2007 – 2017: dieci anni di ricerche a Fondo Paviani nelle Grandi Valli Veronesi, uno dei più importanti insediamenti dell’Età del Bronzo in pianura Padana. A Legnago giornata di studi sul sito arginato del XV – XI sec. a.C. tra scoperte, nuove tecnologie e impegni futuri

Una veduta aerea dello scavo a Fondo Paviani vicino a Legnago, nelle Grandi Valli Veronesi

La campagna di scavo a Fondo Paviani del 2009

È uno degli insediamenti dell’Età del Bronzo più importanti di tutta la pianura Padana, collocato sul margine occidentale della paleovalle del fiume Menago: è il grande sito arginato di Fondo Paviani, vicino a Legnago (Verona).  Era l’autunno 2007 quando il sito divenne oggetto di ricerca con il progetto “Fondo Paviani“, sotto la direzione scientifica del prof. Michele Cupitò (cattedra di Protostoria Europea e Paletnologia al Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova) con il Centro Ambientale Archeologico di Legnago partner logistico e didattico-divulgativo. Il Progetto riguarda scavi e ricerche archeologiche sul sito arginato (dotato di aggere e fossato perimetrali) dell’Età del bronzo (XV-XI sec. a.C.) di Fondo Paviani, capace di raggiungere nel momento di massimo splendore,un’estensione di oltre 20 ettari, vero e proprio central place politico-territoriale nonché un fondamentale crocevia culturale  e snodo fondamentale di traffici e scambi a medio e lungo raggio tra Europa continentale e Mediterraneo Orientale.

Il sito arginato dell’Età del Bronzo scoperto a Fondo Paviani e oggetto di un progetto di ricerca dal 2007

Il prof. Michele Cupitò (università di Padova)

Sono passati dieci anni: è tempo di fare il punto. Venerdì 16 febbraio 2018, alle 16, nella sala conferenze del Centro Ambientale Archeologico di Legnago, giornata di studi, organizzata in stretta collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, “10 anni di ricerche nell’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani. Risultati e prospettive” per condividere con studiosi e appassionati le numerose e importanti scoperte avvenute in questi anni nel grande sito arginato di Fondo Paviani, ubicato a sud di Legnago, grazie alle nuove indagini archeologiche condotte dall’Università di Padova.  Ricco il programma. Dopo l’introduzione all’incontro di Federico Bonfanti, conservatore del Centro Ambientale Archeologico, e i saluti del sindaco di Legnago, Clara Scapin; dell’assessore alla Cultura, Silvia Baraldi; e del presidente della Fondazione Fioroni, Mirella Zanon; alle 16.20, aprono i lavori Michele Cupitò e Giovanni Leonardi , università di Padova (“Progetto Fondo Paviani: 2007-2017. Anatomia di una ricerca interdisciplinare”); 16.45,  Elisa Dalla Longa, Cristiano Nicosia, David Vicenzutto e Claudio Bovolato, università di Padova; Claudio Balista, Geoarcheologi Associati sas di Padova (“L’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani a 10 anni dalla ripresa delle ricerche. Nuove acquisizioni e problemi aperti”); 17.20, Rita Deiana, università di Padova (“Oltre lo scavo. Indagini geofisiche a Fondo Paviani: risultati e prospettive”); 17.45, Ivana Angelini, università di Padova (“Bronzo, ambra e vetro. I segreti degli artigiani di Fondo Paviani svelati dalle analisi scientifiche”); 18.10,  Marco Bettelli, istituto di studi sul Mediterraneo Antico – CNR, Roma (“Nelle terre di Eridano: Micenei, Ciprioti e Levantini in Pianura Padana orientale nella tarda Età del Bronzo”); 18.35, Linda Condotta e Antonio Persichetti, Archetipo srl, Padova (“Volare sopra Fondo Paviani con le nuove tecnologie. L’utilizzo dei droni in archeologia… e non solo”). Chiude l’incontro Federico Bonfanti.

Frammenti di ceramica micenea da Fondo Paviani (foto Università di Verona)

“Lo studio di Fondo Paviani”, ha più volte spiegato il prof. Cupitò, “rappresenta un’occasione unica per poter ricostruire la storia agraria e l’evoluzione del paesaggio delle Valli Grandi Veronesi sul lungo periodo. Le campagne di indagine svolte in questi anni hanno confermato l’importanza del sito per la comprensione dei fenomeni che, nella seconda metà del XII secolo a.C, dopo il crollo della civiltà delle terramare, portarono alla nascita, nella pianura veneta, di quel nuovo assetto socio-politico che aveva il suo polo in Frattesina, un sito crocevia di traffici che coinvolgevano i distretti metallieri delle Alpi orientali, dell’area danubiano-carpatica, fino all’Egeo ed il Vicino Oriente”. Fondo Paviani – è dimostrato dalle indagini archeologiche – fu l’unico grande villaggio arginato della Bassa Veronese che “resistette -anzi reagì- alla crisi che investì la Pianura Padana bel primi decenni del XII secolo a.C. Un “ponte” tra il mondo terramaricolo e quel nuovo assetto che, nel giro di un paio di secoli, portò alla formazione dei primi grandi centri proto urbani”. E non va dimenticato che ad oggi il 25 frammenti di ceramica figulina dipinta  di tipo Egeo miceneo recuperati a Fondo Paviani rappresentano il più cospicuo campione di ceramica micenea rinvenuta in Italia centro-settentrionale.

