Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei

Edicola funeraria con iscrizione latina esposta nella rinnovata sezione epigrafica del Mann

La guida Electa della sezione Epigrafica del Mann

Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .

Un’iscrizione dipinta proveniente da Pompei ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli

Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori,  declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura  greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.  Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di  ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.

Una delle Tavole di Eraclea, lastra in bronzo del I sec. a.C.

E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798,  abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine  pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.

Una delle laminette orfiche n oro ritrovate a Thurii e conservate al Mann

Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci,  divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.

 

“Una Visione Oltre”: il museo Archeologico nazionale dialoga con l’arte contemporanea. Artisti under 35 si confrontano con specialisti di geologia e scienze forestali

Una sala del museo Archeologico nazionale di Adria, in Polesine

Il museo Archeologico nazionale di Adria dal 6 al 25 giugno 2017 instaura un dialogo con l’arte contemporanea in occasione della seconda edizione di “Una Visione Oltre”, il progetto culturale promosso da Pro Loco Adria e diretto da Tobia Donà (curatore) e Stefano Cagol (artista). Nato per promuovere giovani artisti under trentacinque, attraverso lo sviluppo di temi strettamente legati al territorio, “Una Visione Oltre” nella sua seconda edizione lo sguardo illuminato di Luigi Groto, ispiratore dell’intera rassegna, si rivolge quest’anno al territorio polesano, alla sua genesi geologica e alla messa in evidenza di peculiarità e caratteristiche sconosciute ai più. “L’arte”, spiegano i promotori, “diviene quindi il mezzo per affrontare una presa di coscienza collettiva su tematiche di estrema importanza poiché legate alla stessa nostra sopravvivenza in Polesine, che – non dimentichiamolo – in alcune zone vede la quota del terreno a diversi metri sotto il livello del mare, con tutte le implicazioni economiche che ciò comporta”. Sotto titolo di “Una Visione Oltre” per il 2017 è “di Mappe in Mapping” proprio per rendere sin da subito evidente un processo di mappatura geografica che gli artisti affronteranno utilizzando tecnologie all’avanguardia come quella satellitare attraverso l’uso del Sentinal2 (satellite in orbita terrestre). Nomi straordinari di primissimo rilievo nel mondo dell’arte contemporanea, come Luca Coclite, Giulia Sacchetto, Matteo Capobianco, Giorgio Gieri, Ginevra Mei, Giulia Callegarin, Chiara Parolo, Giulio Zanet, sono invitati a confrontarsi con specialisti di geologia e scienze forestali al fine di elaborare linguaggi e sistemi di comunicazione visiva immediati e di grande divulgazione. Sarà il Web, il canale preferenziale di raccolta e divulgazione di tutti i materiali prodotti organizzati in una specifica piattaforma digitale. Pensato quest’anno come un festival “Una Visione Oltre” tratterà dei rapporti fra arte e scienza, natura e storia, futuro e ambiente.

L’edizione 2017 di “Una Visione Oltre” al museo Archeologico nazionale di Adria ha per sottotitolo “Mappe in Mapping”

Il 6 giugno il museo di Adria esporrà una grande video installazione di Stefano Cagol che si è confrontato con l’identità millenaria di Adria. Nella sua opera inedita intitolata “Elektron (of the mind)” l’artista torna a riflettere sugli elementi simbolici della natura ispirandosi all’ambra, con Adria come punto nevralgico della via dell’ambra 2500 anni fa. Inoltre il museo in questa speciale occasione presenta gli interventi di due degli artisti under 35 selezionati per “Una Visione Oltre 2017”: Giulia Sacchetto e Giulia Callegarin. Giulia Sacchetto ha lavorato sul mutamento e la stratificazione del territorio, utilizzando materiali delicati e biodegradabili che evidenziano la fragilità di terre in continua evoluzione. Giulia Callegarin ha realizzato un progetto fotografico che ritrae luoghi adriesi di oggi, dove si scorge il confine tra spazi naturali e influenza umana, ispirandosi alle storie raccontate dai reperti esposti al museo stesso.

Pompei fu una città della Magna Grecia? Alla domanda risponde la mostra “Pompei e i Greci” curata da Osanna e Rescigno: lo spiegano bene nel saggio pubblicato sul catalogo Electa. Seguiamo il rapporto di Pompei con i popoli e le culture che fin dal VI sec. a.C. interagirono e si influenzarono: ecco le storie di un incontro tra Etruschi, Greci, Sanniti, Latini, Romani

Pompei romana e il Vesuvio: un connubio indissolubile. Ma Pompei è nata molto prima dell’arrivo dei Romani

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Statuina in bronzo della Sibilla da Cuma (Foto Luigi Spina)

Possiamo considerare Pompei una città della Magna Grecia? A questa domanda che mette in discussione l’immagine tradizionale di Pompei, città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., cerca di rispondere la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. Pompei e i Greci racconta le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Vengono così ricostruite le presenze greche prima di Pompei, le forme della città arcaica, i cambiamenti imposti nel golfo dopo la fondazione di Neapolis – di cui si espongono materiali inediti dai fondali del porto – fino al mondo ellenistico e alla grecità pensata e segmentata del mondo romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/).

