’annesso laterale) fu scavata sul lato sinistro del primo ambiente. “La camera funeraria”, spiega Roccati, “è l’unica parte della tomba che riporta decorazioni parietali, presumibilmente eseguite in modo frettoloso per l’improvvisa morte del giovane re. Tale fretta si ripercuote anche a livello qualitativo sulle pitture, che appaiono sgraziate nelle proporzioni e piuttosto semplici nel programma decorativo. Ciononostante, i tratti distintivi dello stile amarniane sono facilmente riconoscibili in un programma pittorico che ricorda quello del successore di Tutankhamon, Eie. A livello formale risulta assolutamente amarniano il modo in cui sono rese le figure antropomorfe, così come tutta amarniana è anche la sostanza del programma decorativo che abbandona quell’idea di aldilà come prosecuzione ideale della vita terrena per lasciare posto a immagini più ieratiche ed eteree, disseminate di piccoli gesti di intimità”.

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 ricostruita a Jesolo

L’egittologa Donatella Avanzo all’interno della tomba di Tutankhamon ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

A Jesolo il pubblico ha l’emozione di esplorare di persona la camera sepolcrale della leggendaria tomba di Tutankhamon, “il faraone fanciullo” dodicesimo re della XVIII dinastia egizia, perfettamente ricostruita in scala 1:1. La stanza del sarcofago di Tutankhamon è stata realizzata dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, tra i curatori della mostra di Jesolo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”.

(7 – fine; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio, 17 agosto 2018)

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Nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo viaggio nell’Oltretomba per capire le credenze degli antichi egizi, incontrando Anubi, scoprendo i segreti della mummificazione, imparando a conoscere vasi canopi, amuleti e ushabti

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Raffigurazione di Osiride proiettata sulla parete di un tempio egizio nella mostra di Jesolo (foto Gianfranco Grendene)

Nel nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto, con la “lista dei Re” conservata nel tempio di Seti I ad Abido, la città sacra ad Osiride, abbiamo fatto la conoscenza di uno dei documenti fondamentali per ricostruire la storia della civiltà del Nilo: 76 sovrani, dalle prime dinastie fino al faraone Seti I, esseri umani dotati di poteri superiori (re-dio), conferiti loro (o riconosciuti) all’atto dell’intronizzazione. E sempre ad Abido abbiamo saputo dell’esistenza dell’Osireion, un unicum dell’Antico Egitto, dove si riteneva fosse sepolta la testa di Osiride, il dio dell’Aldilà e della Resurrezione. E allora è arrivato il momento di scendere nell’Oltretomba entrando nella quinta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. “La civiltà egizia elabora un proprio concetto di morte considerando l’evento una parte della vita”, interviene l’egittologa Claudia Gambino, “e immagina un Aldilà ben definito, geograficamente localizzato (a Occidente), affrontabile, se non piacevole. La morte viene vista in una visione ottimistica di ritorni e ringiovanimenti come avviene per una serie di fenomeni ciclici naturali di cui l’uomo egizio è testimone, ad esempio, il ciclo solare e quello vegetativo legato alla piena del Nilo”.

Donatella Avanzo, curatrice della mostra, illustra la scultura di Anubi realizzata da Novello Finotti (foto Graziano Tavan)

Anubi, adorato nell’Alto Egitto, era considerato il signore della necropoli, l’imbalsamatore per eccellenza; accompagnava i defunti davanti al tribunale supremo e li introduceva al cospetto di Osiride per la pesatura del cuore sulla bilancia divina. Anubi venne raffigurato dapprima come sciacallo o canide, con grandi orecchie e lunga coda, in seguito in forma ibrida con testa di sciacallo nero e corpo umano. Considerato Signore della Duat (l’Aldilà), in epoca greca fu assimilato ad Hermes Psychopompos (guida delle anime dei defunti). Eccezionale, in mostra a Jesolo, è l’Anubi 1, in marmo nero del Belgio, realizzato da Novello Finotti nel 1988-’89. “L’Anubi di Finotti”, assicura Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra, “è da considerare un autentico capolavoro, una scultura in grado di suscitare infinite sfumature di emozionalità. Il passaggio tra Anubi e la tensione del corpo dell’animale è la perfetta sintesi del guardiano presente al momento di transizione tra la morte e la vita. La sua lunga coda diviene colonna vertebrale per la rigenerazione dell’essere umano”.

La ricostruzione della fase del cervello del defunto (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della preparazione dei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Ricostruzione della fase di bendaggio della mummia (foto Graziano Tavan)

La mummificazione. “Per permettere al defunto di giungere nell’Aldilà”, continua Gambino, “e in seguito rinascere e accedere il mondo degli Eletti è di obbligo la conservazione del suo corpo attraverso una serie di trattamenti (la mummificazione) ed è auspicabile una certa conoscenza del mondo oltremondano. In sostanza, se da una parte il corpo, trasformato in una entità eterna, e il suo Ka (una sorta di principio vitale), risiedono nella tomba con offerte e beni di vario genere che servono a nutrirli, e attendendo di potersi ricongiungere con gli altri elementi del proprio essere; dall’altra una serie di guide forniscono una descrizione dell’Aldilà e quelle formule per rispondere alle entità che lo popolano e che potrebbero essere nocive se non adeguatamente preparati”. Il processo di mummificazione è stato ricostruito in mostra a Jesolo con una rappresentazione 3D: nella penombra dei laboratori dell’Antico Egitto seguiamo tutte le varie fasi dall’estrazione delle interiora e degli organi dal corpo del defunto fino all’introduzione della mummia nel sarcofago con una resa impressionante. “Il processo di mummificazione ci è stato tramandato da Erodoto”, spiega l’egittologo Cristiano Daglio. “Ci sono alcuni che sono addetti proprio a questo e fanno questo mestiere”, scrive Erodoto nelle Storie (II, 86-88). “Prima di tutto con un ferro ricurvo attraverso le narici estraggono il cervello, alcune parti estraendole così, altre versando dentro droghe. Quindi con una pietra etiopica aguzza, dopo aver praticato un taglio lungo il fianco, estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con vino di palma, li lavano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata e di cannella e degli altri aromi, tranne l’incenso, lo ricuciono. Fatto questo lo mettono sotto sale, coprendolo con natron per settanta giorni. Passati i quali, lavato il cadavere, ne avvolgono tutto il corpo con strisce tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole al di sotto di gomma, che gli egiziani usano come colla”. Il procedimento di mummificazione, perfezionatosi nel corso delle prime dinastie, raggiunge uno sviluppo praticamente completo nell’Antico Regno (III-IV dinastia).