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“Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

L’Etiopia lo ha tradito, la Libia è diventata off-limits (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/). Ma lui, Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, l’Africa l’ha sempre nel cuore. Così, in attesa di poter tornare in Africa, l’Africa la porta a casa sua.  Martedì 20 febbraio 2018, alle 18, all’Espace La Stanza, in via Orazio a Bolzano, apre la mostra “Antiche architetture berbere. LYBIA by Lucio Rosa” (fino al 6 marzo 2018). “Durante le varie missioni svolte in Libia”, spiega Lucio Rosa, “sia per realizzare film e ricerche varie, purtroppo solo fino al 2014, perché poi la Libia è diventata impraticabile, mi sono interessato all’architettura berbera di diverse oasi”. E continua, tradendo l’emozione. “Queste oasi sono abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80, fino a quando Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi. Le vecchie oasi, quasi tutte abbandonate, sono cadute nel degrado. Ma ci sono delle eccezioni”. E queste “eccezioni” sono state “salvate” dalle immagini di Lucio Rosa. La mostra “Antiche architetture berbere. LYB IA by Lucio Rosa” presenta una cinquantina di foto che riguardano sette di queste location. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”, commenta amaro il regista. Le foto sono raggruppate in sequenze, ognuna presentata da una nota esplicativa. Vediamone qualcuna.

La bandiera degli Imazighen con al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa”

Intanto cominciamo a conoscere meglio gli Imazighen, noti come “uomini liberi”. Sono Berberi, un popolo indigeno della Libia e del Nord Africa, come i libici moderni che si considerano arabi, ma in realtà sono di etnia e cultura berbera, arabizzati nel corso dei secoli. “Ora parlano un dialetto arabo”, ricorda Rosa, “con la grammatica berbera e molti prestiti dall’antica lingua dei libici detta Tamazight, il cui antico alfabeto, berbero, tifinagh è chiamato anche alfabeto libico. Il simbolo al centro della bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu rievoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto, altro non è che la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita”. Per i Paesi dove si parla o si è parlato la lingua berbera è stato creato il neologismo Tamazgha un’espressione di nazionalismo per affermare  l’esistenza di una nazione berbera e di un popolo unito. Al Tamazgha appartengono Libia, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, nord del Mali e del Niger, parte occidentale dell’Egitto, e i territori spagnoli di Melilla e Ceuta oltre che alle Isole Canarie. Al Tamazgha appartiene la stessa tribù berbera dei Tuareg, originaria del sud della Libia, l’attuale Fezzan. Anche la tribù di Gheddafi, Qadhadhfa o anche Gaddafa, è una delle tribù libiche di etnia berbera arabizzate. “Oggi per Berberi si intendono quelli che hanno mantenuto la lingua berbera e per questa ragione vengono detti berberofoni o, nella loro stessa lingua, Imazighen. Risiedono nella città di Zuara, nel Dejbl Nfousa, nella città di Ghadames e al sud nelle zone di Ubari e di Sebha, oltre che nelle grandi città libiche come Tripoli, Bengasi e Misurata”.

Quel che resta dell’antico villaggio di Derdj in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Derdj. “Dell’antico villaggio di Derdj, la Derdj vecchia”, spiega Rosa, “non rimangono che poche tracce. Un labirinto di viottoli si insinua tra le case diroccate di quella che fu un tempo un’oasi, ora abbandonata. Si possono ancora scorgere le tracce di quelle che furono le sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa oasi. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo dell’altopiano, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste mediterranee”.

I viottoli del villaggio rupestre di Fursta in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Fursta. “Jebel Nafusah”, interviene il regista veneziano, “è una zona montagnosa che partendo da Leptis Magna sovrasta la piana della Tripolitania giungendo fino in Tunisia. Gli Imazighen, i berberi della Libia, hanno da sempre considerato queste terre come area di loro appartenenza. Qui si sono insediati in tempi lontani diversi villaggi rupestri. Il villaggio Fursta, è ignorato, per fortuna, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore, spronato dal desiderio di scoprire, arriva fin quassù. Qui si conservano ancora le tracce del modello di vita degli Imazighen. Per proteggere il proprio raccolto da possibili attacchi da parte nemica, gli abitanti di Fursta, accanto alle loro abitazioni scavate nella roccia, avevano edificato magazzini fortificati dove mettere al sicuro il proprio raccolto, come grano, olio e tutto quanto serviva alla loro sopravvivenza”.

L’oasi di Ghadames è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Ghadames. Per i romani era Cydamus. Le prime notizie storiche sulla città risalgono proprio all’epoca romana. Era il 19 a.C. quando fu occupata dalle  legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti. Lontana, collocata ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, per secoli Ghadames è apparsa come un miraggio a chi la ritrovava dopo il lungo viaggio di ritorno dai mercati del Sud attraverso il deserto, un rifugio, un porto tranquillo dopo le incertezze, le fatiche del lungo peregrinare. “L’oasi di Ghadames”, conferma Rosa, “al contrario di tante altre oasi sahariane, è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi  vecchi. A Ghadames è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e con la luce donata da una sapiente architettura”.

L’impressionante Qsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Oasi di Qsar al-Haj. Qsar al-Haj è probabilmente la costruzione più sorprendente dell’architettura berbera in Libia. Conosciuto come “castello berbero” fu eretto nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. “Non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno”, precisa Rosa, “ma una struttura di stoccaggio creata per immagazzinare il raccolto della popolazione che vive nel villaggio adiacente. Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra, come l’orzo e il grano”.

Kabaw, tipica costruzione berbera (foto Lucio Rosa)

Kabaw è una costruzione berbera che serviva sia alla popolazione semi-nomade sia a quella stanziale che gravitava in questa zona, per immagazzinare e proteggere le proprie provviste. Era  composta da centinaia di piccole celle ognuna sovrapposta una all’altra, un vero alveare. Al centro dell’impianto, una piccola costruzione a forma di cubo, intonacata di bianco, aveva la funzione di riparo per il guardiano che doveva vigilare su chi entrava e chi usciva.

