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Svelato giallo archeologico. In Kurdistan iracheno la missione dell’università di Udine ha scoperto il luogo della battaglia di Gaugamela (330 a.C.) dove Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III. Evento cruciale che fece nascere l’Ellenismo. Col progetto “Terre di Ninive” in sette anni mappati 1100 siti archeologici

Il prof. Daniele Morandi Bonacossi sul campo presso il sito neo-assiro di Chamarash, sulla sponda orientale del lago artificiale di Eski Mosul

È una delle battaglie che hanno segnato la storia: Gaugamela, 331 a.C. In una piana della Mesopotamia settentrionale, le truppe guidate da Alessandro Magno sconfiggono l’esercito persiano del re dei re Dario III, aprendo le porte dell’Oriente ai macedoni dalla Mezzaluna fertile all’altopiano iranico fino alla valle dell’Indo. Fu un evento cruciale: un mondo finiva e iniziava una nuova era, l’Ellenismo, fecondissimo momento di incontro culturale tra Oriente e Occidente. Ma a quasi 23 secoli dall’evento il luogo della battaglia è ancora in discussione, con gli storici e gli archeologi dubbiosi sull’interpretazione dei dati disponibili. Un giallo archeologico che ora è stato svelato dalle ricerche multidisciplinari della missione archeologica nel Kurdistan iracheno dell’università di Udine, guidata dal professore Daniele Morandi Bonacossi, dove è presente dal 2012 con il progetto “Land of Nineveh / Terre di Ninive”. La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca; Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Fondazione Friuli, ha portato gli archeologi a una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Tell Gomel, nei pressi dell’odierna Mosul – l’antica Ninive – nel Kurdistan iracheno. L’annuncio a Roma in un’affollatissima conferenza stampa, cui sono intervenuti Andrea Zannini, direttore del dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine; Ettore Janulardo , ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Ahmad A.H. Bamarni, ambasciatore della Repubblica dell’Iraq in Italia; Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Daniele Morandi Bonacossi , direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Progetto “Terre di Ninive” in Kurdistan iracheno: mappatura dei 1100 siti individuati dalla missione dell’università di Udine

La spedizione archeologica dell’università di Udine, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti (archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti GIS,…) e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico (da un milione di anni fa ad oggi) grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3mila kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1100 siti archeologici. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, è stata ricostruita la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). E il team del prof. Morandi ha ricevuto l’apprezzamento dell’ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmed Bamarni che ha commentato: “La squadra del prof. Daniele Morandi Bonacossi sta svolgendo un considerevole lavoro nella Regione del Kurdistan, e apprezziamo il loro impegno nel recupero del patrimonio culturale iracheno, come la recente identificazione del sito originale della Battaglia di Gaugamela, che vide la vittoria di Alessandro Magno sull’esercito persiano di Dario, evento che rappresenta uno dei momenti storici più significativi della storia regionale e mondiale”. E allora vediamo meglio questa eccezionale scoperta archeologica.

Il grande mosaico pavimentale con Alessandro Magno dalla casa del Fauno di Pompei oggi al Mann

Cosa successe nella piana di Gaugamela nel 331 a.C.? Il re achemenide Dario III era già stato sconfitto da Alessandro Magno due anni prima, nel 333 a.C., a Isso, città costiera nell’Anatolia meridionale, al confine tra la Cilicia e la Siria, con la cattura della moglie, della madre e delle due figlie del re persiano che si era ritirato a Babilonia, per riorganizzare l’esercito. Di quella battaglia ci è rimasta una rappresentazione memorabile nel mosaico scoperto a Pompei nella Casa del Fauno, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli. La vittoria di Isso aveva dato ad Alessandro il controllo dell’Asia Minore meridionale, e da lì aveva occupato la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si era fatto consacrare faraone. E arriviamo all’autunno del 331 a.C. Le fonti disponibili sulla battaglia di Gaugamela non sono molte (Arriano con l’Anabasi di Alessandro; Quinto Curzio Rufo con Storie di Alessandro Magno; Diodoro Siculo con Biblioteca storica; Plutarco con Vita di Alessandro), e tutte di storici vissuti molti secoli dopo la spedizione di Alessandro in Asia. Non è quindi facile fare una ricostruzione fedele degli eventi, del numero di soldati e delle perdite della battaglia, ma almeno sul nome del luogo della battaglia sembrano concordare tutti: Gaugamela, nella Mesopotamia settentrionale.

Il percorso delle truppe di Alessandro Magno dalla Siria a Gaugamela, in Mesopotamia

Alessandro guada l’Eufrate senza trovare resistenza ed entra in Mesopotamia. Ma non punta direttamente su Babilonia. Sceglie la strada verso Nord che, una volta superate le colline, portava comunque alla città dove si era acquartierato Dario III. Ciò gli avrebbe reso più facile procurarsi foraggio e provviste, e non avrebbe fatto soffrire alle truppe il caldo estremo del percorso diretto. Alessandro passa anche il Tigri e si verifica un’eclisse lunare, ritenuto un presagio favorevole. E così decide di attaccare i persiani con la sua cavalleria. Alla vista del re macedone la cavalleria persiana fugge. I prigionieri riferiscono che Dario III non è lontano: è accampato a Gaugamela. Lo scontro è epocale. Alessandro riesce ad annullare il divario di forze in campo e a imporsi. Dario III riesce a fuggire ad Arbela (l’odierna Arbil), a un centinaio di chilometri a Est, convinto di poter ancora organizzare una resistenza che ormai appariva disperata anche agli occhi dei suoi più fedeli generali.

Progetto “Terre di Ninive”: la piana di Gaugamela (Kurdistan iracheno) ripresa con il drone

Lo scavo archeologico a Tell Gomel diretto da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine

La scoperta del sito di Gaugamela. Le fonti – come si diceva – non concordano sul luogo della battaglia. Ma, grazie a un mix di storia antica e nuove tecnologie, filologia e GIS, remote sensing e lavoro sul campo, il team diretto dal prof. Morandi Bonacossi ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per individuare il luogo in cui il condottiero macedone trionfa sull’armata persiana. “La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito di Tell Gomel, che stiamo scavando”, spiega Morandi Bonacossi. È un percorso a ritroso che ci porta dai giorni nostri all’impero assiro. “Proprio sull’acquedotto di Jeruan, monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante”, continua il direttore della missione friulana, “troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) che ricorda il sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara. Da questo toponimo assiro deriva la dizione greca: da Gamgamara in greco la m diventa u e la r una l che ci dà Gaugamela. Il toponimo si mantiene nei secoli. Così lo troviamo trascritto in epoca medievale (IX sec. d.C.) con una storpiatura dal greco che dà Gogemal, toponimo che a sua volta subisce una corruzione in Gomel che è il nome del sito che stiamo scavando”.

