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“Teodora. La figlia del circo”: a Mestre la presentazione nazionale del primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio dedicato alla sposa di Giustiniano, imperatore d’Oriente, che apre la trilogia dedicata alla saga di Bisanzio

L’imperatrice Teodora, dettaglio di un mosaico della chiesa bizantina di San Vitale a Ravenna

La fattucchiera sembra impietrita. Immobile, il suo dito adunco sfiora la pelle della piccola Teodora. Il braccio è teso, gli occhi vuoti e spalancati, la bocca si muove come se tentasse di far uscire suoni strappandoli all’anima. «Comitò, presto, aiutami!» ordina Eutichia. «Il Circo… il re dei demoni… il sangue…» Comitò è spaventatissima, non riesce a muoversi. Eutichia, china su Rodope, cerca di soccorrerla come può, tenendole la testa ferma mentre dei potenti brividi scuotono il corpo dell’indovina. Teodora invece, che la madre ha appoggiato per terra nel trambusto, resta ferma, senza piangere e senza proferire suono. Poi d’un tratto si avvicina gattonando a Rodope, e con la manina le tocca il volto rugoso, per farle una carezza. Gli occhi vuoti della fattucchiera si rianimano, guizza in loro di nuovo la scintilla della consapevolezza. La vecchia fissa la piccola con un’espressione atterrita, poi si volta verso Eutichia, le afferra il polso e lo stringe, ansimando: «La bambina… la bambina… Il re dei demoni la prenderà in sposa!».

La copertina del libro “Teodora. La figlia del circo” (Sonzogno) di Mariangela Galatea Vaglio

Comincia con la profezia della strega, “Teodora. La figlia del circo” (Sonzogno, 2018), il primo romanzo storico di Mariangela Galatea Vaglio, dedicata alla futura moglie di Giustiniano I, imperatore romano d’Oriente. Veneziana, insegnante e scrittrice di saggi e racconti storici, tra cui “Didone, per esempio” (edizioni Ultra, 2014), “Socrate, per esempio” (edizioni Ultra, 2015), oltre a una guida divulgativa della lingua italiana, “L’italiano è bello” (Sonzogno, 2017), Galatea presenta in anteprima nazionale “Teodora. La figlia del circo” giovedì 28 giugno 2018 alle 18.30 alla libreria Ubik di via Poerio a Mestre (Venezia).

Ricostruzione del complesso del palazzo imperiale di Costantinopoli

“Teodora”, nei progetti di Mariangela Galatea Vaglio dovrebbe essere il primo romanzo di una trilogia dedicata alla saga di Bisanzio. Ed è infatti nella Costantinopoli del VI secolo d.C., sfavillante capitale dell’Impero romano d’Oriente, travagliata dagli scontri religiosi e dalla corruzione, che i giovani Giustiniano e Teodora sembrano destinati a un’esistenza oscura. Lei è la bellissima figlia di un guardiano del Circo, e di mestiere fa l’attrice, barcamenandosi fra teatri e amanti ricchi e maneschi. Lui è il nipote del generale Giustino, un rozzo militare analfabeta che non riesce ad avere peso a corte. Ma il destino ha altri piani per loro. Giustiniano, implicato in una serie di rivolte per rovesciare l’imperatore Anastasio, da consumato politico riesce a far salire al trono lo zio Giustino, diventando il più potente ministro dell’Impero. Teodora, invece, sfuggita alla vendetta di un governatore suo ex amante, diventa confidente del patriarca eretico di Alessandria e viene inviata come spia e mediatrice a Costantinopoli, proprio per contattare Giustiniano, alle prese con una complicata e pericolosa trattativa con il Papa. Così nella capitale di un impero che si estende dalla Persia al Mediterraneo, solo e unico erede di Roma, fra complotti, violenze, intrighi e tradimenti, ha inizio una travolgente storia d’amore e di potere sullo sfondo di una delle epoche più complesse e misteriose della storia.

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Alle “grandi civiltà del Mediterraneo” è dedicata la 17.ma edizione degli “Incontri con il Cinema Archeologico” con otto film selezionati dalla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

La locandina della 17.ma edizione di “Incontri con il Cinema archeologico” a Torino

Otto film dall’archivio della Fondazione Museo Civico di Rovereto per la 17.ma edizione degli “Incontri con il Cinema Archeologico”, quest’anno dedicata a “Le grandi civiltà del Mediterraneo”, manifestazione che fa parte del circuito degli eventi legati alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, organizzata dall’associazione Amici del Museo di Antichità di Torino onlus. Coordinamento delle edizioni italiane e delle traduzioni a cura di Claudia Beretta. Selezione e programma a cura di Barbara Maurina. Edizioni video Sirio Film Trento. Appuntamento martedì 29 maggio 2018 nella sala conferenze della GAM Galleria Civica d’Arte Moderna in via Magenta a Torino. Si inizia alle 15 con il film “Cipro 10mila anni di cultura e civiltà” di Paschalis Papapetrou (Cipro, 2004; 34’). Cipro, piccolo paese, possiede un vasto numero di monumenti e di siti archeologici, di chiese e di castelli: un patrimonio culturale che risale fino a 10mila anni fa. Autentico crocevia del Mediterraneo, l’isola vanta numerosi siti Patrimonio Mondiale Unesco, dal Neolitico all’età bizantina. Alle 15.40, presentazione degli “Incontri” con Pier Luigi Foglia, presidente dell’associazione Amici del Museo di Antichità, e Barbara Maurina, responsabile scientifico della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto.