Il granaio fortificato di Qsar Nalut, villaggio berbero (foto Lucio Rosa)

Oasi di Nalut e di Qsar Gharyan. Qsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza del Jebel Nafusa, è uno dei più interessanti insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes  tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, il villaggio berbero appare come una fortezza, con il formidabile granaio fortificato, dove gli abitanti di Nalut conservavano i propri raccolti mettendoli al sicuro. Il granaio è un “palazzo” che gli Imazighen, i berberi di Libia, fortificarono negli anni della repressione turca. Gli abitanti di Nalut vi conservavano soprattutto l’olio e le granaglie, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera. Un dedalo di stradine, un labirinto di vicoli penetrano lo spettacolare granaio dalle pareti addossate le une alle altre, che dispone di 300 cellette poste su 5 o 6 ordini. “Qsar Gharyan”, conclude Rosa, “ è il castello delle grotte nella lingua degli Imazighen, e rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusa: l’uso di case interamente scavate nella roccia, chiamate case troglodite. All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno. Da un cortile scavato nel terreno per una profondità che può variare dai 7 a agli 9 metri, si accede all’abitazione vera e propria, che si presenta con una serie di stanze idonee per viverci, e con i magazzini”.

Roma, al museo delle Civiltà all’Eur arriva la “coppia inseparabile”: sono le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono, divinità del pantheon indonesiano, recuperate dai carabinieri a Monte Tuscolo

Le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono recuperate dai carabinieri nei pressi di Roma e consegnate al museo delle Civiltà all’Eur (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Una fase dei restauri nel Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Nel pantheon indonesiano rappresentano Loro Blonyo, la “coppia inseparabile”: lei è Dewi Sri, dea della fertilità e dei raccolti di riso, lui è Sadono, il suo sposo. Due statuette in terracotta, databili tra il XVIII e il XIX secolo, di Dewi Sri e di Sadono, originarie della regione di Yogyakarta (Giava centrale), sono state rinvenute casualmente in località Monte Tuscolo nel territorio di Monteporzio Catone, vicino a Roma, e  consegnate al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che le ha affidate in custodia all’Ufficio Sequestri del Museo delle Civiltà, museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, dove sono state sottoposte a un attento restauro da parte del Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv. “L’ambiente di giacitura subaereo esterno”, spiegano gli esperti, “le ha esposte, nel tempo, all’azione aggressiva di svariati fattori di degrado quali: sbalzi termici, acqua, infiltrazioni saline, vento, luce, sostanze acide, inquinamento, organismi biologici”. Le due figure, una maschile e una femminile, sono realizzate in ceramica a pasta porosa tramite formatura manuale. Le ricche vesti,  gli ornamenti, le acconciature e i copricapo, sono resi dalla lavorazione dell’argilla. Sono rappresentate in posizione seduta sui talloni col busto eretto e le braccia  rilassate poggiate sulle cosce (Vajrasana – posizione del diamante), con espressione di meditazione assorta e di ieratico distacco.

La “coppia inseparabile” della dea delle fertilità Dewi Sri e del suo sposo Sadono: le statue dopo i restauri da martedì 13 febbraio esposte al Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Martedì 13 febbraio 2018, alle 11, nella sala conferenze del museo “Luigi Pigorini”, una delle sedi espositive del Muciv, all’Eur, “Conferenza sui beni culturali recuperati dal nucleo operativo dei Carabinieri TPC” durante la quale saranno consegnate le due statuette in terracotta di Dewi Sri e Sadono alla presenza del colonnello Alberto Deregibus, vice comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, e del tenente colonnello Nicola Candido, comandante del Reparto Operativo CC TPC. Al termine della conferenza, durante la quale i reperti recuperati saranno esposti, le due opere d’arte verranno consegnate dai Carabinieri TPC al direttore del museo delle Civiltà, Filippo Maria Gambari, per la loro definitiva esposizione al pubblico.

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico presenta alla Bit di Milano il programma della XXI edizione in cui verrà celebrato il ventennale dell’iscrizione dei siti Unesco di Paestum

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico scopre le carte alla Bit. Domenica 11 febbraio 2018, alle 15.30, nello stand Regione Campania della Borsa internazionale del Turismo di Milano sarà presentata la XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, in programma da giovedì 25 a domenica 28 ottobre 2018 a Paestum. L’occasione è data dalla conferenza “Il Sistema Unesco della Campania”, alla quale interverranno Francesco Caruso consigliere ai Rapporti Internazionali e all’Unesco del Presidente della Regione Campania, Nicola Oddati consigliere di amministrazione di Scabec, Francesco Palumbo sindaco di Capaccio Paestum, Rosanna Romano direttore generale per le Politiche culturali e il turismo della Regione Campania, Ugo Picarelli fondatore e direttore della Borsa.

Sempre molto frequentato il salone espositivo della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico

La Borsa, ideata e organizzata dalla Leader srl, con circa 12mila visitatori e 120 espositori di cui 25 Paesi Esteri, gode di prestigiosi patrocini quali ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Unesco, Unwto, Iccrom e ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale e si conferma opportunità di business, con il workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale, e di incontro con i giovani, grazie ai laboratori e alle rievocazioni di ArcheoExperience, la più grande rassegna di archeologia sperimentale in Italia.

