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Pompei. Aveva cercato di salvarsi dall’eruzione del Vesuvio nelle Terme Centrali. Invano. Dopo duemila anni trovato lo scheletro di un bambino, giovane vittima dell’eruzione. Ritrovamento straordinario per la fortuita e inaspettata scoperta, e per la collocazione inusuale del corpicino immerso nel flusso piroclastico anziché in lapilli e cenere

“L’eruzione del Vesuvio” di Pierre Jacques Volaire conservato al museo e real bosco di Capodimonte

L’eruzione era cominciata. Il Vesuvio faceva paura. La grande nube nera minacciava Pompei, seguita da una pioggia mortale di lapilli e cenere. Col terrore negli occhi, il bimbo cercò un riparo sicuro nel grande complesso delle Terme Centrali, che avviate dopo il terremoto del 62 d.C. spianando un gruppo di edifici danneggiati tra via di Nola e via Stabiana, nel 79 d.C. era ancora un cantiere aperto. I soffitti resistettero alla pressione di lapilli e ceneri, ma le massicce strutture delle terme non riuscirono a fermare i gas venefici e per il bambino non ci furono speranze, rimanendo sepolto da un sottile strato di materiale magmatico portato dalla nube del Vesuvio. Fino a qualche giorno fa quando il suo scheletro è stato ritrovato dagli archeologi nel corso di un intervento di consolidamento e restauro del complesso termale. Si tratta di ambienti già scavati tra il 1877 e il 1878. In quell’occasione lo scheletro doveva essere già stato intercettato, ma inspiegabilmente non scavato, forse perché lo strato vulcanico non permetteva la realizzazione di un calco.

Lo scheletro di un bambino di 7-8 anni, vittima dell’eruzione del Vesuvio, scoperto a Pompei

Lo  scheletro di un bambino di 7-8 anni è l’ultimo rinvenimento di una giovane vittima dell’eruzione, individuata in un ambiente del grande complesso delle Terme Centrali. Il ritrovamento è straordinario sia per la fortuita e inaspettata scoperta, sia per la collocazione inusuale del corpicino rispetto alla stratigrafia  vulcanica del 79 d.C. 2La peculiarità del ritrovamento”, spiegano gli archeologi del Parco archeologico di Pompei, “è che lo scheletro è immerso nel  flusso piroclastico (mix di gas e materiale vulcanico). Normalmente nella stratigrafia  dell’eruzione del 79 d.C. è presente nel livello più basso il lapillo e poi la cenere che sigilla tutto. In questo caso si doveva trattare di un ambiente chiuso dove il lapillo non è riuscito ad entrare né a provocare il crollo dei tetti, mentre è penetrato direttamente il flusso piroclastico dalle finestre, nella fase finale dell’eruzione”.

Suggestiva immagine delle Terme Centrali di Pompei

L’intero complesso delle Terme Centrali è oggetto  di interventi di consolidamento (trattamento delle lacune, consolidamenti, sarcitura delle lesioni, ripristino delle sommità murarie; ripristino dei livelli dei davanzali e delle soglie; sostituzione di architravi) e di restauro (revisione e restauro dei paramenti murari e degli intonaci; pulitura e restauro dell’impluvio, delle vasche e della scala;  restauro dei tubuli nel calidarium) avviati a gennaio scorso. “L’asse economico-sociale di Pompei”, sottolineano gli archeologi, “si sposta verso via di Stabia: ecco dunque in quest’area il progetto di un nuovo complesso termale, che sostituiva un intero isolato della IX Regio e che, iniziato dopo il 62 d.C., non fu mai completato. Da notare che non sono previste sezioni separate per gli uomini e per le donne. Un efficace sistema assicurava il riscaldamento degli ambienti: ma al momento dell’eruzione mancavano ancora le fornaci, e non erano stati organizzati il giardino con porticato a pilastri, la palestra, la piscina. Ai lati dell’entrata principale, su via di Nola, due piccoli ambienti dovevano fungere da biglietteria e da deposito degli oggetti di valore”.

I resti del corpicino ritrovati in un ambiente dell’ingresso delle Terme Centrali di Pompei

Lo scheletro è emerso durante la pulizia di un ambiente di ingresso. Al di sotto di uno strato di circa 10 centimetri è affiorato prima il piccolo cranio e in un secondo momento le ossa, disposte in maniera raccolta, che hanno permesso di formulare le prime ipotesi circa l’età del  fanciullo che, in fuga dall’ eruzione, aveva trovato ricovero nelle Terme Centrali.  Grazie alle indagini antropologiche, che vengono condotte in maniera sistematica fin dal ritrovamento dei reperti, sarà possibile determinare eventuali patologie. Allo scopo lo scheletro è stato rimosso e trasferito al Laboratorio di Ricerche applicate del parco archeologico di Pompei.

