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“Pompei e gli Etruschi”: dopo l’Egitto e i Greci, nuova mostra nella Palestra Grande degli scavi di Pompei con 800 reperti per affrontare la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Da sinistra, Paolo Giulierini, direttore del Mann; Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei; e Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Pompei e gli Etruschi”

Pompei fu etrusca, prima ancora che romana. Già l’anno scorso nella mostra “Pompei e i Greci” la presenza etrusca in Campania era emersa significativamente. La conferma arriva ora, sempre nella Palestra Grande degli scavi di Pompei, dove fino al 2 maggio 2019 è aperta la mostra “Pompei e gli Etruschi”, a cura del direttore generale Massimo Osanna e di Stéphane Verger, directeur d’études à l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi, e promossa dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Polo Museale della Campania e l’organizzazione di Electa. Dopo l’Egitto nel 2016 e la Grecia nel 2017, la mostra “Pompei e gli Etruschi” affronta la controversa e complessa questione dell’Etruria campana e dei rapporti e contaminazioni tra le élite campane etrusche, greche e indigene, al cui centro vi è Pompei. “Al centro della nuova esposizione”, spiega il direttore Osanna, “è il contatto di Pompei con gli Etruschi, occasione per riprendere risultati di studi di una antica tradizione. Fin dalla fine dell’Ottocento, alla scienza storica e antiquaria la Campania appariva un crogiolo di presenze: all’archeologia fu affidato il compito, arduo, di dipanare la matassa delle sovrapposizioni di gruppi ed ethne, di chiarificare produzioni artigianali ed artistiche, di città ed insediamenti, nello sforzo di classificare e dare un nome alle diverse tradizioni e presenze”. E continua: “Così mentre Cuma greca, per l’archeologo Ettore Gabrici, si perdeva nelle identità del commercio etrusco, si cercavano i popoli italici e le identità di Capua nella pianura campana, a Pompei si discorreva accesamente delle origini della città divisi nei due partiti dei grecofili e degli etruschisti, con posizioni accese o moderate. A dare il via alle discussioni furono le poche citazioni delle fonti storiche e letterarie e il ricordo registrato nei testi di una celebre battaglia, la cui data costituiva un riferimento per ricostruire l’impalcatura della storia della regione, lo scontro navale combattuto nelle acque prospicienti Cuma concluso, come noto, con la sconfitta degli etruschi del mare e la ‘ricreazione’ di un golfo che da allora in avanti sarà di Neapolis”.

Vasi, ceramiche e armi: offerte nel santuario extra-urbano di Fondo Iozzino a Pompei del VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Circa 800 reperti provenienti da musei italiani e europei, esposti in 13 sale allestite nel portico nord della Palestra grande, consentono un excursus dalle prime influenze etrusche in Campania prima di Pompei, alla Pompei – città nuova etrusca in una Campania multietnica, fino al suo tramonto, e alla memoria di alcune usanze etrusche che si conservarono ancora per qualche tempo. Materiali in bronzo, argento, terrecotte, ceramiche, da tombe, santuari e da abitati, consentono di analizzare e mettere a confronto più elementi per affrontare le controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania. Fulcro della mostra sono i ritrovamenti venuti alla luce dai recenti scavi nel santuario extraurbano del Fondo Iozzino – tra i principali santuari (oltre a quello di Apollo e di Atena) fondati a Pompei alla fine del VII sec a.C. – che hanno restituito una grande quantità di materiale di epoca arcaica, quali armi e servizi per le libagioni rituali con iscrizioni in lingua etrusca.

Vaso biconico villanoviano dalla Tomba 74 a Montevetrano, vicino a Pontecagnano, appartenuta a una principessa

Questi materiali si affiancano, in mostra, a quelli provenienti dalle altre città etrusche della Campania – Pontecagnano in primis e Capua – dove sono noti luoghi di culto importanti, con caratteristiche simili a quello del Fondo Iozzino. Testimonianze di sfarzose tombe principesche in cui venivano sepolti i membri più importanti di grandi famiglie aristocratiche sono, invece, i corredi funerari dalla tomba Artiaco 104 di Cuma di un principe cosmopolita (i resti del defunto incinerati vennero deposti in un calderone in argento, alla maniera degli eroi descritti nell’Iliade di Omero: “mangiava e beveva come un greco, ma portava abiti e armi etruschi e si comportava come un re orientale”); quello di una principessa di Montevetrano (tomba 74), vicino a Pontecagnano; e quello della lussuosa tomba di un principe orientalizzante dal Lazio (la tomba Barberini di Palestrina).

Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei (foto Graziano Tavan)

“Pompei – riprende Osanna – è ormai diventata un paradigma per indagare la forma delle città arcaiche della Campania, un centro che indubbiamente nei primi secoli della sua vita fu uno dei poli strutturanti della regione. Dai santuari, al reticolo delle strade e delle case, alle mura si lascia ricomporre, con lacune ma con tutta la complessità della storia, una città che scelse la sua veste culturale, i suoi artigiani, seguendo una strada del tutto originale nello scacchiere etrusco dell’Italia antica. Il percorso della mostra inserisce questi nuovi risultati in un contesto più ampio per tracciare possibili quadri o ridefinire contatti e corrispondenze. La presenza degli Etruschi è ricercata nel distretto più ampio dell’Italia meridionale e in maniera più approfondita in quello campano, richiamando i modelli dell’Etruria propria, in un arco cronologico che abbraccia i secoli che anticipano la fondazione di Pompei, ne rappresentano la vita iniziale e ne testimoniano il lento trapasso a forme diverse di popolamento”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

“L’esposizione pompeiana – conclude – si integra con le manifestazioni promosse dal museo Archeologico nazionale di Napoli, più ampiamente dedicate alla riscoperta degli Etruschi e della loro civiltà, in programma dal 31 maggio 2019. In questa sinergia, le raccolte archeologiche storiche, i frammenti da scavo, il segno delle strade tracciate nel momento lontano di una antica fondazione diventano materia da ricomporre e sistematizzare in conoscenza e racconto per poter riscoprire e comunicare un patrimonio sommerso, nascosto o vissuto nella continuità inconsapevole del presente”.

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Dal Foro Triangolare al Tempio di Esculapio, dalle botteghe di Via dell’Abbondanza nell’Insula VII: nuovi scavi e ricerche a Pompei in collaborazione con università italiane e straniere

Il tempio di Esculapio nel quartiere dei teatri a Pompei

Dal Foro Triangolare al Tempio di Esculapio, dalle fulloniche della Regio VI alla Necropoli di Porta Sarno, dalle botteghe di Via dell’Abbondanza nell’Insula VII, alla Casa del Leone presso l’Insula Occidentalis: sono diverse le campagne di studio condotte dal Parco archeologico in collaborazione con l’università Federico II di Napoli o le concessioni come quelle dell’università di Genova, l’École Française de Rome e l’università di Rouen, la universidad Europea de Valencia sotto la supervisione del Parco, nonché l’attività di scavo presso il sito di Civita Giuliana con il supporto della Procura della Repubblica di Torre Annunziata. A Pompei proseguono le attività di ricerca e di studio condotte in collaborazione con università italiane e straniere in città e nel suburbio per approfondire la conoscenza delle fasi più antiche della città e acquisire ulteriori elementi relativi alla storia degli spazi urbani, al loro impiego nel tempo e alla influenza sulla vita sociale ed economica della città. Una conoscenza che è alla base della tutela e della salvaguardia del sito.

Nuove ricerche a Pompei in collaborazione con le università

Nell’area del Foro Triangolare si è concluso il progetto di scavi in collaborazione con il dipartimento di Studi Umanistici dell’università di Napoli “Federico II”, avviato nel 2016, volto a definire le diverse fasi edilizie del circuito murario urbano in questo settore della città e a stabilirne le relazioni con il vicino portico occidentale e con il cosiddetto Tempio Dorico. Le indagini di scavo del 2017 avevano portato alla luce due tratti murari posti in prossimità della Schola (tomba a esedra): il primo, una porzione di muro in grandi blocchi di tufo, rinvenuto dal Maiuri, l’altro un muro in opera incerta. Le indagini hanno analizzato il rapporto tra i due tratti murari rintracciati, per chiarirne la cronologia e contribuire a definire lo sviluppo delle mura urbane in questo tratto e la loro strutturazione nel corso del tempo. È molto probabile che questo settore del Foro Triangolare fosse interessato tra III e II secolo a.C. dalla presenza di un imponente sistema difensivo costituito da una struttura a doppia cortina e nucleo interno.

Scavi nell’area del tempio di Esculapio con studenti dell’università Federico II di Napoli

Nell’ambito dello stesso progetto è stato condotto e concluso lo scavo al Tempio di Esculapio (Asclepio in greco), posto nel Quartiere dei Teatri, all’incrocio tra via di Stabia e la cosiddetta via del Tempio di Iside, allo scopo di riesaminare la struttura dell’edificio per ricostruirne le fasi edilizie, dalla sua costruzione all’eruzione del 79 d.C. Per molto tempo, l’attribuzione di questo luogo di culto è stata controversa. Si riteneva che il tempio fosse dedicato a Giove Meilichio, divinità ctonia e funeraria, il cui culto difficilmente trova spazio all’interno delle città. Studi recenti tendono ad attribuire la titolarità del culto al dio della medicina e della guarigione, Asclepio. Attribuzione già sostenuta da J. J. Winckelmann sulla base del rinvenimento di due statuette (secondo lo studioso, raffiguranti Asclepio stesso e Salus), e rafforzata dal rinvenimento di una cassetta contenente strumenti chirurgici e decorata da un rilievo in bronzo raffigurante il dio.