Ugarit, in Siria, dove fu scoperto nel 1928 il primo sistema alfabetico

L’Auriga di Mozia nel nuovo allestimento finanziato da Nuova Banca

Alle 16.15, “Ugarit un’impronta nella storia dell’umanità” di Valerie Girié e Lionel Pouliquen (Francia, 2007; 52′). La Siria ebbe un ruolo fondamentale durante l’età del Bronzo. La scrittura, ideata dai Sumeri, venne rielaborata dai Siriani del nord alla metà del II millennio a.C.: essi crearono il primo sistema alfabetico, scoperto nel 1928 a Ugarit, antica capitale del regno allo sbocco del Mediterraneo. Alle 17.20, “Siracusa 3D reborn” di Francesco Gabellone (Italia, 2013; 26′). Fondata dai Corinzi nel 733 a.C., Siracusa fu una delle più potenti pòleis: dal 2005 è Sito Patrimonio dell’Unesco. Un progetto di archeologia virtuale, curato dall’Ibam-Cnr e Arcadia University, ne ha permesso la sua affascinante ricostruzione digitale globale. Alle 17.45, “Mozia terra fenicia” di Antonio Lesi (Italia, 2012; 23′). L’isola di Mozia, di fronte a Marsala, fu sede di una fiorente città fenicia dall’VIII al IV sec. a.C. Dal 2003 una missione dell’università di Roma La Sapienza sta portando alla luce il suo passato: ecco il santuario del Kothon, la Porta Sud, il Tofet e la statua del “Giovane di Mozia”. Alle 18.20, “Carlo Alberto archeologo in Sardegna” di Gabriella Pantò e Marco Cima (Italia, 2018; 11′). Creato in occasione della mostra torinese al Museo di Antichità, aperta da marzo a novembre 2018, illustra un aspetto inedito del noto re sabaudo. Carlo Alberto infatti partecipò a scavi in Sardegna tra 1829 e 1843, portando a Torino bronzi e vasi in ceramica. Alle 18.35, “Selinunte citta’ tra due fiumi” di Alessandra Ragusa e Antonino Pirrotta (Italia, 2015; 22′). Selinunte è uno dei più suggestivi siti archeologici del mondo. Fondata da coloni Dori Megaresi su di un promontorio tra due valli, ebbe vita breve ma splendida. Il suo intreccio di arte, mitologia e culti ci è rivelato attraverso la ricostruzione in 3D della sua sfarzosa acropoli.

“L’alba degli etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana” di Corrado Re

Alle 20.45, “L’alba degli etruschi. Aspetti e testimonianze della cultura villanoviana” di Corrado Re (Italia, 2014; 26′). La civiltà Villanoviana caratterizza il panorama archeologico di buona parte d’Italia, dalla Campania alla Pianura Padana nella prima età del Ferro, fra IX e VII sec. a.C. Questo mondo è esemplificato dai reperti nei musei dell’Emilia-Romagna. Alle 21.45, “Tesori in cambio di armi” di Tristan Chytroschek (Germania, 2014; 51′). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata.

“La distruzione del patrimonio culturale dell’Umanità”: giornata di studi a Udine promossa da università e fondazione Aquileia con Tim Slade, Paolo Matthiae e Antonio Zanardi Landi per fare il punto sulla devastazione del patrimonio culturale e sulle possibili vie da seguire per proteggere i beni culturali in aree di guerra come l’Iraq

La locandina del convegno di Udine “La distruzione del patrimonio culturale dell’Umanità”

Una giornata per fare il punto della situazione sulla distruzione della memoria dell’umanità attraverso la devastazione del patrimonio culturale e sulle possibili vie da seguire per proteggere i beni culturali in aree di guerra, evidenziando il contributo dato dall’Italia, in particolare in Iraq. La promuove il Dium (dipartimento Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine) in collaborazione con la Fondazione Aquileia con il convegno aperto al pubblico “La distruzione del patrimonio culturale dell’Umanità” lunedì 21 maggio 2018 dalle 9 alle 17 in aula Pasolini, nella sede dell’ateneo friulano, in via Gemona 92 a Udine.

“Destruction of memory”, film di Tim Slade

Il programma della giornata prevede, alle 9, i saluti del rettore Alberto Felice De Toni, del direttore del Dium, Andrea Zannini, del presidente della Fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi. Introduzione di Daniele Morandi Bonacossi: “Le ragioni di una giornata di studi sulla distruzione del patrimonio culturale e sul genocidio culturale”, poi dalle 9.40 alle 11, la proiezione del documentario “The Destruction of Memory” di Tim Slade. La guerra contro la cultura ha portato a esiti catastrofici nel secolo passato e non è finita, sta crescendo velocemente. In Siria e Iraq sono stati distrutti millenni di storia, singoli uomini hanno perso la vita per proteggere non solo altri esseri umani ma la nostra identità culturale, per proteggere la memoria delle nostre radici. Basato sul libro “The Destruction of Memory ” di Robert Bevan, il film non racconta solo le azioni di Daesh ma contiene interviste al Direttore generale dell’Unesco, al procuratore della Corte Internazionale per i Crimini di Guerra e a molti esperti internazionali e cerca di capire come siamo arrivati a questo punto.

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

Dopo il coffee break, alle 11.30, Tim Slade su “Making Memory”, Paolo Matthiae su “La tragedia del patrimonio culturale in Siria e Iraq: dal crimine contro l’identità al crimine contro l’umanità”, Marcello Flores su “Il genocidio culturale da Raphael Lemkin a oggi”. Nel pomeriggio, dalle 14.30, Serena Giusti: “Le implicazioni della securitizzazione del cultural heritage”, Antonio Zanardi Landi: “L’azione della Fondazione Aquileia per innalzare il livello di consapevolezza sulle attuali distruzioni del Patrimonio Culturale e della Memoria”, e poi Fabrizio Parrulli, su “Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e la Task Force Unite4Heritage”. Infine, dalle 16 alle 17, tavola rotonda moderata da Antonia Arslan, Daniele Morandi Bonacossi e Andrea Zannini.

