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Aquileia, aperta dalla Fondazione una nuova area archeologica, Domus e Palazzo Episcopale: viaggio a ritroso nel tempo dal palazzo episcopale del V sec. d.C. a una domus romana del I-II sec. d.C.

Le autorità scientifiche e politiche all’inaugurazione ad Aquileia dell’area archeologica Domus e Palazzo episcopale

L’area archeologica Domus e Palazzo Episcopale di Aquileia

Si arricchisce l’offerta del sito archeologico di Aquileia, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’Umanità: in piazza Capitolo, per iniziativa della Fondazione Aquileia, è stata inaugurata la nuova struttura di “Domus e Palazzo Episcopale”, che  completa la riqualificazione della piazza della Basilica sul lato nord, restituendo alla fruizione del pubblico un importante spaccato della vita di Aquileia e offrendo la rara opportunità di vedere grazie a un sapiente gioco architettonico la sovrapposizione di livelli pavimentali di diverse epoche. L’intervento, firmato dagli architetti Tortelli Frassoni (con il progetto esecutivo di Mads & Associati), è stato finanziato anche grazie al progetto europeo Expoaus finanziato dal Programma IPA Transfrontaliero Adriatico 2007-2013 e al generoso sostegno ricevuto da alcuni veri e propri mecenati dell’arte –  Olimpias Group, BCC di Fiumicello e Aiello, Allianz Italia e Danieli & C Officine Meccaniche – che hanno voluto contribuire all’opera grazie alla normativa sull’Art Bonus. La realizzazione delle opere è di CP costruzioni Trieste ed Eu.Co.Re restauri di Pavia di Udine. Alla cerimonia di inaugurazione sono intervenuti Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia; Gianni Torrenti, assessore regionale alla Cultura; Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia; Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia; Gabriele Spanghero, sindaco di Aquileia; Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine; Marta Novello, direttrice scientifica della soprintendenza. Fino al 6 maggio 2017 l’apertura dell’area è gratuita e regolamentata su 4 turni giornalieri con l’assistenza del personale di sorveglianza che coordina l’accesso dei gruppi: si deve presentarsi all’ingresso del sito puntuali alle ore 10, 12, 15 o 17. Dal 7 maggio ingresso libero tutti i giorni con orario continuato 10-19. Con la nuova proposta di Domus e Palazzo episcopale si fa un emozionante viaggio a ritroso nel tempo, nel cuore dell’antica Aquileia, ammirando le strutture della domus del I-II secolo, la grande aula absidata del IV secolo, gli estesi resti musivi e murari del palazzo episcopale del V secolo. Uno step reso possibile anche grazie allo storico accordo per la gestione delle aree archeologiche del sito Unesco firmato lo scorso dicembre tra il ministero dei Beni e Attività culturali e del Turismo (Mibact) e la Fondazione Aquileia. Con l’intesa si è sancito il conferimento in uso alla Fondazione Aquileia di tutte le aree archeologiche della città, in maniera tale che la Fondazione si occupa della gestione, della manutenzione ordinaria e straordinaria e della valorizzazione dell’intero sito archeologico, mentre alla soprintendenza restano le competenze relative alla tutela. Tra i risultati già raggiunti, la recente conclusione dei lavori di restauro del Sepolcreto, necropoli costituita da cinque recinti funerari, ora fruibile anche con illuminazione notturna: l’area sarà visitabile tutte le sere di giugno, luglio e agosto (dalle 8 alle 22), per offrire al pubblico la possibilità di suggestive passeggiate.

Antonio Zanardi Landi,
presidente della Fondazione Aquileia

L’area archeologica “Domus e Palazzo Episcopale” è il frutto di una lunga storia di valorizzazione, iniziatasi con l’acquisizione da parte dello Stato di un rustico privato denominato “stalla Violin”. Già negli anni Cinquanta del Novecento l’allora soprintendenza alle Antichità delle Venezie aveva condotto i primi scavi in quest’area di piazza Capitolo, sotto la direzione di Luisa Bertacchi,  ed erano stati messi in luce (e lasciati in vista) tre ambienti di un più ampio complesso, identificato come un settore del palazzo episcopale di V secolo. Tra il 2009 e il 2010, nuove indagini promosse dalla Fondazione Aquileia e con la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia del Friuli – Venezia Giulia hanno portato alla scoperta di una sala mosaicata dell’inizio del IV secolo, dotata di abside, e quindi alla decisione della Fondazione Aquileia di attuare un progetto di copertura e musealizzazione del sito per consentire la protezione dei resti e permettere contestualmente al pubblico di apprezzarli. Con l’avvio del cantiere, a inizio 2016 ulteriori scavi hanno raggiunto i livelli del I-II secolo, imponendo una variante al progetto originario, che è confluito nell’attuale struttura.

Il sapiente gioco architettonico dell’area Domus e Palazzo episcopale consente la visione dei livelli pavimentali di diverse epoche

Nella nuova struttura sono visibili i significativi resti di uno degli isolati della città romana che si svilupparono, alla fine del I secolo a.C., fuori dalla cinta muraria originaria eretta quasi due secoli prima. Il percorso di visita si snoda tra strutture e pavimenti musivi delle diverse fasi edilizie del sito, visibili a profondità diverse (si raggiungono i 4 metri sotto il piano di campagna attuale): il visitatore potrà effettuare – come si diceva – un emozionante viaggio a ritroso nel tempo, dunque, nel ventre di Aquileia, ammirando le strutture della domus di I-II secolo, la grande aula absidata del IV secolo, gli estesi resti musivi e murari del palazzo episcopale del V secolo. Questi ultimi sono i resti archeologici che s’incontrano per primi nel percorso di visita. La lunga sala, collegata probabilmente al complesso basilicale, faceva parte della residenza di rappresentanza del vescovo di Aquileia, la cui autorità era cresciuta in maniera significativa durante il IV secolo. Il muro occidentale divideva la sala da un’area esterna lastricata (scavata nel 2010 e oggi non più visibile), che è stato possibile datare tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. grazie al rinvenimento di alcune monete. Il mosaico  databile nel corso del V secolo d.C., è suddiviso in due tappeti di diversa ampiezza separati da una fascia di tessere gialle. Nella porzione settentrionale è un motivo a piccoli quadrati concentrici attorno a un bottone nero realizzati con l’utilizzo di tessere di cotto. Il più ampio spazio di forma allungata è invece decorato da una composizione a reticolato ornata da losanghe e quadrati, impiegata anche in altri contesti cristiani di Aquileia.