Scavi negli spazi urbani della produzione a Pompei

L’evoluzione delle installazioni produttive e le produzioni tessili e dell’antica Pompei sono, invece, oggetto del programma di ricerca “Spazi urbani di produzione e storia delle tecniche a Pompei e Delo” condotto dall’ École Française de Rome e dall’Università di Rouen sulle fulloniche e su una bottega della Regio VI, con l’obiettivo di comprendere il funzionamento dell’economia urbana attraverso le attività produttive di due città antiche. Presso la necropoli di Porta Sarno, invece, durante uno scavo di emergenza del 1998-‘99 furono scoperte alcune tombe sannitiche e due recinti funerari romani. Quest’estate si è avviata la prima campagna del progetto di studio e indagine scientifica , oggetto della convenzione con il Colegio de Doctores y Licenciados de Valencia, la Universidad Europea de Valencia e l’Institut Valencià de restauració I Conservació sotto la direzione di R. Albiach e L. Alapont, finalizzata al restauro dei monumenti funerari e alla documentazione fotogrammetrica e planimetrica della necropoli.

Silvia Pallecchi (università di Genova)

Luigi Cicala (università di Napoli)

Gli scavi archeologici in alcune botteghe di Via dell’Abbondanza (in corrispondenza della Regio VII, Insula 14) condotti dall’università di Genova (coordinamento equipe universitaria prof. Silvia Pallecchi), hanno permesso il recupero di varie tipologie di materiali (ceramica, intonaci, metalli, reperti faunistici, malacofauna, monete, carporesti), utili per la comprensione di questi spazi e della loro articolazione in un periodo compreso tra il II sec. a.C. e il 79 d.C. Lo studio, attualmente in corso, dei reperti qui ritrovati è preziosa fonte di informazione sugli aspetti della vita quotidiana, degli usi e costumi degli abitanti di Pompei. Presso l’Insula Occidentalis, un nuovo tratto del peristilio della Casa del Leone (VI 17, 25), è emerso nel corso delle recenti indagini condotte dal Parco, in collaborazione con l’università di Napoli Federico II, (coordinatore dell’equipe universitaria prof. Luigi Cicala). L’area del peristilio, posta su uno dei terrazzamenti inferiori del complesso abitativo era, difatti, stata reinterrata dopo gli scavi borbonici. Oggi lo studio di tali ambienti è fondamentale, anche in funzione del progetto di musealizzazione del soprastante Laboratorio di Ricerche Applicate.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

Nel suburbio settentrionale dell’antica Pompei, in località Civita Giuliana, infine, il parco archeologico di Pompei ha ripreso gli scavi nell’area di una grande villa rustica oggetto di cunicoli clandestini intercettati dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Gli scavi negli scorsi mesi hanno portato in luce cinque ambienti pertinenti al quartiere servile della villa. E’ stato possibile realizzare i calchi di due letti e per la prima volta, il calco integro di un cavallo, rinvenuto con gli elementi della bardatura nella stalla di fronte a una mangiatoia. L’intervento, da poco avviato in un’ottica di tutela del territorio, mira a completare lo scavo della stalla dove è stato rinvenuto l’equino, riportando in luce tutto l’ambiente e le murature perimetrali.

L’attesa è finita: sabato 1° dicembre Classis Ravenna – Museo della Città e del Terrirorio, scrigno della memoria del territorio, apre le porte nell’ex Zuccherificio, importante recupero di archeologia industriale. Oltre 600 reperti in 2600 metri quadrati

Classis Ravenna, il nuovo museo della Città e del Territorio, aperto nell’ex Zuccherificio

Il logo del nuovo museo Classis Ravenna

“Ci siamoooooo, l’attesissima data dell’inaugurazione è arrivata! Sabato 1° dicembre 2018 alle 10.30 si apriranno le porte di Classis Ravenna – Museo della Città e del Territorio”. Esultano alla Fondazione Ravenna Antica, cui il Comune ha demandato la realizzazione e la gestione del nuovo museo, insieme a quelle dell’Antico Porto, della Basilica di Sant’Apollinare e, nel cuore di Ravenna, della Domus dei Tappeti di Pietra, il museo TAMO e la Cripta Rasponi. E ne hanno ben donde. Gli spazi dell’ex Zuccherificio di Classe riprenderanno vita trovando una nuova funzione, come scrigno della memoria più importante della nostra città, punto culturale di riferimento per chiunque voglia conoscere compiutamente la storia di Ravenna, dai primi insediamenti alla civiltà etrusca, poi al ruolo importante della città in epoca romana quindi a Ravenna Capitale dell’Esarcato Bizantino. Sabato 1° dicembre 2018 è un importante appuntamento, molto atteso e rivolto a tutta la cittadinanza: una grande festa alla quale sono invitati a partecipare tutti i cittadini che potranno entrare gratuitamente dalle 10.30 alle 17 (ultimo ingresso alle 16.30). A partire da domenica 2 dicembre 2018, e tutti i giorni della settimana, il museo sarà aperto dalle 10 alle 18.

