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Donna o dea? Cosa rappresentavano le figure femminili preistoriche? La risposta nella mostra al museo Archeologico nazionale di Cagliari “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”: 1^ parte, il Paleolitico

Figurina femminile a placca traforata da Porto Ferro (Alghero, Ss) del IV millennio a.C. (foto Graziano Tavan)

Locandina della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda” al museo Archeologico nazionale di Cagliari

Donna o dea? Cosa rappresentavano le figure femminili preistoriche? A questa domanda vogliono dare una risposta l’antropologa Silvia Fanni e le archeologhe Marcella Sirigu e Laura Soro, che hanno curato la mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”, con la validazione scientifica di Carlo Lugliè, aperta al museo Archeologico nazionale di Cagliari fino al 12 maggio 2019. “Nelle prime fasi della preistoria”, spiegano sul catalogo (Edizioni WRB), “il principio femminile veniva considerato prioritario e più importante di quello maschile. Si riteneva che la donna fosse l’unica ad avere la facoltà di dare la vita: a lei sola era dovuta la nascita, il nuovo si riproduceva dal nulla, per partenogenesi e per tale ragione era identificata come dea. La sua divinizzazione sarebbe nata in un momento in cui non esistevano ancora strutture gerarchiche definite, livelli sociali stratificati, dove il ruolo della donna poteva essere messo in primo piano, dove la sua essenza cosmica la elevava a una dimensione forse magico-religiosa”.

Le vetrine con le “Veneri paleolitiche” nella mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda” al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

“Dal Paleolitico giungono centinaia di suggestive figurine prevalentemente femminili, realizzate utilizzando diverse materie prime: la pietra, nelle sue più svariate morfologie e tipologie; l’osso di varie specie animali; l’argilla e forse anche il legno. Donne in miniature, dalle sinuosità appena bozzate o dalle forme ora rotonde, ora lineari, con volti caratterizzati da evidenti schemi dai tratti ben netti, arricchite da acconciature o copricapi dettagliati. Altre, prive di caratteri sul volto, hanno un aspetto per così dire impersonale, con braccia stese sui grassi fianchi o flesse sul petto, stanti o assise in trono in posizione ieratica, rappresentate sia con grandi mammelle, sia con piccoli seno appena sporgenti. Capire e interpretare il loro scopo lascia ancora in disaccordo gli studiosi: potrebbero costituire, infatti, ritratti di donne realmente esistite, sacerdotesse di un culto ad oggi sconosciuto, rappresentazioni simboliche dei più grandi misteri naturali come il parto e quindi la vita, oppure della divinità stessa, intesa come custode dei bisogni primari dell’uomo, dalla creazione al sostentamento di queste prime comunità antropiche”.

Logo del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Il museo Archeologico nazionale di Cagliari ha ideato un progetto per osservare i numerosi elementi simbolici e interpretare segni e gestualità quali traduzioni di idee e pensieri antichi ma, al tempo stesso, concettualmente molto attuali. Per la prima volta insieme, la più ricca collezione di manufatti della preistoria isolana a confronto con alcuni tra i più antichi e famosi reperti peninsulari. Il progetto espositivo vuole mettere infatti in risalto alcune delle raffigurazioni femminili presenti dalle fasi preistoriche fino alla protostoria sarda e offrire così una visione d’insieme di una serie di manufatti presenti in diversi contesti archeologici del territorio isolano. Partendo dalle più antiche espressioni artistiche dell’arte Paleolitica, con la famosa Venere di Savignano, databile a circa 25mila anni fa, manufatto che apre il precorso espositivo anticipando un’analisi iconografica e stilistica, passando dalle volumetrie classiche del Neolitico medio si giunge alle raffigurazioni di donne nuragiche, descritte attraverso una resa stilistica essenziale e solenne.

La Venere di Savignano databile a 25mila anni fa (foto Graziano Tavan)

Veneri paleolitiche. “Una compiuta espressione della coscienza di sé, riflessa nella capacità di autorappresentazione, è prerogativa esclusiva dell’uomo anatomicamente moderno, l’Homo sapiens sapiens. Un ricco repertorio di raffigurazioni del corpo umano accompagna la diffusione della nostra specie nel continente europeo. Questi manufatti, denominati tradizionalmente arte paleolitica, sono quasi esclusivamente naturalistiche dell’immagine femminile, realizzati in forma di scultura a tutto tondo su supporti di materie dure, soprattutto pietra e osso. Queste produzioni simboliche attestano la presenza di un “sentire comune” che attraversa l’intero continente, dalle steppe dell’Europa orientale fino ai confini atlantici, e che perdura a lungo presso le comunità di cacciatori e raccoglitori del Pleistocene. In questo immaginario collettivo, l’anatomia femminile è costantemente caratterizzata da seni prorompenti, dai fianchi floridi e dalla prosperosa rotondità dei glutei. Il riproporsi di questo modello – forse anche ideale estetico – ha suggerito la denominazione di Veneri paleolitiche (o epipaleolitiche)”.