I mosaici dell’aula absidata del complesso basilicale teodoriano del V sec. d.C.

Al centro del percorso espositivo e al livello più profondo, si conserva parte di una casa del I secolo d.C., con i resti di muri recanti ancora la decorazione ad affresco per un’altezza di più di un metro: una circostanza straordinaria ad Aquileia in livelli di questa epoca. Il percorso si conclude con la splendida sala absidata di una domus di IV secolo, scoperta tra il 2009 e il 2010. L’aula absidata, costruita all’interno dell’isolato occupato dal complesso basilicale teodoriano e forse appartenente alla residenza del vescovo, aveva un’ampiezza di circa 100 metri quadrati e fu realizzata secondo modelli architettonici in voga al tempo e documentati ad Aquileia anche in altri contesti residenziali di alto livello. L’abside, con ampiezza di oltre cinque metri, era sopraelevata e raccordata al piano dell’aula da un gradone. Le pareti e il soffitto erano decorati con affreschi, dei quali sono stati rinvenuti numerosi frammenti nel corso dello scavo: raffinati tralci di vite con foglie, grappoli d’uva e volatili su fondo rosso davano risalto al catino absidale rispetto al più semplice soffitto bianco della sala. Nel pavimento a mosaico, un originale motivo a tendaggio realizzato in tessere dai colori sfumati esaltava la funzione rappresentativa dell’abside, usata come spazio di ricevimento, al quale era destinato il maggiore impegno decorativo. Il pavimento dell’aula è suddiviso in tre campiture da raffinate fasce vegetali con al centro un riquadro del quale si conserva solo parte della cornice. Le semplici trame geometriche, a esagoni e cerchi allacciati, sono arricchite da motivi figurati policromi raffrontabili con la decorazione delle aule teodoriane, con le quali condividono le maestranze e la datazione successiva all’editto di Costantino del 313 d.C. Le raffigurazioni attingono al repertorio dei soggetti di genere ampiamente diffuso nella produzione musiva romana: pesci, polipi, conchiglie e volatili sono affiancati a grappoli d’uva, racemi fioriti, cesti e bacili ricolmi di frutti, per evocare, attraverso l’allusione alla ricchezza della natura, un’idea di benessere e prosperità.

La Via Emilia: ecco il ricco calendario di grandi mostre, presentazione di ricerche e scoperte archeologiche, ricostruzioni 3D, cyber archeoologia ed eventi per celebrare i 2200 anni dalla fondazione romana di Mutina, Parma e Regium Lepidi. Si inizia da Reggio Emilia, poi Parma e Modena, per finire a Bologna col Medioevo svelato

La passeggiata nella storia lungo la via Emilia comincia da Reggio Emilia, la romana Regium Lepidi, l’unica città della regione che conservi nel proprio nome il ricordo del suo fondatore, il console Marco Emilio Lepido, eponimo anche della via Aemilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città” (dall’8 aprile al 3 settembre 2017) che documenta la storia di un quartiere suburbano, alla luce degli scavi archeologici in piazza Vittoria, ha aperto ufficialmente il ricco programma di eventi (mostre, ricostruzioni e di eventi, progettati per coinvolgere pubblici diversi) nell’ambito del progetto “2200 anni lungo la via Emilia” che vuole celebrare i 2200 anni dalla nascita romana di tre città: Mutina (Modena) e Parma divenute colonie nel 183 a. C. e Regium Lepidi (Reggio Emilia), istituita come forum negli stessi anni. E poi, con un ulteriore passo nel tempo e nello spazio lungo la stessa strada, l’approdo a Bologna, dove al centro dell’attenzione ci sarà il Medioevo emiliano – romagnolo. La via Emilia, dunque, come arteria unificante della regione che tuttora ne conserva il nome, arteria che diventa un itinerario per scoprirne la storia antica e gli aspetti che hanno contribuito a definire l’identità delle città e del territorio che collega. Le iniziative (come annunciato da archeologiavocidelpassato, vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/05/via-aemila-183-a-c-2017-2200-anni-dalla-fondazione-di-modena-e-parma-e-di-li-a-poco-di-reggio-con-un-unico-comun-denominatore-la-strada-voluta-dal-console-marco-emilio-lepido-che-ancor/) sono state presentate a Palazzo Venezia a Roma in un incontro al quale sono intervenuti Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; Maria Utili, dirigente della direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del Mibact; Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Valeria Cicala, funzionaria istituto Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna; Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena; Federico Pizzarotti, sindaco di Parma; Raffaella Curioni, assessore a Educazione e Conoscenza del Comune di Reggio Emilia; Bruna Gambarelli, assessora a Cultura e Progetto nuove centralità culturali nelle periferie di Bologna; Francesca Piccinini, direttrice dei Musei Civici di Modena in rappresentanza del coordinamento del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”. Il programma, hanno ricordato gli intervenuti, intende non solo valorizzare le origini romane di Modena, Parma e Reggio Emilia, ma contestualizzarle nell’ambito del ruolo svolto fino ai nostri giorni dalla strada che le collega. Il ponte fra romanità e contemporaneità è rappresentato con linguaggi diversi che vanno dall’esposizione dei reperti agli incontri di approfondimento scientifico, dalla narrazione alla street art, dalla multimedialità al gioco in un susseguirsi di eventi che accompagneranno tutto il 2017. E allora vediamo un po’ meglio l’articolato calendario.