Morsi, speroni, staffe, e poi dipinti, incisioni e libri antichi della collezione Giannelli raccontano “Il Cavallo: 4000 anni di storia” nella mostra alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera): rarissimi reperti di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale

L’eccezionale parata di morsi antichi della collezione Giannelli

Il manifesto della mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“

Quella della collezione Giannelli è una straordinaria parata di morsi di cavallo, una delle più importanti al mondo, con esemplari unici o comunque rarissimi di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale, con alcuni pezzi che risalgono addirittura al 1400 a.C.  Le serie che riuniscono i morsi italici e quelli dell’antico Luristan (regione montagnosa degli Zagros, in Iran), presenti nella collezione, sono considerate ineguagliabili per la loro rarità e loro bellezza. Dal 6 maggio al 19 agosto 2018 si possono ammirare alla pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) in Canton Ticino (Svizzera) nella mostra “Il Cavallo: 4000 anni di storia. Collezione Giannelli“ a cura da Alessandra Brambilla e Claudio Giannelli. Non solo morsi, speroni e staffe, in mostra. La millenaria frequentazione uomo-cavallo è documentata anche attraverso dipinti, incisioni e libri antichi. Non manca nemmeno un raro cavallo a dondolo di epoca settecentesca, appartenuto a un rampollo di nobilissimo lignaggio. Il sottotitolo dell’esposizione sottolinea come siano “appena” 4000 gli anni che hanno visto il fiero quadrupede diventare “Equus frenatus” (“cavallo imbrigliato”), ovvero un cavallo regolato nei suoi movimenti e nella sua andatura attraverso il morso. Quattromila anni possono sembrare molti ma sono un battito di ciglia se rapportati ai 4 milioni e più di anni di storia del genere Equus, che ha dato origine a tutti i cavalli contemporanei, agli asini e alle zebre. Risale a circa 700mila anni fa il genoma del più antico cavallo che sia stato finora sequenziato. Si tratta di un Equus lambei, le cui ossa sono state rinvenute nel terreno perennemente ghiacciato del territorio canadese dello Yukon. Tra i 40 e i 50mila anni fa, si colloca la comparsa del cavallo domestico (Equus caballus) di oggi si contano circa 400 razze diverse, con specialità di ogni tipo, dal traino alla corsa. Ancora più recentemente, appunto all’incirca 6000 anni fa, i nomadi delle steppe asiatiche addomesticarono probabilmente i primi cavalli. E da quel momento, il rapporto tra l’uomo e l’animale si è fatto intenso, persino simbiotico.

Morso in bronzo a forma di cavalli proveniente dal Luristan (Iran), del I millennio a.C., pezzo eccezionale della collezione Giannelli

Il percorso della mostra inizia proprio con i manufatti degli Sciti, una di quelle popolazioni che si muoveva nelle steppe asiatiche, per proseguire con gli eccezionali morsi provenienti dal Luristan, regione montuosa dell’attuale nord-ovest iraniano. Quindi il viaggio continua attraverso i secoli e le civiltà: etruschi, greci, romani, per arrivare al Rinascimento e ai giorni nostri. Sino a decenni recenti, ma ancora oggi in alcune parti del pianeta, il cavallo è stato ed è il “motore” vivente delle attività agricole, dei trasporti, delle guerre. Da 4000 anni è l’ammirato compagno dell’uomo nello sport e nelle parate. Simbolo del prestigio che in tutte le civiltà e società ha ammantato il cavaliere e, per riflesso, la sua cavalcatura.

Frontale a lamelle in bronzo di età romana: prometopidion (maschera per muso di cavallo) con psalion solidale, una sorta di cavezza metallica che impediva al cavallo di sfuggire all’azione del morso aprendo la bocca

Il morso, oltre che simbolo di potere, è stato spesso un mezzo estetico di ostentazione della ricchezza, una chiave di identificazione e riconoscimento sociale ed anche oggetto rituale. Ogni civiltà, ogni epoca, ogni terra ha contribuito all’elaborazione del morso. Nel corso dei secoli i fabbri hanno prodotto degli oggetti a volte simili, ma in numerosi casi i manufatti così creati hanno assunto fogge anche molto diverse. Artigiani-artisti, i fabbri hanno accompagnato la storia dell’equitazione producendo oggetti che vanno ben al di là della semplice funzione di strumento di comunicazione tra il cavaliere ed il suo cavallo. Ponendosi come veri e propri capolavori d’arte.

Parure da parata in bronzo dorato a mercurio (Francia, XVIII sec.)

In mostra, accanto ai morsi, sono esposte altre “eccellenze” della collezione Giannelli, naturalmente tutte incentrate intorno al cavallo. Dai primi testi rinascimentali dei grandi maestri (Grisone, Pignatelli, Fiaschi, Ferraro, ecc.) all’Encyclopédie, con le illustrazioni riservate all’equitazione. Insieme a dipinti, incisioni, disegni, sculture. Ma anche particolari e rari accessori quali ipposandali e falere d’epoca romana, staffe in legno scolpito sud-americane, campanelline da cavallo in bronzo mesopotamiche e molto altro ancora.
Tutto a testimonianza di una forte passione e di uno sconfinato amore per il cavallo e di un artigianato che sa farsi grande arte.