La Venere sarda con un volto ferino (foto Graziano Tavan)

Venere sarda terio-antropomorfa. La figurina costituisce un pezzo unico sotto diversi aspetti: per la materia prima impiegata, per il soggetto e le caratteristiche della raffigurazione, per la difficoltà di attribuzione a una specifica fase della preistoria della Sardegna. Il manufatto raffigura un corpo umano femminile dotato di un volto ferino. La compresenza di elementi umani e ferini nelle raffigurazioni preistoriche è attestata anche se rara, ancor più se riguardante il genere femminile. Tale combinazione di elementi avrebbe una sua spiegazione nell’ambito delle pratiche sciamaniche, particolarmente diffuse presso le bande di cacciatori-raccoglitori.

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Svelato giallo archeologico. In Kurdistan iracheno la missione dell’università di Udine ha scoperto il luogo della battaglia di Gaugamela (330 a.C.) dove Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III. Evento cruciale che fece nascere l’Ellenismo. Col progetto “Terre di Ninive” in sette anni mappati 1100 siti archeologici

Il prof. Daniele Morandi Bonacossi sul campo presso il sito neo-assiro di Chamarash, sulla sponda orientale del lago artificiale di Eski Mosul

È una delle battaglie che hanno segnato la storia: Gaugamela, 331 a.C. In una piana della Mesopotamia settentrionale, le truppe guidate da Alessandro Magno sconfiggono l’esercito persiano del re dei re Dario III, aprendo le porte dell’Oriente ai macedoni dalla Mezzaluna fertile all’altopiano iranico fino alla valle dell’Indo. Fu un evento cruciale: un mondo finiva e iniziava una nuova era, l’Ellenismo, fecondissimo momento di incontro culturale tra Oriente e Occidente. Ma a quasi 23 secoli dall’evento il luogo della battaglia è ancora in discussione, con gli storici e gli archeologi dubbiosi sull’interpretazione dei dati disponibili. Un giallo archeologico che ora è stato svelato dalle ricerche multidisciplinari della missione archeologica nel Kurdistan iracheno dell’università di Udine, guidata dal professore Daniele Morandi Bonacossi, dove è presente dal 2012 con il progetto “Land of Nineveh / Terre di Ninive”. La spedizione, sostenuta da ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale; Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo; ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca; Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Fondazione Friuli, ha portato gli archeologi a una scoperta straordinaria: l’identificazione del sito di Gaugamela con l’attuale Tell Gomel, nei pressi dell’odierna Mosul – l’antica Ninive – nel Kurdistan iracheno. L’annuncio a Roma in un’affollatissima conferenza stampa, cui sono intervenuti Andrea Zannini, direttore del dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine; Ettore Janulardo , ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Ahmad A.H. Bamarni, ambasciatore della Repubblica dell’Iraq in Italia; Alessia Rosolen, assessore Istruzione, Ricerca, Università della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia; Daniele Morandi Bonacossi , direttore del “Land of Nineveh Archaeological Project” e ordinario di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Udine.

Progetto “Terre di Ninive” in Kurdistan iracheno: mappatura dei 1100 siti individuati dalla missione dell’università di Udine

La spedizione archeologica dell’università di Udine, che coinvolge ogni anno circa 25 specialisti (archeologi, topografi, restauratori, archeobotanici, palinologi, esperti GIS,…) e diversi studenti, indaga la trasformazione del territorio dal Paleolitico al periodo islamico (da un milione di anni fa ad oggi) grazie ad una concessione di ricerca che copre un’area di 3mila kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, che ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1100 siti archeologici. Grazie alle riprese con droni, a ortofoto, allo studio della ceramica e agli scavi stratigrafici, è stata ricostruita la storia dell’insediamento e della demografia della regione, che risulta essere una delle zone della Mesopotamia con la più alta densità di siti archeologici (0,7 per chilometro quadrato). E il team del prof. Morandi ha ricevuto l’apprezzamento dell’ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmed Bamarni che ha commentato: “La squadra del prof. Daniele Morandi Bonacossi sta svolgendo un considerevole lavoro nella Regione del Kurdistan, e apprezziamo il loro impegno nel recupero del patrimonio culturale iracheno, come la recente identificazione del sito originale della Battaglia di Gaugamela, che vide la vittoria di Alessandro Magno sull’esercito persiano di Dario, evento che rappresenta uno dei momenti storici più significativi della storia regionale e mondiale”. E allora vediamo meglio questa eccezionale scoperta archeologica.