Il vaso canopo dall’Egizio di Firenze e il coperchio dal Barracco di Roma (foto Graziano Tavan)

I vasi canopi. “I visceri estratti attraverso l’incisione dell’addome”, continua Daglio, “venivano posti in quattro vasi chiusi da coperchi che, nell’Antico e nel Medio Regno, presero la forma del volto idealizzato del defunto, e poi quelle delle teste di Imseti / Amseti (testa umana), Hapi (babbuino), Duamutef (cane), Qebensenuf (falco), figli di Horo, i guardiani del morto. Contenevano rispettivamente fegato, polmoni, stomaco e intestino della mummia. Ognuno era sotto la protezione di una dea: Iside, Nefti, Neith e Selqet. Usualmente questi vasi chiusi sono noti come vasi canopi, ma l’espressione è impropria e deriva dall’immagine del dio greco-egizio Canopo di epoca tolemaico-romana, venerato nel quartiere omonimo di Alessandria, raffigurato da un vaso con coperchio a testa umana”. Notevoli in mostra il vaso canopo in alabastro e pittura nera (fine Nuovo Regno/Terzo Periodo Intermedio) conservato al museo Egizio di Firenze, con il coperchio che raffigura la testa del figlio di Horo, Amseti, con volto umano e tratti leggermente consunti; e il coperchio di vaso canopo in calcare (XVIII dinastia), conservato al museo Barracco di Roma, con la testa – anche in questo caso – di Amseti. Quindi entrambi i vasi avevano contenuto il fegato del defunto.

Serie di amuleti e di ushabti esposti a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Gli amuleti avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. “Indossati dai vivi”, spiegano gli egittologi della mostra jesolana, “essi avevano un ruolo fondamentale nella società egizia. Indossati dai vivi, essi potevano arrivare dove la medicina falliva, a garantire la fertilità, la guarigione dalle malattie o la fortuna. Quando erano posti tra le bende delle mummie avevano il compito di proteggere il defunto da tutti i pericoli che avrebbe affrontato nel suo viaggio nell’Oltretomba. I tipi di amuleti conosciuti sono circa 300, ciascuno adatto a specifiche esigenze a seconda del soggetto raffigurato e del materiale (oro, argento, lapislazzuli, corallo, diaspro, paste vitree, basalto, granito, ematite e più raramente legno, rame o papiro). Il colore e la resistenza del materiale contribuivano alla sua efficacia: quelli in metallo erano ritenuti i migliori, ma erano appannaggio di pochi. La maggior parte degli egizi sceglieva materiali meno pregiati che imitavano l’aspetto e quindi le proprietà di quelli più preziosi”.

Alcuni ushabti esposti a Jesolo davanti a due bei vasi canopi (foto Graziano Tavan)

Gli ushabti (letteralmente: “il rispondente”) sono statuette funerarie molto frequenti all’interno delle tombe dell’Antico Egitto. “Gli egizi credevano che, dopo la morte, il cuore (o, meglio, l’anima del defunto) venisse giudicata da Osiride e dall’assemblea degli dei nella cerimonia della pesatura dell’anima-cuore. Secondo la credenza il cuore veniva posto su un piatto della bilancia che aveva come contrappeso la piuma di Maat, dea della verità e della giustizia. Se il defunto avesse superato positivamente la pesatura (cioè se il suo cuore fosse stato più leggero della piuma di Maat), sarebbe stato premiato con l’onore di lavorare per l’eternità i campi divini, i cosiddetti Campi di Iaru, dove i defunti degni aravano, seminavano e mietevano. Gli ushabti avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli, animandosi magicamente e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno. Il significato del termine ushabti, il rispondente, deriva dal fatto che Osiride, proprietario dei Campi di Iaru, chiamava quotidianamente al lavoro i defunti e gli ushabti avrebbero risposto alla sua chiamata al posto del defunto”.

(5 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno 2018)

Jesolo (Ve). Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” viaggio nello spazio e nel tempo dalla laguna veneta alla scoperta della grande civiltà del Nilo. Attraversando il Mediterraneo si incrociano le rotte dei popoli che per millenni tennero rapporti non solo commerciali con l’Egitto

Il profilo di una piramide accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo

Il logo della mostra aperta a Jesolo

La nave antica pronta a “salpare” dalla laguna veneta verso il Nilo (foto Graziano Tavan)

C’è una nave pronta a salpare alla scoperta dell’antico Egitto. È ormeggiata allo Spazio Aquileia di Jesolo, alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Aperta fino al 15 settembre 2018, la mostra è curata da Emanuele Ciampini e Alessandro Roccati, con Donatella Avanzo curatrice esecutiva, prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition e promossa dalla Città di Jesolo con Culture Active e Venice Exhibition. La prua è sempre pronta a sollevare i primi flutti sotto i colpi cadenzati dei remi: partendo dal mare Adriatico il visitatore-navigante arriva nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, e arriva a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Faremo questo viaggio spazio-temporale accompagnati dagli egittologi curatori della mostra jesolana alla scoperta dell’antico Egitto, “un dono del Nilo”, come scrisse Erodoto nel V sec. a.C. Per tutto l’anno – lo sappiamo – gli antichi egizi si abbeveravano al fiume, e vivevano nell’attesa dell’inondazione periodica: durante ogni estate la portata d’acqua del Nilo aumentava gradualmente, al punto che i villaggi emergevano appena come tanti isolotti di un immenso arcipelago non tanto diverso dalla laguna veneta. “Per gli egizi il mondo era essenzialmente avvolto nell’acqua”, esordisce Alessandro Roccati.  “Sbagliato poi pensare che gli egizi fossero incapaci di uscire dal deserto e solcare i mari. In realtà i primi contatti con Biblo, sulla costa libanese, risalgono al IV millennio a.C. – assicura – , e le fonti egizie attestano contatti con molti popoli, inoltre l’Egitto non fu popolato solo dagli egizi! La sua posizione centrale tra Europa, Asia e Africa, ne fece addirittura un luogo di incontro tra popoli. È certo che lì si sviluppò uno dei momenti fondamentali della civiltà umana e che da lì tale civiltà si irradiò in buona parte del mar Mediterraneo”.