Tutto pronto per la prima edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente, in programma a Firenze con la direzione artistica di Dario Di Blasi. Ricordo-omaggio di Folco Quilici

Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Il cinema La Compagnia a Firenze sede di Archeofilm

Il promo – che qui possiamo vedere -, realizzato da Fine Art, per tre giorni ha accompagnato i lavori di TourismA 2018 per lanciare la prima edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente, in programma dal 14 al 18 marzo 2018 al cinema La Compagnia, in via Cavour 50r a Firenze, a un passo dal duomo di Santa Maria in Fiore. All’epoca di TourismA il programma definitivo non era ancora stato chiuso dal direttore artistico Dario Di Blasi, che per trent’anni è stata l’anima della Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, ma già dal promo si poteva farsi un’idea della portata della nuova kermesse cinematografica: “Realizzata in meno di tre mesi. Quasi un’impresa”, ha più volte sottolineato il direttore artistico impegnato in questa nuova sfida. Ora, a meno di una settimana dal via, tutto è pronto per la prima edizione di Firenze Archeofilm, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore) nell’ambito delle manifestazioni promosse da TourismA: una sessantina di film (molti doppiati, alcuni sottotitolati, altri in lingua originale) provenienti da una dozzina di Paesi, con proiezioni in tre fasce orarie: il mattino (9.30-12.45), il pomeriggio (15-19.15), la sera (20.45-23). “Firenze Archeofilm propone un programma che spazia dall’archeologia all’etnografia ai temi dell’ambiente e dell’arte”, spiega Di Blasi, “con due parole d’ordine: garanzia scientifica e spettacolarità. Capace, quindi, di accontentare lo spettatore più esigente”.  E continua: “Per questi tipi di film c’è una notevole produzione a livello mondiale alimentata dalla domanda dei network stranieri che propongono tali capolavori sulle reti nazionali. Da noi ciò non accade e un festival di questo tipo rappresenta un’opportunità unica per il pubblico italiano che voglia attingere a una corretta informazione tramite il cinema”.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

Il film statunitense “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana”

L’inaugurazione mercoledì 14 marzo 2018. Nella sezione del mattino, da segnalare “L’énigme du Grand Menhir / L’enigma del Gran Menhir” di Marie-Anne Sorba, Jean-Marc Cazenave (Francia, 2016; lingua: italiano, sottotitoli: inglese): fin dall’antichità, viaggiatori, poeti e scienziati hanno interpretato i megaliti neolitici sorti lungo le coste dell’Atlantico come soldati pietrificati, templi, altari o osservatori astronomici. Dopo diversi anni di scavi, l’archeologo Serge Cassen cerca di decifrare, anche grazie alla tecnologia digitale, i segni e i simboli incisi su queste pietre mille anni prima della nascita della scrittura in Medio Oriente. “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro (Francia, 2017; lingua: italiano): Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Qui hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Fino a oggi, si pensava che il sito si limitasse alla sua terrazza imponente, utilizzata dai re persiani solo qualche mese all’anno. Ma le recenti scoperte rivelano uno scenario completamente diverso, quello di una città tra le più ricche del mondo antico: un Eden tra le montagne persiane. Nel pomeriggio, “Mésopotamie, une civilisation oubliée / Mesopotamia, una civiltà dimenticata” di Yann Coquart (Francia, 2017; lingua: italiano): Lontana dalle principali spedizioni archeologiche del XX secolo per ragioni geopolitiche, la Mesopotamia settentrionale è il cuore dell’impero assiro. Per dieci anni, le porte di questo continente si sono gradualmente aperte e i più grandi archeologi del nostro tempo si sono affrettati a mappare, registrare, cercare, analizzare il territorio. Il film racconta un’incredibile avventura archeologica, tra passato e presente, in cui la conoscenza scientifica diventa una risposta alla barbarie. “Secret of Sakdrisi / Il segreto di Sakdrisi” di Toma Chagelishvili (Georgia, 2016; lingua: italiano, sottotitoli: inglese): Nel 2006, una spedizione tedesco-georgiana informò la comunità scientifica di aver fatto una scoperta sensazionale. Nella regione di Qvemo Qartli, in Georgia, era stata scoperta la più antica miniera d’oro al mondo, risalente all’incirca a 5500 anni fa. Il film racconta la storia di Sakdrisi – è stata una scoperta sensazionale oppure una menzogna su scala internazionale? – e come era il mondo 5500 anni… La sera, “Great human odyssey / La grande odissea umana” di Niobe Thompson (USA, 2016; lingua: Italiano): il film è uno spettacolare viaggio che segue le orme dei nostri antenati che dall’Africa, dove vivevano in piccoli e isolati gruppi, raggiunsero e popolarono rapidamente ogni angolo del pianeta. I nuovi dati scientifici ci portano alla scoperta delle capacità e delle tecnologie sviluppate da questi antichi grandi uomini per sopravvivere a climi e situazioni estreme… “Die Freitagsmoschee von Isfahan. Tausend Jahre Islamische Kunst / La moschea del Venerdì di Isfahan. Mille anni di cultura islamica” di Rudiger Lorenz, Faranak Djalali (Iran, 2016; lingua: italiano): la storia millenaria della grandiosa Moschea di Jamé di Isfahan, meglio nota come Moschea del Venerdì. Un viaggio nel cuore di questa città iraniana, alla scoperta di questo straordinario monumento e delle le varie culture che si sono intrecciate e succedute nei secoli.

“Les statues bougent à Alexandrie / Le statue di Alessandria si muovono” di Raymond Collet

Frame del film “La tomba di Gengis Khan, il segreto rivelato”