Il grande mosaico pavimentale con Alessandro Magno dalla casa del Fauno di Pompei oggi al Mann

Cosa successe nella piana di Gaugamela nel 331 a.C.? Il re achemenide Dario III era già stato sconfitto da Alessandro Magno due anni prima, nel 333 a.C., a Isso, città costiera nell’Anatolia meridionale, al confine tra la Cilicia e la Siria, con la cattura della moglie, della madre e delle due figlie del re persiano che si era ritirato a Babilonia, per riorganizzare l’esercito. Di quella battaglia ci è rimasta una rappresentazione memorabile nel mosaico scoperto a Pompei nella Casa del Fauno, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli. La vittoria di Isso aveva dato ad Alessandro il controllo dell’Asia Minore meridionale, e da lì aveva occupato la costa mediterranea dalla Fenicia fino all’Egitto, dove si era fatto consacrare faraone. E arriviamo all’autunno del 331 a.C. Le fonti disponibili sulla battaglia di Gaugamela non sono molte (Arriano con l’Anabasi di Alessandro; Quinto Curzio Rufo con Storie di Alessandro Magno; Diodoro Siculo con Biblioteca storica; Plutarco con Vita di Alessandro), e tutte di storici vissuti molti secoli dopo la spedizione di Alessandro in Asia. Non è quindi facile fare una ricostruzione fedele degli eventi, del numero di soldati e delle perdite della battaglia, ma almeno sul nome del luogo della battaglia sembrano concordare tutti: Gaugamela, nella Mesopotamia settentrionale.

Il percorso delle truppe di Alessandro Magno dalla Siria a Gaugamela, in Mesopotamia

Alessandro guada l’Eufrate senza trovare resistenza ed entra in Mesopotamia. Ma non punta direttamente su Babilonia. Sceglie la strada verso Nord che, una volta superate le colline, portava comunque alla città dove si era acquartierato Dario III. Ciò gli avrebbe reso più facile procurarsi foraggio e provviste, e non avrebbe fatto soffrire alle truppe il caldo estremo del percorso diretto. Alessandro passa anche il Tigri e si verifica un’eclisse lunare, ritenuto un presagio favorevole. E così decide di attaccare i persiani con la sua cavalleria. Alla vista del re macedone la cavalleria persiana fugge. I prigionieri riferiscono che Dario III non è lontano: è accampato a Gaugamela. Lo scontro è epocale. Alessandro riesce ad annullare il divario di forze in campo e a imporsi. Dario III riesce a fuggire ad Arbela (l’odierna Arbil), a un centinaio di chilometri a Est, convinto di poter ancora organizzare una resistenza che ormai appariva disperata anche agli occhi dei suoi più fedeli generali.

Progetto “Terre di Ninive”: la piana di Gaugamela (Kurdistan iracheno) ripresa con il drone

Lo scavo archeologico a Tell Gomel diretto da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine

La scoperta del sito di Gaugamela. Le fonti – come si diceva – non concordano sul luogo della battaglia. Ma, grazie a un mix di storia antica e nuove tecnologie, filologia e GIS, remote sensing e lavoro sul campo, il team diretto dal prof. Morandi Bonacossi ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per individuare il luogo in cui il condottiero macedone trionfa sull’armata persiana. “La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito di Tell Gomel, che stiamo scavando”, spiega Morandi Bonacossi. È un percorso a ritroso che ci porta dai giorni nostri all’impero assiro. “Proprio sull’acquedotto di Jeruan, monumentale sistema d’irrigazione costruito dal re assiro Sennacherib nel 700 a.C. per portare l’acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante”, continua il direttore della missione friulana, “troviamo in un’iscrizione cuneiforme celebrativa dell’epoca del re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) che ricorda il sito di epoca assira Gammagara/Gamgamara. Da questo toponimo assiro deriva la dizione greca: da Gamgamara in greco la m diventa u e la r una l che ci dà Gaugamela. Il toponimo si mantiene nei secoli. Così lo troviamo trascritto in epoca medievale (IX sec. d.C.) con una storpiatura dal greco che dà Gogemal, toponimo che a sua volta subisce una corruzione in Gomel che è il nome del sito che stiamo scavando”.

Il rilievo del cavaliere rifacimento di età ellenistica di un precedente monumento assiro del complesso di Khinnis (Kurdistan iracheno) per celebrare la vittoria nella vicina Gaugamela