Dall’ex zuccherificio al nuovo museo, da area degradata a biglietto da visita di Ravenna

“Classis Ravenna sarà il punto di partenza necessario per ogni visita. Non solo alla contigua area archeologica dell’antico Porto di Classe, ma verso l’intera città”, annuncia Giuseppe Sassatelli, presidente della Fondazione Ravenna Antica. “Attraverso materiali archeologici il cui valore intrinseco viene esaltato dall’essere proposto in un’ottica unitaria, nonché supportato dai più moderni ausili tecnologici, qui si potranno rivivere tutti gli snodi principali della storia del territorio, dalla preistoria all’antichità romana, dalle fasi gota e bizantina all’alto Medio Evo”. Il museo Classis Ravenna rappresenta, a livello nazionale, il più importante intervento di recupero di archeologia industriale volto alla realizzazione di un contenitore culturale. E l’assessore alla Cultura, Elsa Signorino: “Classis Ravenna non sarà un semplice “contenitore di materiali”, ma sarà anche un attivo centro di ricerca e formazione di altissimo profilo. Qui ampi laboratori per lo studio e per il restauro consentiranno a docenti e studenti dell’Università di svolgere le loro attività nell’ambito dei loro percorsi formativi e di ricerca. Il nuovo museo permetterà la conoscenza e la valorizzazione dell’intero patrimonio storico archeologico del territorio attraverso un percorso espositivo innovativo, affascinante e rigoroso capace di coinvolgere e di emozionare i visitatori. Come tutti i musei contemporanei svilupperà una molteplicità di funzioni: attività espositiva, di studio e ricerca, laboratori didattici, laboratori di inclusione digitale per la sperimentazione di start-up innovative. Il tutto con una forte vocazione al territorio”.

Rendering dell’allestimento dell’ingresso del nuovo museo “Classis Ravenna”

L’archeologo Andrea Carandini, coordinatore del comitato scientifico del museo Classis Ravenna

Sotto le imponenti campate, l’area espositiva si svilupperà su 2600 metri quadrati. Tutto intorno, un’oasi verde di 150mila mq. “Da qui, si possono facilmente raggiungere altri gioielli ravennati. Innanzitutto la contigua Basilica di Sant’Apollinare, ma anche l’Antico Porto, gli scavi di San Severo e tutta la zona ambientale a sud di Classe, dalla pineta all’Ortazzo e l’Ortazzino oggetto”, anticipa il sindaco di Ravenna Michele de Pascale, di un progetto di riqualificazione, così come sta avvenendo per la stazione ferroviaria cresciuta a servizio dell’ex Zuccherificio”. La progettazione del nuovo Classis Ravenna è stata affidata all’architetto Andrea Mandara che ha operato al servizio di un comitato scientifico di assoluto prestigio, coordinato dal professor Andrea Carandini. La linea del tempo, che segna il percorso di visita a Classis Ravenna, avrà naturalmente negli oltre 600 reperti il perno della narrazione, che va dall’epoca preromana all’anno Mille. Alcune volte saranno elementi singoli di particolare valore e importanza ad avere il ruolo di protagonisti; altre volte saranno gruppi ampi di oggetti, come nel caso del porto di Classe, che può essere illustrato ampiamente grazie alle centinaia di reperti rinvenuti negli ultimi scavi. Gli oggetti della vita quotidiana (anfore, ceramiche, monete) troveranno uno spazio adeguato, accanto ai materiali più significativi dal punto di vista artistico (statue, mosaici ed altro). In questa maniera sarà possibile articolare un racconto che consideri tutte le sfere della comunità e le differenti fasce sociali presenti in città e nel territorio. Sulla linea del tempo si innestano alcune di “aree di approfondimento” su temi specifici, di grande interesse. Una particolare attenzione è dedicata agli apparati didattici e illustrativi, con ampio ricorso a ricostruzioni grafiche e tridimensionali, filmati, plastici e altri strumenti.