Le iniziative di Regium Lepidi

Il tracciato della Via Emilia ancora ben visibile in centro a Reggio Emilia (foto Carlo Vannini)

Come si diceva, si inizia da Reggio Emilia dove, tra 2017 e 2018, i musei Civici e la soprintendenza, prendendo il via dalle recenti scoperte archeologiche in città, propongono un articolato programma di mostre ed eventi destinati a valorizzare i primordi del fenomeno urbano in Emilia. La mostra “Lo Scavo in Piazza. Una casa, una strada, una città”, a Palazzo dei Musei di Reggio fino al 3 settembre, presenta i materiali provenienti dal recente scavo di piazza della Vittoria: i pavimenti a mosaico di una domus, una lucerna figurata, una selezione dei pezzi più notevoli del Tesoro romano-barbarico, un frammento di scuola antelamica attribuibile alla fabbrica del Duomo e decine di altri reperti (coppe, anelli, monete). “È qui che passa la cosiddetta Via obliqua”, spiegano gli organizzatori, “una strada di orientamento anomalo – in deroga al perfetto reticolo ortogonale della città romana incentrato sulla via Emilia – che inciderà sulla fisionomia urbana fino al pieno medioevo”. Con questi e altri reperti di epoca romana e medievale, emersi nei diversi interventi di restauro e riqualificazione di spazi pubblici ed edifici privati, la mostra illustra – con apparati innovativi – la storia e le trasformazioni avvenute nel quartiere urbano situato nel settore nord-occidentale dell’antica Regium Lepidi.

Full immersion nella Reggio romana con le installazioni multimediali di Francesco Forte

Dall’8 aprile 2017 il Palazzo dei Musei con la “Sala Regium Lepidi 3D” dà vita a un museo virtuale permanente all’insegna della Cyber Archeologia. Oggi come allora, immersi nell’architettura dell’antica Regium Lepidi, quando i romani ne percorrevano le strade in toga e calzari, si potrà vivere un’esperienza unica, che consente una full immersion nella città antica grazie a sofisticate apparecchiature all’avanguardia come i caschi immersivi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code in realtà aumentata e la visualizzazione stereo-immersiva del paesaggio archeologico. Il progetto, destinato a porre Reggio Emilia sempre più in prima linea per capacità di innovazione, è basato su uno studio approfondito del patrimonio archeologico di età romana presente a Reggio Emilia ed elaborato e gestito da Maurizio Forte della Duke University, nonché noto studioso nel campo della cosiddetta virtual archeology. Lo scopo finale della narrazione digitale è aprire diverse prospettive nell’immaginazione virtuale della città, producendo nuove interpretazioni sul tessuto urbano.

“Cinema tra le rovine” a Reggio Emilia

Nei quattro giovedì sera di luglio (6, 13, 20 e 27) alle 21 si svolge “Cinema tra le Rovine 20 anni dopo”. Nel ventennale della rassegna serale estiva ambientata tradizionalmente nel Giardino archeologico del Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, dove fanno da suggestiva cornice i monumenti funerari di età imperiale romana, si propongono quattro serate con un programma di proiezioni di film muti di ambientazione antico-romana, con accompagnamento musicale dal vivo del maestro Marco Dalpane. Il genere storico archeologico verrà illustrato di volta in volta da celebri critici cinematografici. Nella serata conclusiva verrà proposto il capolavoro di Stanley Kubrik “Spartacus”, con il commento di un archeologo.

Fibula aurea dal tesoro tardoantico di Reggio Emilia (foto Marco Ravenna)

Maurizio Forte in una postazione Z-Space

Nel tardo autunno poi il secondo evento espositivo: la mostra “La buona strada. Regium Lepidi e la via Aemilia” (23 novembre 2017 – 8 aprile 2018), documenta la fortuna della strada sino al Medioevo e riporta l’attenzione sulla figura del costruttore, il console Marco Emilio Lepido. La via Emilia, il cui tracciato è già testimoniato in parte in epoca preromana, non ha mai cambiato il suo percorso, almeno nello spazio urbano, come dimostra un recente scavo che ha rivelato la sovrapposizione di ben otto livelli di pavimentazioni stradali con il medesimo orientamento, dall’età augustea ai giorni nostri. Dopo avere presentato la strada in tutto il suo sviluppo con un focus sulla figura del costruttore e sui trasporti in età romana, la mostra si concentra sul tratto compreso fra il corso del Secchia e quello dell’Enza, cioè il territorio reggiano; mentre sul piano temporale abbraccia un arco di storia fra l’età etrusca e il Medioevo, con principale attenzione sul periodo romano e uno sguardo finale contemporaneo. Ricostruzioni di mezzi di trasporto e apparecchiature all’avanguardia come i caschi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code consentiranno di conoscere meglio l’antica Regium Lepidi.

Gli eventi di Parma 2200

Numerosi sono gli eventi che la Città di Parma ha ideato per i 2200 anni lungo la via Emilia. Tra questi, il ciclo di conferenze e visite guidate “Fondazione Città di Parma 183 A.C.” sulle tracce della Parma romana, gli incontri de “Il Battistero si svela”, dedicati a uno dei monumenti simbolo della città, le esposizioni, come “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” (Galleria S. Ludovico, 2 giugno – 16 luglio 2017), che ripercorrerà le origini della cultura alimentare parmense, o “Alla scoperta della Cisa Romana” (Palazzo Bossi Bocchi, 8 ottobre – 17 dicembre 2017), con gli esiti della ricerca archeologica sul Monte Valoria. La mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana” propone un’esperienza in cui ricostruzioni multimediali di oggetti, ambienti e stimoli sensoriali, assieme a reperti archeologici, permettono di esplorare le tracce della romanizzazione del territorio. Mediante analogie tra oggetti antichi e moderni si potranno riconoscere saperi tecnici di una cultura lontana arrivati fino a oggi. Il percorso espositivo, arricchito dalla ricostruzione in 3D della forma urbis romana di Parma, a cura dell’associazione culturale 3D Lab, continua con l’itinerario “Parma Sotterranea” dove si potranno visitare i luoghi più significativi della città antica e si completa, dall’autunno, con un’applicazione per smartphone che, utilizzando la realtà aumentata, ricostruirà le architetture più importanti. Arricchiscono il programma il concorso tematico per giovani illustratori, la creazione di “Aemilia 187 a.C.”, un nuovo spazio pubblico museale nell’area del Ponte Ghiaia, la “Festa della storia” incentrato sui 2200 anni della fondazione cittadina e un importante convegno scientifico internazionale (12-13 dicembre).

Il ritrovamento dei resti del ponte romano a Parma negli scavi degli anni Sessanta del Novecento

Con “Aemilia 187 a. C.” (ottobre 2017), nell’area di Ponte Ghiaia, torna alla luce un pezzo dell’antica Parma romana: cardine delle celebrazioni dei 2200 anni di fondazione della città, “Aemilia 187 a.C.” è un importante progetto di riqualificazione dell’area di Ponte Ghiaia, che comprende un percorso pedonale archeologico urbano su diversi livelli e uno spazio-laboratorio polifunzionale gestito dall’università di Parma. L’intervento prevede inoltre l’esposizione di oltre 170 reperti, ritrovati durante gli scavi della “Nuova Ghiaia”, di cui il Ponte Romano stesso costituisce “il reperto” per eccellenza.