Il parco Archeologico di Paestum che ospita la Borsa mediterranea del turismo archeologico

Per Paestum il 2018 è un anno importante: vent’anni fa – era il 1998 – il parco archeologico di Paestum fu inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco insieme al parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, il sito archeologico di Velia e la Certosa di Padula. Non è un caso, quindi, che tra le prime anticipazioni del programma della XXI edizione ci sia la celebrazione del 20° anniversario di Paestum nella lista dei siti Unesco. Inoltre, la Bmta è stata inserita dal MiBACT nelle iniziative dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, voluto dalla Commissione Europea per incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire le bellezze d’Europa e a rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo. La Borsa, infatti, con la sua attenzione al dialogo interculturale, ai beni a rischio e con i Premi “Paestum Archeologia” e “Khaled al-Asaad”, è impegnata da anni nel ricordare che il patrimonio è uno strumento fondamentale per il dialogo fra le culture, tanto da essere riconosciuta quale best practice da Unwto e Unesco per il suo contributo.

Museo Navigante, la goletta Oloferne approda a Crotone. Il Polo museale della Calabria ha aderito con i musei Archeologici di Capo Colonna e dell’antica Kaulon

La goletta Oloferne dell’associazione La Nave di Carta della Spezia (foto Paolo Maccione)

Il logo del museo Navigante nato nel dicembre 2017 mettendo in rete 58 musei italiani del Mare e della Marineria

Un mese di navigazione dall’Alto Adriatico con rotta prima verso Sud, fino allo Ionio, per poi risalire il Tirreno e raggiungere il porto francese di Sète, nella regione dell’Occitania, vicino a Montpellier. Ora la goletta Oloferne è in vista delle coste calabre con il suo “carico” speciale: il museo Navigante nato per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. Il due alberi costruito nel 1944 nel cantiere Russo di Messina, che rappresenta un prezioso reperto della tradizione marinara italiana ed è oggi attrezzata a barca-scuola per promuovere, come strumento educativo e di inclusione sociale, progetti di diffusione della cultura del mare e della navigazione, sbarca sabato 10 febbraio 2018 a Crotone. L’imbarcazione è salpata da Cesenatico il 9 gennaio scorso (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/04/nasce-il-museo-navigante-ben-58-musei-del-mare-e-della-marineria-ditalia-fanno-rete-e-ora-salpa-con-la-goletta-oloferne-alla-scoperta-del-patrimonio-culturale-marittimo-italiano-molti-sono/) e, nel circumnavigare l’intera penisola italiana dall’Adriatico al Tirreno, sta facendo tappa nelle principali città e nei borghi marinari, per terminare il suo viaggio – come detto – a Sète in Francia, dove, in rappresentanza dei musei italiani, il museo Navigante sarà ospite della manifestazione marittima Escale à Sète per far conoscere i luoghi e le tradizioni del nostro patrimonio marinaro.

Il parco archeologico di Capo Colonna a Crotone

Angela Acordon, direttore del Polo museale della Calabria

Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, ha aderito al Museo Navigante che sta promuovendo un censimento nazionale dei musei che hanno a tema il mare e la marineria italiana e che prevede anche l’adesione all’associazione dei Musei del Mare e della Marineria d’Italia.  A rappresentare il Polo Museale della Calabria  ci sono il museo Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), diretto da Gregorio Aversa, e il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon (Monasterace Marina), diretto da Rossella Agostino, entrambi con sezioni dedicate all’archeologia subacquea. Sempre sabato 10 febbraio 2018, alle 9, al museo Archeologico nazionale di Capo Colonna, d’intesa con il Comune di Crotone, la Capitaneria di Porto e l’Istituto Nautico, verrà illustrata l’iniziativa. Nel pomeriggio di sabato sarà possibile a scuole e cittadinanza salire a bordo della goletta Oloferne per visitare l’imbarcazione e la mostra didattica che racconta la storia della marineria e della navigazione in Italia.

A Firenze apre TourismA, salone di Archeologia e turismo culturale. Per tre giorni incontri e convegni con 250 relatori e ospiti d’eccezione; stand, allestimenti, box poster, laboratori per piccoli e grandi. E in auditorium il 14° incontro nazionale di Archeologia Viva

L’auditorium del centro congressi di Firenze gremito per TourismA (foto Valerio Ricciardi)

Andrea Pessina, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per Firenze Pistoia e Prato (foto Valerio Ricciardi, Roma)

Ancora una settimana di attesa per l’edizione 2018 di TourismA, “l’appuntamento con la storia”, parola di organizzatori. Dal 16 al 18 febbraio 2018 al Palazzo dei Congressi di Firenze c’è TourismA, il salone di archeologia e turismo culturale diventato ormai un must per addetti ai lavori e appassionati: in programma convegni e incontri con la partecipazione di 250 relatori e ospiti d’eccezione, fra cui Alberto Angela, Philippe Daverio, Massimo Cacciari, Valerio Massimo Manfredi, Vittorio Sgarbi, Tommaso Cerno, Andrea Carandini, Lucio Caracciolo, Giuliano Volpe, Chiara Frugoni… Negli spazi del Palazzo dei Congressi stand, allestimenti, desk e box poster di realtà culturali, turistiche, economiche italiane ed estere. Novità del 2018 sarà il primo workshop del Turismo Culturale in Italia “AAA Archeologia Arte Ambiente”: un evento B2B riservato all’incontro tra domanda e offerta di itinerari culturali tra professionisti del settore. E ancora laboratori didattici per piccoli e grandi, scuole e famiglie: dalla scheggiatura della pietra allo scavo archeologico, dai geroglifici alla tecnica del mosaico… Con un’anteprima: giovedì 15 febbraio 2018, alle 20.45, inaugurazione ufficiale di “Tourisma 2018” dedicata al Medioevo con Dario Nardella, sindaco di Firenze; Andrea Pessina, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per Firenze Pistoia e Prato; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva e “tourismA”. Chiara Frugoni, storica e saggista, già professoressa di Storia medievale alle università di Pisa, Roma e Parigi, interverrà su “Nascere e sopravvivere nel Medioevo, soprattutto a Firenze”. Giuliano Volpe, presidente del consiglio superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici illustrerà il premio “Riccardo Francovich” per la comunicazione del Medioevo, attribuito dalla SAMI – Società degli Archeologi Medievisti Italiani. E Andrea Macaluso, attore e regista, fondatore dello spazio culturale “Il Lavoratorio” di Firenze, parlerà della “Seconda novella della nona giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio”. Da venerdì 16 febbraio si entrerà nel vivo dei lavori. Intenso il programma dei tre giorni. Vediamo qualche appuntamento da non perdere.