A Bologna nel giorno di Sant’Eligio, patrono degli orafi, mattinata di studi della soprintendenza su “Oreficerie e ornamenti: produzione e simbologia dall’antichità all’Ottocento”

Sant’Eligio, patrono degli orafi, rappresentato al lavoro in bottega in un famoso dipinto di Manuel Niklaus

La locandina dell’incontro di Bologna

“Un gioiello è per sempre”, parafrasando una famosa pubblicità. Stavolta sono orafi, archeologi e storici dell’arte a svelare i misteri degli oggetti più ambiti, quelle oreficerie che in ogni tempo hanno travalicato il mero valore materiale per arricchirsi di significati simbolici, religiosi e sociali. L’occasione sarà la festa di Sant’Eligio, patrono degli orafi, sabato 1° dicembre 2018 quando la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Bologna propone una piccola ma ‘preziosa’ iniziativa “Oreficerie e ornamenti: produzione e simbologia dall’antichità all’Ottocento”. Agli inizi del IX secolo una descrizione in versi del Paradiso composta per uno dei figli dell’imperatore Ludovico il Pio presenta il Regno dei Cieli come la bottega di un orefice. L’autore Smaragdo, abate del monastero di Saint-Mihiel, immagina il Regno dei Cieli come un forziere di preziosi luccicanti e incorruttibili, in opposizione alle incertezze terrene. Parte da quest’immagine l’incontro con archeologi, storici dell’arte, restauratori e orafi proposto dalla soprintendenza di sabato 1° dicembre dalle 10 alle 13 a palazzo Dall’Armi Marescalchi di Bologna, sede della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. Una mattinata dedicata alle oreficerie e ai preziosi, con proiezioni di immagini di gioielli databili dall’antichità all’Ottocento per lo più rinvenuti durante gli scavi e restaurati dal personale della Soprintendenza, conservati in musei o depositi o raffigurati in dipinti.

Fibula gota dagli scavi di Villa Clelia a Imola

Un giovane Adelmo Garuti (secondo da sinistra) nella bottega Degli Esposti di Bologna nel 1964

Il tema si presta a svariati approfondimenti e chiavi di lettura, non solo archeologiche, artistiche, tecniche e conservative ma anche simboliche, economiche e sociali poiché da sempre le oreficerie hanno espresso lo status delle classi più elevate. Gli archeologi Tiziano Trocchi e Cinzia Cavallari illustreranno rispettivamente le “Oreficerie villanoviane ed etrusche dal territorio emiliano-romagnolo” e i “Capolavori dell’oreficeria gota e longobarda in Emilia-Romagna” mentre la storica dell’arte Anna Stanzani farà una rapida carrellata sui “Gioielli dipinti”. Una sequenza di immagini commentate da Micol Siboni illustrerà il paziente lavoro dei restauratori della soprintendenza su reperti rinvenuti negli scavi archeologici mentre Gian Lorenzo Calzoni e Francesca Frasca introdurranno l’attività di Adelmo Garuti, orefice, collezionista nonché uno degli ultimi depositari delle tecniche dell’artigianato artistico. Partendo dagli strumenti orafi rappresentati nella pittura medievale e post-medievale, verranno mostrati oggetti analoghi a quelli riprodotti, spiegandone la funzione; grazie ad alcuni filmati si potrà assistere alle tecniche con cui si realizzavano gioielli spesso rarissimi come ad esempio la fibula-pendente in oro e pasta vitrea rinvenuta a Spilamberto. Il viaggio alla scoperta delle tecniche esecutive di reperti datati dall’evo antico all’Ottocento è completato da una piccola esposizione di antichi strumenti e oggetti per l’arte orafa come martelletti, incudine (tasso), bulini, trafila, trapani a mano e utensili per sbalzo e cesello provenienti dalla collezione privata di Adelmo Garuti.

Week end con “Imagines, obiettivo sul passato”, la rassegna del documentario archeologico promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese: dai primi uomini ai villanoviani, dall’antico Egitto alle donne di Sicilia, con un omaggio a Folco Quilici

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Dai primi uomini ai villanoviani, dall’antico Egitto alle donne di Sicilia, con un omaggio a Folco Quilici. Gli appassionati di cinema archeologico per il sedicesimo anno all’ultimo weekend di Bologna si ritroveranno a Bologna per “Imagines, obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese col patrocinio del Comune di Bologna e del Comune di San Lazzaro. “Nata nel 2003”, ricordano i responsabile del Gabo, “Imagines è una rassegna voluta per creare un’occasione in cui i soci del Gruppo e il pubblico bolognese appassionato di archeologia e storia potessero trovarsi per assistere alla proiezione di documentari e filmati di contenuto storico – archeologico introdotti da esperti del settore, autori, registi o archeologi. Si svolge solitamente nel mese di novembre, ha inizio venerdì pomeriggio e termina la domenica. Decine, finora, sono state le proiezioni effettuate e gli ospiti intervenuti”. Per la 16.ma edizione appuntamento dal 30 novembre al 2 dicembre 2018 alla mediateca comunale di San Lazzaro di Savena (Bo). Vediamo il programma.