Gli eventi di Mutina splendidissima

Frammento di decorazione parietale con rilievo in stucco di prima età imperiale, con figura di offerente, da una lussuosa villa del suburbio di Mutina

“Definita da Cicerone firmissima et splendidissima, importante città romana dell’Italia settentrionale”, spiegano i promotori del progetto, “Mutina si trova al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica”. Con le celebrazioni del 2017 si vuole rendere percepibile la realtà sepolta attraverso una serie di eventi e una grande mostra dal titolo “Mutina Splendidissima” (25 novembre 2017 – 8 aprile 2018) che ne racconti attraverso nuove scoperte le origini, lo sviluppo e l’eredità lasciata alla città moderna. Già Plinio ricordava che Mutina basava la sua ricchezza su tre produzioni di eccellenza: lane, ceramica pregiata e vino. “Nuove ricerche”, sottolineano gli archeologi, “hanno fatto ritrovare tracce tangibili dell’economia della lana e individuare ville che ne controllavano il commercio. Le lane modenesi erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.  Recentissime scoperte hanno portato alla luce decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati, stucchi a rilievo ed elementi d’arredo di elevato pregio artistico, equiparabili a quelli provenienti da Pompei”.  Coniugando dati epigrafici e storici verranno resi noti i profili dei Mutinenses: dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero. Geologia, archeobotanica e archeozoologia permettono poi di ricostruire l’assetto ambientale, idrografico e geologico di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti, che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, sono interpretati alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno colpito il territorio modenese e la pianura padana. Un ricco repertorio di opere testimonia come la memoria di quel passato sia diventata nei secoli un’eredità che Modena ha interpretato in un dialogo continuo con la città romana, che ha svolto un ruolo significativo nella costruzione dell’identità culturale e artistica cittadina, soprattutto nella fase di costruzione della cattedrale romanica – ora Patrimonio Unesco – e durante il Rinascimento, quando il riferimento all’Antico orientava  le scelte politiche, il vivere sociale e il linguaggio artistico. Nella mostra, reperti e opere d’arte accostati a preziose testimonianze da numerosi musei italiani, si affiancano a ricostruzioni virtuali a cura di Altair4 Multimedia, ricostruzioni a grandezza naturale, digital storytelling, laboratori didattici.  Alla mostra allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le esposizioni curate da Galleria e Biblioteca Estense. In calendario anche altri eventi che vanno dalla street art 3D con artisti internazionali a creare varchi illusori verso il sottosuolo (12 – 14 maggio), alla rievocazione storica (7-10 settembre), alle narrazioni di Ert Fondazione Emilia Romagna Teatro (28 ottobre) che coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari.

Rendering dell’evento “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”

Dal 12 al 14 maggio 2017 nel centro storico, si potrà dunque assistere a “Varchi nel tempo. Tra archeologia e street art 3D”. Mutina è una città sepolta dalle alluvioni che a partire dal III secolo d.C. ricoprirono e custodirono nel tempo case, edifici pubblici e strade che successivamente l’archeologia ha riconosciuto fino a ricomporre un quadro dell’impianto urbano. In attesa della mostra “Mutina Splendidissima”, i luoghi della città sepolta che si aprivano lungo la Via Aemilia si svelano attraverso illusionistici sprofondamenti nel sottosuolo realizzati da “street artisti” internazionali che per la prima volta coniugano all’archeologia urbana la loro maestria nel realizzare vere e proprie voragini 3D. Gli stessi luoghi saranno visitabili attraverso elaborate ricostruzioni virtuali on line realizzate da Altair 4 Multimedia. Nello stesso fine settimana (13 – 14 maggio) un evento legato al vino Lambrusco ambientato a Palazzo dei Musei ospita “Dall’uva perusinia al Lambrusco”. “Mutina va fiera dell’uva perusinia, d’acino nero, il cui vino sbianca nel giro di 4 anni”, scrive Plinio nel I secolo d.C. Dall’antenato del Lambrusco a oggi, un percorso sulle tracce di una secolare tradizione di eccellenza fra degustazioni dalle migliori cantine emiliane, incontri con esperti e visite alle raccolte del Palazzo dei Musei. Poi, dal 7 al 10 settembre nel verde del grande parco Ferrari ritornano le ricostruzioni storiche di “Mutina Boica” intitolate nel 2017 “La fondazione. 183 a.C.” Il grande evento di rievocazione storica, giunto alla nona edizione, è dedicato alla fondazione di Mutina, avvenuta poco dopo la costruzione della Via Aemilia, e si svolge alternando campi storici, laboratori e spettacoli con centinaia di rievocatori dall’Italia e dall’estero. Un modo nuovo e coinvolgente di raccontare e rivivere vicende e personaggi di un antico passato. E una ulteriore modalità espressiva racconterà la romanità di Modena dal 15 al 17 settembre 2017 con un intervento artistico “site specific” in concomitanza con il Festival Filosofia 2017 sul tema delle “arti”. Su una parete dello storico edificio ex caserma Santa Chiara sarà realizzata un’immagine dedicata a Mutina. L’autore, Eron, è un artista italiano pioniere del writing in Italia, tra i più dotati e virtuosi interpreti della scena internazionale dell’arte urbana. Invece il 3 giugno al teatro Storchi in calendario lo spettacolo “La città sepolta”, scene corali, monologhi e danze con protagonisti gli studenti del liceo classico Muratori – San Carlo guidati dal regista Tony Contartese (collaborazione Musei Civici e associazione culturale Sted).  Le narrazioni di Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione (28 ottobre) dal titolo “Ars tua, Ars mea: fabrica nostra” coniugano antiche e moderne abilità imprenditoriali da Mutina al Mef Museo Enzo Ferrari in occasione della ricollocazione della stele dei Lolli, portata in luce alcuni anni fa davanti alla casa natale di Enzo Ferrari.