Anfora a staffa di produzione micenea databile tra il 1200 e il 1180 a.C. (foto Graziano Tavan)

Il Delta padano e il Mediterraneo Il viaggio di avvicinamento all’Egitto, illustrato nella prima sala della mostra, ci permette di incontrare, e quindi conoscere, i molti popoli che abitavano le diverse sponde del Mediterraneo, che possiamo considerare quasi un bacino, visto la relativa facilità e frequenza con cui fu solcato fin dai tempi più antichi. Il viaggio ha inizio. I riflessi del mare in un cielo scuro accolgono i visitatori appena saliti a bordo. La nave è salpata da poco dalla laguna veneta e già incrociamo molte altre imbarcazioni. “Le relazioni tra Mediterraneo miceneo e area padana raggiungono la massima intensità tra il 1200 e il 1050 a.C., subito dopo cioè il collasso delle strutture dei palazzi della Grecia continentale”. Le sponde alto-adriatriche sono un approdo facile per quei popoli che, a ondate successive, sono migrati dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale in cerca di terre dove vivere. Già per tutta l’età del Bronzo (XIII-X sec. a.C.) i contatti sono frequenti tra i villaggi terramaricoli padani e il mondo egeo-miceneo. E si arriva all’VIII-VI sec. a.C. con la fondazione di empori e colonie greche, la più famosa è di certo Adria. La presenza dei micenei ci è ricordata da una bella anfora a staffa micenea (1200-1180 a.C.) proveniente dal museo civico di Storia e arte di Trieste.

Nella prima sala della mostra si attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Egitto (foto Graziano Tavan)

Il mondo egeo e l’Egitto L’orizzonte si allarga: siamo finalmente nel Mediterraneo dove incrociamo le rotte tra l’Egeo e le terre del Nilo. Se è vero che fin dalla scoperta della civiltà minoica a Creta ad opera di sir Arthur Evans i legami del mondo egeo con l’Egitto erano apparsi subito significativi, oggi si è certi si sia trattato di un rapporto di lungo periodo. “Per le civiltà egee”, spiegano gli archeologi, “la spinta verso contatti e scambi esterni nasce dalla necessità di materie prime, in particolare i metalli di cui tutta l’area non è particolarmente ricca. Alla ricerca di mercati di materie prime si aggiunge una circolazione di beni di lusso legata alla domanda di oggetti di prestigio, spesso esotici, fatta dalle nuove élite emergenti, che iniziano a distinguersi all’interno delle comunità cercando elementi che diventassero uno status symbol”. Significativo il boccaletto egizio imitato dagli artisti ciprioti del XIII sec. a.C. in terracotta rivestita di faience turchese: produzione rara e pregiata che dimostra la fitta rete di scambi commerciali e culturali da parte dei mercanti ciprioti.

Figurine femminili in alabastro (una in piedi e l’altra distesa) provenienti dall’area mesopotamica (foto Graziano Tavan)

Ebla, il Vicino Oriente e l’Egitto I due grandi poli culturali nella storia del Vicino Oriente sono stati per lungo tempo la Mesopotamia e l’Egitto. Soprattutto in Siria, dove fino alla prima metà del Novecento, gli scavi si erano concentrati sulle città costiere (Biblo, Ugarit, Tiro e Sidone), dagli anni ’70 si sono incrementate le ricerche grazie a numerose missioni straniere, tra cui l’Italia cui è legata la scoperta di Ebla a Tell Mardikh. E proprio gli eccezionali ritrovamenti degli archivi delle città di Ebla, Tell Beydar e Mari hanno illuminato sui contatti esistenti tra la Siria e gli altri Paesi nel III millennio a.C. Soprattutto Ebla aveva molti contatti con l’Egitto cui inviava beni preziosi quali argento, lapislazzuli e stagno, in cambio di tessuti di lino, zanne di elefante, denti di coccodrillo e vasi di alabastro. E la città di Biblo, sulla costa mediterranea, fu spesso usata per il collegamento marittimo con l’Egitto. Alabastro dunque come preziosa merce di scambio. Lo confermano le due statuine in alabastro del museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma esposte in questa prima sala: provenienti dall’area mesopotamica, raffigurano immagini femminili stanti e distese, che rappresenterebbero l’associazione cultuale tra la dea greca Afrodite e la dea persiana Anahita. Ma se le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale intessero intensi rapporti con quanti abitavano lungo le sponde del Nilo, quell’interesse non fu univoco. Le prime relazioni tra Egitto e Vicino Oriente è attestato in età predinastica, ma è nel Medio Regno che si intensificano e sono meglio documentate, soprattutto con Siria e Palestina, principali fornitori di legname e testa di ponte strategiche per la penetrazione nel Levante. La presenza egizia fu particolarmente forte in Palestina con il Nuovo Regno, soprattutto in età ramesside, con la costruzione di diverse fortezze, abitazioni e sepolture di chiara influenza egizia.

Il chiodo di fondazione da Adab (sud della Mesopotamia) della collezione Sinopoli

Il cono della collezione Sinopoli Prima di lasciare il Mediterraneo (sala I) e raggiungere finalmente il Nilo, vale la pena soffermarsi su un pezzo eccezionale della collezione privata della famiglia Sinopoli. Si tratta di un chiodo di fondazione, perfettamente conservato, databile all’epoca accadica (2350 -2200 ca a.C.), che proviene dalla città di Adab, nel sud dell’Iraq, centro molto importante – come ricordano gli archivi di Ebla – già in età presargonica, e poi, sotto l’impero di Accad, la città più importante dopo Kis e Accad. Il chiodo di fondazione, con il nome del sovrano e del dio, erano posti nelle fondazioni dei templi costruiti o restaurati. “Il chiodo di fondazione della collezione vicino-orientale della famiglia Sinopoli”, sottolineano gli assiriologi, “è un pezzo di eccezionale valore storico perché cita il nome di un sovrano di Adab che finora ci era sconosciuto”.