Veduta aerea di Tell Gomel e della piana di Gaugamela nel Kurdistan iracheno

E poi ci sono i riscontri archeologici. “A ulteriore conferma, le nostre ricerche archeologiche hanno dimostrato che il sito di Gomel, dove si stanno concentrando le nostre ricerche, era solo un piccolissimo villaggio rurale poco prima dell’arrivo di Alessandro in Oriente, ma fu rifondato proprio alla fine del IV secolo a.C., quindi contemporaneamente alla battaglia, e da quel momento si sviluppò come un sito esteso e importante”. Ma non è tutto. Nelle vallate montuose circostanti, sono stati trovati alcuni monumenti rupestri con rilievi che potrebbero essere riconducibili alla presenza di Alessandro Magno. Due di questi potrebbero rappresentare proprio il condottiero a cavallo ed essere considerati monumenti celebrativi della vittoria di Gaugamela. Un rilievo si trova in una valletta della montagna che domina il sito di Gomel, nel complesso rupestre di Gali Zerdak, rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche: si riesce a vedere una Nike alata che porge una corona a un cavaliere – che potrebbe essere Alessandro – proprio per la vicinanza all’iconografia che troviamo in pitture ellenistiche e tombe macedoni come a Kasta-Anfipoli. La rappresentazione di Gali Zerdak suggerisce agli archeologi friulani che questa potrebbe essere la montagna che, secondo le fonti, dopo la battaglia fu ribattezzata monte Nikatorion, “il monte della vittoria”. L’altro rilievo è ubicato a 20 chilometri di distanza dalla piana individuata come il campo della battaglia di Gaugamela: è il sito di Khinnis, noto dalla metà dell’Ottocento e leggibile ancora all’inizio del ‘900, danneggiato ancor prima dell’arrivo dell’Isis nella regione, più di recente studiato da Julian Reade, dove i re assiri avevano scolpito i loro volti. “Ma in periodo ellenistico”, riprende Morandi Bonacossi, “si interviene su questo rilievo celebrativo, un modo per dare continuità alla simbologia del monumento onorando il generale macedone: si cancella l’antica iscrizione in cuneiforme per aggiungere un cavaliere con la sarissa, la tipica picca macedone, molto simile a quella che vediamo impugnare ad Alessandro nel mosaico di Pompei”. C’è poi un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel: il rilievo di Nirok. “L’abbiamo scoperto nell’ambito del progetto Terre di Ninive, e riteniamo sia importantissimo per l’iconografia che rappresenta tre stelle o tre soli. È molto mal conservato, in gran parte distrutto in anni recenti, ma si riconosce il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone”.

Ercolano, da aprile a luglio al venerdì mattina “Close-up Restauri Porte Aperte”: visite ai cantieri con i conservatori al lavoro. Si inizia con l’Augusteum, la sede degli Augustali

Veduta generale del sito archeologico di Ercolano all’ombra del Vesuvio (foto Graziano Tavan)

“Close-up cantieri”: la locandina dell’iniziativa a Ercolano tra aprile e luglio 2019

Con aprile a Ercolano il venerdì è il giorno “Close-up Restauri Porte Aperte”: a partire dal 19 aprile 2019 e fino al 19 luglio 2019, ogni venerdì mattina, dalle 11 alle ore 12, i visitatori del Parco archeologico di Ercolano potranno accedere ai cantieri di restauro in corso nell’area archeologica nell’ambito delle campagne di manutenzione sia programmata che straordinaria, e parlare con i conservatori per scoprire il loro lavoro. “L’apertura al pubblico dei cantieri di Manutenzione Programmata”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “corrisponde a una gestione partecipativa dei processi che vede da una parte anche la richiesta del nostro pubblico, sempre più appassionato e interessato, dall’altra il dovere di essere accessibili e trasparenti anche nella nostra pratica quotidiana in modo tale da rendere per tutti Ercolano laboratorio aperto. Il tutto avviene in coerenza con quanto voluto già dal grande studioso e soprintendente Amedeo Maiuri di rendere vivo un luogo in apparenza non vivo ma che invece ha tanto da trasmettere e tramandare attraverso una modalità di fruizione aperta”. Si tratta di un servizio offerto dal Parco senza alcun costo aggiuntivo per essendo già compreso all’interno del biglietto di ingresso al sito.

Modello tridimensionale dell’Augusteum di Ercolano: elaborazione dell’università L’Orientale di Napoli con la soprintendenza (foto Graziano Tavan)

Si parte venerdì 19 aprile 2019 con la visita del cantiere della sede degli Augustales, che si presenta come un’ampia sala con un sacello centrale riccamente decorato con affreschi parietali. Nella parte centrale della sala si conservano anche le grandi travi lignee, interamente carbonizzate, che servivano da supporto per il piano sovrastante. L’intervento conservativo prevede la mappatura, la pulizia e il consolidamento dei dipinti murali e degli intonaci. Per la pavimentazione è prevista la rimozione dei depositi incoerenti e coerenti, il trattamento biologico e il consolidamento della coesione e dell’adesione degli strati preparatori. In merito agli elementi di legno carbonizzato, è in corso lo smontaggio, la pulizia e il rimontaggio dei vassoi protettivi in plexiglass. Un’ulteriore operazione è prevista sui vetri protettivi posti a protezioni di frammenti lignei carbonizzati lungo la facciata nord, che, se facilmente asportabili, potranno essere rimossi e puliti adeguatamente o, altrimenti, verranno puliti in situ senza smontaggio.

Marmi e rilievi in stucco dell’arco quadrifornte orientale dell’Augusteum di Ercolano (foto Graziano Tavan)

“L’articolazione dell’Augusteum, ancora sepolto sotto la città moderna”, spiegano gli archeologi del Parco, “è nota grazie alle descrizioni e alle planimetrie delineate nel Settecento, quando fu esplorato attraverso gallerie sotterranee con contestuale asportazione di numerose pitture, sculture e iscrizioni ora conservate al museo Archeologico nazionale di Napoli. L’edificio, costruito negli anni centrali del I sec. d.C., si configurava come una grande piazza bordata da portici e con un’esedra rettangolare al centro del lato di fondo, inquadrata da due absidi laterali. Il lato di ingresso era preceduto da un portico ad arcate, compreso da due grandi quadrifronti rivestiti di marmi e di rilievi in stucco. Questo è l’unico settore attualmente in luce e si impone alla vista l’Arco quadrifronte orientale. Come tutti i grandi portici pubblici dell’Italia romana anche quello ercolanese poteva assolvere a molteplici funzioni, ma la grande quantità di sculture di imperatori e di personaggi delle loro famiglie e l’enfasi posta sull’esedra di fondo fanno propendere per l’identificazione con un edificio dedicato al culto imperiale (Augusteum)”.