Il film statunitense “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana”

“Imagines” inizia venerdì 30 novembre 2018, nella sala eventi della mediateca di San Lazzaro, alle 15.30, con i saluti di Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna), e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna Imagines. Apre le proiezioni il documentario “La grande odissea umana” di Niobe Thompson (110’), introdotto da Gabriele Nenzioni. I nostri più antichi antenati vivevano in Africa, in piccoli gruppi di poche migliaia di cacciatori-raccoglitori. Usciti dalla culla africana, ci siamo rapidamente diffusi in ogni angolo del pianeta. Come hanno potuto i nostri precursori preistorici superare il Sahara a piedi, sopravvivere alle ere glaciali e navigare fino alle remote isole del Pacifico? La “grande odissea umana” è uno spettacolare viaggio globale sulle loro tracce lungo una scia di nuovi indizi scientifici, con uno sguardo ai moderni cacciatori del Kalahari, agli allevatori di renne siberiani e ai navigatori polinesiani. Il film, di quasi due ore, sarà proiettato con un intervallo tra il primo e il secondo tempo. Al termine, buffet offerto dal Gruppo Archeologico Bolognese.

Un momento delle riprese del film “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio

“I guardiani d’Egitto” di Ben Allen e Tom Jenner

Seconda giornata, sabato 1° dicembre 2018. Alle 15.30, proiezione del primo documentario “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele (52’). Introduce l’archeologa Alessandra Cilio, che ha curato i testi del film. Una serie di donne giovani e meno giovani, impegnate in attività diverse, dalla fotografia all’archeologia, dalla letteratura al teatro, dalla viticoltura alla trasmissione della storia più recente. Cosa lega queste figure tra loro? Il fatto di essere donne. E quello di essere siciliane. I loro racconti sono frammenti di un’unica storia, che porta con sé un’eredità comune, quella della Sicilia, terra “femmina” per eccellenza. Lo testimonia la grande varietà di miti, leggende e culti legati alle donne, che nel tempo si sono avvicendati e in parte sovrapposti, divenendo elemento di coesione per tutte quelle popolazioni che hanno occupato e occupano quest’isola (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/15/ta-gynaikeia-cose-di-donne-di-alessandra-cilio-vince-il-premio-archeoblogger-vera-novita-della-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-incarna-il/). Segue il documentario “I guardiani d’Egitto” di Ben Allen e Tom Jenner (50’). Introduzione di Maria Giovanna Caneschi, archeologa esperta in Egittologia. Dal 2011 il clima di incertezza e instabilità politica in Egitto ha scoraggiato i turisti e incoraggiato tombaroli e sciacalli che hanno approfittato della situazione per razziare siti e musei. Ora il futuro del turismo egiziano dipende da un manipolo di persone di buona volontà e competenza impegnate a proteggere un patrimonio nazionale inestimabile. Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “Le mura dei Giganti. I Ciclopi nel Lazio” di Giuseppe Mantovani (45’). Introduzione di Erika Vecchietti, archeologa esperta in Archeologia romana. Nella storia della nostra civiltà la cinta muraria di una città ha sempre significato il suo punto di protezione. Proprio per questo bisogno di essere riparati dall’esterno, nel corso dei millenni gli uomini hanno utilizzato diverse tipologie di mura. Fra queste di particolare impatto e interesse sono le mura cosiddette “pelasgiche” o “ciclopiche “, presenti spesso ben conservate in diverse località italiane, ma non solo, e in particolare nel Lazio meridionale. Il filmato tocca I principali centri laziali dove si possono ammirare queste imponenti mura.

“L’impero di marmo. La straordinaria pietra che rese splendida Roma” di Folco Quilici