(1 – continua)

La “Signora delle Ninfee” svela il suo volto. Ecco la storia del sarcofago e della mummia di Asti protagonisti della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo. Tutti i segreti dei metodi di ricostruzione facciale della Polizia scientifica

Ecco il volto della “Signora delle Ninfee” esposto alla mostra di Jesolo accanto alla mummia di Asti (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

La “Signora delle Ninfee” si presenta ufficialmente. A Jesolo. Quando il 26 dicembre 2017 allo Spazio Aquileia aprirà la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, la “mummia di Asti” svelerà ai visitatori i suoi segreti e mostrerà il suo volto, ricostruito con gli strumenti propri della Polizia scientifica. Già abbiamo visto un po’ la storia e le vicende che hanno interessato il sarcofago e la sua mummia acquistati nell’Ottocento dal conte Leonetto Ottolenghi e come questo prezioso reperto abbia molte caratteristiche in comune con il sarcofago di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/09/alla-mostra-egitto-dei-faraoni-uomini-a-jesolo-venezia-la-mummia-di-asti-prende-un-nome-e-un-volto-e-la-signora-delle-ninfee-un-giallo-svel/). E allora cominciamo proprio con il conoscere meglio i due sarcofagi esposti per la prima volta insieme alla mostra jesolana. Lo facciamo con Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze.

Il sarcofagp di Forenze e il sarcofago di Asti esposti uno accanto all’altro nella mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” (foto Graziano Tavan)

“Il sarcofago fiorentino di sicuro lascia perplessi al primo approccio”, spiega Rosati. “Che tutta la parte del viso sia stata rilavorata è chiaro, ma l’indagine diagnostica ha rivelato i tratti originari, in particolare degli occhi. Tutta la pelle esposta è ridipinta di un innaturale color nocciola, mentre il sarcofago di Asti ha il color ocra giallo tipico della pelle femminile. Sulla testa è raffigurata una specie di calottina simile a quella di Asti, ma non c’è il ciuffo di loti sulla fronte, che potrebbe anche essere stato asportato dalla rilavorazione”. I fiori di loto: ecco il dettaglio da tenere presente. “Il sarcofago di Asti”, interviene ancora l’egittologa dell’ateneo fiorentino, “ha un bel ciuffo di fiori di loto sulla fronte e un filetto rosso che sembra passarvi orizzontalmente, per poi scendere obliquo sulle bande; due fascette rosse le stringono e sopra e sotto ricadono fiori bianchi di cui sono resi tre petali, delineati in rosso e con peduncolo verde”. E continua: “L’amplissimo collare-ghirlanda sembra riprodurre l’unione di un collare-usekh, largo, con i suoi fermagli a testa di falco resi sulle spalle, a una vera ghirlanda, come talora si trovano sulle mummie, realistica nella parte terminale con i calici di loto (del tipo azzurro) pendenti. Fra le bande dell’acconciatura, le fasce, che rendono le file di perline o altri elementi, hanno un andamento orizzontale, e l’indagine ha evidenziato la presenza di un pendente quadrato sopra le mani, contenente una figura di scarabeo”. Saranno proprio queste decorazioni floreali a suggerire a Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra di Jesolo e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, una volta accertato dagli esami medici che si trattava di un corpo femminile, a dare un nome a quella donna. Anche l’interno del sarcofago è finemente istoriato. Oltre a ricchi ornamenti floreali, sul fondo spicca una figura divina femminile, personificazione dell’Occidente, il luogo dei defunti, con in mano un ramo di loto, un fiore che per la cultura del tempo andava molto al di là di una semplice funzione decorativa. È nata così la “Signora delle Ninfee”.

Il team del progetto “Mummia di Asti”: con Marinella La Porta e Valter Capussotto della Polizia scientifica di Torino, l’assessore di Asti Gianfranco Imerito e la curatrice esecutiva Donatella Avanzo. Dietro l’ospite d’onore Roberto Giacobbo (foto Graziano Tavan)

Il progetto scientifico “Mummia di Asti”: un volto per la “Signora delle Ninfee”, una donna di 37 anni vissuta tremila anni fa. Per la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”, il restauro del sarcofago e la ribendatura sono stati effettuati nel laboratori Nicola di Aramengo (Asti). Il corpo è stato sottoposto all’esame tomografico computerizzato all’ospedale di Asti (eseguito dallo staff del primario Federico Cesarani, non nuovo a questo tipo di “pazienti”), grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale, per conoscerne lo stato di conservazione, stabilirne l’età (dai 30 ai 40 anni) e poterne effettuare, in modo scientifico, la ricostruzione del volto. Proprio su tale aspetto è stato fondamentale il lavoro effettuato dal sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto, con la supervisione di Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino, e lo scultore modellatore artistico Michele Guaschino. È proprio Marinella La Porta a ripercorrere le tappe che hanno portato a dare un volto alla “Signora delle Ninfee”.

Una fase della ricostruzione facciale della mummia di Asti: posizionamento dei muscoli, degli spessori e dei bulbi oculari (foto Graziano Tavan)

La mummia di Asti come è arrivata ai laboratori della Polizia scientifica di Torino (foto Graziano Tavan)

Nel gabinetto interregionale della Polizia scientifica di Torino ha preso forma il volto della “Signora delle Ninfee”. “Innanzitutto va precisato che la ricostruzione facciale non è un metodo identificativo, come possono essere il rilevamento delle impronte digitali o lo studio del Dna”, chiarisce Marinella La Porta, vice questore biologo e direttore dell’Uacv, Unità analisi crimini violenti, dove usualmente si fanno le ricostruzioni facciali di cadaveri sconosciuti. “Ma è proprio grazie a questo identikit tridimensionale che spesso riusciamo a risalire all’identità della vittima”. La ricostruzione facciale si basa sulle informazioni che forniscono l’equipe medica e l’antropologo fondamentali per definire il profilo biologico. “La ricostruzione di un volto si basa sul cosiddetto protocollo di Manchester attivato da John Prag e Richard Neave nel 1973”, spiega La Porta. Neave, che si interessò di ricostruzione facciale attraverso il Manchester Mummy Team dell’università di Manchester, responsabile delle ricerche forensi di numerose mummie egizie del nuovo museo di Manchester, aveva sviluppato una nuova tecnica, incorporando il metodo russo (mette i muscoli) e quello americano (mette gli spessori che consentono il modellamento), per creare una procedura completa e di successo la quale è stata acquisita da molti ricostruttori facciali di tutto il mondo.