Ricerche nello Swat (Pakistan) dove opera una missione archeologica italiana

Adulis, la Pompei d’Africa, in Eritrea dove lavora una missione archeologica italiana

Antonia Falcone (Professione archeologo)

Protagoniste della prima giornata di TourismA, venerdì 16 febbraio 2018, saranno le missioni archeologiche italiane all’estero in periodo di crisi nella sezione “Spes contra spem” (9.45-13-30), a cura di Ettore Janulardo, della “Sapienza” di Roma, referente Missioni archeologiche italiane all’estero: interverranno Michele Nucciotti, direttore missione archeologica italiana in Armenia dell’università di Firenze (“I paesaggi della Via della Seta in Armenia”); Elisa Iori,  field director Missione archeologica italiana in Pakistan (Swat) (“Archeologia in aree di crisi: scavo e turismo come mobilizzatori sociali. L’esperienza italiana nello Swat”); Romolo Loreto, direttore Missione archeologica italiana nel Regno dell’Arabia Saudita a Dumat al-Jandal (antica Adummatu) (“Le attività della Missione archeologica italiana in Arabia Saudita. Alle origini degli Arabi”); Serena Massa, direttore Missione italo-eritrea “Adulis Project”, e Susanna Bortolotto, architetto del Politecnico di Milano (“Adulis Pompei d’Africa. La missione archeologica italo-eritrea”); Gilberto Montali, direttore Missione archeologica ad Althiburos in Tunisia (“Al di là del mare. Novità dal Nord Africa”). Ma sempre venerdì ci sarà spazio per “Archeosocial. Il potere delle immagini: l’archeologia tra meme e storytelling” (9-18) a cura di Antonia Falcone e Domenica Pate di Professione Archeologo, e Astrid d’Eredità di ArcheoPop; per un “Invito a Malta: i segreti dei templi megalitici” (15.30-16-30) a cura di Malta Tourism Autority; per un viaggio “Dall’Adriatico al Tirreno. Piccoli musei e grandi storie” (9-12.30) a cura di Simona Rafanelli, direttore del museo archeologico “I. Falchi” di Vetulonia, e Elena Rodriguez, direttore del museo Archeologico di Verucchio.

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018

Una cosiddetta “Fibula a S” in argento dorato, almandine e pietre, trovata nella necropoli Cella; oggi al museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli

L’immagine di San Michele sulla facciata della chiesa di Monte Santangelo (Foggia)