Gli eventi a Bologna

Corno potorio in vetro dalla necropoli longobarda di Spilamberto (Modena)

Bologna, antica colonia latina lungo la Via Aemilia, ospita al museo civico Medievale la mostra “Medioevo svelato. Storie dell’Emilia-Romagna attraverso l’archeologia” (dal 24 novembre 2017 al 2 aprile 2018), che consente di viaggiare nel tempo per quasi un Millennio (dal V secolo agli inizi del Trecento) in una regione in cui ancora oggi sono profondamente radicati i confini fisici e gastronomici tra Emilia longobarda e Romagna bizantina (Ravenna). Il racconto si dipana dalle trasformazioni delle città tardoantiche all’evoluzione degli insediamenti rurali, evidenziando il potere dei nuovi ceti dirigenti (Goti, Bizantini e Longobardi) attraverso la ritualità funeraria. Dopo un’istantanea sulle città nell’alto Medioevo, profondamente ridimensionate rispetto alla vitalità dei secoli precedenti, e contrapposte al dinamismo dei nuovi empori commerciali (Comacchio nel Ferrarese), lo sguardo si allarga alla riorganizzazione delle campagne (villaggi, castelli, borghi franchi, pievi e monasteri). La narrazione termina ciclicamente con la rinascita delle città, studiate nella nuova fase di età comunale. La mostra è curata da Sauro Gelichi (professore ordinario di Archeologia Medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia) e Luigi Malnati (soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara).

Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

2 aprile 2017, prima domenica del mese speciale per il museo Archeologico nazionale di Adria: si inaugura la mostra “Coloratissimi incontri”, mosaici ispirati dalle ceramiche attiche; e si presenta il sito etrusco di San Cassiano di Crespino per il ciclo “Adria e l’Etruria padana”

Cratere a figure rosse del Pittore di Filottrano (IV sec a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Adria

Prima domenica del mese speciale quella del 2 aprile 2017 per il museo Archeologico nazionale di Adria: apre la mostra “Coloratissimi incontri” e viene presentato il sito etrusco di San Cassiano di Crespino. I graditi ospiti saranno accolti e guidati dagli studenti e dalle studentesse delle classi quarta e quinta dell’istituto professionale per l’Enogastronomia e l’Ospitalità alberghiera “G. Cipriani” di Adria. In concomitanza con l’ingresso gratuito nei musei durante la prima domenica di ogni mese, il 2 aprile verrà infatti inaugurata nel museo Archeologico nazionale di Adria alle 16 la mostra “Coloratissimi incontri”, dal gruppo “Mosaico’s friends” una colorata rielaborazione attica. Nell’antisala F.G. Bocchi del museo verranno esposti alcuni mosaici elaborati dal gruppo Mosaico’s friends dell’associazione Pianeta Handicap, affiancati ai frammenti di ceramica attica che hanno ispirato la loro realizzazione.

La locandina della mostra “Coloratissimi incontri” di Mosaico’s friends al museo Archeologico nazionale di Adria

L’esposizione, dal 2 al 25 aprile, promossa da museo Archeologico nazionale di Adria (ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo); Cpssae; associazione onlus Pianeta Handicap – Sezione Mosaico’s friends, è a cura di Sandra Bedetti, che ha seguito come esperta archeologa la realizzazione dei mosaici. “I mosaici di “Coloratissimi incontri” sono stati direttamente ispirati dai reperti di ceramica attica a figure rosse e a figure nere conservati nel museo di Adria, veri e propri capolavori dell’antichità”, spiegano gli organizzatori sul sito del Mibact. “Il titolo della mostra è evocativo degli incontri venutisi a creare tra  antichità  e mondo di oggi, tra i toni classici della ceramica e i coloratissimi mosaici realizzati, tra il mondo dell’archeologia e quello dell’associazionismo e della disabilità. Ecco allora, solo per fare un esempio, che il momento dell’incontro (…ancora incontri) tra l’eroe Eracle e la dea Atena raffigurato su di un’anfora a figure nere di 2500 anni fa diventa, nella fantasia del mosaicista, un vivido profilo con elmo e scudo dai colori cangianti. La civetta dai grandi occhi, cara alla dea e simbolo di Atene, dipinta in rosso su di una coppa per il vino, è stata riprodotta a grandi dimensioni e con il piumaggio colorato. E mille colori riempiono ora le cinque vetrine della mostra, accanto ai più sobri capolavori dell’antichità per i quali Adria e il suo Museo sono conosciuti in tutto il mondo”.

Il sito etrusco di San Cassiano di Crespino nell’entroterra di Adria

Conferenza alle 17, per iniziativa del Gruppo Archeologico Adriese “Francesco Antonio Bocchi” onlus sez. del Cpssae, nell’ambito XXVII Ciclo di incontri 2017 “Adria e l’Etruria Padana”: la professoressa Mirella T.A. Robino presenta “Il sito di S. Cassiano di Crespino”, nell’entroterra di Adria, esplorato da 11 campagne di scavo tra il 1994 e il 2004 dell’università di Pavia in collaborazione con quella di Ferrara, con il museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e d’intesa con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, sotto la direzione di Maurizio Harari. “La nascita di questi centri minori nel territorio circostante Adria”, scrive Mirella Robino, “è da mettere strettamente in rapporto con la precoce strutturazione urbana di Adria e lo sviluppo del centro portuale, che tra la fine del VI sec a.C. e l’inizio del V sec a.C. visse una fase cruciale della sua storia, come testimoniato dai materiali rinvenuti nella necropoli di Ca’ Cima nel corso degli anni Novanta del Novecento. Lo studio dei corredi ha permesso di osservare la comparsa in modo massiccio di oggetti  in bronzo di produzione etrusca e l’assunzione da parte del corredo stesso di un aspetto maggiormente standardizzato dove al servizio da vino si accompagna l’attrezzatura per la cottura delle carni. In parallelo sono presenti altri schemi compositivi nei quali la ceramica attica figurata assume la funzione di elemento di pregio, e al banchetto si allude esclusivamente con la presenza di un vaso di forma chiusa per miscelare l’acqua con il vino e di una coppa per bere”.

Uno degli edifici scavati dagli archeologi nel sito di San Cassiano di Crespino

“In questi stessi anni”, continua Robino, “si sviluppa una serie di insediamenti minori che testimoniano una occupazione capillarmente diffusa del territorio a sud-ovest di Adria e, sembrerebbe, finalizzati alla penetrazione da oriente verso occidente nella pianura Padana all’interno di quella che sembra sempre più configurarsi come una vera e propria chora, in rapporto con il centro principale probabilmente attraverso vie sia d’acqua che di terra. Questi insediamenti, come quello di San Cassiano, si distribuiscono prevalentemente lungo i dossi di paleo alvei secondari, in particolare con il sistema Po di Adria-Pestrina-Tartaro e a un secondo sistema forse da riconoscere nelle diramazioni settentrionali del paleoalveo padano Ferrara-Copparo”. La comprensione del contesto storico-paesaggistico in cui si inserisce il sito di San Cassiano di Crespino, ricorda l’archeologa, “non può essere disgiunta dall’opera di bonifica e regolamentazione delle acque intrapresa dai coloni etruschi, senza la quale la messa a coltura dei territori bassopolesani non poteva avvenire, date le caratteristiche idrogeologiche del terreno. La fotografia aerea testimonia l’esistenza di un’opera di arginatura che interessa i siti di San Cassiano e di Le Balone, del tutto indipendente dal disegno agrario di epoca romana”.

Lekythos attica a figure nere da San Cassiano di Crespino

Le campagne di scavo (1994-2004) hanno portato all’identificazione dei resti di un complesso abitativo rurale piuttosto articolato. “Si sono rinvenuti quattro edifici”, scrive l’archeologa Silvia Paltineri, “tre con zoccoli di fondazione in trachite euganea e una capanna, articolati in uno spazio accuratamente pianificato e oggetto di un’azione di bonifica. Le strutture erano separate tra loro da quattro canali di drenaggio (per evitare la risalita della falda) paralleli e orientati quasi perfettamente secondo i punti cardinali nord-sud, distanti tra loro circa 10 metri. Nelle estati del 2000 e 2001 è stato rinvenuto il fondo di una capanna dove è stata individuata una fossa per rifiuti che ha restituito numerosi frammenti di ceramica etrusco-padana, nonché ceramica attica a vernice nera e figurata. I dati più interessanti provengono però da un scarico a circa 15 metri dall’edificio, che ha restituito frammenti di ceramica figurata, databili tra lo scorcio del Vi sec a.C. e la prima metà del IV sec a.C.: in particolare uno skyphos a figure rosse di fabbrica italiota, probabilmente lucana, del IV sec., e un eccezionale attingitoio attico a tecnica mista, forse attribuibile al Pittore di Castle Ashby (500 a.C.)”. “Tali rinvenimenti – conclude Paltineri – hanno contribuito a chiarire la cronologia assoluta per le fasi del sito: l’insediamento di San Cassiano è già attivo sullo scorcio del VI sec a.C., come indica anche un piede di kylix di tipo C; resta in uso nel primo quarto del V sec a.C., come dimostrano alcuni frammenti riferibili alle più tarde fabbriche a figure nere e una lekythos a palmette vicina alla bottega del Pittore della Megera, nonché nella seconda metà del V sec a.C. come documentano alcuni frammenti di kylikes a figure rosse; il IV sec a.C. è infine testimoniato dai frammenti dello skyphos a figure rosse di produzione italiota di cui si è detto in precedenza e di un secondo skyphos appartenente al fat Boy Group”.

“Pompei e i Greci”: ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture, e poi scritte graffite sui muri. La nuova mostra a Pompei racconta la storia di un incontro tra due mondi attraverso 600 preziosi reperti

Apollo Lampadoforo, bronzo del I sec. a.C. scoperta nella Casa dell’Efebo a Pompei (foto Luigi Spina)

Seicento reperti per raccontare le storie di un incontro: quello di Pompei con il Mediterraneo. E per ricostruire i frequenti contatti tra la città italica e il mondo greco si seguono artigiani, architetti, stili decorativi, ci si sofferma su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Ecco dunque ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate (greco, etrusco, paleo italico), argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra “Pompei e i Greci”, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), promossa dalla soprintendenza speciale di Pompei con l’organizzazione di Electa, illustrerà alla Palestra Grande degli Scavi di Pompei dal 12 aprile al 27 novembre 2017 questo storico “incontro” risultato di un progetto scientifico e di ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei. Gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro biografie luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L’allestimento è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta. “Pompei e i Greci”, spiegano in soprintendenza, “illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. Una narrazione che suggerisce non da ultimo, un confronto e una riflessione con il nostro contemporaneo con il suo dinamismo fatto di migrazioni e conflitti, incontri e scontri di culture”. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il museo Archeologico nazionale di Napoli dove, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi.

Poggio del Molino, balcone sul golfo di Baratti: luogo strategico di avvistamento dagli etruschi ai Medici, poi centro di produzione del garum, infine lussuosa villa romana. Qui potrebbe nascere il “Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino”, dove cittadini e archeologi andranno a braccetto trascorrendo giornate all’aria aperta. Dipende da noi. Come? È facile, basta votare il progetto

Il manifesto del progetto del Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino (Livorno)

Un voto per fare di un fantastico sogno archeologico – il parco di Poggio del Molino – in una esaltante realtà di archeologia condivisa. Archeologiavocidalpassato ha deciso di sostenere con un voto (il link diretto è questo qui: https://community-fund-italia.aviva.com/voting/progetto/schedaprogetto/16-1102) il progetto di Carolina Megale “Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino” (Livorno) promosso dalle associazioni Archeostorie e Past in progress e iscritto nel bando di Aviva Community Fund. “Si tratta di un progetto destinato a portare una vera rivoluzione nel rapporto tra l’archeologia e i cittadini”, spiegano i promotori . “Un progetto che aprirà la via a un modo diverso – più nuovo, divertente, stimolante e proficuo – di intendere e vivere l’archeologia”. Ma vediamo un po’ meglio di che si tratta così da poter votare e far votare con maggior convinzione.