Il volto della “Signora delle Ninfee” e il calco prima della lavorazione esposti alla mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

Lo scultore Michele Guaschino al lavoro sul modello in gesso della “Signora delle Ninfee” (foto Graziano Tavan)

La mummia, quando è stata rinvenuta, era particolarmente deteriorata nel bendaggio perché sottoposta, forse già all’interno della sepoltura, a una elevata umidità. Le bende di lino avevano perso ogni elasticità, presentavano un colore marrone scuro ed avevano consistenza di polvere compressa. È in questo stato che la “mummia di Asti” approda nei laboratori della Polizia scientifica. “Prima di tutto si è delineato il profilo biologico”, ricorda il vice questore. “Così abbiamo saputo che eravamo di fronte a una donna di 30-40 anni. Quindi si è proceduto alla scansione laser del cranio per poter costruire un modello 3D sul quale iniziare a lavorare per la ricostruzione del volto. Quindi si inizia ad apporre i muscoli facciali e i bulbi oculari, con il supporto degli assi verticali e orizzontali e con il controllo della profondità, mentre si procede alla modellazione del collo e del torace. A questo punto si evidenziano gli spessori sul materiale plastico”. Una volta “riempiti” i volumi in base agli spessori, si può procedere a preparare uno stampo di gomma per l’estrazione del modello in gesso. È su questo modello che da questo momento interviene lo scultore Michele Guaschino e il restauratore Gian Luigi Nicola, sotto la stretta supervisione del sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto. L’artista si annulla nello scienziato in una simbiosi ch dà grandi risultati. “Nella ricostruzione del volto della mummia di Asti”, conclude Capussotto, “non ci aspettiamo che qualcuno la riconosca, come avviene nei casi di vittime sconosciute. Ma in questo connubio di arte e scienza ci promettiamo di trasmettere un’emozione”. Così è nata la “Signora delle Ninfee”.

(2 – fine. Il precedente post pubblicato il 9 dicembre 2017)

“Egitto. Dei, faraoni, uomini”: Jesolo si prepara a ospitare per quasi un anno una grande mostra ideata dagli egittologi Ciampini e Roccati e curata da Donatella Avanzo con reperti dai grandi musei egizi e collezioni private, con proiezioni animate e postazioni multimediali interattive. Per la prima volta esposta al pubblico la mummia di Asti. Ricostruita la sala del sarcofago di Tutankhamon

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

I reperti vengono da Il Cairo, Luxor, Roma, Firenze, Trieste, Siracusa, Asti e collezioni private: è la prima anticipazione della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che aprirà nei 1500 metri quadri dello Spazio Aquileia di Jesolo Lido il 26 dicembre 2017 per chiudere alla fine dell’estate prossima, il 15 settembre 2018. Cultour Active e Venice Exhibition che l’hanno prodotta e la Città di Jesolo che l’ha promossa si sono affidati per l’ideazione dell’evento a due egittologi di sicuro prestigio, come Emanuele Ciampini, professore dell’università Ca’ Foscari di Venezia, e Alessandro Roccati, professore emerito dell’università di Torino, che hanno ottenuto prestiti – come si diceva – da musei e collezioni pubbliche e private molto importanti, a partire dal museo Egizio del Cairo per proseguire poi con il museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma, il museo Archeologico nazionale di Firenze – museo Egizio, il civico museo Archeologico di Asti, il civico museo di Storia e Arte di Trieste. “La società egizia è stata ritenuta per lungo tempo una società fatta di persone morte”, interviene Donatella Avanzo, curatrice esecutiva della mostra. “In realtà non è così e la mostra di Jesolo lo conferma con reperti sublimi: opere sensazionali, di metallo, in marmo, di materiali preziosissimi che narrano la storia di una grande civiltà come sarà grande la mostra che il pubblico potrà visitare a Jesolo”.

Uno dei reperti esposti a Jesolo: manico con testa hathtorica in faience

Spettacolo e rigore scientifico sono i due punti di forza di questa grande mostra che non teme di fare del racconto e dell’emozione la sua cifra. Ma nulla in questa rassegna sarà “imbalsamato”. Qui il pubblico sarà condotto per mano alla scoperta di una grande civiltà, immergendosi nel mito che l’ha da sempre circondata, in un viaggio in undici tappe che farà conoscere una grande pagina della storia universale. Una storia che geograficamente si concentra nelle terre bagnate dal Nilo ma che, grazie anche a ciò che è emerso dalle più recenti campagne di scavo, si situa molto più “dentro” il Mediterraneo di quanto si usasse pensare. Partendo dal mare Adriatico si sfocia nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, si arriverà a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Una sezione sarà riservata alle regine e alle dee d’Egitto, dando così uno spazio anche alle grandi donne della civiltà egizia.

Uno dei reperti in mostra a Jesolo: scarabeo con prenome della regina Hateshepsut

“Egitto. Dei, faraoni, uomini” si rivolge a tutto il pubblico, scuole e famiglie in primis. Le classi prenotate sono ad oggi già alcune centinaia. “Nessuno qui deve sentirsi escluso perché non all’altezza”, ribadiscono gli organizzatori. “La mostra di Jesolo”, conferma l’archeologa Francesca Benvegnù, “è una mostra divulgativa che permette di offrire al pubblico scolastico percorsi e laboratori incentrati su questa grande civiltà. La metodologia applicata mette il bambino al centro di questo percorso educativo e quindi lo fa protagonista del percorso di apprendimento. Ma le attività non sono rivolte solo al pubblico scolastico. Tutti i fine settimana sono previsti percorsi e laboratori per le famiglie”. I preziosissimi reperti originali concessi alla mostra dai musei e dalle collezioni di diversi Paesi saranno illustrati ed accompagnati da proiezioni animate e da postazioni multimediali interattive, che trasformeranno la conoscenza in scoperta e questa in meraviglia, grazie ad animazioni video, e schermi touch, il tutto realizzato – per i contenuti scientifici – sotto la regia di esperti egittologi. Senza alcun timore di “unire il sacro al profano” – assicurano gli organizzatori -, accanto alle teche blindate che accoglieranno i reperti museali saranno proposte fedeli riproduzioni, scenografie e sofisticate installazioni tecnologiche, a comporre un ricco itinerario che si soffermerà sulla storia, le dinastie, la religione, i culti, le abilità tecniche e artistiche dell’antica terra dei faraoni, partendo dal passato e arrivando fino ai giorni nostri.

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, protagonista a Jesolo

Protagonista assoluta sarà la mummia di Asti, da poco restaurata e mai esposta al pubblico, che coinvolgerà i visitatori in una vera e propria attività di ricerca scientifica tramite un’installazione multimediale. Grazie al supporto e alla collaborazione della polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto che sarà presentata in anteprima alla mostra e con il reparto di radio diagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una TAC sulla mummia che ha rivelato incongruenze e misteri per ora irrisolti, e che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. Di chi era il corpo della mummia? Chi ha violato la sua sepoltura, e in quale epoca? Domande che troveranno risposta nella sala dedicata alla mummia di Asti.