Sabato 17 febbraio 2018, seconda giornata, faremo la conoscenza dei “Longobardi in Italia: eredità e messaggi di un popolo in viaggio” (8.20-13.30) a cura di Associazione Italia Langobardorum: introduce Angela Maria Ferroni, funzionario archeologo, ufficio Unesco MiBACT; modera Cinzia Dal Maso, direttore Archeostorie. Interverranno Mariarosaria Salvatore, archeologa, già dirigente MiBACT (“I Longobardi, un popolo in viaggio dall’Europa del nord all’attenzione mondiale”); quindi si passeranno in rassegna le località del sito Unesco dei Longobardi: “Cividale del Friuli, il primo ducato”, con Luca Villa archeologo, direttore scavi archeologici nel Monastero di Santa Maria in Valle; “Brescia, la sede dell’ultimo re dei Longobardi”, con Francesca Morandini archeologo musei civici d’Arte e Storia di Brescia; “Castelseprio e Torba”, con Sara Masseroli, direttrice parco archeologico di Castelseprio – MiBACT; “Il Ducato di Spoleto e i suoi monumenti longobardi”, con Maria Stovali, responsabile ufficio Unesco – Comune di Spoleto; “Benevento e la continuità dei Longobardi”, con Pasquale Palmieri, architetto – Comune di Benevento; “Il culto di San Michele e il santuario federale dei Longobardi”, con Immacolata Aulisa, docente di Storia del Cristianesimo Antico all’università di Bari “Aldo Moro”. Seguiranno Francesca Morandini, del coordinamento Progetto per Italia Langobardorum, e Paolo Braconi, docente di Antichità romane e di Storia dell’Agricoltura e dell’Alimentazione all’università di Perugia (“A tavola con re Rotari. Cultura e alimentazione dei Longobardi come paradigma per l’integrazione tra popoli”);  e Paolo Giulierini, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli (“I Longobardi al Mann”). Chiude la sezione la tavola rotonda “Popoli migranti ieri e oggi. Integrazioni possibili” con Stefano Balloch, presidente Italia Langobardorum, sindaco di Cividale del Friuli; Massimo Cacciari, filosofo, politico e accademico; Lucio Caracciolo, direttore Limes Rivista Italiana di Geopolitica; Tommaso Cerno, già condirettore de La Repubblica. Coordina Piero Pruneti, direttore Archeologia Viva e TourismA. Ma sabato da non perdere anche l’approfondimento “Sulla strada degli etruschi” (14-18.30), project work “Tra Archeologia Arte Cultura” a cura di Agostino De Angelis, attore e regista teatrale, con Simona Rafanelli, direttore museo di Vetulonia (“I principi etruschi di Caere e Vetulonia al centro del Mediterraneo”); Lorenzo Guzzardi, direttore Polo Regionale di Siracusa per i siti culturali (“Siracusa, Caere e il mondo tirrenico”); Flavio Enei, direttore museo civico del Mare e della Navigazione antica di Santa Marinella (“Gli Etruschi del mare: archeologia subacquea a Pyrgi nel porto dell’antica Cerveteri”); Marcello Tagliente, archeologo (“Incontro con il poeta-archeologo: voci e storie del Mediterraneo, in ricordo di Khaled Al-Asaad”); Lisa Turroni, responsabile didattica Museo interreligioso di Bertinoro (“Fratelli di sangue, fratelli di spirito”); Enzo Dall’Ara, geografo, critico e storico dell’arte (“Lo spazio geofisico, fondamento primario per lo sviluppo degli insediamenti antropici”); Lorenza Altamore, artista Progetto artistico-culturale (“Incontro con gli Etruschi”); Valerio Faccini, fotografo di scena (“Fotografare le rappresentazioni teatrali nei luoghi storico-archeologici”); Desirée Arlotta, presidente associazione culturale ArchéoTheatron di Cerveteri (“Sulla Strada degli Etruschi: un progetto”); Marco Scuotto, presidente associazione culturale Extramoenia di Siracusa (“Raccontare il sito archeologico attraverso la macchina da presa”). E per gli appassionati di preistoria da non perdere “Storie profonde. Le caverne tra scienza e turismo” (14.30-18) a cura dell’istituto italiano di Preistoria e Protostoria con introduzione di Roberto Maggi già soprintendenza Archeologia della Liguria. E quasi in contemporanea (16-18.30) c’è “Archeologia in Oriente. Il contributo degli archeologi italiani: dalla tutela del patrimonio culturale al turismo consapevole” a cura dell’Associazione Nazionale Archeologi.

Il prof. Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze

Il prof. Carlo Peretto dell’università di Ferrara

Terza giornata di incontri domenica 18 febbraio 2018.  Al mattino “Archeologia e itinerari giudaici” (10-13). Project work “Testimonianze ebraiche e paesaggio nella cuspide orientale della Sicilia in periodo romano e tardoantico” a cura di Archeoclub d’Italia sede di Noto (Sr). Al pomeriggio “Chi siamo? da dove veniamo? Pagine della più antica storia dell’uomo” (13.45-18) a cura di Fabio Martini dell’università di Firenze. Interverranno Nicoletta Volante, università di Siena (“Preistoria e archeologia sperimentale”); Olga Rickards, Cristina Martinez Labarga università di Roma Tor Vergata, Gabriele Scorrano university of Copenaghen (“Il menù dei paleolitici: ricerche sulla paleo dieta”); Pier Francesco Fabbri università del Salento, Domenico Lo Vetro università di Firenze (“Luoghi della memoria: le evidenze funerarie come indicatori biologici e culturali”); Fabio Macciardi California University – Irvine, Fabio Martini università di Firenze (“Preistoria e neuroscienze”); Marta Arzarello università di Ferrara (“Homo faber e la prima tecnologia ovvero quando l’uomo ha cominciato a modificare la materia”); Federica Fontana, Ursula Thun Hohenstein università di Ferrara (“The day after: cambiamenti climatici e nuove strategie comportamentali dopo l’ultima glaciazione”); Carlo Peretto, università di Ferrara (“Perché si studia la Preistoria?”).

Gli spettacolari mosaici della “Domus dei tappeti di pietra” a Ravanna: le è stato assegnato il Premio “Riccardo Francovich” – V edizione

L’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi

Daniele Morandi Bonacossi a Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Venerdì e sabato pomeriggio, e domenica tutto il giorno, l’auditorium del centro congressi ospita i lavori del 14° incontro nazionale di Archeologia Viva a cura di Piero Pruneti. Venerdì sul palco saliranno, tra gli altri, Andrea Carandini, presidente Fai (“I miei primi ottant’anni! Bilancio di un archeologo”); Franco Marzatico, soprintendente della Provincia di Trento (“Tre metri sopra l’acqua… Palafitte mito e realtà: il Parco archeologico di Fiavè”); Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore (“Il fascino della rovina (abbandonata o restaurata?): il caso del Tempio G di Selinunte”). Invece la soprintendenza Capitolina venerdì parla di “Winckelmann a trecento anni dalla nascita”, mentre sabato di “Traiano a 1900 anni dalla morte dell’imperatore”. Sabato dopo Luciano Canfora, professore emerito Filologia greca e latina all’università di Bari (“Cleofonte deve morire. Teatro e politica in Aristofane”); Vittorio Sgarbi, assessore Beni Culturali – Regione Siciliana (“La bellezza contro la mafia”) e Giuliano Volpe, presidente Consiglio superiore Beni culturali (“Risorgere dalla cenere: la villa tardoantica di Faragola (Ascoli Satriano). Dopo l’incendio, la ricostruzione”), cerimonia di consegna del Premio “Riccardo Francovich” – V edizione, attribuito dalla SAMI – Società Archeologi Medievisti Italiani alla Domus dei Tappeti di Pietra (Ravenna) e al museo provinciale di Campobasso – Sezione Medievale. Giornata clou domenica. Al mattino, Francesco Tiboni, archeologo navale (“Il cavallo di Troia: un inganno venuto dal mare”); Mario Torelli, premio Balzan per l’Archeologia classica (“Alla scoperta di Nuceria: storia di una città fra gli antichi popoli della Campania”); Paolo Giulierini, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli, e Massimo Osanna, direttore generale Parco Archeologico di Pompei (“Etruschi in Campania: una vicenda straordinaria e le ragioni di una mostra”); Brando Quilici, regista (“Ramses III: la ricerca di Zahi Hawass sull’“Harem Cospiracy” e un omicidio di 3000 anni fa. Postille ai margini di un film”). Nel pomeriggio, Lucrezia Ungaro, responsabile museo Fori Imperiali – Mercati di Traiano, sovrintendenza Capitolina (“Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa: perché Traiano, perché l’Europa?”); Giulio Magli, archeoastronomo, direttore Dipartimento di Matematica al Politecnico di Milano (“L’archeoastronomia non è un’opinione. Piramidi e stelle: verità e bufale galattiche da Palenque a Giza”); Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’università di Udine, e Antonio Zanardi Landi, presidente Fondazione Aquileia (“Giona da Mossul ad Aquileia. Storia di un mito e di un dramma contemporaneo”).