Roma. Sul Palatino apre al pubblico dopo settant’anni la Domus Transitoria, la prima reggia di Nerone, distrutta dall’incendio del 64 d.C. Si visita col nuovo biglietto “Super”

Un’ipotesi di ricostruzione della Domus Transitoria sul Palatino, la prima reggia di Nerone

Un ambiente della Domus Transitoria ora aperti al pubblico (foto Roberto Lucignani)

È stata la prima reggia di Nerone, sul Palatino. Prima della più famosa Domus Aurea realizzata sul vicino Colle Oppio. È la cosiddetta Domus Transitoria, andata distrutta dall’incendio del 64 d.C., per intenderci quello le cui cause e il ruolo dello stesso imperatore sono ancora oggetto di discussione. Dopo quasi settant’anni di chiusura, lunghi anni di interventi di restauro e di messa in sicurezza, e qualche sporadica apertura, la Domus Transitoria, apre finalmente al grande pubblico venerdì 11 aprile 2019. Un evento. Come spiega il direttore del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo: “Un traguardo importante di ampliamento dei luoghi sul Colle dei Cesari. Questo sarà l’incipit per un nuovo percorso, quello neroniano, che lega il palazzo sul Palatino distrutto dall’incendio del 64 con quella che sarà la reggia per eccellenza, ovvero la Domus Aurea sul colle Oppio (di cui pensiamo di incrementare l’apertura di un giorno, il venerdì). Quindi i visitatori potranno in un unico percorso vedere due luoghi straordinari legati a questo imperatore così controverso. Verso fine anno apriremo anche la Domus Tiberiana, cioè le viscere del Palatino con il clivus della Vittoria”. L’accesso sarà possibile con il nuovo biglietto “Super” a 16 euro che permette di visitare Foro Romano, Palatino e siti Super (Museo Palatino, Casa di Augusto e di Livia, Aula Isiaca e Loggia Mattei, Criptorportico Neroniano, Santa Maria Antiqua con oratorio dei Quaranta Martiri e Rampa Domizianea, Tempio di Romolo).

La visita della Domus Transitoria sul Palatino è prevista con piccoli gruppi (foto Roberto Lucignani)

La pianta della Domus Transitoria, la prima reggia di Nerone

Le visite saranno per piccoli gruppi, visto che si accede attraverso una delle due antiche scale originali, scendendo nel ventre del Palatino, in un ampio spazio che oggi appare chiuso come una grotta da un vasto solaio costruito negli anni ‘60 del secolo scorso. Il percorso di visita, curato da Alessandro D’Alessio, è arricchito da un allestimento illuminotecnico che sottolinea i punti chiave dell’opulenza, tra i pavimenti in tarsie marmoree in opus sectile, e le volte con affreschi, rivestiti di foglie d’oro, lapislazzuli. “La domus è al sotto della cosiddetta Coenatio Iovis della Domus Flavia, nota come Bagni di Livia, scavata la prima volta nel Settecento dai Farnese”, ricordano gli archeologi. “Gli ambienti sono opulenti. C’è un ninfeo concepito come la frons scaene di un teatro con giochi d’acqua per intrattenere Nerone e i suoi ospiti. Sul pulpito sfilano piccole nicchie ornate di colonnine in marmo policromo, da cui duemila anni fa uscivano zampilli d’acqua in sincrono con la cascata del ninfeo. Di fronte, un padiglione sostenuto da colonne in porfido dove Nerone amava sdraiarsi, al centro di una serie di sale lussuosamente decorate, dove oggi incombono le fondamenta della Domus Aurea”. Nella sala del padiglione, una proiezione in doppio audio (italiano e inglese) introduce i visitatori alla storia della prima residenza neroniana sul Palatino e la mette in rapporto con la successiva Domus Aurea. La visita prosegue esplorando altri preziosi ambienti, fino ad attraversare una inaspettata imponente latrina da 80 posti, intersecata dal muro di fondazione della successiva costruzione dell’età di Domiziano. E si raggiunge un settore finale, non appartenente alla Domus Transitoria, dove un video wall offrirà la vertiginosa ricostruzione dell’apparato decorativo pittorico dell’epopea neroniana.