Dall’area archeologica di Poggio del Molino si apre un panorama mozzafiato

Innanzitutto la location: un balcone sul golfo di Baratti. L’area archeologica di Poggio del Molino sorge sul versante settentrionale dell’omonimo promontorio, spartiacque tra la spiaggia di Rimigliano a nord e il golfo di Baratti a sud. Il sito si estende su un pianoro che domina, a occidente, il tratto di mare compreso tra San Vincenzo e l’Isola d’Elba e, a oriente, le colline del distretto metallifero di Campiglia Marittima e la pianura che in antico ospitava il lago di Rimigliano. La cima del colle è occupata dalla suggestiva Villa del Barone, costruita nel 1923 dal Barone Luigi De Stefano e Assunta Vanni Desideri, figlia di Eugenio. Da una carta cinquecentesca, la “Bandita di Porto Baratti”, e documenti d’archivio dimostrano che il Poggio deve il suo nome alla “Torre nuova del molino”, l’edificio di avvistamento e difesa costiera fatto costruire alle pendici del promontorio da Cosimo I dei Medici nella prima metà del XVI secolo.

Le terme della grande villa romana a Poggio del Molino

Il sito archeologico. Il Poggio del Molino è stato frequentato e abitato fin dall’epoca preistorica, sul versante orientale e meridionale del promontorio dove, nel Bronzo finale (XI-X sec a.C.) fiorì un villaggio cui era collegata una necropoli. La prima fase dell’insediamento risale invece alla metà del II secolo a.C., quando fu costruito un’imponente fortezza che doveva proteggere il territorio e la città di Populonia dagli attacchi dei pirati che in quel periodo infestavano il Mediterraneo. Con la vittoria di Pompeo contro i pirati, nel 67 a.C., la funzione dell’edificio venne meno e tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C. fu trasformato in fattoria con annessa cetaria, uno stabilimento artigianale destinato alla produzione di garum e salsamenta (salse di pesce ottenute con diversi procedimenti), attrezzato con vasche per la macerazione del pesce. La produzione del garum cessò nella seconda metà del I secolo d.C. e intorno alla metà del II secolo, l’intero edificio subì una profonda ristrutturazione che lo trasformò in una villa marittima. Attorno a un ampio peristilio centrale si affacciavano a sud-ovest il quartiere residenziale, con stanze da letto e da pranzo riccamente affrescate e pavimentate a mosaico, e a sud-est il quartiere domestico-servile, con la cucina e gli alloggi del personale. A nord-ovest della corte si estende, invece, il complesso termale, al cui rifornimento provvedeva un possente deposito sopraelevato, alimentato da un pozzo a cui era probabilmente connesso un sistema di approvvigionamento azionato da una noria. Delle terme sono stati scavati il tepidarium e il caldarium, anch’essi decorati da pitture e mosaici. A nord, lungo la scarpata che si affaccia sul mare, si sviluppava, ad unire thermae ed hospitalia, una sorta di corridoio belvedere, attrezzato con vasche e fontane.

Elmo del IX-VIII sec. a.C. dalla necropoli di Poggio del Molino

Luogo ideale per studiare la pirateria antica. “Poggio del Molino si trovava nella posizione giusta per controllare tutto il braccio di mare che va fino all’isola d’Elba”, spiega Galatea Mariangela Vaglio di Archeostorie. “Populonia, che è l’unica città etrusca fondata direttamente sul mare e non nell’entroterra, usava probabilmente questo avamposto per controllare i suoi commerci e intercettare le navi di chi tentava di intrufolarsi in rotte che erano sue. Dalle alture di Poggio del Molino, nel 453 a. C. avreste potuto seguire la furiosa battaglia che si svolse fra etruschi di Populonia e siracusani, dopo che i siracusani decisero di mandare una flotta di 60 navi per punire i pirati di Populonia che davano loro fastidio nei commerci. Fu uno scontro epico, di cui ancora si trovano alcune tracce nei reperti (elmi, armi) ritrovate in relitti affondati nei dintorni. Immaginatevi il cozzo delle navi, le bestemmie agli dei, la lotta fra due potenze che vogliono l’esclusivo controllo sul Mediterraneo e sui commerci. Uomini duri che si scannano sul mare, fra frecce che saettano e arrembaggi. Questo è Poggio del Molino”.

Scavi archeologici in atto nel sito di Poggio del Molino

L’archeologa Carolina Megale a Poggio del Molino

Cartello indica la zona degli scavi a Poggio del Molino

Le ricerche archeologiche.  Le prime ricognizioni sistematiche sul Poggio del Molino furono condotte agli inizi degli anni Settanta dai volontari dell’Associazione Archeologica Piombinese; il loro intervento permise di chiarire l’entità del sito archeologico e di segnalare le ripetute azioni distruttive dei clandestini. Tra il 1984 e il 1988 un’équipe dell’Università di Firenze, diretta dal professor Vincenzo Saladino, intraprese il primo scavo sistematico della villa. Sebbene le indagini, alle quali presero parte gli studenti dell’Istituto di Archeologia di Firenze, avessero portato alla luce soltanto una porzione limitata della villa, permisero di definire i caratteri fondamentali connessi con la sistemazione dell’impianto nel III secolo. Dopo vent’anni di interruzione, “dal 2008 gli scavi”, racconta Cinzia Dal Maso di Archeostorie, “sono ripresi sotto la direzione della soprintendenza e dell’università di Firenze, e coordinati da Carolina Megale, una colonna di Archeostorie. Carolina ha aperto da subito lo scavo ai cittadini: attraverso un accordo tra l’associazione Past in Progress – di cui Carolina è presidente, e che gestisce tutte le operazioni – e l’Earthwatch Institute statunitense, accoglie ogni anno volontari desiderosi di sperimentare il mestiere dell’archeologo”. L’obiettivo generale del progetto è dare un contributo alle conoscenze sulla storia del territorio di Populonia dall’età tardo-repubblicana e imperiale fino ai primi secoli del Medioevo. Le fasi di vita connesse all’occupazione romana di questo tratto della costa tirrenica, infatti, sono ancora, nel dettaglio, largamente sconosciute. L’obiettivo primario, dunque, è riportare in luce il monumento nella sua interezza, ricostruirne l’aspetto nelle molteplici fasi di vita, dal periodo romano a quello tardoantico, e comprenderne le relazioni con il territorio circostante (il mare, il lago ormai prosciugato di Rimigliano, le miniere dell’Elba e del campigliese, il sistema viario, ecc.). “Con i contributi dei volontari – continua Dal Maso – Carolina finanzia lo scavo: lei fa crowdfunding e crowdsourcing da dieci anni oramai. Poi accoglie studenti dell’università e del liceo, ha avviato una scuola di restauro per la sistemazione dei mosaici della villa, e apre le porte di continuo a visitatori desiderosi di scoprire il luogo. Insomma a Poggio del Molino ogni visitatore è benvenuto, da sempre”.