Egitto. Sulle note della “Marcia trionfale” dell’Aida la statua colossale di Ramses II trasportata nella sede definitiva, il Grand Egyptian Museum a Giza. Entro la fine dell’anno accoglierà i visitatori nella prima sala aperta del Gem, che sarà il più grande museo monotematico del mondo, all’ombra delle piramidi. Ecco le cifre faraoniche del progetto

Il corteo con i due camion che sostengono il peso della statua monumentale di Ramses II verso il Gem

Le protezioni in gommapiuma attorno alla statua di Ramses II durante il trasporto al Gem (foto Khaled Elfioi)

Quattrocento metri. Solo quattrocento metri è durato l’ultimo viaggio di Ramses II alla sua dimora definitiva. Ma è stato un trasferimento degno di un grande faraone. Il trasferimento della statua colossale di Ramses II, alta 12 metri per 83 tonnellate di granito rosso, dal sito temporaneo sull’altopiano di Giza al Grande museo egizio di Giza, il Gem (Grand Egyptian Museum), alla periferia ovest del Cairo, destinato a diventare il più grande museo monotematico del mondo, è stata un’autentica sfida tecnologica, programmata già dal 2002, che il governo egiziano ha trasformato in un evento mediatico globale, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, del ministro della Cultura Inas Abdel Dayem, di Zahi Hawass probabilmente il più famoso egittologo al mondo, insieme ad ambasciatori, scienziati, egittologi e giornalisti, il tutto ripreso passo passo dalla televisione di Stato. Per coprire il breve tratto ci sono volute dieci ore: la grande statua, in piedi, ancorata su due grandi camion dal fondo piatto, procurati dalla Arab Contractors, e protetta da abbondanti salsicciotti di gomma piuma, era preceduta da un drappello di soldati a cavallo e annunciata dalla fanfara militare con le note non solo dell’inno nazionale della Repubblica araba d’Egitto ma anche della Marcia trionfale dell’Aida di Verdi con Radames che “torna vincitor”. Un vero trionfo. Del resto è noto che la grande statua di Ramses II è considerata un simbolo culturale e artistico per tutti gli egiziani, e un tesoro nazionale che è stato onorato con il suo posizionamento al Gem. “Sarà la prima statua che i turisti vedranno una volta entrati nel grande museo”, ha sottolineato il ministro delle Antichità che non ha mancato di elogiare “gli sforzi compiuti dalle varie istituzioni e ministeri egiziani, nonché la cooperazione tecnica e finanziaria egiziano-giapponese, per il loro duro e accurato lavoro che ha contribuito al successo del trasferimento della statua”.

La statua di Ramses II all’arrivo sotto le coperture del Grand Egyptian Museum a Giza

La statua di Ramses nel sito provvisorio di Giza

La statua di Ramses quando era in piazza della stazione

È stato questo il terzo spostamento della statua colossale di Ramses II, realizzata 3200 anni fa, e scoperta nel 1820 dall’esploratore ed egittologo genovese Giovanni Battista Caviglia nel Grande Tempio di Ptah vicino a Menfi, capitale dell’Antico Regno d’Egitto, oggi a una ventina di chilometri a sud del Cairo. La statua fu trovata rotta in sei pezzi. Fu tentato più volte di ricomporla con un restauro, ma ci si riuscì solo alla metà del Novecento. Fu allora che ci fu il primo spostamento dal luogo del ritrovamento al Cairo. Fu infatti il primo ministro egiziano Gamal Abdel Nasser che nel 1955 decise di portare la grande statua, stabilizzata all’interno da barre di ferro, nella grande piazza Bab Al-Hadid, cioè della grande stazione ferroviaria nel cuore del Cairo. E da allora la piazza prese il nome ed è nota come piazza Ramses. Col passare del tempo, però,  Ramses Square si rivelò un luogo inadatto, poiché la statua era esposta a inquinamento corrosivo e vibrazioni costanti provenienti dal traffico e dalle metropolitane. Il governo egiziano decise allora di trasferire la statua in una posizione più appropriata. Siamo al secondo trasferimento: nell’agosto 2006 Ramses II dalla piazza della stazione viene portato In un sito temporaneo sull’altopiano di Giza, quindi vicino a quella che era già stata individuata come la sua destinazione finale, il Gem, raggiunta con il terzo trasferimento, il 25 gennaio 2018.