Il soprintendente Massimo Osanna osserva lo scheletro del bambino appena ritrovato

“Pompei è a una svolta per la ricerca archeologica”, dichiara Massimo Osanna, direttore del parco Archeologico di Pompei – non solo per le scoperte eccezionali che regalano forti emozioni come nel caso di questo ritrovamento. Ma anche perché si è consolidato  un nuovo modello di approccio scientifico che affronta in maniera interdisciplinare le indagini di scavo. Un team di professionisti specializzati quali archeologi, architetti, restauratori ma anche ingegneri, geotecnici, archeobotanici, antropologi, vulcanologi lavora stabilmente, fianco a fianco e con il supporto di risorse tecnologiche all’avanguardia, per non lasciare al caso nessun elemento scientifico, e dunque ricostruire nella maniera più accurata possibile un nuovo pezzo di storia che, attraverso gli scavi, ci viene restituito”.

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Templari. L’arcivescovo di Tarragona consente l’esame del Dna di Guillem de Torroja: sarà la prova decisiva per provare che nel sarcofago di San Fermo a Verona ci sono le spoglie del fratello, Arnau de Torroja, Maestro Generale dell’Ordine del Tempio morto nel 1184 a Verona. Finora le ricerche scientifiche multidisciplinari hanno fornito indizi che portano tutti ad Arnau: i risultati presentati in anteprima in un convegno a Verona

Il sarcofago di San Fermo a Verona sorvegliato dall’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

La cattedrale di Tarragona dove è conservato il sarcofago di Guillem de Torroja (foto Graziano Tavan)

Mauro Giorgio Ferretti, Magister Templi dell’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

Martedì 24 aprile 2018 per l’associazione Templari cattolici d’Italia è una data storica: gli esperti hanno avuto il permesso a procedere al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja, conservate da novecento anni in un sepolcro nella cattedrale di Tarragona, da inviare all’Harward Medical School di Boston per l’estrazione del Dna, dove già è stato sequenziato il campione dell’individuo conservato nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona. L’arcivescovo di Tarragona ha infatti finalmente consentito, dopo alcune domande respinte, all’operazione che nelle speranze del Magister Mauro Giorgio Ferretti, presidente dei Templari cattolici d’Italia, dovrebbe essere la prova decisiva per affermare che nel sarcofago, da lui scoperto più di tre anni fa negli spazi dell’ex sala capitolare benedettina della chiesa di San Fermo a Verona, ci sono proprio i resti del Maestro Generale dell’Ordine del Tempio, Arnau de Torroja, morto proprio a Verona nel 1184 dove, in una delicata missione diplomatica con il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro Generale degli Ospitalieri, avrebbe dovuto incontrare papa Lucio III e l’imperatore Federico Barbarossa e convincerli a mandare più aiuti in Terrasanta accerchiata dalle truppe di Saladino, condottiero e sultano, che solo tre anni dopo avrebbe assediato e conquistato Gerusalemme portando al collasso il regno crociato. “Ormai non ci speravo più. Ora per fortuna il clima è cambiato”, ammette mons. Fiorenzo Facchini, antropologo, professore emerito dell’università di Bologna, presidente del Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini militari-religiosi, che dal giorno della scoperta del sarcofago ha seguito il complesso e ambizioso progetto di ricerche multisciplinari per accertare, con i migliori esperti internazionali ognuno del proprio settore, a chi appartenesse veramente quel singolare sarcofago di San Fermo. E sono stati proprio questi studi, con il loro rigore storico-scientifico, i cui risultati sono stati presentati sabato 21 aprile 2018 a Verona nel convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” a convincere le autorità ecclesiastiche catalane a dare l’assenso al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/20/templari-il-magister-ferretti-ricorda-la-scoperta-del-sarcofago-di-san-fermo-la-figura-di-arnau-de-torroja-e-anticipa-le-linee-del-convegno-storico-scientifico-di-verona-ce-l/).

L’antropologo mons. Fiorenzo Facchini al convegno di Verona (foto Graziano Tavan)

“Una notizia bomba! La scoperta di Verona è una notizia bomba”: mons. Facchini, alla tavola rotonda che ha chiuso il convegno, si lascia andare, superando la proverbiale sobrietà e prudenza dello scienziato antropologo. “Ora aspetto fiducioso. Ma è certo che se finora tutti gli studi effettuati, con metodi diversi e discipline diverse, ci hanno fornito indizi che portano tutti a confermare che quella sia la tomba di Arnau de Torroja, è evidente che il Dna di un fratello, Guillem, arcidiacono di Urgell, vescovo di Barcellona e arcivescovo di Tarragona, dove morì nel 1171, darebbe una certezza al 100 per cento. Quindi tra qualche mese speriamo di poter dire al mondo che Verona conserva la tomba di un Maestro Generale, il nono dei 23 che si sono succeduti nei 183 anni di vita dell’ordine templare. E questa sarebbe l’unica sopravvissuta alla damnatio memoriae e giunta fino a noi attraverso i secoli”. È lo stesso Facchini a riassumere gli indizi che portano ad Arnau de Torroja:  innanzitutto i documenti storici, che confermano come Arnau sia morto proprio a Verona nel 1184; ci sono poi i dati archeologici che spiegano che quel sarcofago presenta scolpita la croce templare e ha restituito frammenti di stoffe pregiate: tutti elementi che ci portano alla presenza di un personaggio di rango dell’Ordine del Tempio; le analisi antropologiche fanno luce sull’inumato: un uomo di età adulta avanzata dalle caratteristiche mediterranee; mentre le analisi genetiche non solo hanno ribadito che si tratta di un individuo di sesso maschile ma che presenta somiglianze genomiche con i Catalani; infine, la datazione calibrata dei reperti con il radiocarbonio C14 restituisce un arco di tempo compatibile tra il 1020 e il 1220 d.C. E allora vediamo meglio le diverse ricerche presentate a Verona.