L’egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita (foto Graziano Tavan)

E poi c’è Tutankhamon! Il pubblico avrà anche l’emozione di esplorare di persona due delle più emblematiche camere sepolcrali egizie: la tomba dell’artigiano Pashedu e la leggendaria tomba di Tutankhamon, “il faraone fanciullo” dodicesimo re della XVIII dinastia egizia, scoperta da Howard Carter nel 1922, entrambe perfettamente ricostruite in scala 1:1. La stanza del sarcofago di Tutankhamon, protagonista a febbraio 2017 a Tourisma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/02/24/a-tourisma-2017-tutti-in-fila-per-unesperienza-unica-entrare-nella-camera-funeraria-di-tutankhamon-ricostruita-in-scala-11-e-poi-assaggiare-lo-shedeh-il-vino-che-faceva-resuscitare-i-mor/) è stata realizzata dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”.

A Tourisma 2017 tutti in fila per un’esperienza unica: entrare nella camera funeraria di Tutankhamon, ricostruita in scala 1:1, e poi assaggiare lo shedeh, il vino che faceva resuscitare i morti, ricreato nel Trevigano sulla base dei ritrovamenti nella tomba del faraone fanciullo

Tutti in fila per entrare nella camera funeraria di Tutankhamon ricostruita a Tourisma 2017

Tutti in fila per entrare nella camera funeraria di Tutankhamon ricostruita a Tourisma 2017

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1

“Scusi, dov’è la tomba di Tutankhamon? Il mio nipotino mi ha chiesto di accompagnarlo proprio per vederla…”. Chi ha frequentato il palazzo dei Congressi a Firenze per Tourisma 2017, il salone internazionale dell’archeologia, gli sarà capitato più di una volta di sentirsi rivolgere questa domanda da visitatori disorientati dalla complessa e ricca articolazione della kermesse diretta da Piero Pruneti. “Segua la fila…”. E sì, perché per tutti tre i giorni di Tourisma è stata una fila continua, ordinata, emozionata, desiderosa di provare un’esperienza unica: entrare nella tomba del faraone fanciullo, vera attrattiva del salone.  La camera funeraria è stata infatti ricostruita, come Howard Carter la scoprì nel 1922, in scala 1:1 dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”. La copia esatta della camera funeraria ha riproposto gli affreschi, ma anche i gioielli, il trono, gli oggetti con cui il faraone fanciullo fu sepolto. Tra questi c’erano tre anfore con tre tipi di vino diversi. Quello chiamato Shedeh, che doveva aiutare a far rinascere il sovrano, è stato ricreato da un produttore trevigiano, utilizzando semi ritrovati nella tomba.

L'egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita

L’egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita

“Nella tomba di Tutankhamon”, ricorda Avanzo, “sono state ritrovate ventitré anfore vinarie. Tre, in particolare, erano state collocate rispettivamente a est, a ovest e a sud rispetto al sarcofago: la prima conteneva vino bianco, a bassa gradazione, a indicare il sole debole del mattino; la seconda vino rosso, più forte, come il sole caldo di metà giornata mentre la terza vino shedeh, più alcolico, dolce e gradevole, che si pensava potesse dare al defunto l’energia necessaria per rinascere al termine del suo viaggio notturno. Su questa anfora era riportata la scritta irep nefer nefer nefer, e cioè vino buono buono buono, una sorta di garanzia di qualità che ne indicava lo straordinario livello di pregio, oltre all’annata di produzione e al nome del capo cantina, segno di quanto fosse considerata importante in quella civiltà la cultura vitivinicola”. Shedeh: un vino dunque così buono da essere considerato capace di riportare in vita i morti. Ricreare quel vino, utilizzando le tecniche del tempo, è stata l’improbabile quanto affascinante sfida che hanno deciso di raccogliere Donatella Avanzo e Fabio Zago dell’azienda Antonio Rigoni di Chiarano (Treviso).

L'etichetta del vino Shedeh prodotto dall'azienda trevigiana "Antonio Rigoni"

L’etichetta del vino Shedeh prodotto dall’azienda trevigiana “Antonio Rigoni”

“Tutto è nato nel 2005”, racconta l’egittologa, “quando abbiamo presentato al salone del vino di Torino la ricostruzione di un torchio per la vinificazione utilizzato in epoca ramesside, sulla base di disegni ritrovati nelle tombe e delle ricerche di Patrick McGovern”. Il progetto successivo è stato la ricostruzione tridimensionale, in scala 1:1, della camera mortuaria del “faraone fanciullo” Tutankhamon, scomparso nel 1323 a.C. a 19 anni, e scoperta nel 1922 da Howard Carter. Proprio questa riproduzione, realizzata dall’artigiano Gianni Moro, è stata lo stimolo per spingersi poi oltre e provare a riprodurre quel nettare ritrovato in fondo a una delle anfore della tomba”. Lo shedeh presentato a Tourisma 2017 è stato realizzato con le uve più antiche del territorio trevigiano. “È un progetto”, sottolinea Zago, “che si presta bene all’invecchiamento in bottiglia, rivolto a una clientela medio-alta”. E per dare un tocco di classe, sull’etichetta è stata riportata una famosa dichiarazione d’amore contenuta nel famoso papiro, Harris 500, custodito al British Museum: “Ascoltare la tua voce è per me vino shedeh”.

 

 

Tourisma 2017: a Firenze per tre giorni il più importante evento europeo sulla promozione dei beni culturali. Trenta convegni, 240 relatori, sette laboratori, cento espositori. L’Egitto ospite speciale. Ricostruita la camera funeraria di Tutankhamon. E poi Longobardi, Etruschi, Preistoria, Vicino Oriente, turismo culturale