Il suggestivo allestimento della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande di Pompei

“Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Nemmeno mettere al centro società ibride e meticce, un approccio che resta nella sostanza duale. Abbiamo voluto provare a indagare i meccanismi tramite i quali la cultura si muove, provare a restituire al grande pubblico il rumore degli ingranaggi che facevano funzionare il Mediterraneo tramite reti locali dai confini permeabili, continuamente in contatto, dai nodi mobili e stratificati, in cui le informazioni viaggiano. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi”.

Frammento di cratere attico (V sec. a.C.) dal santuario di Apollo a Pompei (Foto Luigi Spina)

Il soprintendente Massimo Osanna illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Testa di acrolito (500 a.c.) da Poseidonia

È dunque Pompei una città della Magna Grecia? Sono proprio Osanna e Rescigno ad aiutarci a dare una risposta, seguendo il loro saggio pubblicato sul catalogo Electa. “Considerare Pompei una città della Magna Grecia potrebbe apparire un errore storico”, esordiscono. “Non furono i Greci a fondarla, non abbiamo consultazione di oracoli, né la trasmissione del nome degli ecisti (condottieri greci scelti per andare a colonizzare una città, ndr) ma attraverso il mito si serba il ricordo dell’evento collegandolo a Eracle”. Fin da epoca arcaica, Pompei ci appare come un centro di nuova fondazione, quasi programmata. “La teoria tradizionale vuole che essa nasca dal sinecismo dei villaggi della Valle del Sarno in una temperie di profonda trasformazione urbanistica che investe la Campania e ne prepara il complesso assetto topografico arcaico: siamo tra la metà del VII secolo a.C. e gli inizi del secolo successivo e Pompei appare come città insieme a numerosi altri centri, dotata di mura, forse già di una piazza, con il suo santuario, dedicato ad Apollo, cui risponde, sul poggio del foro triangolare, l’area sacra e il culto di Atena. Ignoriamo quali ne fossero le forme istituzionali di governo: le iscrizioni, provenienti perlopiù da santuari e connesse alla pratica del rito, denunciano una significativa presenza etrusca ma non conosciamo quali fossero le sue assemblee politiche, quali i suoi sommi magistrati”. Nei due principali luoghi di culto – spiegano Osanna e Rescigno – furono all’opera maestranze diverse: nel santuario di Apollo maestri cumani a decorare un edificio costruito in legno e pietra; nel tempio dorico di Atena, costruito in pietra, forse una bottega locale che adatta a un modo originale di concepire lo spazio sacro la tradizione dorica, con un tetto che non riesce ad essere risolto né come produzione poseidoniate né cumana, condividendo tratti di entrambe le tradizioni. “Queste tracce di contatti, movimenti di genti, trasmissione di saperi e tecniche, che affiorano in maniera sfumata dalla ricerca archeologica, ci fanno riflettere su quanto abbiamo perduto di una storia complessa, fatta di contatti, contaminazioni, ibridazioni di tradizioni e costumi. Una trama di relazioni, una rete di rapporti che emerge nelle fonti letterarie solo nei suoi momenti più eclatanti e comunque deformata dagli occhi di chi osserva, interpreta, trascrive. Anche da questo punto di vista, Pompei si comporta quindi come una città greca o etrusca e forse dovremmo meglio dire arcaica, con le sue specificità ma anche condividendo, in un orizzonte ampio, tratti significativi delle nuove definizioni urbane che il VI secolo trascinava con sé in Italia meridionale e, più latamente, nel dialogo tra Grecia e Italia.