Il rilievo del cavaliere rifacimento di età ellenistica di un precedente monumento assiro del complesso di Khinnis (Kurdistan iracheno) per celebrare la vittoria nella vicina Gaugamela

Veduta aerea di Tell Gomel e della piana di Gaugamela nel Kurdistan iracheno

E poi ci sono i riscontri archeologici. “A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel, dove si stanno concentrando le nostre ricerche, era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo a.C., quindi contemporaneamente alla battaglia, e da quel momento si sviluppò come un sito esteso e importante”. Ma non è tutto. Nelle vallate montuose circostanti, sono stati trovati alcuni monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, nel complesso rupestre di Gali Zerdak, rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche: si riesce a vedere una Nike alata che porge una corona a un cavaliere – che potrebbe essere Alessandro – proprio per la vicinanza all’iconografia che troviamo in pitture ellenistiche e tombe macedoni come a Kasta-Anfipoli. La rappresentazione di Gali Zerdak suggerisce agli archeologi friulani che questa potrebbe essere la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata monte Nikatorion, “il monte della vittoria”. L’altro rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana individuata come il campo della battaglia di Gaugamela: è il sito di Khinnis, noto dalla metà dell’Ottocento e leggibile ancora all’inizio del ‘900, danneggiato ancor prima dell’arrivo dell’Isis nella regione, più di recente studiato da Julian Reade, dove i re assiri avevano scolpito i loro volti. “Ma in periodo ellenistico”, riprende Morandi Bonacossi, “si interviene su questo rilievo celebrativo, un modo per dare continuità alla simbologia del monumento onorando il generale macedone: si cancella l’antica iscrizione in cuneiforme per aggiungere un cavaliere con la sarissa, la tipica picca macedone, molto simile a quella che vediamo impugnare ad Alessandro nel mosaico di Pompei”. C’è poi un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel: il rilievo di Nirok. “L’abbiamo scoperto nell’ambito del progetto Terre di Ninive, e riteniamo sia importantissimo per l’iconografia che rappresenta tre stelle o tre soli. È molto mal conservato, in gran parte distrutto in anni recenti, ma si riconosce il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone”.

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Alla scoperta dell’arte buddista del Gandhara: Laura Giuliano per i “Venerdì del Muciv” protagonista dell’incontro al museo Preistorico etnografico “Pigorini” di Roma

Panoramica del museo delle Civiltà a Roma-Eur

Laura Giuliano

L’India del Nord Ovest fu, per posizione geografica e tradizione storica, l’area del subcontinente maggiormente esposta ai contatti con il mondo occidentale. La conquista di queste regioni da parte di Alessandro vi lasciò un segno profondo e durevole ed ebbe come effetto uno dei più interessanti e proficui incontri dell’antichità, quello tra il mondo classico e la variegata cultura che caratterizzava questi territori di frontiera, esposti ad influssi e tendenze provenienti oltre che dall’India, dall’Iran e dall’Asia centrale. La fioritura dell’arte del Gandhāra tra il I e il IV secolo della nostra era rappresenta l’esito più eclatante della ellenizzazione di questi territori, rinvigorita da sempre nuovi contatti con il mondo romano, e ormai talmente profonda e radicata da poter assorbire in una sintesi originalissima linguaggi formali, simbolici e filosofici della cultura locale, senza per questo snaturare le proprie origini, adattandosi a un contenuto buddhista. Venerdì 22 marzo 2019 nella sala conferenze del museo Preistorico etnografico nazionale “Luigi Pigorini” di Roma-Eur, per “I Venerdì del Muciv”, Laura Giuliano ci porterà ad “Esplorare l’arte buddhista del Gandhāra. Introduzione a un fenomeno figurativo tra Oriente e Occidente”.

Arte del Gandhara al museo delle Civiltà di Roma-Eur

“Nelle aree dell’antico Nord-Ovest indiano, un territorio di frontiera tra mondi diversissimi, corrispondente all’attuale Pakistan e a parte dell’Afghanistan”, si legge nel libro “L’arte del Gandhara” (Hoepli) a cura di Laura Giuliano, “tra la fine del I secolo a.C. e il IV-V secolo d.C. si manifestò una particolare corrente figurativa a contenuto prevalentemente buddhista, comunemente definita “arte del Gandhara”, caratterizzata dalla compresenza di componenti ed influssi classici (ellenistico-romani), indiani, iranici e centroasiatici, composti in una sintesi originalissima di linguaggi formali, simbolici e filosofici. I materiali d’elezione di questa produzione che oltre ad essere scultorea, è anche architettonica – ma che, a giudicare dai rari frammenti, doveva essere anche pittorica – sono lo schisto, talora il calcare, lo stucco e l’argilla cruda. Durante il XIX secolo e nei primi decenni del secolo appena passato, i rilievi buddhisti del Gandhara erano stati apprezzati dagli studiosi occidentali come le uniche creazioni del mondo indiano degne di un qualche interesse artistico, una valutazione sostanzialmente motivata dalla presenza di caratteri stilistici chiaramente collegati all’arte occidentale ellenistica e romana che si esprimono nel modo di rappresentare le figure, nei panneggi e nella resa spaziale. La definizione “arte del Gandhara” per questo fenomeno figurativo nasce proprio dalla consapevolezza di tali complessità e peculiarità”.

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

Firenze Archeofilm 2019 dedicato a Sebastiano Tusa, l’archeologo scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Ecco l’ultima sua intervista, rilasciata da Tusa a TourismA. Il programma della prima giornata del festival

“Il mestiere dell’assessore, che non conoscevo, se fatto bene ti prende – direi – quasi anche la notte… per cui per me continuare a fare l’archeologo è stato molto difficile. Lo riesco a fare solo la sera, tardi, quando rientro a casa… Io continuo caparbiamente perché prima di tutto è una passione e poi perché ritengo sia importante continuare le ricerche già iniziate e soprattutto perché penso che non farò l’assessore a vita…”. Inizia così l’intervista – l’ultima intervista purtroppo prima della sua tragica morte in Etiopia – che l’archeologo Sebastiano Tusa, nella veste di assessore ai Beni culturali della Regione siciliana, ha rilasciato agli organizzatori di Tourisma 2019, dove – come avevamo scritto – il 23 febbraio 2019 era intervenuto in un confronto sul cosiddetto “ponte Morandi” di Agrigento (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/). E ora, all’indomani del terribile schianto del Boing 737 dell’Ethiopian Airlines da Adis Abeba a Nairobi, precipitato sei minuti dopo il decollo, dove Tusa, con altri 156 passeggeri, ha trovato la morte, il direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non solo mette a disposizione di tutti (lo pubblichiamo anche noi con piacere), ma, di concerto con il direttore di Firenze Archeofilm Dario Di Blasi, ha deciso di dedicare proprio all’archeologo Sebastiano Tusa l’edizione 2019 di Firenze Archeofilm, il festival di Archeologia, Arte e Ambiente in programma al cinema La Compagnia di Firenze da mercoledì 13 a domenica 17 marzo 2019, oltre ottanta film provenienti da tutto il mondo, tra cui moltissime anteprime, che accompagneranno il pubblico a spasso nel tempo e tra i luoghi più remoti del pianeta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/05/firenze-archeofilm-2019-ecco-il-programma-delle-cinque-giornate-di-proiezioni-con-una-sessantina-di-film-in-concorso-da-una-ventina-di-paesi-alla-fine-saranno-consegnati-tre-premi/).