Particolare del cranio scoperto nella Grotta M. Loubens

Terza e ultima giornata domenica 2 dicembre 2018. Alle 15.30, apre il documentario “Il delta del Po e l’archeologia di Adria” di Antonio Bonadonna (56’), con introduzione dello stesso regista Antonio Bonadonna. La straordinaria bellezza del paesaggio del delta del Po e i ritrovamenti archeologici degli insediamenti nel territorio frequentato fin dal X secolo a.C. conservati nel museo nazionale Etrusco di Adria. Segue un ricordo di Folco Quilici (9 aprile 1930 – 24 febbraio 2018) con la proiezione del documentario “L’impero di marmo. La straordinaria pietra che rese splendida Roma” di Folco Quilici (58’). Introduzione dell’archeologa Erika Vecchietti. Sono sparsi nei punti più diversi del Mediterraneo i resti di quelle che furono le cave del marmo policromo che ricoprì e rese splendida Roma. Ispirato dall’opera “Marmora romana” del professor Gnoli, il film narra e mostra la meraviglia di una materia sempre diversa, che valeva oro. Simbolo di opulenza e di potere, preziosa per edifici civili e religiosi; per la statuaria, per l’edilizia pubblica. Per il lusso di privati e soprattutto la vanità degli uomini di potere. Il rosso porfido utilizzabile solo dagli Imperatori; il resto, per lo splendore della città. Lo provano ruderi di palazzi, anfiteatri, ville, terme, templi. Oggi scheletri, ieri – come il film di Quilici mostra con la scoperta di resti eccezionali e ricostruzioni virtuali – edifici sontuosamente decorati nelle varietà desiderate e condizionate da mode capricciose. E assecondate dalle forniture provenienti dai luoghi d’estrazione (tra i più famosi il Mons Claudianus in Egitto, e la cava del giallo di Numidia a Chemtou, in Tunisia). Dopo l’Intervallo. Si riprende con il documentario “L’ipogeo di Calaforno” di Gaspare Mannoia (30’). Una Sicilia inedita quella che Gaspare Mannoia descrive in questo filmato, una Sicilia sconosciuta ai turisti che di solito visitano le più conosciute meraviglie dell’isola al centro del Mediterraneo. Mannoia, con questo e con altri filmati, vuole divulgare la bellezza di siti meno noti ma non meno interessanti e suggestivi da un punto di vista archeologico, storico e paesaggistico. Chiude la rassegna il documentario ”II segreto sospeso. Sotto un mare di pietra. Il cranio della grotta di Loubens” del Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese. Il reperto rinvenuto dagli speleologi del Gsb-Usb è stato recuperato nella grotta di Loubens all’interno del parco dei Gessi a San Lazzaro di Savena in seguito a una complessa operazione che ha coinvolto un anno fa undici volontari. Il filmato ripercorre le tappe fondamentali della scoperta.

Bologna. Con il Gabo e la soprintendenza incontro su Funo di Argelato: “Dalla necropoli villanoviana al villaggio medievale: la pianura bolognese tra VIII secolo a.C. e X secolo d.C.”.

Tiziano Trocchi, archeologo delal soprintendenza Sapab-Bo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Società Phoenix Archeologia

 

 

 

“A seguito di sondaggi preventivi avviati nel 2014 in seno al progetto della nuova Strada provinciale Sp4”, si legge nell’introduzione al saggio “Un villaggio ai confini del Saltopiano. Funo e la pianura bolognese tra X e XIII secolo” di Claudio Negrelli, Marco Palmieri e Tiziano Trocchi, “è emerso a Funo, località del Comune di Argelato (Bo), un interessante complesso pluristratificato. Grazie alla proficua collaborazione tra la Città metropolitana di Bologna, la soprintendenza Sapab-Bo ha avviato un cantiere di scavo in estensione, curato dalla società Phoenix Archeologia e tuttora in corsa. Si tratta di un sito di grande complessità stratigrafica, caratterizzato dalla presenza di testimonianze, più o meno strutturate, che attraversano a ritroso l’età medievale, l’età romana, e infine la seconda e la prima età del Ferro, con una notevole e significativa continuità della vocazione insediativa del comparto, nonostante la documentata attestazione di eventi di forte impatto anche dal punto di vista dell’assetto idrogeologico”. Martedì 27 novembre 2018, alle 21, al centro “G.Costa” di Bologna, nell’ambito del ciclo “Comunicare l’archeologia” promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese fino all’11 dicembre 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/12/arezzo-iran-templari-astrologi-etruschi-villanoviani-idoli-al-via-con-un-ricco-programma-il-ciclo-di-incontri-comunicare-larcheologia-promosso-dal-g/), il Gabo e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara promuovono l’incontro con Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza, sul tema “Dalla necropoli villanoviana al villaggio medievale: Funo di Argelato e la pianura bolognese tra VIII secolo a.C. e X secolo d.C.”.

La “Venere Ligabue” superstar a Venezia della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”: una particolare “Dama dell’Oxus”, esemplare unico della “Civiltà dell’Oxus” che si sviluppò nel III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya tra gli odierni Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran nord-orientale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan occidentale