fregio in terracotta (III-II sec. a.C.) da Pompei con scene di battaglia

Lo spazio di Pompei arcaica è quello del golfo, tra gli scali cumani a nord, per esempio Partenope, e gli abitati che si snodano lungo il tratto costiero meridionale, in cui Pompei, Stabia e Sorrento costituiscono i nodi maggiori di realtà minori, come Vico Equense e l’insediamento arcaico di Piano di Sorrento. “Questo mondo”, ricordano i curatori della mostra, “conosce una profonda ristrutturazione con la fondazione di Neapolis che le recenti scoperte hanno oggi ancorato ai decenni finali del VI secolo a.C. La tirannide di Aristodemo aveva introdotto nuovi assetti, creato alleanze, la fondazione della nuova città, di Neapolis, altera i vecchi delicati equilibri e crea la risposta militare di una parte di quel mondo etrusco, quello dell’Etruria costiera, presente nel golfo”. Scoppia la battaglia di Cuma, combattuta nelle acque del golfo nel 474 a.C. L’intervento di Ierone, tiranno di Siracusa, condurrà alla vittoria dei cumani e da quegli anni il mondo del commercio costiero e la vita dell’opulenta Pompei sembrano arrestarsi. Non è un caso che nelle stratigrafie pompeiane, come registra chi scava in profondità, si percepisca sistematicamente una lacuna di documentazione che va dal secondo quarto del V secolo al 400 a.C. circa. “Un’inquietante assenza di documentazione materiale e di tracce di frequentazione, come se la città arcaica ricca e dinamica avesse cessato di vivere, o quanto meno di essere popolosa ed estesa”.

Lastra con cavalieri (VI sec. a.C.) dal palazzo di Torre di Satriano (Potenza) (foto Luigi Spina)

Carlo Rescigno illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Ritroviamo il confronto di Pompei con la Grecia dopo circa ottanta anni – spiegano ancora Osanna e Rescigno – , con un fenomeno che condurrà alla composizione di un linguaggio franco, quello ellenistico, dalle ampie latitudini che consegnerà alle soglie del primo impero le esperienze di un antico mondo fatto di città. “È il momento della “rinascita” di Pompei, della cosiddetta città sannitica che a partire dall’inizio del IV secolo a.C. ritorna progressivamente ad essere un centro importante all’interno delle dinamiche insediative del golfo. I protagonisti sono nuove genti, giunte verosimilmente da fuori, all’interno di quel rinnovato fenomeno di mobilità e migrazioni che interessa buona parte del comparto italico centro-meridionale”. Di questo “mondo campano” l’archeologia sta restituendo proprio in questi ultimi anni dati di rilievo: due tombe a cassa dell’incipiente IV secolo, una maschile, l’altra femminile, dal ricco corredo di ceramiche a figure rosse e a vernice nera, sono affiorate nella necropoli di Porta Ercolano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/23/pompei-ancora-scoperte-a-porta-ercolano-allinterno-di-due-botteghe-artigiane-gli-scheletri-di-cinque-pompeiani-tra-cui-un-bambino-in-fuga-dalleruzione-del-vesuvio-del-7/), tra le più tarde botteghe artigianali, documentando tra l’altro la lunga durata nella destinazione degli spazi della nuova città, che userà quest’area di necropoli fino alla sua distruzione nel 79 d.C.  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/) . “Anche la nuova esperienza nasce nel segno dell’ibridazione. Le tombe a cassa con cadavere supino non si distinguono da quelle di altri coevi centri italici della Campania; il corredo presenta le forme da banchetto tipiche di una tradizione greca che è divenuta pervasiva nel Mediterraneo globalizzato, le decorazioni delle ceramiche a figure rosse, di ascendenza greca, rivelano però uno scarto nella maniera artigianale che sembra tradire ancora una volta una definizione locale, la nascita di una tradizione epicoria (indigena, ndr) che costruisce temporanee identità aprendosi e mescolando. La Grecia dei condottieri, di Filippo e Alessandro, compone un nuovo linguaggio di potere, che dalle arti di corte filtra nell’artigianato più corrente. La Grecia è ormai ancor di più un fatto plurale e mediterraneo e gli stimoli provengono da luoghi diversi. Le nuove ricerche hanno rivelato case e assetti urbani per frammenti e già per questi livelli è possibile trovare nuovamente un dialogare alla greca”.

Dischetto in bronzo con iscrizione (VII-VI sec. a.C.) probabilmente da Cuma

E anche lo studio delle lingue antiche si apre a nuove prospettive. “Ancora una volta”, riprendono i due curatori, “sono le storie del Mediterraneo contemporaneo a insegnarci la dimensione del multilinguismo e a illustrarci un fenomeno come l’utilizzo mimetico delle lingue, per situazioni e registri comunicativi. In un luogo come il golfo di Napoli in età antica possiamo scoprire le lingue, in più situazioni, utilizzate in senso tecnico: l’etrusco a Pompei come strumento dominante di comunicazione alta, il greco in alcuni contesti come comunicazione nelle pratiche del sacro e del rito, il latino al momento della fondazione del porto puteolano come lingua franca nelle transazioni commerciali, ancora il greco come lingua della comunicazione letteraria. Ma Pompei da questo punto di vista insegna ancora di più: negli spazi delle case ritroviamo eco delle terminologie riportate nelle fonti per descrivere le stanze utilizzando parole greche anche quando gli ambienti definiti con il mondo greco nulla avevano a che fare, il mondo latino rimodella e sviluppa il suo mondo greco. In questa stessa prospettiva, il greco a Pompei è anche la lingua dell’amore e della cura del corpo femminile. Non possiamo quindi stupirci di trovare tracce d’insegnamento della lingua greca a Pompei, in un contesto che non può fare a meno di ricorrere a questa lingua per descrivere oggetti e idee anche sue proprie. Il mondo greco diventa immagine culturale al plurale, non supinamente ereditata ma vitalmente accresciuta e declinata nel proprio mondo”.