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente

Cinque giorni di grandi film. Si potrà così entrare, per la prima volta dopo trent’anni dall’ultima missione, nella Piramide di Giza al seguito dell’equipe di archeologi che hanno scoperto una nuova camera segreta. Oppure, restando in Egitto, capire chi fu davvero il faraone bambino, Tutankhamon, tra miti, leggende e false maledizioni. Spazio anche alle realtà di casa nostra con un filmato che ripercorre le gesta del toscano Girolamo Segato, l’uomo che pietrificava i corpi, mentre si potrà assistere alle prime visite turistiche a Pompei negli anni sessanta attraverso filmati originali. Ci si potrà poi avvicinare alle civiltà più lontane da noi come quella delle antiche città di pietra ormai inghiottite dalla giungla in Tanzania, o, salire sulle vette dell’Himalaya dove sono state scoperte alcune mummie perfettamente conservate risalenti a 5000 anni fa. Creta e i resti del famoso labirinto del Minotauro, le imprese navali dei Vichinghi, la corsa contro il tempo degli archeologi nelle zone di guerra, la celebre Battaglia di Canne (in 3 D) e il mercato nero dei fossili di dinosauri in Mongolia solo alcuni degli altri argomenti proposti al pubblico. Sarà quest’ultimo che, in veste di giuria popolare, potrà votare i film in concorso attribuendo così il “Premio Firenze Archeofilm” alla pellicola più gradita.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Prima giornata, mercoledì 13 marzo 2019. Si inizia con la Cina per sapere di più sulle straordinarie “ruote idrauliche” capaci fin dall’antichità di sfruttare la potenza del fiume Giallo per l’irrigazione dei campi. Un’arte perduta nel ventunesimo secolo, rinata oggi grazie ad un lontano discendente dell’inventore. Sarà poi la volta di Tutankhamon con un film che cerca di indagare su chi sia stato veramente questo personaggio: un fragile bambino o un signore della guerra? Spazio anche ai misteri di casa nostra dove, in una piccola chiesa delle Marche, gli archeologi stanno cercando di risalire alle ultime ore di vita di ben 18 mummie perfettamente conservate. Una sfida a bordo di alcuni kayak lungo le antiche rotte di navigazione nei Caraibi è oggetto invece della pellicola che documenta un progetto di archeologia sperimentale senza precedenti. E ancora il pubblico potrà conoscere l’Irlanda tra Neolitico e presente dove sull’orlo di vertiginose falesie incontriamo ancora oggi abitanti/custodi di questo paesaggio. Si resta al Nord col film che porta alla riscoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro viaggio epico verso le Americhe. E ancora. “Creta e il Mito del labirinto”, il titolo del film che illustra la grande capacità del popolo minoico nella costruzione di edifici che hanno alimentato la leggenda. Prende le mosse da uno dei “gialli” più antichi il film che indaga sulla scomparsa dell’Uomo di Neanderthal improvvisamente 30.000 anni fa. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici? Il regista del film accompagna il pubblico attraverso una sorta d’indagine criminale nei laboratori forensi di tutto il mondo. Infine uno sguardo all’ambiente e alle criticità del nostro tempo con uni straordinario viaggio in Artico, al momento il luogo più fragile del pianeta a causa del riscaldamento globale.

Archeologia in lutto. Nel disastro aereo del Boing 737 precipitato in Etiopia è morto l’archeologo Sebastiano Tusa: siciliano doc, docente di paletnologia e archeologia marina, ha creato la soprintendenza del Mare. A Malindi con l’Unesco doveva promuovere ricerche subacquee nell’oceano Indiano

Le ricerche sottomarine a Lipari sono state condotte dalla soprintendenza del Mare sotto la direzione di Sebastiano Tusa

L’ultimo applauso, quasi una standing ovation, gliel’ha tributata la competente platea dell’auditorium del Palazzo dei Congressi di Firenze quindici giorni fa, sabato 23 febbraio, durante i lavori di Tourisma 2019, il salone internazionale dell’Archeologia e del turismo culturale: Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, nella sua nuova veste di assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, si confrontava con il presidente del Fai Andrea Carandini, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi, cui era subentrato l’11 aprile 2018 nel ruolo di amministratore regionale, e con l’ingegnere di Anas Paolo Mannella, per ragionare sull’opportunità di abbattere il viadotto Morandi di Agrigento (tecnicamente i ponti Akragas 1 e Aktagas 2), chiuso da molti mesi in attesa di urgenti restauri, che deturpa la Valle dei Templi. E due giorni prima, a Milano, aveva presentato ufficialmente la grande mostra di Palazzo Reale dedicata ad Antonello da Messina. Sebastiano Tusa, 66 anni, ha trovato la morte sul Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato oggi 10 marzo 2019, a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba. Tusa era diretto a Malindi, in Kenia, per una conferenza internazionale promossa dall’Unesco con la partecipazione di archeologi provenienti da tutto il mondo per discutere del progetto Unesco di creare proprio a Malindi un centro di interesse storico e di recupero delle tradizioni e della cultura di tutto il Kenya. Il professor Tusa, soprintendente del mare della Regione Siciliana, era stato chiamato proprio in virtù della sua competenza nel settore dell’archeologia marina. Le ricerche di Tusa e del suo staff, di concerto con il direttore del museo nazionale di Malindi “Caesar Bita”, aveva evidenziato già a Natale (quando vi era stato con la moglie, Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del museo d’Arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo) le grosse potenzialità nell’ambito dei ritrovamenti sotto la superficie dell’oceano Indiano, al largo di Malindi.

L’archeologo Sebastiano Tusa

Sebastiano Tusa era nato a Palermo il 2 agosto 1952: un siciliano doc, che ha sempre amato la sua terra (“Ambientalista vero, amante della bellezza, della sua terra, della vita”, lo ricorda Giuseppe Mazzotta, presidente Wwf Sicilia area mediterranea): archeologo preistorico e subacqueo, politico e professore di Paletnologia all’università Orsola Benincasa di Napoli (ma ha anche insegnato Archeologia marina all’università di Palermo, sede di Trapani; e all’università di Bologna). Figlio d’arte – suo padre era il famoso archeologo Vincenzo Tusa -, si era laureato in Lettere con specializzazione in Paletnologia. Dirigente della Regione Siciliana, negli anni Novanta del Novecento è stato responsabile della sezione archeologica del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro. Nel 2003, durante scavi da lui diretti a Pantelleria, vennero trovati tre ritratti imperiali romani. Abbandonata la ricerca sul campo, si è occupato di amministrazione dei Beni culturali nei ruoli della Regione Siciliana, guidando la soprintendenza di Trapani. Nel 2004 è nominato da parte dell’assessorato dei Beni culturali della Regione Siciliana primo soprintendente del Mare, istituto da lui stesso creato per la tutela del mare, che finora aveva qualcosa di analogo solo la Grecia. Ha organizzato missioni archeologiche in Italia, Pakistan, Iran e Iraq. Nel 2005 ha guidato gli scavi a Mozia, riportando alla luce, sulla strada sommersa che conduce all’isola, delle strutture identificabili come banchine. Nel 2008 ha realizzato un film documentario con Folco Quilici sulla preistoria mediterranea a Pantelleria. Gli scavi da lui promossi, e condotti sul campo da Fabrizio Nicoletti e Maurizio Cattani, hanno anche confermato il ruolo di Pantelleria come “crocevia per i mercanti” in epoca antichissima. Nel gennaio 2010 è stato nominato Socio onorario dell’associazione nazionale Archeologi. Nel 2012 è tornato a dirigere la soprintendenza del Mare della Regione che ha lasciato l’11 aprile 2018 quando è stato nominato assessore ai Beni Culturali dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, in sostituzione di Vittorio Sgarbi.

Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, con l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, il giorno del suo insediamento

Il critico d’arte Vittorio Sgarbi (foto Graziano Tavan)

“È una tragedia terribile, alla quale non riesco ancora a credere: rimango ammutolito”, è il messaggio di cordoglio del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, alla notizia dell’improvvisa scomparsa di Sebastiano Tusa. E Vittorio Sgarbi: “Resta il suo pensiero, l’intelligenza, la disponibilità ad ascoltare, la gentilezza, e tanti studi, tante ricerche sospese, tanti sospiri di conoscenza”. Sgarbi sottolinea che “in pochi casi l’archeologo, lo scienziato si era fatto politico con tanta naturalezza, continuando a vedere le cose, la storia e il mondo senza calcoli e strategia, per amore della bellezza, per la certezza che il mondo antico in Sicilia era ancora vivo. Potevano risorgere sculture, rinascere kouroi, uscire Venere dall’acqua. E come vive la storia con noi, vive anche lui oltre la sua apparente fine”. E ad Agrigento è lutto cittadino. Cancellato lo spettacolo del Festival Internazionale del folklore, davanti al Tempio della Concordia, che secondo tradizione chiude le manifestazioni del “Mandorlo in Fiore”. Il cordoglio della città espressi dal sindaco di Agrigento Lillo Firetto: “Se ne va un amico, archeologo di fama, uomo di cultura di alto profilo, un patrimonio di esperienza umana e capacità operativa, una persona da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale siciliano, con grande dedizione e amore. L’abbiamo sentito sempre vicino nel percorso di crescita culturale della città dei Templi. Per Agrigento, per la Sicilia, per la cultura internazionale una grave perdita”.

Comacchio, il museo del Delta Padano festeggia il secondo compleanno e dedica il mese di marzo alla donna con “Donne, profumi e intrighi”: dalle donne dell’antica Roma ai personaggi femminili della storia, dalla riscoperta dei profumi e delle fragranze nel passato agli intrighi e misteri dell’archeologia

La locandina degli eventi di primavera al museo del Delta Antico “Donne, profumi e intrighi”

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

“Donne, profumi ed intrighi” è il titolo del ciclo di incontri in programma al museo del Delta Antico di Comacchio (Fe), che si trova in uno dei palazzi monumentali più significativi del centro storico della splendida città sull’acqua, l’Ospedale degli Infermi edificato nel ‘700: temi intriganti come le donne dell’antica Roma e i personaggi femminili che si sono distinti nei popoli della storia, la riscoperta dei profumi e le fragranze utilizzate nel passato, gli intrighi e i misteri dell’archeologia. Il museo archeologico ha dunque organizzato un programma di eventi coinvolgente, che permette di immergersi tra le testimonianze del territorio sul Delta del Po dall’età protostorica fino al medioevo e riscoprire una terra crocevia delle civiltà del mondo mediterraneo e dell’Europa continentale. Il mese di marzo è dedicato alle donne ed è a loro che è intitolata la mostra “Donne, forme e colori” visitabile dall’8 al 31 marzo 2019 al museo del Delta Antico (inaugurazione l’8 marzo 2019 a Palazzo Bellini, alle 15): mostra collettiva, organizzata da UDI Spazio donna di Comacchio. Ingresso gratuito alle donne dall’ 8 al 15 marzo. Il 10 marzo 2019, alle 11 e alle 16, in occasione della settimana della donna visite guidate a tema è la giornata dedicata alle visite a tema “Trucco e parrucco nell’antica Roma”, comprese nel biglietto d’ingresso. Il 16 marzo 2019 si inaugura a Palazzo Bellini l’esposizione “Troia. La fine della città. La nascita del mito”, mostra organizzata in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli e aperta fino al 27 ottobre: per tutta la durata della mostra percorso a tema nel Museo Delta Antico. Il 20 marzo 2019 è invece il giorno incentrato sulle figure femminili a partire dal mondo etrusco: alle 15.30, a Palazzo Bellini, incontro “La donna nei secoli, dagli Etruschi all’età carolingia” con Maria Grazia Maioli, archeologa emerita del MIBACT. Per le giornate del FAI di primavera, il 23 marzo 2019 si inaugura, alle 11, al museo del Delta Antico una nuova sezione del museo “Uomini, territorio e storie del delta”, dedicata all’edificazione del settecentesco Ospedale degli Infermi e dell’utilizzo che, nel tempo, ne è stato fatto da parte della comunità comacchiese; uno spazio interattivo che presenta, inoltre, contenuti multimediali dedicati alle trasformazioni che il rapporto uomo-natura ha subito nel corso dei secoli nel delta del fiume Po. Il giorno successivo, il 24 marzo 2019, in occasione delle giornate Fai di primavera “Buon compleanno museo”, si festeggia il 2° compleanno del museo del Delta Antico con visite guidate speciali e animazioni per i bambini. Alle 17 taglio della scenografica torta di compleanno: ingresso ridotto. Infine il 28 marzo 2019, alle 15.30, a Palazzo Bellini, incontro “Intarsi di bonifiche” con Barbara Buzzon del Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara.

Firenze Archeofilm 2019: ecco il programma delle cinque giornate di proiezioni, con una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi. Alla fine saranno consegnati tre premi

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente

Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi e una decina fuori concorso: è tutto pronto per la seconda edizione di Firenze Archeofilm, Festival internazionale del Cinema di Archeologia Arte e Ambiente, in programma dal 13 al 17 marzo 2019 al Cinema La Compagnia di Firenze, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore) con la direzione artistica di Dario Di Blasi. Le edizioni video a cura di Fine Art Produzioni – Augusta (Sr); la voce di Davide Sbrogiò; le traduzioni di Stefania Berutti, Carlo Conzatti, Sara Loprieno, Marco Martignone, Giulia Pruneti, Martina Scarcelli, Valeria Volpe. “Le immagini dipinte e incise nelle grotte preistoriche dell’Addaura , di Levanzo o della Liguria, le pietre e resti di centinaia di siti archeologici di Roma, Ercolano, Stabia , Agrigento, Sardegna , mosaici e straordinari oggetti ed affreschi conservati in antiche città distrutte come Pompei, Aquileia, Selinunte, Morgantina e in piccoli e grandi musei archeologici quali Volterra, Metaponto, Paestum, Taranto, Napoli, Siracusa, Torino, Palermo”, interviene Dario Di Blasi, “suggeriscono migliaia di racconti di storie umane liete e drammatiche , di pace e di guerra , umane appunto. Ho citato solo alcuni luoghi ma tutto il paesaggio storico dell’Italia intera potrebbe inondare il mondo di storie e di racconti di uomini che sono vissuti prima di noi e il cinema è e potrebbe essere molto di più un veicolo straordinario per proporci storie e racconti così come le fiabe che sussurravano, a noi bambini, genitori e nonni. Fiabe e storie per la nostra conoscenza, per il nostro sapere, in definitiva cultura”.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Una scienza del film “he place before me / lugar antes de mim”di Karla Nascimento