Faenza mette in mostra i ricchi pavimenti a mosaico delle domus romane con il progetto espositivo “Archeologia nella corte di Palazzo Mazzolani“

Mosaico policromo con svastica realizzata con treccia ed emblemata multipli (III secolo d.C.) scoperto a Faenza in via Azzo Ubaldini 4 nel 1896, già conservato nel Lapidario Comunale

La città di Faenza, di fondazione romana, conserva un patrimonio archeologico fra i più importanti dell’Emilia-Romagna, frutto dei numerosi ritrovamenti. Poco meno di due anni fa, l’atrio di Palazzo Mazzolani, storico edificio del primo Settecento faentino, è stato oggetto di un importante intervento di riqualificazione che ha reso visibili al suo interno una selezione di reperti archeologici faentini. Ora il Rotary Club Faenza ha promosso “Archeologia nella corte di Palazzo Mazzolani “, un progetto per rendere visibili in modo permanente i mosaici romani ritrovati in città: un museo di nuova concezione in un ambiente visibile, ma non visitabile, che accoglie una selezione dei mosaici romani di Faenza, un luogo che va incontro alla città e che rappresenta un modello replicabile per dare lustro ai tesori nascosti della storia faentina. L’inaugurazione giovedì 11 aprile 2019, alle 18, nella corte di Palazzo Mazzolani, in corso Mazzini n. 93 a Faenza (Ra). Intervengono Tiziano Rondinini, presidente Rotary Club Faenza; Giovanni Malpezzi, sindaco di Faenza; Giorgio Cozzolino, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; Michele De Pascale, presidente Provincia di Ravenna; Massimo Caroli, presidente ASP Azienda Servizi alla Persona della Romagna Faentina; Chiara Guarnieri, archeologa della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Massimo Isola, assessore Cultura Comune di Faenza; Ennio Nonni, dirigente Unione Romagna Faentina.

Il logo del progetto “Archeologia nella corte di Palazzo Mazzolani“

L’esposizione storico-cronologica dei mosaici romani, curata dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, restituisce il quadro di una città non solo ricca ed elegante ma soprattutto all’avanguardia per qualità, tecnica e cultura. Sono esposti alcuni dei più importanti pavimenti di età romana (dal I al VI secolo d.C.) rinvenuti nel corso di scavi archeologici a Faenza, un dolio (contenitore in genere interrato che serviva alla conservazione delle granaglie) e un gruppo di anfore usate per il trasporto e la conservazione di olio, vino e salse.

Due esempi di mosaici esposti nella corte di Palazzo Mazzolani, da domus scoperta in Faenza nel 1899

Nella parte orientale di Faventia, nei primi secoli dell’Impero, erano presenti domus di vasta estensione, caratterizzate dalla presenza di mosaici estremamente raffinati. Ne sono un esempio le porzioni di pavimentazioni nn. 5, 6, 7, 9, 1O, 11, le prime tre scavate nel 1993 e le altre scoperte nel 1899. Solo attraverso uno studio attento delle caratteristiche di questi pavimenti si è potuto appurare che facevano parte di un’unica, estesa abitazione. A questa domus appartenevano anche altri due pavimenti a mosaico, integri, attualmente esposti a TAMO – Ravenna. Per le zone residenziali e di rappresentanza della domus veniva utilizzato il mosaico, sia con una decorazione ripetitiva e continua, chiamata per questo motivo “a tappeto” (ad es. n. 12), sia utilizzando riquadri (emblemata) con raffigurazioni più o meno complesse (ad es. n. 13). In questo secondo caso il committente sceglieva temi legati alla moda del tempo o che potevano esaltare in modo allusivo la sua figura o la sua ospitalità. In alcuni casi i pavimenti erano realizzati in marmi colorati, con raffigurazioni geometriche (opus sectile). Oltre al mosaico, in età romana per le pavimentazioni erano utilizzati diversi materiali; in alcuni ambienti residenziali, soprattutto tra il II sec. a.C. e il I sec. d.C. veniva impiegato anche il battuto di cocciopesto (ad es. n. 8) sia decorato con frammenti marmorei distribuiti disordinatamente, sia a formare delle raffigurazioni geometriche o in taluni casi privi di decorazione. Nelle zone di maggiore utilizzo erano impiegate le pavimentazioni in laterizio (ad es. n. 2) realizzate in varie fogge: con mattoncini posati a spina pesce, a coltello o di piatto oppure conformati ad esagonette, rombi, talvolta decorati con tessere in pietra. In età tardo antica (IV-VII secolo d.C.) la città di Faenza subì l’influenza di Ravenna, divenuta capitale nel 402 d.C. Per questo motivo vennero costruite residenze di rappresentanza di vasta estensione e riccamente decorate con mosaici policromi. Ne sono testimonianza le pavimentazioni rinvenute in particolar modo nell’area a Nord-Est della città come le nn. 12, 14 e 19, appartenenti a un unico complesso abitativo databile attorno al V sec. d.C., o il grande mosaico scoperto in piazza Martiri della Libertà (n. 16) pertinente a un ambiente di m 14×8.