Dettaglio della straordinaria hydria in bronzo (460-450 a.C.) dal lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio a Pompei

La statua in bronzo (I sec. a.C.) di Apollo lampadoforo chiude la mostra “Pompei e i Greci”

A Pompei, il mondo greco diventa anche patrimonio da collezionare, ma con forme culturali ben diverse da quelle che attribuiamo oggi a questo termine. Ritroviamo piccoli originali greci, in numero davvero limitato, in sculture e rilievi riadoperati, per esempio, negli arredi da giardino. Ancora un originale greco è la preziosa hydria di V a.C. premio dei giochi argivi che componeva, con altri vasi, il corredo lussuoso della casa di Giulio Polibio. “Proprio in questo”, sottolineano Osanna e Rescigno, “oggetto potremmo riconoscere una specificità: non sappiamo come sia giunta a Pompei, se per il tramite di vendite d’asta, come premio di guerra, acquisizione da mercanti d’arte o se recuperata scavando casualmente nei propri poderi e imbattendosi in tombe antichissime, in ogni caso cogliamo una risemantizzazione dell’oggetto. L’hydria di Giulio Polibio è inserita in un servizio composito, in cui quasi ogni singolo oggetto ha la sua biografia che può giungere fino a rinnegare o appannare il suo contesto di origine. Anche nella pittura pompeiana un tema greco viene utilizzato in luoghi diversi. Così di quello schema, di quella tavola perduta o lontana e copiata si crea una nuova immagine. Così per le sculture. “La presenza nel luogo ameno del golfo di Napoli di botteghe di copisti”, concludono Osanna e Rescigno, “crea i presupposti per la diffusione delle copie degli originali in bronzo del mondo greco e delle immagini sacre di Atene. Nel contesto pompeiano questi oggetti sono rivissuti e risemantizzati, un processo ormai da tempo oggetto di studio della ricerca contemporanea”.

A Parrano, vicino a Orvieto, uno smottamento fa riaffiorare due vasi antichi: un cittadino lo scopre e chiama il Comune. Suo padre vent’anni fa aveva scoperto nel suo podere una tomba etrusca

I due vasi antichi riaffiorati dal terreno dopo uno smottamento a Soriano di Parriano vicino a Orvieto

Vent’anni fa suo padre, un operaio, scoprì i reperti di un’intera tomba etrusca facendo un piccolo scasso nel suo podere. Stavolta l’incontro ravvicinato con il passato è capitato al figlio, un privato cittadino che, a Soriano di Parrano, nel comprensorio di Orvieto in provincia di Terni,  si è accorto che un piccolo smottamento aveva fatto riaffiorare dal terreno due vasi antichi.  Il padre, quella volta, aveva avvisato la soprintendenza dell’Umbria che poi procedette a farli restaurare e oggi sono esposti tra il museo di Orvieto e il Centro di documentazione territoriale di Parrano.  Il figlio, fatto il ritrovamento, ha chiamato subito il Comune e l’area è stata recintata. Il sindaco Valentino Filippetti ha voluto sottolineare “il grande senso civico del cittadino che in presenza di un ritrovamento che si annuncia di grande valore si è subito rivolto alle istituzioni preposte, così come fece suo padre oltre 20 anni fa”.

Festa dei Musei. Il Polo Museale della Calabria propone “Musei in Contes(x)t: raccontare l’indicibile

Il logo dell’iniziativa del Polo museale della Calabria per la Festa dei Musei

Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, aderisce alla Festa dei Musei con una ricca programmazione che coinvolge le sedi presenti nel territorio calabrese. Le iniziative, promosse di concerto dal direttore del Polo e dai direttori dei musei, si terranno sabato 20 e domenica 21 maggio 2017 e verteranno sul tema Musei in Contes[x]t: raccontare l’indicibile. Ecco il programma.