L'auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

L’auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Ci siamo. Ancora poche ore, si può dire, e Firenze aprirà le porte alla terza edizione di TourismA 2017, il Salone internazionale dell’Archeologia, che si terrà al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 17 al 19 febbraio. Nei tre giorni sono previsti oltre trenta fra convegni e workshop, con 240 relatori, sette laboratori didattici. Un centinaio gli espostori nel settore fieristico, fra cui cinque Paesi stranieri: Algeria, Cipro, Croazia, Egitto (special guest 2017), Giordania, Turchia. Sarà visitabile la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita per la prima volta a grandezza naturale (grazie a Cultour Active) ed è esposta la copia in bronzo del meraviglioso Apoxyomenos di Lussino. Fra gli ospiti speciali: Alberto Angela, Franco Cardini, Valerio Massimo Manfredi, Giuliano Volpe, Louis Godart, Zahi Hawass, Alberto Sironi. Il ministro Dario Franceschini consegnerà a Piero Angela il premio speciale “R. Francovich” attribuito dalla Sami per la comunicazione scientifica. Il ministro greco della cultura Lydia Koniordou lancerà da TourismA il suo appello per la restituzione dei Marmi del Partenone da parte del British Museum. “L’archeologia ha un’attrattiva incredibile”, sottolinea Cristina Giachi, vicesindaco di Firenze. “A TourismA non si trattano solo buone pratiche dal punto di vista della conservazione ma si approfondiscono i temi legati alla valorizzazione dei patrimoni archeologici che si dimostrano in grado di attrarre molto pubblico. Più volte siamo andati a parlare di queste buone prassi in realtà dove si stenta a vedere il potenziale attrattivo di questa ricchezza. Un terreno, oggi, di grande attenzione perché riguarda Paesi interessati dal fuoco incrociato delle guerre e del terrorismo: questo patrimonio è spesso saccheggiato e molti reperti sono trafugati e, venduti sul mercato illegale, diventano un mezzo di sostentamento degli stessi gruppi terroristici”. Per avere il programma completo vedi http://www.tourisma.it/programma-2017/

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

ANTEPRIMA A PALAZZO VECCHIO L’inaugurazione di TourismA 2017 in realtà non è venerdì 17, ma giovedì 16 febbraio, alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza di Dario Nardella, sindaco di Firenze; Andrea Pessina, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze Pistoia e Prato; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e Giuliano Volpe, presidente Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici. Il moment clou la lectio magistralis su “Firenze ai tempi di Dante e Boccaccio: idealità e realtà nella vita medievale” tenuta da Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. A Cardini riceverà il premio speciale “R. Francovich” per la divulgazione del Medioevo. Quindi la Società Archeologi medievisti italiani assegnerà il premio “R. Francovich” al miglior museo o parco archeologico a tema medievale. Infine premio speciale alla memoria di Mario Monicelli per la saga di Brancaleone.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

OMAGGIO A TUTANKHAMON  L’Egitto sarà l’ospite speciale della terza edizione di TourismA. E a illustrarlo sarà un testimonial d’eccezione, il noto archeologo Zahi Hawass che venerdì 17 aprirà la manifestazione con un convegno interamente dedicato alla tanto discussa figura di Tutankhamon: Zahi Hawass presenterà al pubblico presente “Ultime notizie dalla tomba del faraone bambino”. Per il direttore dell’Ente del Turismo egiziano in Italia, Emad Fathy, “la partecipazione dell’Egitto in qualità di Paese ospite costituisce un’occasione importante per promuovere la destinazione in collaborazione con i tour operator. Il nostro intento è quello di rivolgersi a una parte importante del target di riferimento del Paese, vale a dire agli appassionati di archeologia e a tutti quei viaggiatori che amano il mondo antico”. L’Egitto, sottolinea dal canto suo Piero Prunetti, direttore di TourismA, “è una vera miniera di meraviglie archeologiche e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell’archeologia mondiale. La collaborazione tra Egitto e Italia in questo campo ha prodotto risultati eccellenti grazie anche alle missioni archeologiche italiane in terra egiziana”.

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" a Oderzo

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 esposta in esclusiva a Firenze per Tourisma 2017

LA CAMERA FUNERARIA DI TUT E sempre per celebrare la civiltà della terra del Nilo, arriva in anteprima assoluta per la Toscana, l’unica copia esatta della celebre tomba di Tutankhamon scoperta dall’inglese Haward Carter nel lontano 1922. È questo uno dei «regali» più attesi dal pubblico della manifestazione fiorentina (oltre diecimila presenze nella passata edizione) che potrà visitare (gratuitamente) la meravigliosa camera funeraria, ricostruita in scala 1:1 dalle abili mani dell’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/10/legitto-a-oderzo-omaggio-a-tutankhamon-prorogata-a-grande-richiesta-la-mostra-di-palazzo-foscolo-visita-guidata-con-legittologa-avanzo-serata-speciale-con-i-fratelli-castiglioni-e-il-fi/). Si tratta di una vera e propria opera d’arte, proprio come l’originale rivenuta nella Valle dei Re, a cui si è giunti dopo anni di studio e lavoro su progetto scientifico delle università di Torino, Padova e Venezia. Riprodotta al millimetro in scala reale, la tomba del “faraone fanciullo” salito al trono all’età di otto anni e morto a soli diciannove, ripropone anche le copie esatte di gioielli, oggetti e perfino il famoso trono regale. Non solo. All’interno della tomba così come la scoprì Carter, vi erano anche tre anfore contenenti tre diversi tipi di vino. Uno di questi, il più alcolico e dolciastro, che doveva aiutare secondo le credenze a far rinascere il sovrano, era denominato Shedeh. Ebbene, con la stessa etichetta oggi quel vino – grazie al ritrovamento nella tomba stessa di Tutankhamon di alcuni semi utilizzati e alla disponibilità di un produttore vinicolo di Treviso che si è cimentato nell’impresa – è stato riprodotto e sarà presentato per la prima volta proprio a TourismA. Per costruire la copia perfetta della tomba sono stati necessari tre anni. Pazienza, rigore e passione le armi vincenti dell’équipe che adesso può mostrare al pubblico una delle più incredibili scoperte dell’egittologia. “Entrando nella tomba di Tutankhamon che abbiamo ricostruito”, spiega l’egittologa e ideatrice del progetto scientifico Donatella Avanzo, che a Firenze interverrà prima di Zahi Hawass, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano. Sono sicura che per i visitatori sarà un viaggio incredibile”.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