Firenze Archeofilm inizia mercoledì 13 marzo 2019. Il programma del mattino (9.30 – 13.30), dopo i saluti, apre con “Splendidissima Civitas” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 2017; 20’). In Portogallo, dove ora sorge il villaggio di Bobadela, i Romani fondarono una “splendidissima civitas”, la città più splendida, come la chiamarono quasi 2000 anni fa. Il suo vero nome ci è sconosciuto, ma sappiamo che fu fondata sotto Augusto e che qui vennero eretti quelli che erano gli edifici tipici di una città romana, tra cui il foro e l’anfiteatro, destinato agli spettacoli e ai combattimenti tra gladiatori. La monumentalità di questi spazi pubblici testimonia l’importanza che ricopriva la città, che doveva rappresentare tutto il potere di Roma. Seguono “Still Turning” di Jesse Pickett (Canada, 2017; 10’). “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 2017; 50’). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… “Manohar Ambanagri” di Rahul Narwane (India, 2017; 13’). “La Chiesa dei morti” di Lara Agnoletti (Italia, 2018; 30′). A Urbania, nelle Marche, nall’interno di una piccola chiesa, sono conservate 18 mummie. Oltre che per il numero di corpi rinvenuti, questo sito ha da sempre attratto studiosi e ricercatori per il grado di conservazione che i morti presentano. In alcune mummie è infatti possibile osservare ancora i muscoli in tensione, le parti cartilaginee e i tratti somatici. Così, grazie alla semplice osservazione diretta è possibile risalire alla causa di morte e allo stile di vita. Attraverso le interviste di studiosi e ricercatori italiani, il documentario ricostruisce le ultime ore di vita di tre delle 18 mummie. “The place before me / O lugar antes de mim” di Karla Nascimento (Brasile, 2018; 52’). Documentario incentrato sul sito archeologico di Gruta das Pedras Brilhantes (Grotta delle Pietre Brillanti), a São Desidério, un comune del Brasile nello Stato di Bahia. La grotta, così chiamata per la presenza di pietre luminose, continua a intrigare gli archeologi, che non hanno ancora raggiunto un accordo per spiegare questa caratteristica. La luminosità potrebbe essere originata da una reazione chimica naturale, da un’azione umana o forse dalla combinazione dei due elementi… “Pasión Amerindia” di David Bottome (Venezuela, 2018; 17’). Il film racconta le tappe più significative della cosiddetta “Sfida dei Caraibi”, un progetto di archeologia sperimentale finalizzato a ripercorrere, a bordo di kayak, le antiche rotte di navigazione pre-ispaniche compiute dai nativi americani. Un modo per riscoprire le fasi più significative e ingiustamente dimenticate della storia latino americana prima del periodo ispanico. Per risvegliare nel pubblico il rispetto e l’ammirazione che tali radici dovrebbero meritare. Chiude la mattinata, fuori concorso, “Il passeggero artista” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 5’).

Una scena del film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia

La locandina del film “Vichinghi riscoperti” di Harvey Lilley

Il pomeriggio (15-19) di mercoledì 13 marzo 2019 apre con il film “Puzzle Azilien” di Alexis Villaine, Nicolas Baker (Francia, 2018; 6’). Seguono i film “Céide Fields” di Davide Gambino, Gabriele Gismondi (Italia, 2018; 50’). Céide Fields è un luogo che racconta le origini del paesaggio coltivato e di un passato remoto che si è a lungo negato allo sguardo. Indossando una lente narrativa è possibile osservare questa apparente invisibilità dietro cui si cela un complesso crocevia tra archeologia, agricoltura e allevamento, tra pratiche didattiche e necessario sviluppo turistico, tra pressanti questioni ambientali, climatiche ed energetiche. Ai confini del continente europeo, nel nord-ovest dell’Irlanda, sull’orlo di vertiginose falesie, tra luoghi umidi e animali da allevamento, incontriamo i custodi di questo paesaggio che si interrogano sulle comunità del Neolitico e che guardano verso un incessante scambio transgenerazionale. “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Creta, tra il 3000 e il 1400 a.C., fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco: i minoici. Primo popolo europeo a padroneggiare la scrittura, hanno costruito sontuosi edifici dall’architettura complessa e monumentale. I miti greci sono stati a lungo sfruttati per spiegare queste strutture, fino ai recenti scavi che hanno infine portato alla decodificazione di questi edifici. “I misteriosi manoscritti di Shiva / Les mystérieux manuscrits de Shiva” di Pierre de Parscau, Nicolas Baker (Francia, 2018; 7’). Chiude il pomeriggio “Vichinghi riscoperti / Vikings unearthed” di Harvey Lilley, Paula S. Apsell (Regno Unito, 2016; 120’). Un film che ci porta alla scoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro epico viaggio nelle Americhe. Questi guerrieri scandinavi, famigerati per le loro temibili incursioni, erano però anche esperti navigatori, abili commercianti e coraggiosi esploratori. Tra prove archeologiche ed eccezionali ricostruzioni il film ci porta nel mondo di questi intrepidi avventurieri.

la locandina del film “Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau

Il programma della sera (20.45-23) di mercoledì 13 marzo 2019 inizia col film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isılay Gürsu (Turchia, 2017; 14’). Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia. Segue “Fortificazioni, città e ardesie: la Raya all’inizio del Medioevo / Fortificaciones, poblados y pizarras: la Raya en los inicios del Medievo” di Pablo Moreno Hernández (Spagna, 2018; 11’). Chiude “Chi ha ucciso i Neandertal? / Qui a tué Néandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017; 90’). 350mila anni fa, una specie umana stava dominando il mondo, nonostante le dure condizioni del pianeta. Erano i Neandertal. Nel corso di migliaia di anni, questi raccoglitori-cacciatori riuscirono a sviluppare una cultura complessa… Poi circa 30.000 anni fa questi uomini, donne e bambini scomparvero per sempre, e il perché rimane ancora un mistero. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, consanguineità, diluizione genetica… Molte sono le ipotesi principali. Per chiarire l’enigma, il film porta avanti una sorta di indagine criminale, guidandoci nei laboratori forensi di tutto il mondo e nelle principali regioni abitate dai Neandertal.

I misteri della Grande Piramide al centro del film di Florence Tran

Giovedì 14 marzo 2019, seconda giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Antiquarium – Memorie dal passato” di Giovanni Giordano (Italia, 2018; 30’). Un viaggio all’interno della mostra “Memorie dal passato”, dove il nostro conduttore ci accompagnerà all’interno dei locali dell’Antiquarium di Gravellona Toce in Piemonte. Scopriremo la storia dei rinvenimenti della necropoli di Pedemonte, degli scavi degli anni ‘50 e del principale artefice della scoperta, Felice Pattaroni. Seguono i film “Le statue in bronzo del Quirinale. Un esperimento archeologico / Die Bronzestatuen vom Quirinal. Ein archäologisches Experiment” di Elli Gabriele Kriesch (Germania, 2018; 13’). “Città misteriose: Toscana” di Luca Trovellesi Cesana (Italia, 2015; 23’). Esistono luoghi in Italia dove nulla è stato lasciato al caso. Dove tutto ciò che è visibile conserva la memoria di fatti inquietanti e messaggi indecifrabili, spesso ignoti agli stessi abitanti. Nell’episodio, dedicato alla Toscana, si parla dell’eclettico Girolamo Segato, l’uomo che “pietrificava i corpi”, della celebre Congiura dei Pazzi e del discusso DNA degli Etruschi… “Misteriose scoperte nella Grande Piramide / Mysterious discoveries in the Great Pyramid” di Florence Tran (Francia, 2017; 52’). La Grande Piramide di Giza continua a esercitare un fascino irresistibile. Nel novembre 2017, il team di ricerca di Scan Pyramids ha annunciato una scoperta storica: utilizzando una tecnologia all’avanguardia e non invasiva, ha scoperto nuove cavità all’interno della Grande Piramide. Il film mostra come questi esploratori moderni siano giunti a questa scoperta epocale. Testimonia la prima missione scientifica nella piramide di Cheope autorizzata dal governo egiziano dopo 30 anni. “La Stele della Tempesta / The Tempest Stela” di Olivier Vandersleyen (Belgio, 2017; 64’). Cinquant’anni fa, l’egittologo belga Vandersleyen tradusse una stele rinvenuta poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Karnak, vicino Luxor, in Egitto. La stele descrive la terribile tempesta in Egitto che invita chiaramente a badare alle Piaghe d’Egitto, come descritto nel libro dell’Esodo. Nel 2014, una ricerca dell’Università di Chicago ha confermato un legame tra la Stele della Tempesta e la catastrofica eruzione di Thera, il vulcano di Santorini che distrusse metà dell’isola 3500 anni fa. Fu forse questo disastro a portare alla fuga di massa di un intero popolo? Se l’eruzione potesse essere datata con precisione, questo renderebbe possibile fissare una data dell’Esodo.