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia

Museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia  (Vibo Valentia): Festa e notte dei Musei 2017. Sabato 20 maggio 2017, alle 19, al Castello Normanno Svevo concerto del conservatorio di musica “F.Torrefranca” di Vibo Valentia: diretti dal maestro Antonio La Torre si esibiscono il Quartetto hermoso composto da Domenica Franzè (violino); Lorenzo Albanese (fisarmonica); Matteo Milanese (contrabbasso); Gianluca Cusaco (percussioni); e il Quintetto di fisarmoniche costituito da Luca Colantonio (1 fisarmonica); Lorenzo Albanese (2 fisarmonica); Gianni Gagliardi (3 fisarmonica); Antonio Saulo (4 fisarmonica); Giuseppe Gualtieri (5 fisarmonica) con la partecipazione in qualità di solisti del soprano Angela Romeo e del tenore Saverio Alessio diretti. Sabato 20 e domenica 21 maggio 2017, l’associazione artistico-culturale “Nove Art”  di Vibo Valentia partecipa all’evento della festa dei Musei con una Mostra Collettiva d’arte, per valorizzare l’arte in tutte le sue forme e, allo stesso tempo, promuovere  gli artisti locali, in una versione culturale strategica che vuole l’arte al servizio del territorio. Arte e territorio, per stimolare la partecipazione e contribuire allo sviluppo culturale della città. Espongono: Amalia Alia, Giuseppe Barillaro,  Francesca Buffone, Italo Cosenza,  Saverio Di Francia, Tonino Denami, Loredana Elia, Lena Emanuele, Celeste Fortuna, Domenico Garrì, Antonino Gaudioso, Antonio Giannini, Beniamino Giannini, Giuseppe Giannini, Paola Ecoart Siciliano, Patrizia Tamburro, Antonio Tambuscio, Grazia Varone.

Museo e parco Archeologico nazionale di Scolacium (Roccelletta di Borgia, Catanzaro): domenica 21 maggio 2017, alle 17.30, conferenza/incontro su “Lievito Madre – Il fermento del pane” da un reportage di Andrea Imbrauglio. Partecipano: Gregorio Aversa: direttore Parco Archeologico Scolacium; Andrea Imbrauglio, autore del progetto.

Museo nazionale Archeologico della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cosenza): sabato 20 maggio 2017, visite guidate con apertura straordinaria dalle 20 alle 23. Domenica 21 maggio 2017, visite guidate. Alle 17.30, al museo Archeologico, concerto del conservatorio di musica “F.Torrefranca” di Vibo Valentia diretto dal maestro Antonio La Torre con il Quartetto hermoso composto da Domenica Franzè (violino); Lorenzo Albanese (fisarmonica); Matteo Milanese (contrabbasso); Gianluca Cusaco (percussioni); e con il Quintetto di fisarmoniche costituito da Luca Colantonio (1 fisarmonica); Lorenzo Albanese (2 fisarmonica); Gianni Gagliardi (3 fisarmonica); Antonio Saulo (4 fisarmonica); Giuseppe Gualtieri (5 fisarmonica) con la partecipazione in qualità di solisti del soprano Angela Romeo e del tenore Saverio Alessio diretti. Alle 17, al parco archeologico, Caccia al tesoro di Smindiride di Sibari.

Il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon a Monasterace

Museo Archeologico e parco archeologico dell’antica Kaulon (Monasterace, Reggio Calabria): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 12, “Didattica al museo: il reperto archeologico dal positivo al negativo” a cura dei Servizi educativi del museo Archeologico di Kaulon; dalle 20 alle 23, visite guidate al museo Archeologico.

Museo Archeologico nazionale di Crotone (Crotone): sabato 20 maggio 2017, dalle 9.30 alle 13, laboratori e didattica per bambini; dalle 17 alle 20, incontro col direttore del museo Gregorio Aversa e visite guidate. Domenica 21 maggio 2017, dalle 9 alle 19.30, apertura ordinaria.

Museo e parco Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 20, apertura ordinaria; dalle 20 alle 23, apertura straordinaria serale. Domenica 21 maggio 2017, dalle 9 alle 19, apertura ordinaria.

Museo Archeologico Lametino (Lamezia Terme, Catanzaro): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 13, apertura ordinaria; dalle 19 alle 23, apertura straordinaria.

Pompei “trasloca” in Etruria. Notte speciale dei Musei a Vetulonia con la mostra “L’arte del vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”: protagonista assoluto l’Efebo di Via dell’Abbondanza con molti altri capolavori concessi dal Mann

Il “bellissimo Efebo”, come lo definì Amedeo Maiuri, scoperto il 25 maggio 1925 in via dell’Abbondanza a Pompei