TURISMO ARCHEOLOGICO Tra le novità di quest’anno, la prima conferenza sul Turismo archeologico. Opportunità per operatori e destinazioni a cura del Centro internazionale Studi Economia del Turismo, in programma sempre venerdì 17 al mattino. TourismA è infatti anche una grande occasione per parlare di parchi, musei e turismo culturale con proposte di nuovi tour nei Paesi mediterranei più ricchi di testimonianze del passato: saranno presenti – come detto – Egitto, Giordania, Turchia, Croazia, Cipro, Algeria. Per la Croazia interverrà (venerdì pomeriggio) il ministro del Turismo Gari Cappelli, per presentare il nuovissimo museo di Lussino dedicato alla preziosa statua greca dell’Apoxyomenos (a TourismA verrà esposta la fedele copia in bronzo) a suo tempo restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure. L’Ente del Turismo Egiziano (Eta) sarà presente con uno stand che ospiterà alcuni dei principali tour operator italiani specializzati, come Agenzia Viaggi Rallo, che da ventotto anni organizza i Viaggi di Archeologia Viva, Mistral Quality Group e Tui. L’area espositiva di TourismA 2017 ospiterà, inoltre, l’Ufficio Cultura e Informazioni della Turchia, l’Ente del turismo della Giordania l’Ente nazionale per il turismo di Cipro, il Consolato Generale d’Algeria che parteciperà con il tour operator Unitour e la Croazia che sarà presente con il Muzej Apoksiomena di Lussino. Storici tour operator specializzati in viaggi culturali presenteranno al pubblico i loro itinerari archeologici, come I Viaggi di Maurizio Levi e Tucano Viaggi, insieme a operatori dedicati a specifiche destinazioni, come “Sardegna Insolita” e “Fantastiche Dolomiti”. Le nuove proposte del turismo culturale in Algeria, Egitto, Giordania e Sicilia saranno presentate da enti del turismo e tour operator in quattro incontri che si succederanno all’interno della Rassegna “Viaggi di Cultura e Archeologia” sabato 18 febbraio dalle 14 alle 18.30. Il pubblico troverà, inoltre, tutte le novità dell’editoria archeologica e le guide di viaggio di Polaris Editore. Si parlerà anche di turismo digitale, storytelling e social media per la comunicazione dei beni culturali con il convegno e workshop su Archeosocial e il convegno sul Digital Storytelling (venerdì pomeriggio e domenica mattina).

Il ministro alla cultura Dario Franceschini annuncia per il 25 Aprile un lunedì speciale con musei aperti

Il ministro alla cultura Dario Franceschini consegnerà il premio “Francovich” per la divulgazione scientifica a Piero Angela

ARRIVA IL MINISTRO Spetterà invece al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini in persona consegnare sabato 18 alle 11 a Piero Angela l’ambito Premio speciale “Riccardo Francovich” per il suo impegno nella divulgazione scientifica. Alla cerimonia che vede protagonista il popolare conduttore televisivo è presente Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e della Società Archeologi Medievisti Italiani che promuove il prestigioso riconoscimento. Il Premio ordinario viene invece assegnato alle Catacombe di Napoli e all’Area archeologica di Santa Maria di Siponto come migliori siti d’interesse medievale.

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

LONGOBARDI, ETRUSCHI, PREISTORIA, VICINO ORIENTE, PERSONAGGI Altri protagonisti di TourismA 2017 sono i Longobardi (sabato mattina), con lo storico Franco Cardini che rivede – e corregge – la loro cattiva nomea di distruttori. E Giampietro Brogiolo, ordinario di Archeologia medievale dell’università di Padova, interviene con “Ultime notizie dal fronte (archeologico)”. Omaggio doveroso anche ai “padroni di casa” gli Etruschi, con l’intera mattina di sabato 18 su “Riti e misteri etruschi: sepolture anomale e sacrifici umani”: da non perdere la presentazione di una scoperta sconvolgente in Valdichiana che fa parlare addirittura di sacrifici umani. Partecipa anche l’Università di Firenze con il rettore Luigi Dei ad aprire le comunicazioni (domenica 19 al pomeriggio) sulle ricerche dell’Ateneo fra Oriente e Africa. Poi il fascino misterioso della preistoria d’Italia: quando e come fu popolata la Penisola? Ne parleranno venerdì 18 al pomeriggio gli esperti di sei diversi atenei che da decenni svolgono indagini nel settore. Inoltre, per la prima a Firenze, arriva Ötzi, l’Uomo del Similaun, che non cessa di stupire con le notizie fornite dallo studio della sua mummia e che verranno presentate (venerdì pomeriggio) in anteprima a TourismA da Gunther Kaufmann curatore del Museo dell’Alto Adige. Spazio anche alle ultime scoperte a Pompei illustrate direttamente dal soprintendente Massimo Osanna (sabato 18, al pomeriggio). Tra speranze di rinascita e cronache di distruzione, si parlerà (venerdì pomeriggio) dello stato dei beni culturali in Iraq e Siria (con le ultime da Palmira): Paolo Brusasco, docente di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Genova su “L’arte violentata della Mesopotamia: estinzione del patrimonio e orizzonti di rinascita”. Tanti i nomi della divulgazione storico-archeologica a corredare il già ricco programma. Sarà lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi a farci rivivere (sabato 18, al pomeriggio) i terribili momenti (per i Romani) della battaglia di Teutoburgo, mentre sapremo qualcosa di più delle donne nell’antica Roma grazie all’intervento del’archeologa e scrittrice Marisa Ranieri Panetta (domenica pomeriggio) con “Messalina imperatrice trasgressiva da… morire”. La ministra greca della cultura Lydia Koniordou sarà presente (domenica 19, al mattino) insieme a Louis Godart, consigliere culturale del presidente della Repubblica italiana, per sostenere la causa della restituzione ad Atene dei marmi del Partenone che sono al British Museum. Mentre il gran finale toccherà ad Alberto Angela che parlerà di Leonardo e la Gioconda. Ma per le migliaia di appassionati che da anni seguono il popolare divulgatore scientifico e scrittore, non sarà possibile, come nei precedenti incontri, intrattenersi con lui alla fine del suo intervento. “Per impegni di lavoro”, avvertono gli organizzatori, “Alberto Angela dovrà ripartire subito dopo il suo intervento, per cui non potrà rilasciare dediche o autografi”.

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

LABORATORI  A grande richiesta è stata ampliata infine la proposta di Archeolaboratori per grandi e piccoli, dove sarà possibile simulare lo scavo di una tomba etrusca, sperimentare la scheggiatura della pietra e l’accensione del fuoco, praticare l’antica arte della tessitura, scrivere in geroglifico, giocare alla longobarda. Soddisfatto il direttore della manifestazione, Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva: “In tempi di crisi profonda, TourismA rappresenta una realtà culturale e fieristica in piena espansione. Abbiamo creato, anche grazie alla collaborazione di FirenzeFiera e sotto l’egida del Comune di Firenze, il più importante evento europeo dedicato alla promozione dei beni culturali e ambientali”.