Una scena del film “l mistero delle pietre falliche dell’Etiopia” di Alain Tixier

Il pomeriggio (15-19) di giovedì 14 marzo 2019 apre con il film “Il mistero delle pietre falliche dell’Etiopia / The mystery of Ethiopia’s phallic stones” di Alain Tixier (Francia, 2018; 52’). Una squadra di archeologi europei ha scoperto un sito megalitico dieci volte più grande del sito di Carnac in Bretagna. Su uno scosceso restringimento della Rift Valley, nel cuore dell’Etiopia, si ergono diverse migliaia di monoliti di grandi dimensioni e di inconfondibile forma fallica, la cui origine sembra essere a dir poco misteriosa. Un team multidisciplinare sta per effettuare scavi al fine di datare questa straordinaria eredità megalitica abbandonata da una civiltà totalmente sconosciuta agli storici… Gli archeologi tenteranno di scoprire come e perché questi enormi falli di pietra siano stati modellati ed eretti in una regione così remota. Seguono “La storia dimenticata degli Swahili / L’histoire oubliée des Swahilis” di Raphael Licandro, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Lungo la costa orientale dell’Africa, il popolo degli Swahili a lungo ha intrigato gli scienziati. Divennero musulmani molto prima dell’islamizzazione dell’Africa, e la loro lingua, lo swahili, è infusa con l’arabo. Si ritiene che in questa zona, tra il X e il XV secolo, gli Swahili avessero costruito dozzine di opulente città in pietra. Oggi queste città sono scomparse, inghiottite dalla giungla, insieme a un’intera parte della storia del popolo swahili. Tuttavia, grazie agli scavi condotti a Kilwa, la città-stato in pietra più maestosa della Tanzania, una squadra di archeologi sta facendo luce sul passato dimenticato degli Swahili. “La strada per il Regno / Droga do Królestwa / The road to the Kingdom” di Zdzisław Cozac (Polonia, 2018; 52’). Il film ripercorre la storia delle origini della Polonia, uno dei più grandi paesi dell’Europa centro-orientale, le cui radici risalgono alla metà del X secolo. Il film mostra come Mieszko I, fondatore del Regno di Polonia, prese gradualmente il controllo del territorio compreso tra l’Oder e la Vistola gettando così le basi per la fondazione del Regno. Il regista esamina le varie regioni dell’attuale Polonia per individuare eventuali tracce della presenza di Mieszko e del suo esercito. “Pastori nella grotta / Shepherds in the cave” di Anthony Grieco (Canada, 2016; 84’). Un team internazionale di restauratori e archeologi iniziano i lavori di restauro su alcuni affreschi medievali all’interno di un sistema di antiche grotte nel territorio di Altamura, in Puglia. Sfidando la burocrazia locale e l’abbandono sistemico dei siti archeologici, la squadra incontra una comunità di pastori e migranti che hanno usato le caverne per secoli, scoprendo così una cultura ancora viva che per prima cosa è importante conservare.

Una scena del film “Siria. Gli ultimi difensori del Patrimonio dell’Umanità” di Jean-Luc Raynaud

Il programma della sera (20.45-23) di giovedì 14 marzo 2019 si apre con il film fuori concorso “Il tempo dell’impero” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 4’). Seguono i film “Siria. Gli ultimi difensori del Patrimonio dell’Umanità / Syrie. Les derniers remparts” di Jean-Luc Raynaud (Francia, 2017; 53’). Questa è la storia di una catena umana composta da cittadini disarmati, pacifisti e in rivolta che rappresentano le ultime barriere protettive a difesa del Patrimonio Culturale dell’Umanità: uomini sul campo, in Siria e in Iraq, che rischiano la vita, con l’aiuto di quelli che, in esilio, li sostengono a distanza. La loro missione è salvare ciò che può ancora essere salvato della loro eredità e identità culturale. Uomini che lavorano nell’ombra e rifiutano la scomparsa della loro cultura. “I primi uomini dell’Himalaya / Les premiers hommes de l’Himalaya” di Clark Liesl (Regno Unito, 2017; 53’). Nella regione del Mustang, in Nepal, migliaia di grotte ospitano tombe con mummie estremamente ben conservate, oltre a manoscritti, ceramiche e gioielli datati dal 2500 a.C. al 1400 d.C. Ma la scoperta più incredibile si trova nel DNA rinvenuto che spiega come questi homo sapiens sapiens siano riusciti ad adattarsi e sopravvivere a un clima estremo e a tale altitudine. Una scoperta che potrebbe trasformare la nostra coscienza sull’evoluzione dell’essere umano.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell’archeologia moderna

Venerdì 15 marzo 2019, terza giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Pinturas Huerta del capellan” di Antonio Nevado (Spagna, 2018; 12’). Seguono i film “Alla ricerca dei secoli bui / W poszukiwaniu sredniowiecza” di Jakub Stepnik (Polonia, 2018; 8’). “C’era una volta Iato” di Donatella Taormina (Italia, 2017; 20’). Sullo sfondo di scenari e personaggi realizzati con ombre cinesi, dodici ragazzi narrano la storia di Iato, da città elimo-sicana a ultima roccaforte musulmana di Sicilia in lotta contro Federico II di Svevia. Il corto, estremamente originale per la trovata artistica e narrativa, è stato realizzato in ambito scolastico durante un progetto dedicato alla storia del monte Iato. “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas / Choquequirao, la géographie sacrée des Incas” di Agnès Molia, Nathalie Laville (Francia, 2017; 26’). Ultimi arrivati sulla scena andina, nel XV secolo gli Incas costruirono il più grande impero che l’America avesse mai visto. Sebbene non conoscessero né la scrittura né la ruota, gli Incas si rivelarono geniali architetti, costruendo enormi edifici in pietra e terrazze a più livelli per l’agricoltura. “Oman, il tesoro di Mudhmar / Oman, le trésor de Mudhmar” di Cédric Robion (Francia, 2017; 52’). Un team di scienziati francesi sta conducendo importanti scavi in Oman. Il loro obiettivo è capire come gli abitanti di queste terre siano riusciti a prosperare in un ambiente così ostile, creando tecnologie innovative per la gestione dell’acqua. Il documentario segue l’équipe di giovani archeologi ai quali il deserto riserverà non poche sorprese nel corso di questa emozionante avventura archeologica nel cuore del Medio Oriente. “In morte di un archeologo. Winckelmann, Trieste e il riscatto di una città” di Piero Pieri (Italia, 2017, 58’). L’8 giugno 1768 Johann Joachim Winckelmann, studioso di chiara fama, Prefetto delle Antichità del Vaticano, ideatore della scienza archeologica e della moderna storia dell’arte, muore assassinato a Trieste. L’assassino, Francesco Arcangeli, viene rapidamente catturato, processato e giustiziato. Gli atti del processo rivelano la modernità dell’approccio alle indagini ma lasciano tuttavia molti dubbi sul reale movente di quel sanguinoso crimine. “Il “ragazzo” con la Nikon – Libia. Antiche architetture berbere” di Lucio Rosa (Italia, 2019; 31’). Le antiche oasi che i berberi di Libia “vestirono” di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti.