“Improvvisamente”, era il 25 maggio 1925, “veniva in luce la testa e la parte superiore del corpo di una statua bronzea che si rivelò subito quale opera di incomparabile bellezza”: così scriveva l’archeologo Amedeo Maiuri, soprintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno dal 1924 al 1961, sulla scoperta dell’Efebo di Via dell’Abbondanza a Pompei. “Rimosso tutt’intorno lo strato di lapillo e di cenere che l’aveva sepolta e fortunatamente preservata tra la rovina delle cadenti murature, un bellissimo Efebo emerse a grado a grado con la sua calda patina di bronzo dal grigio uniforme strato dei materiali eruttivi e parve all’attonita e commossa meraviglia degli astanti, quasi una divina apparizione, una bellezza viva e palpitante miracolosamente risorta dalla morta città”. Quel “bellissimo Efebo” di via dell’Abbondanza, capolavoro indiscusso della statuaria in bronzo restituita da Pompei, copia romana di originale greco del V sec. a.C., è il protagonista assoluto di una speciale Notte dei Musei a Vetulonia. Alle 18, di sabato 20 maggio 2017, al museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia, viene infatti inaugurata la mostra evento “L’arte del vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” che rimarrà aperta fino al 5 novembre. “Unica ad oggi, fra le città etrusche, ad ospitare la più bella statua di Pompei, come la definì l’archeologo Amedeo Maiuri all’indomani della sua scoperta”, sottolinea con orgoglio la direttrice del museo, Simona Rafanelli, “Vetulonia rappresenta oggi la destinazione del celeberrimo Efèbo dalla via dell’Abbondanza, dopo quella di Pompei, sul suolo nazionale, e le tappe estere segnate dalla Corea e dal Giappone e, infine, dal Paul Getty Museum di Los Angeles, da dove la splendida statua in bronzo è rientrata nel 2012”.

L’archeologo Amedeo Maiuri a Pompei: il 25 maggio 1925 scoprì l’Efebo in bronzo

L’Efebo di Via dell’Abbondanza, copia romana da originale greco del V sec. a.C.

Riemerso dalle ceneri, che ancora ricoprivano i vani della ricca domus pompeiana di Publius Cornelius Tages, aperta sulla via dell’Abbondanza e da allora nota anche come “Casa dell’Efebo”, lo straordinario fanciullo di bronzo, utilizzato come porta-lampade per far luce fra il tablino (sala di rappresentanza) e il triclinio (sala da pranzo) estivo, ritornò alla luce – come detto – il 25 maggio del 1925 per mano dell’archeologo Amedeo Maiuri. Il lungo e complesso restauro, durato per quasi un secolo, si è svolto fra Campania, Toscana e Stati Uniti d’America. “Un’opportunità e un privilegio”, continua Rafanelli, “il senso intrinseco della mostra di Vetulonia. Il privilegio, concesso in primo luogo dal direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, e dal curatore capo delle collezioni, Valeria Sampaolo, di collaborare con il principale museo archeologico d’Italia, per allestire una mostra che vanta la prerogativa di ospitare, per la prima volta in Toscana, una selezione straordinaria di reperti provenienti da Pompei e dalle altre importanti realtà dell’area vesuviana (Ercolano e Stabia) e conservati a Napoli sin dal tempo della loro scoperta”. Particolarmente soddisfatto il sindaco di Castiglione della Pescaia, Giancarlo Farnetani: “Questa mostra è un evento culturale di prim’ordine che segna un’ulteriore e significativa tappa lungo un itinerario di sviluppo, capace di coniugare cultura, sport, turismo, economia. Obiettivo primario è quello di candidare Castiglione della Pescaia al ruolo di destinazione ambita, mèta ideale dei turisti e luogo privilegiato per i residenti, sviluppando le potenzialità del territorio a 360 gradi tramite un’offerta che tenga conto delle risorse marittime, agroalimentari, artistiche, archeologiche di una terra che reca in sé tutte le possibilità per attrarre sempre nuove e molteplici fasce di turisti”. Guarda il video:

 

Una sala del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

Il manifesto della mostra di Vetulonia

Pompei dunque “trasloca” in Etruria. La mostra “L’arte di vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei”, argomento al quale Seneca dedicò uno dei suoi celebri Dialoghi (De vita beata), come ben illustra Simona Rafanelli sul sito dei Musei della Maremma (www.museidimaremma.it) , “si dispiega attraverso i diversi linguaggi espressivi (pittura a fresco, scultura, toreutica, ceramica, vetro) che creano la trama del racconto espositivo, dipanato entro i confini di una residenza immaginaria, articolata, al pari di un’abitazione reale, negli spazi riservati alle attività pratiche e speculative. Spazi ideali eletti a luoghi del tempo nei quali si snodano le tappe del vivere quotidiano, ispirate dagli interessi e dalle occupazioni che dettano i tempi dell’otium nella sua dimensione domestica. Negli ambienti di una casa romana”. Al museo di Vetulonia, continua la direttrice, “entro i confini di uno spazio chiuso, rievocato intorno a un atrio custodito dalle divinità domestiche, alcuni arredi, come il portalucerne o i candelabri in bronzo, scandiscono, con i tempi del giorno, il percorso di visita. In corrispondenza delle vetrine, un’apertura, intesa come una falsa porta, introduce metaforicamente agli altri vani della domus, cui alludono gli oggetti esposti, ai quali è affidata la descrizione della toeletta maschile e femminile, dell’allestimento della tavola, dell’organizzazione della cucina-dispensa”.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