Esempio di mosaico recuperato dal pavimento di una domus con la tecnica dello strappo

I manufatti esposti sono un interessante repertorio di storia del restauro musivo legato alla conoscenza e al gusto dei tempi. I mosaici restaurati a fine ‘800 sono testimoni dell’interesse esclusivo per aspetti stilistici ed iconografici, con distacchi da scavo in porzioni a massello (nn. 9 -11). I mosaici già esposti nei primi decenni del ‘900 presentano successive rimozioni di alcuni motivi decorativi giudicati evocativi del regime politico appena trascorso (n. 13). I pavimenti musivi rinvenuti e restaurati negli anni ’60 – ’70 del ‘900 sono testimonianza dell’avvento delle malte cementizie impiegate come nuovo supporto dei tessellati rimossi da scavo con la tecnica dello strappo (nn. 18, 19). Le estese superfici musive sono il risultato degli interventi di restauro eseguiti negli anni ’90 del ‘900 che recuperano l’interezza delle superfici pavimentali e utilizzano nuovi supporti alleggeriti costituiti da pannelli alveolari in alluminio (nn. 5 – 8).

Al museo Egizio di Torino incontro con Julia Budka che presenta le ultime scoperte sulle ceramiche votive ad Osiride sotto la XXV dinastia trovate nella necropoli di Umm el-Qaab ad Abydos, la città sacra al dio dell’Oltretomba

Al museo Egizio di Torino incontro con l’egittologa Julia Budka esperta di ceramica

Il sito di Abido, 550 chilometri a Sud del Cairo, sulla sponda occidentale del Nilo dal quale dista una ventina di chilometri, era considerato sacro dagli Egizi che qui ritenevano fosse sepolto il dio Osiride. Una delle più famose necropoli del sito è Umm el-Qaab, il cui nome moderno significa “Madre dei cocci”, poiché l’intera area è disseminata di frammenti di vasi di offerte fatte nel corso dei secoli, testimoni del culto di Osiride. Martedì 9 aprile 2019, alle 18, il museo Egizio di Torino ospiterà la conferenza in inglese “Ceramic votive offerings for Osiris: new evidence from Umm el-Qaab (Offerte votive in ceramica per Osiride: nuove prove da Umm el-Qaab)” tenuta dalla professoressa Julia Budka, dal 2015 professore di Archeologia e Arte egiziana alla Ludwig Maximilians Universität München. I suoi campi di specializzazione sono l’archeologia egiziana e la ceramica; conduce scavi in Sudan e in Egitto, sia in insediamenti che in siti funerari, in particolare a Luxor (Tebe), Elefantina, Abido e l’isola di Sai. La conferenza sarà introdotta dalla curatrice Federica Facchetti e verrà anche trasmessa via streaming sulla pagina Facebook del Museo. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti.

La distesa di cocci ceramici a Umm el-Qaab ad Abydos (foto di Graziano Tavan)

Dal 2007, il grande corpus di ceramiche associate al culto di Osiride a Umm el-Qaab è oggetto di studio nell’ambito di un progetto di ricerca del German Archaeological Institute del Cairo. La ceramica testimonia attività cultuali dal tardo Antico Regno, attraverso tutte le fasi della storia egizia, fino all’Epoca Tolemaica, Romana e Copta. Secondo la ceramica, uno dei periodi più importanti per il culto di Osiride a Umm el-Qaab è chiaramente la XXV dinastia (744–656 a.C.), formata da un gruppo di sovrani di provenienza nubiana. Recenti ricerche sul campo hanno portato ad un notevole aumento della comprensione della natura, della data, delle dimensioni e della variabilità dei depositi di ceramica in situ nei dintorni della tomba di Djer, faraone della I dinastia (5mila anni fa) che è stata reinterpretata come tomba di Osiride dalle dinastie del Nuovo Regni. La professoressa Budka presenterà il quadro rituale per il culto di Osiride, compresi i riferimenti alle fonti testuali, i resti architettonici e il paesaggio sacro di Abido.

L’egittologa Julia Budka, esperta di ceramica

“Nell’ambito del progetto “Culto di Osiride a Umm el-Qaab” dell’Istituto Archeologico Tedesco al Cairo, a Umm el-Qaab di Abydos”, spiega Julia Budka sul “Bullettin de liaison de ceramique egyptienne”, “sono stati documentati numerosi vasi ceramici che testimoniano un primo picco di notevole attività, dopo il Periodo Dinastico Antico, durante la XIX dinastia. Un aumento e una rinascita dell’attività cultuale nel sito avvennero specialmente durante la XXV e XXVI dinastia. L’importanza generale di Abydos durante il primo millennio a.C. si riflette anche nella ceramica votiva depositata a Umm el-Qaab, e questo vale anche per il periodo libico. Una notevole quantità di vasetti votivi e coppe offerte possono essere datati alla XXII dinastia”. E continua: “Tra la ceramica votiva a Osiride di Umm el-Qaab è stato trovato un considerevole numero di frammenti di vasi di grandi dimensioni destinati allo stoccaggio: sono i cosiddetti zîr, termine arabo per indicare dei vasi in terracotta di forma panciuta ad Abydos presumibilmente utilizzati per la conservazione dell’acqua. Oltre ai singoli vasi ricostruiti, più di 20 piccoli frammenti indicano una quantità totale di circa 100 di questi serbatoi di stoccaggio molto grandi”.