Una scena del film “Olimpia. Le origini dei Giochi” di Olivier Lemaitre

Il pomeriggio (15-19) di venerdì 15 marzo 2019 apre con il film “Olimpia, le origini dei Giochi / Olympie, aux origines des Jeux” di Olivier Lemaitre (Francia, 2016; 52’). Sia santuario religioso che sito sportivo, Olimpia fu, per quasi mille anni, sede dei giochi più prestigiosi dell’antica Grecia. Gli archeologi hanno indagato gran parte del sito e hanno rinvenuto grandi quantità di ceramiche dipinte che rappresentano gli atleti. Ma queste scene sono una rappresentazione accurata della realtà? Utilizzando ricostruzioni e immagini tridimensionali, il documentario riporta in vita le meraviglie passate di Olimpia e immerge lo spettatore nel cuore dei celebri Giochi. Seguono i film “Tavsan Adası” di Gerhard Lampe (Germania, 2017; 44’). Un team dell’Halle Institute of Media, autorizzato ad accompagnare la campagna di scavi sulla penisola di Mileto nel 2015, ha potuto così documentarne i risultati più importanti. Grazie alla scoperta di François Bertemes di un porto cittadino dall’età del Bronzo sull’isola Tavsan Adası, adesso è possibile ricostruire importanti aspetti della cultura minoica e dimostrare come il commercio minoico fosse molto più grande di quanto si pensasse in precedenza. “#inminimismaxima” di Pierre Gaignard, Laura Haby (Francia, 2018; 52’). “La natura è la più grande nelle piccole cose” (Plinio il Vecchio). È a partire da piccoli indizi, scoperti metodicamente nella terra, che gli studiosi di Preistoria restituiscono i modi di vita dei nostri avi. Questo film ibrido, artistico e archeologico, invita a pensare l’Umanità di ieri guardando quella di oggi e viceversa. L’archeologo e il regista si confrontano con l’assenza di documenti scritti col medesimo sguardo etnografico. “Sekar Arum – La forgiatura del Gamelan giavanese / Sekar Arum – Forging the Javanese Gamelan” di Maurice Gunning (Indonesia-Irlanda, 2017; 5’). “Il sarcofago ghiacciato della Mongolia / Le sarcophage glacé de Mongolie” di Cédric Robiom (Francia, 2013; 52’). Nelle steppe ghiacciate dell’Altai, una spedizione archeologica franco-mongola si accinge a scavare la sepoltura di 2.300 anni di un guerriero scita. Attratti dall’insolita situazione, alcuni nomadi kazaki hanno allestito il loro accampamento estivo vicino agli scavi. Dunque l’archeologia e l’etnologia collaborano per rivelare inquietanti somiglianze tra questi due popoli separati da 2000 anni.

Una scena del film “Mesopotamia. In memoriam” di Alberto Castellani

Il programma della sera (20.45-23) di venerdì 15 marzo 2019 inizia con il film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 2019; 50’). Il film intende proporre un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e in particolare sulla grande stagione della nascita e dello sviluppo della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge nella “terra tra i due fiumi” una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Segue il film “L’enigma della tomba celtica / L’énigme de la tombe celte” di Alexis de Favitsky (Francia, 2017; 90’). Fine 2014: a Lavau, vicino a Troyes, nello Champagne francese, alcuni archeologi dell’Inrap riportano alla luce una necropoli dell’età del Ferro in cui fanno una scoperta straordinaria: sotto un enorme tumulo, in una camera funeraria di 14 metri quadrati, c’è uno scheletro adornato con bellissimi gioielli. Il suo corpo è circondato da oggetti di lusso, tra cui un servizio di piatti che comprende anche magnifici pezzi greci ed etruschi. La tomba di questo ricco uomo celtico morto nel V secolo a.C., ormai soprannominato “il principe di Lavau”, costituisce una delle più importanti scoperte archeologiche in ambito europeo.

Una scena del film “Gladiatori, il ritorno” di Emmanuel Besnard e Gilles Rof

Sabato 16 marzo 2019, quarta giornata. Il programma del mattino (9.30-13.30) inizia con il film fuori concorso “La Villa dei Quintili, la tenuta e il Casale di Santa Maria Nova” di Roberto Bonavenia (Italia, 2018; 7’). Seguono i film “ArtQuake” di Andrea Calderone (Italia, 2017; 60’). L’Italia vive una condizione unica al mondo: possiede un patrimonio storico artistico inestimabile e presenta un elevato rischio sismico. ArtQuake affronta questa situazione eccezionale approfondendo il rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, un rapporto che il terremoto ogni volta mette in crisi e riafferma. “Scritto sulla pietra / Nebeshteh bar Sang / Written in stone” di Farhad Pakdel (Iran, 2014; 17’). “Gladiatori, il ritorno / Gladiateurs, le retour” di Emmanuel Besnard, Gilles Rof (Francia, 2016; 26’). Oltre quindici secoli dopo la loro scomparsa, i gladiatori sono tornati nell’anfiteatro di Arles in Francia, con combattimenti e corsi di formazione. Promotore di questo ritorno è l’esperto di arti marziali Brice Lopez, che da vent’anni dedica la sua vita a ricostruire meticolosamente le regole e il contesto di queste antiche battaglie. Con il suo team offre ai ricercatori e al pubblico una nuova visione, lontana dalle fantasiose versioni hollywoodiane, di quello che è stato il primo grande spettacolo nella storia dell’umanità. “Il papiro dimenticato della Grande Piramide / Le Papyrus oublié de la Grande Pyramide” di Williams Gwyn (Regno Unito, 2017; 90’). Per migliaia di anni, la Grande Piramide di Giza ha esercitato il suo forte fascino e molti archeologi hanno voluto capire i segreti della sua costruzione. Oggi il mistero è finalmente rivelato. La scoperta del papiro più antico mai trovato in Egitto permette di rispondere a tutte queste domande: chi erano gli operai e quanti erano? Quali erano i loro strumenti? Con quali mezzi sono stati trasportati i blocchi di pietra?… Scritto da un certo Merer, uomo di fiducia del faraone Cheope, questo registro è una miniera di informazioni per la missione archeologica franco-egiziana che l’ha rinvenuto nel 2013 nel sito di Wadi el-Jarf. Un’indagine archeologica unica che getta finalmente luce sulla costruzione della Grande Piramide.