La ricostruzione di uno spazio esterno si traduce poi nella suggestiva allusione a un giardino, inteso come luogo della cultura, dell’educazione dei giovani alle Arti delle Muse e popolato da arredi marmorei quali la statuetta di Venere al bagno, le erme, gli oscilla, le maschere teatrali, le riproduzioni di animaletti da cortile, come la tartaruga o il coniglietto, sul fondo di un immaginario tablinum, luogo di eccellenza di una domus, arredato a imitazione di una sorta di “quadreria” dell’antichità. “Qui il varco centrale aperto sul portico”, fa notare Rafanelli, “diviene la cornice reale e fantastica atta a inquadrare, stagliata sulla quinta di paesaggio offerta dal giardino, la statua dell’Efebo lychnophoros  (portatore di lampada), ove si concentra, nella morbida flessione del corpo e nell’espressione meditativa del volto, il significato intrinseco della mostra”.

Simona Rafanelli, direttrice del museo Archeologico di Vetulonia

Un oscillum da Pompei: decorava lo spazio tra peristilio e giardino

La mostra affronta anche il rapporto dell’area vesuviana con l’arte greca. In nostro aiuto interviene ancora Simona Rafanelli: “Osservatorio privilegiato per cogliere il senso dell’arte di vivere – nel concetto in sé e nella mostra di Vetulonia – sono quei brani di un fraseggiare al contempo didascalico e allusivo rappresentati dai frammenti delle pitture a fresco che formano il compendio del lascito, assolutamente unico e per questo ancor più prezioso, delle domus di Pompei e delle altre città del comprensorio vesuviano. Ogni aspetto che, nell’educazione dei giovani aristocratici, concorreva a comporre la sintesi riuscita della loro formazione, plasmata sulla paidéia greca, trova la più alta espressione nella gestualità delle figure, sottratte per sempre al filo di una narrazione sinottica per divenire icone assolute di un gesto bloccato nella fissità dell’istante nel quale sono state immortalate. Così la piccola filatrice, intenta nell’occupazione emblematica dell’attività domestica, diviene simbolo sempiterno di quella occupazione, nella quale risiede il significato più profondo della presenza e dell’identità della donna romana, eterna Lucrezia, nel cuore della dimora signorile”.

Al museo Archeologico di Napoli presentato il video di Altair4, voluto da Mibact e Mann, che fa “rivivere” in 3D il grande plastico di Pompei in sughero ideato da Fiorelli nel 1861

Il grande plastico in sughero degli scavi di Pompei esposto al museo Archeologico nazionale di Napoli

Quando il visitatore arriva alla grande sala XCVI del museo Archeologico nazionale di Napoli e si trova davanti l’immenso plastico, un po’ polveroso, degli scavi di Pompei alla metà dell’Ottocento quasi passa in secondo piano, dopo aver ammirato la collezione Farnese, i mosaici e le pitture pompeiane, e i bronzi della Villa dei Papiri di Ercolano. Eppure quel plastico in sughero ideato da Giuseppe Fiorelli nel 1861 è diventato esso stesso un “reperto” importante del museo. Così importante da meritare una valorizzazione speciale: un video. Presentato ufficialmente venerdì 19 maggio 2017, “Pompei: il plastico e la città. Orientarsi tra spazio e tempo” è un video di sette minuti prodotti da Altair4 Multimedia, ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e museo Archeologico nazionale di Napoli. La regia è di Pietro Galifi della Bagliva; le ricostruzioni di Pietro Galifi della Bagliva e Stefano Moretti; la direzione di produzione di Alessandro Furlan; 3d Artist sono Pietro Galifi della Bagliva, Stefano Moretti, Luigi Giannattasio, Paolo Saracini; 2d Artist è Alessia Moretti; camera traking Luigi Giannattasio; editig Luigi Giannattasio; fotogrammetria Pietro Galifi della Bagliva; assistente alla fotografia Paolo Saracini; riprese video con fotografia di Luca de Marinis, e operatore Crane Bracceri.

Un dettaglio del plastico di Pompei ideato da Giuseppe Fiorelli nel 1861

Ci vollero 18 anni per realizzare materialmente il grande plastico, anche se questi furono distribuiti su più di mezzo secolo. I lavori di costruzione iniziarono nel 1861 per essere poi interrotti nel 1879. Furono eseguiti da Felice Padiglione, figlio di Domenico Paglione, famoso per aver già realizzato i modelli dei templi di Paestum e il macellum di Pozzuoli.  Per il completamento del plastico bisognerà però attendere il 1908 quando intervenne Nicola Roncicchi. Causa i due conflitti mondiali il plastico fu spostato più volte tra Napoli e Pompei, per essere collocato definitivamente al Mann nel 1950. Il modello in sala 1:100 raffigura lo stato degli scavi fino al 1879. Poi aggiornato fino al secondo dopoguerra: mancano quindi alcune insulae della Regio VIII, l’anfiteatro e tutte le scoperte più recenti. Tutte le costruzioni sono realizzate in sughero, con gli elementi in marmo e calcare resi con stucco o gesso, con inserti in osso. Gli affreschi sono riprodotti in ogni minimo dettaglio con colori a tempera su stucco e stagno o ad acquerello su carta.

Il foro di Pompei nella ricostruzione 3D di Altair4 sul plastico di Fiorelli

“Il video prodotto da Altair4 Multimedia”, spiega il regista Pietro Galifi della Bagliva, “è nato dall’esigenza di valorizzare il grande plastico degli scavi di Pompei. Il filmato è stato concepito in modo da aiutare il visitatore a comprendere l’importanza del plastico e dell’area archeologica che esso documenta nella fase ottocentesca degli scavi: da qui il sottotitolo orientarsi fra spazio e tempo”. E continua: “A distanza di centocinquanta anni dalla sua realizzazione il plastico ha acquisito una preziosità museale che rischia in parte di compromettere lo scopo per il quale era stato concepito. Il continuo dialogo che si stabilisce fra video e plastico ha perciò l’obbiettivo di restituire alla maquette la sua funzione primaria, senza sminuirne il significato e valore storico. Il visitatore potrà osservare e capire con semplicità dove si trova l’area degli scavi riprodotta nel plastico (che è solo una parte dell’antica città) e quali sono le aree di principale interesse, come il Foro o il Quartiere dei Teatri”. I filmati e le ricostruzioni 3D, montate in asse con il plastico grazie alla fotogrammetria e ai tracciamenti della camera (camera tracking), ci restituiscono inoltre una visione della città prima dell’eruzione e, in particolare,  permettono allo spettatore di capire quale fosse la reale posizione di Pompei in rapporto alla vicina linea costiera e al Vesuvio, o come il Vesuvio stesso, nel 79 d. C. alla vigilia dell’eruzione, si presentasse agli antichi abitanti della città più simile a una dolce collina che a un minaccioso vulcano. Il visitatore del museo potrà così immergersi in un affascinante viaggio tra spazio e tempo attraverso le ricostruzioni della città romana, le immagini degli scavi e la lettura dei dati incrociati tra la realtà e il plastico di Giuseppe Fiorelli.

La ricostruzione computerizzata di Pompei vista dal mare proposta da Altair4

Ma per arrivare alla realizzazione del video sono stati superati molti problemi tecnici, come spiegano gli esperti di Altair4: “L’esigenza di avere la migliore corrispondenza possibile tra il plastico e il modello virtuale della città da noi elaborato ha reso necessario l’ausilio di soluzioni tecniche e tecnologiche appositamente studiate. Il primo problema affrontato è stato quello derivato della mancata corrispondenza tra la planimetria reale di Pompei e il plastico stesso. Il plastico infatti presenta nella macro scala evidenti discrepanze metriche, probabilmente dovute sia al metodo costruttivo utilizzato, per assemblaggio di blocchi costruiti separatamente, sia alle deformazioni che l’opera ha subito durante la sua lunga vita. Per questo, durante una prima fase, è stato indispensabile realizzare il rilievo della grande maquette, eseguita dall’equipe di Altair4 tramite tecnica fotogrammetrica. Il conseguente modello virtuale del plastico, elaborato con la fotomodellazione, è servito come strumento imprescindibile per la referenziazione dei modelli ricostruttivi della città antica”. La scelta registica di usare immagini reali e non virtuali dell’opera ha reso necessaria poi una seconda campagna di riprese, questa volta non fotografica ma cinematografica, eseguita con l’ausilio di un braccio meccanico lungo 7 m montato su binari, con testa remotata per il controllo dei movimenti della macchina da presa. “Le sequenze acquisite sono state in seguito sottoposte ad un processo di camera traking per catturane il movimento, il quale è stato poi referenziato attraverso il modello fotogrammetrico e in seguito sovrapposto a quello ricostruttivo della città antica. Dai filmati, con l’ausilio di maschere animate e chromakey, è stata nascosta la sala reale del museo e sostituita con un modello virtuale, allo scopo di aumentare l’attenzione del visitatore sul plastico. Tutte le parti infine sono state assemblate in compositing e sottoposte a color correction”.