Giovedì 15 marzo 2018, seconda giornata, il mattino c’è un film in sardo “Sos Nuragicos” di Ennio Cosma Solinas (Alienie) (Italia, 2017; sottotitoli: italiano): documentario sulla civiltà nuragica in Sardegna, interpretato dagli alunni delle scuole elementari di Bonorva. La ricostruzione approssimativa della vita nuragica è realizzata interamente presso il Nuraghe di Santu Antine di Torralba (Sa). Il film è diviso in capitoli a seconda dei ruoli che gli uomini di quel periodo svolgevano per portare avanti la loro società, i riti e le abitudini. “Les statues bougent à Alexandrie / Le statue di Alessandria si muovono” di Raymond Collet (Egitto, 2016; lingua: italiano): ad Alessandria le statue si muovono. E anche gli obelischi… I Tolemei, che hanno governato l’Egitto in età ellenistica, le hanno fatte scolpire per decorare la loro nuova capitale. In seguito, queste pietre millenarie hanno viaggiato fino a Roma, Londra e New York, dove si trovano attualmente. In età moderna sono state commissionate statue in marmo e in bronzo a Parigi e ad Atene per decorare le piazze di Alessandria. Anche queste statue sono comparse, scomparse e riapparse nel corso della storia della città. Nel pomeriggio, “Marly, le chateau disparu du Roi Soleil / Marly, il castello scomparso del Re Sole” di Laurent Marmol, Frédéric Lossignol (Francia, 2015; lingua: italiano): scavi archeologici effettuati nel 2015 nella tenuta di Marly, vicino a Versailles, hanno rivelato novità sulla storia di questa meraviglia architettonica. La residenza era il rifugio di Luigi XIV quando voleva trascorrere un po’ di tempo con la sua famiglia e i suoi amici, lontano dalla pompa di Versailles. A 300 anni dalla sua morte, questi scavi sono un’opportunità per scoprire la storia di questa residenza dall’architettura unica e per ripercorrere la vita privata del Re Sole. La sera, “La tombe de Gengis Khan, le secret dévoilé / La tomba di Gengis Khan, il segreto svelato” di Cédric Robion (Francia, 2016; lingua: italiano, sottotitoli: inglese): sin dal XIII secolo, generazioni di esploratori, scienziati e storici sono stati affascinati dal mistero archeologico della tomba di Gengis Khan, nascosta da qualche parte in Mongolia. Otto secoli dopo la sua morte, un team francese ha iniziato a studiare antichi testi segreti per scoprire le tracce dell’imperatore mongolo. Tutti gli indizi indicano una zona sacra in cui è vietato l’accesso ma il professor Giscard è stato in grado di penetrarla con un gruppo di scienziati per condurre un’indagine straordinaria.

“L’énigme du Grand Menhir / L’enigma del Gran Menhir” di Marie-Anne Sorba, Jean-Marc Cazenave

“Chambord, le chateau, le roi et l’architecte / Chambord, il castello, il re e l’architetto”

Terza giornata, venerdì 16 marzo 2018. Al mattino, “Eis Pegas / Alle Sorgenti” di Andrea Giannone (Italia, 2016; lingua: italiano e inglese, sottotitoli: italiano): l’assistente di Werner Herzog si sposta da Londra a Modica in Sicilia per effettuare dei sopralluoghi nella Cava Ispica, tra grotte, catacombe, affreschi bizantini e la natura rigogliosa del Parco Archeologico. La  giovane straniera proverà a illustrarne la storia, le bellezze naturali, le ricerche archeologiche, documenterà il lavoro di restauro compiuto sui reperti, studierà i riti religiosi legati alla tradizione, e sarà lentamente rapita dal mistero senza tempo della Cava. “Con gli occhi di un pellegrino. La via romanica delle Alpi” di Lucio Rosa (Italia, 2012; lingua: italiano): il XII secolo in Europa. L’appello del papa per la prima crociata fomenta un entusiasmo che colpisce e muove le masse. La meta era la Terra Santa. Uno degli itinerari più frequentati era quello che valicando le Alpi sul tracciato dell’antica Via Claudia Augusta raggiungeva Venezia per imbarcarsi verso la meta agognata. Lungo i percorsi medievali era sorta una concentrazione di ospizi e cappelle per la sosta e il ristoro dei pellegrini… Nel pomeriggio, “The killing of the basque whalers / L’assassinio dei balenieri baschi” di Eñaut Tolosa, Beñat Iturrioz (Paesi Baschi, 2016; lingua: italiano): nel 1615 tre baleniere basche giunsero presso la costa islandese. Sfortunatamente, al momento di andarsene, le barche affondarono e l’equipaggio rimase in Islanda, dove ben presto si crearono tensioni con i locali. “Le mystérieux volcan du Moyen-Âge / Il misterioso vulcano del Medioevo” di Pascal Guérin (Francia, 2017; lingua: italiano): il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… La sera, “Chambord, le chateau, le roi et l’architecte / Chambord, il castello, il re e l’architetto” di Marc Jampolsky (Francia, 2015; lingua: italiano): Dal progetto di un casino di caccia immaginato dal giovane Francesco I, al capolavoro concepito da un anziano Leonardo da Vinci e avviato dal giovane monarca. Questo filmato è una stimolante indagine sul mistero del castello di Chambord, tra i più noti della Valle della Loira, in Francia: fino a oggi, solo poche erano le notizie relative alle sue origini e al significato della sua strana architettura…

“Archipelago” di Camilla Insom e Giulio Squillacciotti

“Le harem du pharaon soleil / L’harem del faraone del sole” di Richard Reitz

Sabato 17 marzo 2018, quarta giornata di proiezioni, apre con “A gigantic jigsaw puzzle: the epicurean inscription of Diogenes of Oinoanda / Un gigantesco puzzle: l’iscrizione epicurea di Diogene di Oinoanda” di Nazım Güveloglu (Turchia, 2012; lingua: inglese, turco; sottotitoli: italiano): l’antica città di Oinoanda conserva forse la più grande iscrizione filosofica del mondo antico. Prendendo le mosse dalla storia della ricerca su questa iscrizione, il film sviluppa la visione epicurea di concetti come piacere, felicità, amicizia, sogni e dèi. “Archipelago” di Camilla Insom, Giulio Squillacciotti (Italia/Iran, 2017; lingua: persiano, arabo; sottotitoli: italiano, inglese): grazie a un accesso eccezionale mai dato prima a una troupe straniera, il film racconta antichi miti, suoni, riti di esorcismo e spiriti. Nel Sud dell’Iran, su un gruppo di isole del Golfo Persico, uomini e spiriti convivono da secoli. La cultura e le tradizioni di queste isole sono il risultato dell’incontro tra l’Africa, i paesi Arabi e l’Iran, traducendosi in un insieme sincretico di credenze.Nel pomeriggio, “Le char chinois. A l’origine du premier empire / Carri cinesi. All’origine del primo impero” di Julia Clark (Inghilterra, 2017; lingua: italiano): Per più di mille anni i carri da guerra hanno imperversato sui campi di battaglia della Cina antica, simboli di una tecnica militare che qui si è sviluppata prima che nel resto del pianeta, e che ha contribuito a unificare la nazione cinese. Grazie alle più recenti scoperte archeologiche e alla ricostruzione di un carro, verificata attraverso alcuni testi antichi, scopriremo come i Cinesi hanno messo a punto tale sofisticato mezzo di combattimento. “Le harem du pharaon soleil / L’harem del faraone del sole” di Richard Reitz (Inghilterra, 2017; lingua: italiano): nel gennaio del 2011, mentre la regione del Cairo subiva gli attacchi della rivoluzione egiziana, l’università di Basilea realizzava due importanti scoperte nella Valle dei Re: una cripta contenente decine di corpi e una tomba fino a quel momento sconosciuta. Mentre gli archeologi e gli studiosi riflettono sull’identità dei resti contenuti in queste tombe, giungono a una conclusione stupefacente… La sera, “La Cité Interdite revelée / La Città Proibita rivelata” di Ian Bremner (Inghilterra, 2017; lingua: italiano): il documentario ci rivela la storia e i segreti della costruzione della Città Proibita a Pechino. Un palazzo che riflette l’ambizione politica del suo fondatore, l’imperatore Yongle della dinastia Ming, e le innovazioni tecnologiche dell’epoca.