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

È alta solo 11 centimetri. Eppure la “Venere Ligabue” è l’autentica superstar della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, aperta fino al 20 gennaio 2019 a Palazzo Loredan di Venezia, a cura di Annie Caubet, conservatrice onoraria del Louvre, e promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). In una vetrina con altri oggetti della stessa cultura rischierebbe di passare inosservata se non fosse per il fascino che questa particolare “dama dell’Oxus” emana, in grado di catturare l’attenzione anche del visitatore più frettoloso. “La civiltà dell’Oxus o Complesso archeologico battriano-margiano, come è definito dagli inglesi”, scrive Annie Caubet sul catologo Skira della mostra, “rappresenta un momento particolarmente felice nella storia di questa area geografica. Sviluppatasi alla fine del III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya, il fiume Oxus dei greci, questa civiltà diede vita a monumentali centri urbani, con palazzi ed edifici di culto, venuti alla luce in particolare presso Gonur Depe, in Turkmenistan. I cimiteri delle élite ci hanno restituito statuette femminili composite, vasellame in metallo prezioso e merci esotiche importate dalla valle dell’Indo e dalla Siria-Mesopotamia. Proprio il commercio con terre così lontane – continua – è stata una delle probabili cause del rapido sviluppo di questa regione collocata strategicamente a metà strada. Gli intensi rapporti con l’altopiano iranico portarono alla formazione nell’Asia centrale di un’identità mista e multiculturale, che da qui si estendeva fino all’Elam. Jiroft o Tepe Yahya, nell’Iran orientale, furono i centri di produzione di manufatti figurativi in stile multietnico che venivano esportati fino in Arabia, in Mesopotamia e nel nord della Siria. La fiorente civiltà dell’Oxus si estinse intorno al 1700 a.C. per ragioni ancora ignote”.

“Dama dell’Oxus” seduta (2200-1800 a.C.) dall’Iran orientale/Asia centrale, tipica della Civiltà dell’Oxus, conservata nella collezione Sofer di Londra (foto Graziano Tavan)

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese

“Dama dell’Oxus” con il corpo di uccello, Civiltà dell’Oxus, da una collezione privata del Regno Unito (foto Graziano Tavan)

La civiltà dell’Oxus produsse due nuclei figurativi di base: la cosiddetta “dama dell’Oxus” (che sostituisce la vecchia denominazione di “principessa battriana”) e il cosiddetto “Sfregiato”, una sorta di genio, incrocio tra uomo, serpente e drago. A questi due gruppi di base, sono stati aggiunti – per la prima volta proprio nella mostra “Idoli” di Venezia – due tipologie iconografiche identificate di recente: lo “Spirito-uccello”, probabile alter ego della “Dama dell’Oxus”, e il giovane inginocchiato dalle belle fattezze, incarnazione antitetica dello “Sfregiato”. “Tutte queste statuine”, riprende Caubet, “ furono realizzate assemblando insieme materiali dai colori contrastanti con una particolare predilezione per la clorite (o pietre simili di colore verde scuro), per il calcare biancastro, l’alabastro screziato o le conchiglie pescate nell’oceano Indiano; sono attestati anche esemplari in una lega di rame o in lapislazzuli, pietra semipreziosa di colore blu, estratta nelle montagne afgane”. “Le figure femminili”, spiega la curatrice della mostra, “hanno il corpo completamente avvolto in un mantello scolpito in pietra scura che contrasta con il candore del volto e delle braccia, laddove invece le statuette dello “Sfregiato” presentano uno schema cromatico invertito, con il corpo interamente in pietra scura e un gonnellino a contrasto (di solito) di colore chiaro; i giovani inginocchiati possono avere il corpo sia chiaro sia scuro, il gonnellino colorato e i capelli scuri”.

Il lato posteriore della Venere Ligabue mostra il grande mantello liscio

Dettaglio del volto della Venere Ligabue

La “Venere Ligabue”, una maestosa “Dama dell’Oxus”, è seduta con il busto eretto e le gambe piegate e nascoste dal pesante mantello che le ricopre interamente il corpo e le braccia. Fu realizzata nella tipica tecnica composita assemblando all’altezza della vita, sotto il busto eretto, pezzi diversi di clorite scura. La testa e il lungo collo in calcare chiaro emergono da una scollatura circolare incassata; il volto è caratterizzato da grandi occhi in rilievo e da labbra e naso finemente modellati. Al pari dell’abito, la resa dell’acconciatura, parzialmente danneggiata al di sopra di un orecchio, è giocata sul contrasto di colori scuri. La capigliatura, percorsa da sottili striature, è raccolta in un lungo boccolo che ricade al di sopra del petto, in una foggia piuttosto rara, riscontrabile con maggiore frequenza nelle raffigurazioni di giovani tecnici. “La postura e la tecnica composita”, conclude Caubet, “sono comuni a un gran numero di statuette dell’Oxus ma, al momento, la Venere Ligabue è l’unico in cui la veste è liscia e non incisa con il motivo che riproduce il vello di lana ispirato al kaunakes sumero. Le marcate linee diagonali sul petto e sulla schiena creano l’effetto di un solido armonioso. Tutta la figura veicola un’impressione di imperturbabilità e di serena fiducia”.