Rendering del Gem progettato da Heneghan Peng Architects con il posizionamento della statua di Ramses II

Il Grand Egyptian Museum di Giza, destinato a surclassare in grandezza quello delle antichità egizie nella centralissima piazza Tahrir e ad ospitare il tesoro di Tutankhamon, è stato progettato da Heneghan Peng Architects che si sono aggiudicati il concorso del 2002. Il Gem doveva essere inaugurato nel 2011. L’apertura è però slittata di anno in anno, tra crisi politiche e finanziarie. Ma forse stavolta ci siamo, almeno per un’apertura parziale, anche grazie al cospicuo contributo nipponico ricordato anche dal ministro el-Enany.  Lo ha confermato anche Mostafa Waziri, segretario del Consiglio supremo delle Antichita: “L’inaugurazione parziale del Gem è prevista per ottobre 2018, comunque entro la fine dell’anno. L’inaugurazione finale non prima del 2022”. L’obiettivo del Governo egiziano è di attrarre 4 milioni di visitatori l’anno, raddoppiando i numeri dell’Egizio del Cairo, pari a 2,5 milioni di visitatori. Comunque anche l’apertura parziale è stata definita un “importante avvio per il turismo” in Egitto da Rania el-Mashat, il nuovo ministro del Turismo, settore in crisi causa di rivoluzioni e terrorismo. “L’apertura parziale prevede l’esposizione di circa 5mila oggetti”, ha previsto il ministro el-Enany. “Assieme al colosso di Ramses II, all’entrata del museo saranno collocati altri 87 importanti reperti”. E prima di ottobre dal museo Egizio di piazza Tahrir arriveranno al Gem altre 43 statue.

L’impressionante cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza (foto Maurizio Zulian)

Masterplan del gem (da Il giornale dell’architettura.com)

Ma che cos’è esattamente il Grand Egyptian Museum di Giza? Un’idea ben precisa ce la dà Pier Paolo Raffa, consulente del progetto di allestimento del Gem, che ne ha parlato in un’intervista a “Il giornale dell’architettura.com”. “Il Gem – esordisce – è una monumentale porta per viaggiare nel passato dei faraoni. A 25 km dal centro della moderna città del Cairo e ad appena due dalle piramidi della piana della città storica di Giza, il Grand Egyptian Museum acquista dalla scelta di questa localizzazione una forte identità museale, rito di passaggio dal presente – il Cairo – allo spazio a parte della storia – Giza”. L’opera è faraonica, quasi una sfida all’unica tra le sette meraviglie del mondo antico giunta sino ai giorni nostri, la piramide di Cheope, che sorge a pochi passi. Impressionanti i numeri del cantiere: 5mila addetti che si alternano in tre turni, su 480mila mq di terreno (una superficie oltre otto volte quella della base della Grande piramide). Questa superficie è distribuita tra il museo vero e proprio, il centro conferenze (oltre 130mila mq) e un complesso di edifici con funzioni ausiliarie: laboratori di restauro, biblioteca, children museum e un altro museo dedicato ai visitatori diversamente abili, oltre a caffè, ristoranti e bookshop (più di 30mila mq), cui si aggiungono 300mila mq di aree a verde, incluso un museo open air. “Anche la facciata, strutturata sul modello del cosiddetto triangolo di Sierpinski”, spiega Raffa, “rivestita in pietra traslucida, è concepita per dialogare con i bianchi calcari, lucidi e lisci, che rivestono le piramidi di fronte”.

Rendering del Grand Egyptian Museum di Giza con la vista dall’interno sulla grande piramide (da Il giornale dell’architettura.com)

“Si stima che l’impatto sull’economia dell’Egitto sia di 840 milioni di dollari, tra costruzione del complesso architettonico e operazioni varie annesse, comprese le ricadute su un comparto turistico che deve fare i conti con l’incertezza politica. Il nuovo museo accoglierà 100mila reperti. Soltanto 5500 riguardano la collezione di Tutankhamon, il cui trasferimento dopo 84 anni dallo storico museo del Cairo, da dove proverranno anche gli ingenti pezzi dai depositi mai esposti prima, è già iniziato”. Il GEM – ricorda Raffa – nasce, infatti, per rispondere principalmente all’esigenza di maggiori e più adeguati spazi, oltre a migliori condizioni di conservazione per le collezioni, costrette, per non dire ormai affastellate, in locali inadeguati nella sede storica in piazza Tahrir. Basti pensare che proprio la collezione del faraone bambino è circoscritta a due gallerie in un’unica sala, uno spazio davvero esiguo per un repertorio di tale calibro. “Il museo è strutturato su una serie di livelli che vanno da un parvis monumentale esterno ad una zona coperta: due aree che il visitatore attraverserà muovendosi verso una grande scalinata che sale ad un livello, vetrato e panoramico, da dove avrà la vista sulle piramidi, proprio dall’interno del museo. Quest’ampia rampa ospiterà una selezione di sculture monumentali distribuite su tutta la sua lunghezza, mentre su entrambi i lati si svilupperanno due vaste zone espositive, le gallerie vere e proprie. Quella principale ospiterà unicamente la collezione Tutankhamon, presentata attraverso un allestimento museografico avanzatissimo. Un’interessante peculiarità di questo museo sarà che, nelle sue molteplici zone espositive distribuite su circa 93mila mq, si rappresenteranno molte tipologie del museo moderno: il GEM sarà per questo anche un esempio unico di come la museografia contemporanea può proporre la comunicazione culturale, la conservazione, la ricerca e le molte istanze del museo moderno, sempre in sviluppo”.