Il manifesto della prima edizione di Firenze Archeofilm 2018

La kermesse fiorentina si chiude con un doveroso omaggio al grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista, Folco Quilici, scomparso il 24 febbraio 2018

Domenica 18 marzo 2018, giornata finale con le premiazioni dei film più apprezzati. Al mattino, fuori concorso, “Nemi il mistero sommerso del lago” di Massimo My (Italia, 2004; lingua: italiano, sottotitoli: inglese): . Nel pomeriggio, sempre fuori concorso, “La fortuna degli Etruschi” di Marzia Marzolla, Matteo Bardelli (Italia, 2017; lingua: italiano); “Palermo arabo-normanna” di Eugenio Farioli Vecchioli, Maura Calefati (Italia, 2018; lingua: italiano); “I pozzi cantanti” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2009; lingua: italiano). Quindi si procede con la cerimonia di premiazione che apre con l’assegnazione del premio “Firenze Archeofilm” al film più votato dal pubblico. Quindi il premio “Università di Firenze”, votato da una giuria composta da tre docenti dell’ateneo: Fabio Martini (Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), Silvia Pezzoli (Scienze della comunicazione), Federico Pierotti (Storia del cinema); e il premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria” al miglior film di archeologia preistorica indicato da una giuria composta da tre archeologi del museo: Fabio Martini, Domenico Lo Vetro, Silvia Casciarri. Chiude il premio “WebAward” al film che più ha saputo coniugare l’intento didattico con quello divulgativo e ha presentato la scoperta o lo studio archeologico come parte del tessuto storico e sociale di una comunità scelto da una giuria di archeoblogger. Firenze Archeofilm chiude alle 17.30 con l’intervento di Brand Quilici per un doveroso omaggio a Folco Quilici, grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista, scomparso il 24 febbraio 2018. Sarò proiettato il film “L’impero di marmo” di Folco Quilici (Italia, 2004; lingua: italiano): affascinante documentario che narra dei cacciatori di marmi alla ricerca dei vecchi giacimenti della pietra che riluce che rese splendida Roma. Folco Quilici realizza con la sua consueta abilità narrativa un racconto archeologico che ha come protagonista il marmo policromo,quel materiale meraviglioso che caratterizzò tutte le costruzioni del mondo romano dal I al III secolo e che ispirò poi il Rinascimento italiano.

L’Isis è sconfitta, ma in Siria i bombardamenti continuano. Distrutto il tempio ittita di Ain Dara di tremila anni fa da un attacco turco nel nord della Siria: l’annuncio a TourismA dall’archeologo Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione Terra di Ninive

Daniele Morandi Bonacossi mostra sul grande schermo di TourismA le immagini della distruzione del tempio ittita di Ain Dara (foto Graziano Tavan)

Distrutto dai bombardamenti turchi il tempio ittita di Ain Dara, nel Nord della Siria. Le immagini delle distruzioni perpetrate dall’Isis in Iraq e Siria erano scorse in una sequela di morte sul grande schermo dell’auditorium del centro congressi di Firenze per TourismA 2018, rinnovando nel numeroso pubblico presente sgomento e rabbia. Ma la relazione di Daniele Morandi Bonacossi, archeologo del Vicino Oriente all’università di Udine e da anni direttore della missione archeologica italiana in Assiria – Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive (Iraq),  non era finita. È vero che l’Isis è stata sconfitta, ma in Siria i massacri e le distruzioni continuano. E sullo schermo compare un ammasso informe di frammenti di pietre scure su un’acropoli chiusa all’orizzonte da una cortina di montagne. “Questo è quanto resta dei rilievi in basalto del tempio ittita di Ain Dara,  dopo il 26 gennaio, quando la Turchia ha bombardato la regione della città di Afrin,controllata dai curdi nel Nord-Ovest della Siria”, annuncia Morandi Bonacossi, ammutolendo il pubblico in sala. “Il ministero siriano per la Cultura e l’Osservatorio siriano per i diritti umani confermano che la distruzione è avvenuta venerdì 26 gennaio durante un raid contro l’area controllata dai curdi a sud della città di Afrin. Le foto e i video mostrate dall’Osservatorio e da Hawar News mostrano che metà del tempio non esiste più, comprese molte delle statue che cingevano il sito”.