Il film “La Donna a Pompei” di Oreste Tartaglione

Il popolo dei Beja documentati dai fratelli Castiglioni

Il pomeriggio (15-19.30) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “La donna a Pompei” di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 11’). Seguono i film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone (Italia, 2017; 16’). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. “Pompei 3D, una storia sepolta” di Maria Chiffi (Italia, 2015; 26’). L’obiettivo del film-documentario è quello di ricreare in 3D, luoghi, ambienti e situazioni esattamente come erano in origine, allo scopo di condurre i visitatori/spettatori in una sorta di “viaggio nel tempo” e poter rivivere virtualmente uno dei siti archeologici più importanti della storia. “The Big Dig archeological site animation” di Rob Boyd (Australia, 2018; 9’). “Pecunia non olet. L’odore dei soldi nell’antica Pompei” di Nicola Barile (Italia, 2018; 40’). Come avrebbe detto Vespasiano “pecunia non olet”, ma i soldi, anche a Pompei, un odore ce l’avevano. A volte sgradevole, come l’afrore dei copri nei lupanari, il sudore dei vogatori, il pesce marcio nel garum, l’urina per smacchiare; a volte piacevole, come quello delle profumerie e delle panetterie. Un viaggio negli odori dell’antica Pompei, che oggi il nostro olfatto non riesce più a percepire. “I dimenticati di Laninca / Les oubliés de Laninca” di Pierre-Jean Micaelli (Francia, 2019; 55’). A Lano, un villaggio al centro della Corsica, la scoperta nel 2015 di un tesoro archeologico di grande importanza, segna la comunità scientifica e l’inizio di tre anni di scavi su una falesia con corde e cantieri di fortuna. Dopo ore di difficili riprese e di montaggio, il documentario, con le immagini originali del momento della scoperta, è un invito a condividere un tuffo nella Storia dell’Umanità. “I Beja, un popolo antico” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2018; 40’). Un viaggio di ritorno a Berenice Pancrisia, la città “tutta d’oro” degli antichi egizi, attraverso un’area abitata dai Beja-Bisharin, un’etnia ancora poco conosciuta del Deserto Nubiano. La semplice vita di questa popolazione è documentata attraverso le immagini girate nel corso della missione archeologica in Sudan. “I primi sciamani del Sud Africa / Le premiers chamanes d’Afrique du Sud” di Nathalie Laville, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). In nessun’altra parte del mondo è stato riscontrato un numero così elevato di testimonianze di arte rupestre. Ma cosa ci dicono queste opere? Quali messaggi, quali storie hanno lasciato questi antichi pittori? Dopo anni di ricerche, gli archeologi sono finalmente riusciti a decodificare queste immagini, scoprendo così la vita privata dei primi sciamani del Sud Africa…

Il regista Marc Jampolsky

Il programma della sera (20.45-23) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “Versailles, il palazzo riscoperto del Re Sole / Versailles, rediscovered palace of the Sun King” di Marc Jampolsky (Francia, 2018; 52’). La nuova tecnologia all’avanguardia ci ha fornito i mezzi per esplorare le strutture architettoniche, non più visibili all’occhio umano. Nel film, usiamo queste tecniche vengono sfruttate per rivisitare il palazzo originale, la maggior parte del quale scomparso da tempo, con immagini 3D. È un viaggio attraverso la vita di Versailles, dalla sua ideazione da parte di Luigi XIV al sito storico così come lo vediamo oggi. Seguono i film “Tulsa” di Parviz Shojaei (Iran, 2018; 7’). “Lago di Ginevra: lo tsunami gigante / Lake Geneva: the giant tsunami” di Laurent Graenicher (Francia-Svizzera, 2018; 52’). Un millennio e mezzo fa, Ginevra fu distrutta da un’onda gigantesca. Grazie alle indagini condotte dagli scienziati e con l’aiuto di immagini e animazioni generate al computer, capiremo cosa è successo 1500 anni fa e, in particolare, che una catastrofe della stessa portata potrebbe ripetersi di nuovo non solo nello stesso luogo ma anche in tutti i laghi del mondo.

“I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno

Quinta giornata domenica 17 marzo 2019. Il mattino (10-14) inizia con il film “I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno (Italia-Croazia, 2018; 90′). Il documentario evoca la storia della leggendaria battaglia navale di Lissa (1866), scontro simbolo e icona della marineria moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’Unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba moderna. Seguono due film fuori concorso: “L’arte in guerra” di Massimo Becattini (Italia, 2016/2017; 64′). Il film racconta la storia di quegli italiani che con coraggio e scaltrezza si impegnarono nella salvezza del patrimonio artistico nazionale nel corso della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di Rodolfo Siviero, agente dei servizi segreti e doppiogiochista, e poi di Emilio Lavagnino, funzionario del Ministero a Roma, e infine di Pasquale Rotondi, Soprintendente alle Gallerie delle Marche. Tre uomini, tre storie che si intrecciano nella stessa battaglia contro i saccheggi artistici dei nazisti e che proteggeranno dalle bombe alleate opere d’arte di inestimabile valore. “Michelangelo – Infinito” di Emanuele Imbucci (Italia, 2018; 93′). Un film-evento in cui lo spettacolo del cinema incontra l’emozione dell’arte. Un ritratto avvincente dell’uomo e dell’artista Michelangelo, genio assoluto dell’arte universale, raccontato con riprese di forte impatto. Michelangelo (E. Lo Verso) e Vasari (I. Marescotti) ci conducono con le loro interpretazioni nel ‘mondo di Michelangelo’, attraverso accurate ricostruzioni storiche, in un’esperienza di pura bellezza e poesia.

La giuria del premio Francovich con al centro Syusy Blady, i due registi Marco Melluso e Diego Schiavo, e l’attore Luciano Manzalini sul palco di Tourisma (foto Graziano Tavan)

Il pomeriggio di domenica 17 marzo 2019, gran finale del Firenze Archeofest, inizia alle 16 con il film fuori concorso “La Signora Matilde. Gossip dal Medioevo” di Marco Melluso, Diego Schiavo (Italia, 2017; 50′). Documentario e finzione si mescolano in un film dai toni divertenti che racconta vicende, successi e gossip di Matilde di Canossa, una delle donne più potenti e glamour del passato. Il film intende raccontare la Storia e i suoi protagonisti in un’ottica nuova e con un taglio ironico, con l’obiettivo di coinvolgere e avvicinare il grande pubblico, anche quello più giovane. Una brillante interpretazione di Maurizia Giusti (Syusy Blady) che insieme ai registi ha vinto il premio “R. Francovich” 2018 per la divulgazione del Medioevo. Segue la cerimonia di premiazione con la consegna del Premio “Firenze Archeofilm” al documentario più votato dal pubblico; del Premio “Università di Firenze” assegnato dalla giuria composta da: Domenico Lo Vetro, Silvia Pezzoli, Federico Pierotti; e del Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi” al miglior film di archeologia preistorica, assegnato dalla giuria composta da: Fabio Martini, Federico Pierotti, Massimo Tarassi. Quindi il film fuori concorso “Il cacciatore di dinosauri” di Massimiliano Sbrolla (Italia, 2018; 45’). Proiezione in collaborazione con National Geographic Il bacino del Nemegt nel deserto del Gobi in Mongolia è la perla della paleontologia mondiale per l’incredibile conservazione dei fossili e per la ricchezza dei giacimenti. La ricerca sul terreno si basa su mappe disegnate a mano e l’esplosione del mercato nero dei fossili ha decimato importanti giacimenti. Federico Fanti, paleontologo ed esploratore National Geographic, coordinerà l’unica missione internazionale a guida italiana composta da 15 esperti. Chiude la seconda edizione di Firenze Archeofilm la proiezione del film vincitore.