Manifesto del nuovo parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino

Gli archeologi incontrano il pubblico a Poggio del Molino

Il parco di archeologia pubblica condivisa. L’area archeologica è stata acquistata dal Comune di Piombino nel 2014: potrebbe essere aperta al pubblico, ma i lavori di scavo sono ancora in corso. “Per questo”, intervengono i promotori, “abbiamo pensato di realizzare un parco per l’archeologia e il tempo libero che proporrà di continuo attività adatte a tutti (work in progress, stay tuned!), ma che avrà negli archeologi al lavoro il suo punto di forza. Chiunque potrà osservare liberamente gli scavi in corso, chiedere informazioni, dare una mano nelle mansioni meno tecniche, oppure anche lavorare da volontario come si è sempre fatto. Insomma sarà uno scavo aperto, un lavoro condiviso di continuo con tutti i frequentatori del parco”. Sarà così passare le domeniche a tu per tu con gli archeologi, avvicinando i cittadini all’archeologia e all’amore per il nostro passato. “E cosa c’è di meglio, per apprezzare il passato, che toccarlo con mano?”, si chiede Dal Maso. “Toccare il coccio che l’archeologo ha appena portato alla luce, oppure il pavimento a mosaico che sta emergendo dalla terra, o la pietra di un antico frantoio. Si tocca il passato e subito si sente il contatto diretto con chi ha usato quegli oggetti migliaia di anni prima. Non servono tante faticose spiegazioni, basta quell’emozione immensa: e subito scatterà una serie infinita di curiosità, e allora anche le spiegazioni avranno senso. Ecco cos’è un Parco di archeologia condivisa, che a noi piace chiamare semplicemente PArCo: un’idea rivoluzionaria che vogliamo sperimentare a Poggio del Molino ma replicabile ovunque. Un luogo dove tutti possono – trascorrendo una giornata divertente all’aria aperta – toccare con mano il passato”.

Giovani volontari collaborano nelle ricerche archeologiche a Poggio del Molino

È tempo di votare. Non siete ancora convinti della bontà del progetto di Poggio del Molino? “un qualcosa di diverso di più rispetto ai consueti parchi archeologici ingessati”, come ricorda Galatea Vaglio: “un posto dove accanto agli scavi il pubblico possa entrare, fare pic nic, passeggiate in famiglia, svolgere attività sportive e culturali”.  E allora guardate questo video

Convinti? E allora votate. È semplicissimo, basta registrarsi e votare il progetto di Past in Progress qui: https://community-fund-italia.aviva.com/voting/progetto/schedaprogetto/16-1102 Avete 10 voti a disposizione. Forza.

Egitto. Scoperti alla periferia del Cairo, dove tremila anni fa sorgeva la grande città di Eliopoli, i frammenti di una statua colossale di Ramses II. Probabilmente veniva dal tempio che il grande faraone della XIX dinastia aveva costruito proprio a Eliopoli. Entusiasmo delle autorità egiziane

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale di Ramses II appena scoperta

La cartina del Basso Egitto con al centro il sito di Eliopoli

“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”: il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani, ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far sapere al mondo della scoperta da parte di un gruppo di archeologi egiziani e tedeschi dei frammenti di una statua colossale di Ramses II alla periferia del Cairo, nel sobborgo di el-Matariya, oggi poco più di una baraccopoli annessa alla zona industriale, ma quattromila anni fa sede di Eliopoli, una delle più importanti città dell’Antico Egitto, che ospitava – tra l’altro – un grande tempio solare analogo – si ritiene – a quello di Abu Gurab, tra la piana di Giza e Saqqara. “Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro”, continua il ministro. “Accanto alla statua gigante anche un’altra di circa un metro del faraone Seti II, entrambi appartenenti alla XIX dinastia”. E conclude: “Il colosso di Ramses II appena rinvenuto a el-Matariya verrà con tutta probabilità esposto all’ingresso del Grande museo egizio che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno al Cairo”. Non è una novità che le autorità egizie sfruttino le nuove scoperte come promozione della terra dei faraoni, in questo Zahi Hawass è stato insuperabile, ma oggi l’Egitto ha particolarmente bisogno di rialzare attenzione e interesse dei viaggiatori internazionali che latitano dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Il Paese ha bisogno dei turisti. Non è un caso che proprio l’Egitto sia stato il Paese ospite d’onore della recente edizione di TourismA, il salone internazionale dell’archeologia, a Firenze.

Archeologi e autorità, tutti attorno al frammento della testa colossale di Ramses II scoperta al Cairo

Entusiasta anche il capo del dipartimento Antichità egiziane del dicastero, Mahmud Afifi, parlando della monumentale statua di Ramses II in quarzite, ritornata alla luce spezzata in grandi pezzi. E il capo della missione egiziana, il professor Ayman al-Ashmawy:  “Proprio a Eliopoli sono stati trovati in passato rovine di un tempio dedicato al grande faraone che ha governato dal 1279 al 1213 a.C. che era uno dei più grandi dell’antico Egitto visto che raggiungeva il doppio delle dimensioni del tempio di Karnak a Luxor”. E ora i frammenti di una statua monumentale che secondo Zahi Hawass  “in considerazione delle dimensioni della statua, non possono che appartenere a Ramses II e non a un qualsiasi altro re antico”.

L’escavatrice al lavoro per sollevare la testa di Ramses II a el-Matariya

Per sollevare l’enorme testa, trovata separata dal busto, è stato utilizzato un carrello elevatore, mentre il resto della statua, del peso di 7 tonnellate, è stato recuperato con corde e paranchi. Il ministero delle Antichità, viste le non poche polemiche sollevate sul web, ha negato che la gigantesca statua del faraone possa essere stata danneggiata da una scavatrice durante i lavori di recupero: “Soltanto la testa è stata spostata utilizzando la scavatrice. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del team di archeologi tedeschi autore del ritrovamento. Sono state inoltre utilizzate travi di legno e sughero per evitare danni”.  Anche il capo il capo della missione archeologica Dietrich Raue assicura che la scultura non è stata danneggiata durante lo spostamento, sottolineando anche che diversi monumenti subirono danni in epoca greco-romana.