Il tempio ittita di Ain Dara ridotto a un ammasso di macerie dopo i bombardamenti dell’aviazione turca (foto di Delil Souleiman)

L’ingresso monumentale del tempio ittita di Ain Dara prima dei bombardamenti

Il tempio ittita era resistito più di tremila anni sull’altura che domina la sottostante città di Ain Dara, tra le montagne a una sessantina di chilometri da Aleppo, a un passo dal confine con la Turchia. Ha ceduto sotto i colpi di un attacco dell’aviazione turca. Ankara smentisce di aver colpito siti religiosi, culturali e storici, come le rovine archeologiche. Ma la soprintendenza locale è in possesso di immagini che confermano che il 40 per cento de tempio è stato danneggiato: “Ora gli scalini scolpiti che portano al tempio sono coperti di detriti e gli imponenti animali alati in basalto nero sono in frantumi. Solo la parte posteriore del tempio si è salvata, incluso un leone di basalto che guarda le colline verdi di Afrin”.

Il monumentale leone in basalto simbolo del sito archeologico di Ain Dara nel nord della Siria

Le impronte giganti della divinità impresse sul pavimento del tempio di Ain Dara

Il tempio ittita di Ain Dara, costruito intorno al 1300 a.C. e frequentato fino al 740 a.C., fu scoperto casualmente – come è successo molte volte in archeologia – nel 1955 quando fu ritrovato un leone monumentale in basalto. Gli scavi sistematici iniziarono però solo un quarto di secolo dopo, tra il 1980 e il 1985, portando alla luce un tempio a pianta rettangolare orientato verso sud-est. Nella prima fase (1300-1000 a.C.) il tempio misurava 20 metri per 30 metri, con portico, anticamera (pronaos) e camera (naos). Nella seconda fase (1000-900 a.C.) furono aggiunte lastre in basalto a foderare il portico e i passaggi tra portico e anticamera e tra questa e la camera. Nella terza fase (900-740 a.C.) fu aggiunto un ambulatorio tutto intorno al tempio, ottenuto estendendo la piattaforma su cui era stato edificato inizialmente il tempio. La facciata e le mura interne erano decorate da altorilievi raffiguranti creature mitiche, e sculture di leoni e sfingi; le grandi impronte dei piedi della dea Ishtar, la dea dell’amore alla quale probabilmente era dedicato il tempio, scolpite nel pavimento. Gli archeologi ritengono che le impronte, tre volte più grandi di un piede umano, possano aver voluto rappresentare il passaggio di una dea: “Sono uniche nell’architettura religiosa della regione”.  Ora quelle impronte nell’ipotesi migliore sono ricoperte dai detriti del tempio bombardato o, peggio, distrutte con le lastre di basalto scolpite.

TourismA 2018. Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. L’archeologo navale Tiboni: “Omero non ha mai scritto di un cavallo. Ilio fu vinta con l’inganno: ma entro le sue mura fu fatta penetrare una nave di tipo fenicio nota come hippos”

L’archeologo navale Francesco Tiboni e il direttore Piero Pruneti sul palco di Tourisma 2018. Alle loro spalle la copertina del libro “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (foto Graziano Tavan)

Il cavallo di Troia? Una clamorosa fake news dell’antichità. Una bugia con le gambe lunghe come quelle di un… cavallo. Francesco Tiboni, archeologo navale di NavLab Laboratorio di Storia navale dell’università di Genova, ne è convinto perché – ribadisce – “Omero non ha mai scritto di un cavallo”. E a due anni dalle prime comunicazioni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/24/miti-sfatati-il-cavallo-di-troia-era-una-nave-lhippos-fenicio-larcheologo-navale-rilegge-omero-e-i-relitti-antichi-e-smaschera-lequivoco-millenario-dovuto-al-traduttore-antico-alloscuro-de/), seguite da contributi più articolati e da un libro, “La guerra di Troia. Un inganno venuto dal mare” (Edizioni Storia e Studi sociali, 2017), il mondo accademico comincia a recepire la “novità” che smantella un episodio entrato nell’immaginario collettivo da più di due millenni. “E questo per me è un grande risultato”, commenta soddisfatto Tiboni dal palco di TourismA 2018, salone di archeologia e turismo culturale, a Firenze dal 16 al 18 febbraio 2018. Proprio a TourismA l’archeologo navale ha ripercorso le tappe filologiche della sua ricerca partendo proprio dal suo recente saggio dove ha esaminato uno degli episodi più noti della guerra di Troia, l’inganno del cavallo di legno, analizzandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara nella propria evidenza, nel tempo possa essere stata fraintesa e decontestualizzata. Avvalendosi degli strumenti dell’archeologia navale, attraverso l’analisi delle parole, delle immagini e dei relitti, l’autore giunge a proporre una precisa collocazione dell’episodio che pose fine alla guerra di Troia all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo prearcaico.

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

“Sono un archeologo navale”, ha puntualizzato subito, “e quindi ho voluto approfondire gli aspetti della navigazione nel Mediterraneo tra la tarda età del Bronzo, cioè quello corrispondente alla guerra di Troia, e la prima età del Ferro, periodo in cui sono stati scritti i poemi omerici. È proprio in questi secoli che tra le navi che solcavano le acque del Mediterraneo c’era un’imbarcazione fenicia molto diffusa e nota col nome di hippos, così chiamata perché aveva la polena a testa di cavallo, imbarcazioni con le quali sarebbe stata circumnavigata addirittura l’Africa”. Le fonti antiche citano la nave hippos in più occasioni. Strabone la ricorda come una nave mercantile fenicia. Sofocle (Andromeda, fr. 2, Apud Athenaeum, XI, 64): “su hippoi o su piccole navi navighi verso terra?”. Trifiodoro (184-5): “dopo aver pregato la glaucopide figlia di Zeus (Atena, ndr), si precipitano al mercantile hippos”. Ma forse la citazione più interessante, spiega Tiboni, è quella contenuta in Plinio il Vecchio (Naturalis Historiae, VII, 57) che afferma: “Hippo di Tiro inventò l’oneraria”. “Quando Plinio scrive – siamo nel I sec. d.C. – la tradizione di queste navi  si è ormai persa nel corso dei secoli. Sappiamo che nel Levante non è riscontrato il nome Hippo. Quindi il nome della nave oneraria, hippos, si fonde con le sue origini fenice, la città di Tiro, e in Plinio diventa un nome proprio: Hippo di Tiro. Ma, al di là della “sovrapposizione-contrazione” delle notizie, abbiamo la conferma che l’hippos era una nave fenicia”.