Un esempio di vaso zîr ricomposto, proveniente dallo scavo di Umm el-Qaab di Abydos

“Gli aspetti rituali dell’acqua e in particolare il suo importante ruolo all’interno del culto di Osiride sono ben noti”, continua Budka. “L’acqua versata nella tomba di Osiride a Umm el-Qaab potrebbe avere diverse implicazioni: come l’inondazione del Nilo e quindi la fertilità del dio; il ringiovanimento il dio rinfrescando il suo cuore attraverso la libagione o annaffiando le piante alla tomba come incarnazioni del dio rivissuto rispettivamente come parti del boschetto sacro presso la tomba del dio. Data la posizione della tomba ad Abydos, c’era bisogno di immagazzinare acqua non solo per le libagioni, ma anche per le persone che compivano atti rituali e che partecipavano alle processioni. Tranne che per un sottile strato di limo rimasto all’interno di alcuni vasi, non ci sono tracce di alcun contenuto dei vasi zîr di Umm el-Qaab. Sebbene manchi la prova, è molto probabile l’uso di questi vasi come vasi d’acqua. Fino ai giorni nostri i vasi zîr sono usati per immagazzinare acqua potabile per il consumo umano”.

Roma. Per i “Giovedì del Parco archeologico del Colosseo” incontro con Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”, scomparso nel recente disastro aereo in Etiopia

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.

L’archeologo Sebastiano Tusa

“Già negli anni Settanta del secolo scorso nacque in me l’interesse per la battaglia delle Egadi, l’evento che il 10 marzo del 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica e cambiò la storia del Mediterraneo con la vittoria dei Romani sui Cartaginesi”. Inizia così l’articolo che Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo, all’epoca soprintendente del Mare, scrisse per la rivista Archeologia Viva (n. 177, maggio-giugno 2016: “Battaglia delle Egadi. La storia ritrovata”). “Il racconto di vecchie scoperte fatte dal più leggendario dei pionieri delle immersioni in Sicilia, Cecè Paladino, nelle acque antistanti Levanzo attirò la mia attenzione. Durante un convegno a Favignana, Paladino raccontò di centinaia di ceppi d’ancora con le relative contromarre in piombo recuperati appunto lungo la costa orientale della piccola isola. Il collegamento con la battaglia delle Egadi fu inevitabile anche se era opinione diffusa tra gli studiosi di storia romana che lo scontro navale si fosse svolto più a sud, presso la Cala Rossa di Favignana, la principale isola dell’arcipelago. Rilessi le pagine dello storico greco Polibio (II sec. a.C.), che offre la migliore descrizione della battaglia e degli antefatti, ma anche Diodoro Siculo (I sec. a.C.), Eutropio (IV sec. d.C.) e il cronista bizantino Giovanni Zonara (XII sec.)”. E continua l’articolo di Tusa: “Studiammo con l’esperto Piero Ricordi il regime dei venti dominanti di quell’area. Con l’aiuto di Antonino Filippi, ottimo conoscitore del territorio, rivedemmo la topografia archeologica del monte San Giuliano sulla cui sommità sorge la cittadina medievale di Erice, antica sede di una città elima con un famoso tempio di Venere. Era lì che Amilcare, comandante dell’esercito cartaginese, assediato dai Romani, attendeva con ansia i rifornimenti. Mi apparve chiara, in seguito a tali studi, la logicità della presenza della flotta romana in agguato presso Levanzo, poiché mi resi conto che la rotta seguita dall’ammiraglio cartaginese Annone doveva essere a nord di Levanzo, sia per giungere più direttamente alla baia di Bonagia, piccola insenatura sulla costa siciliana a nord di Trapani, unico approdo da dove sarebbe stato possibile ascendere al monte e congiungersi con i compatrioti, sia per eludere il blocco navale romano che controllava la costa siciliana tra Lilibeo e Drepanum, l’antica Trapani”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)

Adriana Fresina, soprintendente del Mare

A poche settimane dalla tragica scomparsa di Sebastiano Tusa nel disastro aereo in Etiopia, per il ciclo “I giovedì del PArCo”, il Parco archeologico del Colosseo diretto da Alfonsina Russo giovedì 4 aprile 2019, alle 16.30, alla Curia Iulia, promuove la conferenza di Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”. Le ricerche archeologiche strumentali in alto fondale, iniziate nel 2004, hanno consentito fino a oggi l’individuazione e il recupero di 19 rostri, 22 elmi del tipo montefortino, oltre a un grande numero di anfore e dotazioni di bordo. “La ricerca nei fondali delle Egadi – aveva dichiarato nel 2018 Sebastiano Tusa, come assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana – continua con grande successo, dimostrando ancora una volta la grande ricchezza dei fondali egadini e, in particolare, presso il luogo dove avvenne la Battaglia delle Egadi nel 241 a.C.”. Le ultime scoperte del 2018 (4 rostri) si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo e che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine.