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“Pompei e i Greci”: visita guidata alla mostra allestita nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, con 600 reperti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano

Il prof. Carlo Rescigno, uno dei curatori della mostra “Pompei e i Greci” davanti a un cratere da Locri Epizefiri (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. Ecco la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion) che intensificano l’esperienza del visitatore, immergendolo in un ambiente multisensoriale legato al racconto della mostra e articolato in tre atti. “Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/26/pompei-fu-una-citta-della-magna-grecia-alla-domanda-risponde-la-mostra-pompei-e-i-greci-curata-da-osanna-e-rescigno-lo-spiegano-bene-nel-saggio-pubblicato-sul-catalogo-electa-segu/).

Cratere a figure rosse dalla tomba 113 Licinella di Paestum e una testa femminile dalla Basilica Noniana di Ercolano (Foto Graziano Tavan)

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. E allora facciamo questo viaggio alla scoperta di Pompei prima della Pompei che conosciamo attraverso le tredici sezioni della mostra. All’ingresso il visitatore è accolto dalla prima installazione multimediale che ti riporta indietro nello spazio e nel tempo facendoti vivere e percepire uno spaccato di vita pompeiana. Lo spettatore è portato a percepire l’eccitazione provata dagli antichi navigatori nell’avvistare per la prima volta il golfo di Napoli dal ponte delle loro imbarcazioni, e ad assistere alla fusione di diversi popoli e culture nella grande rete di comunicazioni e di scambi che diede vita a uno stile di vita e a una forma di espressione artistica inconfondibili. La prima sezione, “Una grammatica greca di oggetti”, racconta dei primi contatti dell’Occidente con l’Oriente, spesso sottesi nel mito o nell’epica. Ecco dunque Odisseo/Ulisse che percorre il Mediterraneo, e da Oriente giunge in Occidente. “Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee”, spiegano Osanna e Rescigno, “abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata”.

Sima con protome leonina dal tempio Dorico di Pompei (foto Luigi Spina)

La piroga in un unico tronco dall’abitato protostorico di Longola (foto Graziano Tavan)

“Pompei prima di Pompei” è la seconda sezione. Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento protostorico perifluviale di Longola di Poggiomarino ai materiali indigeni (notevole la piroga dell’VIII sec. a.C., lunga 7 metri, ricavata da un unico tronco di legno quercino) si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania. È in questo contesto che nasce Pompei: “Gli spazi della città” (sezione 3). Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto. E così nella IV sezione, “La non città: un palazzo italico”, vediamo cosa succede attorno a Pompei, dove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. “La riscoperta del palazzo di Torre Satriano”, spiegano Osanna e Rescigno, “ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo”. In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze: siamo nella sezione 5, “Il sacro e il politico”. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia (Paestum), si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

La ricostruzione dei fondali del porto di Napoli con un ammasso di reperti di molte epoche (foto Graziano Tavan)

Elmo corinzio in bronzo trofeo della Battaglia di Cuma (474 a.C.)

È “Un mondo multietnico” (sezione 6) quello che si va componendo sotto i nostri occhi: un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico. Un equilibrio rotto dalla “Battaglia di Cuma” del 474 a.C. (sezione 7). Il mondo dei piccoli scali lungo il golfo, della grande Pompei, delle alleanze, entra in crisi alla fine del VI sec. a.C. ed esplode nella prima metà del secolo successivo. Un tiranno a Cuma crea i presupposti per un nuovo equilibrio, alterando la trama delle primitive alleanze. La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai cumani con l’aiuto dei siracusani. È qui che troviamo la seconda installazione multimediale. Il visitatore assiste a uno scontro tra due flotte da guerra che seminò distruzione e morte sul fondo del mare: la celebre Battaglia di Cuma che segnò l’inizio di una nuova era nella storia di Pompei, segnata dal declino di questa città un tempo fiorente e l’ascesa di altri centri urbani nell’area. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro. Dunque Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. E Neapolis segna uno sviluppo costante e continuo. Come dimostrano i recenti scavi dei fondali del porto, oggetto della sezione 8: “Neapolis, materiali dai fondali del porto”. Della nuova città, Neapolis, possediamo infatti il racconto narrato proprio dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Alla II metà del VI sec. – I metà del V sec. a.C. risalgono le coppe ioniche; al IV – III sec. a.C. le anfore vinarie del tipo greco-italico di produzione locale; al II sec. a.C. le ceramiche comuni di produzione neapolitana, le anfore di produzione pompeiana, le anfore ovoidi di produzione brindisina, le anfore puniche di Cadice, e le anfore di produzione rodia. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

L’hydria, premio dei vincitori dei giochi di Hera ad Argo (V sec. a.C,), finita nella casa pompeiana di Giulio Polibio nel I sec. d.C. (foto Graziano Tavan)

Si apre “Un nuovo mondo” (sezione 9): Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, e dall’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel grande mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri. E così si comincia a “Vivere alla greca” (sezione 10). Il mondo ellenico entra infatti a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Proprio Giulio Polibio ereditò o acquistò un pezzo autenticamente greco di stile severo (460 a.C.), un’hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo. L’iscrizione sul bordo (“sono dei giochi di Hera Argiva”) indica che il vaso è stato un premio per i vincitori dei giochi che si svolgevano in onore di Hera nel santuario di Argo: a Pompei probabilmente il pezzo arriva da trafugamento di qualche tomba, forse in Magna Grecia, venduto sul mercato antiquario, dove subisce trasformazioni (foro nella pancia per probabile applicazione di rubinetto) per far sfoggio come centrotavola. E poi c’è il servizio mensa in argento, 20 pezzi, probabilmente per quattro persone, trovato recentemente a Moregine, che garantivano al padrone di casa prestigio e successo. Queste argenterie trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

Particolare della statua in bronzo di Apollo Lampadoforo trovata nel triclinio della casa di Giulio Polibio a Pompei (foto Luigi Spina)

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo (“Conservare oggetti greci””, sezione 11). Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia. Accanto al latino si usa il greco (“La lingua greca a Pompei”, sezione 12): ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale. L’ultima installazione fa vivere al visitatore l’esperienza del lusso e della ricchezza culturale della città, malgrado il suo violento passato. Pompei ricominciò a prosperare e fiorire, fondendo le più svariare influenze in una ricca produzione culturale ispirata dai Greci, che traspare nelle arti, nelle ville e nei giardini incantati del periodo. E così arriviamo all’ultima sezione, la 13: “Atene a Pompei”. Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

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