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Ma quello che per Tiboni è fondamentale è che Omero, nel descrivere l’inganno del cavallo, usa sempre una terminologia navale. Odissea (IV, 708-9): “Dimmi araldo, perché mio figlio solca il mare a bordo delle navi che sono gli hippoi del mare?”; (XI, 523): “Quando ci imbarcammo sull’hippos, che Epeo costruì, noi fiore degli Argivi, e tutto da me dipendeva, aprire il solido inganno e richiuderlo”. E ancora (VIII, 487-520): “Dicci del dourateous hippos che Epeo costruì con Atena”. Per Tiboni questo è un passo importante perché si associa hippos all’aggettivo dourateous, che rimanda al termine dourata, cioè alle tavole del fasciame che compongono una imbarcazione. “Quindi non stiamo parlando di un cavallo di legno, come per secoli è stato tradotto (per legno Omero avrebbe usato un’altra parola), ma di una nave. E a ribadire il concetto più che Epeo, del quale si sa essere stato un pugile e un discobolo, è l’intervento divino di Atena che in epoca omerica era la protettrice dei maestri d’ascia”.

Esempi di pittura vascolare con il “cavallo di Troia” mostrati da Tiboni a TourismA 2018 (foto Graziano Tavan)

Ma allora come è nata la bufala del “cavallo” di Troia? “Già i greci parlano del cavallo perché avevano perso la nozione della nave fenicia”, spiega Tiboni. “Comunque le rappresentazioni dell’inganno di Troia sono abbastanza scarne. Ne conosciamo solo 37, e non sembrano riferirsi a una tipologia precisa.  Esemplare in questo senso le scene vascolari: i vasai riproducevano l’episodio su informazioni che avevano letto o tramandate oralmente, e quindi ognuno lo interpretava alla sua maniera. L’idea del cavallo di legno si rafforza in periodo romano dopo aver letto – superficialmente e frettolosamente – Virgilio che in realtà nell’Eneide (II, 16, 112, 186, 234-237) nel narrare dell’inganno, descrive non un cavallo ma un’imbarcazione e le diverse fasi della sua costruzione che in antico partiva dal fasciame e poi passava allo scheletro”. Scrive Virgilio: “Ne intessono le murate con tavole di abete… già sorgeva il cavallo fatto di travi d’acero”, che è la prima sequenza: la realizzazione del fasciame in legno di abete o di acero. Segue la costruzione dello scheletro in legno di quercia (“Così intessuto di travi di quercia”). Ma anche la descrizione dell’introduzione del cavallo in Troia è illuminante. Sempre Virgilio: “Separiamo le mura e apriamo le fortificazione della città. Ognuno dà una mano a sottoporre rulli scorrevoli al cavallo a legare al suo collo lunghe funi”. Chiarisce Tiboni: “Quindi non si abbattono le mura: si aprono le porte. E l’uso dei rulli è quello tipico per la messa in secca delle navi, ben decritto da Tacito”. Ma ormai la fake news era stata confezionata. Il “cavallo di legno” di Virgilio viene ripreso e reso immortale da Giambattista Tiepolo nel Settecento per giungere senza colpo ferire ai nostri giorni nel film “Troy”, colossal epico del 2004 diretto da Wolfgang Petersen.

Tiboni mostra i rilievi assiri con la rappresentazione di un hippos trascinato dentro la città facendolo scorrere su grandi rulli (foto Graziano Tavan)

Cosa successe veramente davanti alle mura di Troia? “Per capire la valenza dell’inganno”, fa sapere l’archeologo navale, “dobbiamo aver ben presente cosa succedeva tremila anni fa quando si giungeva alla fine di un conflitto: la parte perdente doveva pagare il tributo alle divinità vincitrici. Spesso lo si faceva offrendo alla città vincente una nave carica di merci preziose”. I greci in dieci lunghi anni lontano dai loro regni non erano riusciti ad avere la meglio sulla città tra lo Scamandro e il Simoenta. Le grandi mura, che la tradizione vuole realizzate da Poseidone e Apollo, avevano retto a ogni assalto. Non rimaneva che la resa. E il pagamento del tributo. “Ma quale nave era più adatta?”, si chiede Tiboni. “Considerando le rivalità interne tra i greci, è facile pensare che nessuno voleva che una propria nave diventasse il simbolo disonorevole della resa. E così si scelse una nave non greca, un hippo fenicio, che fu avvicinato alle mura facendolo scivolare su grandi rulli”. Un rilievo dal palazzo del re assiro Assurbanipal a Ninive del VII sec. a.C. ci fa capire bene come avveniva il tributo ai vincitori con il trascinamento sui rulli di un hippo, agganciato alla testa di cavallo, dentro la città. “Come possiamo immaginare”, riprende Tiboni, “l’operazione era piuttosto laboriosa e richiedeva molto tempo, durante il quale le monumentali porte della città rimanevano spalancate. Quindi non ci fu l’abbattimento delle mura, con l’ingresso di un manipolo di greci nella pancia del cavallo: avrebbero fatto ben poco”. Ma con le porte spalancate e, si può supporre, le guardie distratte dai festeggiamenti di ringraziamento agli dei per la fine della guerra e il pagamento del tributo, l’irruzione dei greci dentro le mura di Ilio fu un gioco da ragazzi. “L’inganno del cavallo di legno aveva raggiunto lo scopo: la presa di Troia. Un inganno venuto dal mare, a bordo di una nave fenicia”.