Una raffigurazione di Arnau de Torroja, Maestro generale dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

La Catalogna nel XII secolo con l’indicazione di Solsona, Torroja e Barcellona (foto Graziano Tavan)

Arnau de Torroja, soldato, religioso, templare, amministratore e diplomatico. È Giampiero Bagni, archeologo e storico della Nottingham Trent University, a tratteggiare la figura del catalano, la sua carriera rapidissima, fino alla sua morte a Verona a 66 anni. “Arnau de Torroja”, racconta Bagni, “nasce a Solsona da una famiglia di signori locali nel 1118. La famiglia si era già messa in luce fin dal 990 grazie al suo avo Mirò, valoroso cavaliere alla corte del conte di Urgell. Siano in piena Reconquista, quando i cavalieri spagnoli erano impegnati sul fronte iberico contro i musulmani. La famiglia prese il nome di Torroja con la conquista del vicino omonimo castello da parte del nonno di Arnau alla fine dell’XI secolo. Mentre il papà di Arnau, Bernat Ecard de Torroja ampliò i possedimenti entrando nell’entourage del conte di Barcellona. Quando morì nel 1143 lasciò cinque figli, quattro dei quali sarebbero arrivati alla piena età adulta con carriere importanti: Berenguer fu signore di Torroja,  Guillem fu arcivescovo di Tarragona, e Pietro vescovo di Saragozza”. Prima Bernat e poi i suoi figli fecero cospicue donazioni all’Ordine del Tempio, situazione che facilitò di sicuro la carriera di Arnau che, dopo aver partecipato fin dal 1133 alle campagne di Reconquista,  nel 1166, dopo solo quattro anni dalla sua entrata nell’Ordine, divenne Maestro di Catalogna e Provenza, e rimase tale fino al 1180 quando divenne Maestro generale, alla morte di Oddone di Saint-Amand, nelle carceri di Saladino, Maestro generale del Tempio catturato in battaglia l’anno prima. “Serviva uno stratega e fu scelto Arnau, nonostante non si trovasse in Terrasanta, non fosse francese, fosse anziano, e infine fosse più un diplomatico che un condottiero”.

Il prof. Giampiero Bagni mostra la chiesa templare di San Vitale a Verona, in un cabreo del 1698 (foto Graziano Tavan)

La sua instancabile attività diplomatica porta Arnau  all’ambasceria del 1184 per cercare nuovi aiuti per gli Stati crociati, un’ambasceria – per l’epoca – ai massimi livelli: con il Maestro generale del Tempio c’erano infatti il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro generale degli Ospitalieri. I tre salparono dalla Terrasanta nel giugno 1184. Ma siamo sicuri che Arnau arrivò vivo a Verona? Bagni ha trovato riscontri nei documenti di archivio. “Baldovino IV, re di Gerusalemme, rimasto in Terrasanta perché molto malato, segue con attenzione l’evolversi della missione diplomatica”, spiega Bagni, “e in una sua lettera si felicita per il buon esito del viaggio in mare e dell’arrivo dei tre a Brindisi, da dove proseguono via terra fino a Verona. I documenti parlano invece di due delegati solo nel tragitto verso Parigi e Londra”. Quindi Arnau arrivò a Verona e dagli studi di Ligato sappiamo che incontrò il papa Lucio III (che sarebbe morto anche lui a Verona l’anno dopo, nel 1185: sepolto in cattedrale), meno certo è invece l’incontro con l’imperatore Barbarossa. Il 30 settembre 1184, come registra l’obituario di Reims, Arnau morì a Verona. Dove poteva essere sepolto un Maestro generale dei Templari? “Sappiamo”, continua Bagni, “che la chiesa dei Templari era San Vitale nell’Oltreadige, la quale alla soppressione dell’Ordine nel 1314 passò agli Ospitalieri”. Ma perché la tomba a San Fermo? Una risposta l’ha data Loredana Imperio, presidente Larti – Libera associazione dei ricercatori templari italiani: “Di certo San Fermo, che apparteneva ai benedettini, aveva rapporti stretti con i templari: la chiesa sorgeva in riva all’Adige, fuori dalle mura, quindi soggetta a scorrerie. Niente di più probabile che i templari, che erano vicinissimi, sull’altra sponda del fiume, fornissero la difesa armata ai monaci di San Fermo. Non stupisce quindi che, alla soppressione dell’Ordine, al passaggio dei beni agli Ospitalieri qualcosa – come la tomba del Maestro generale – sia stato portato a San Fermo. È anche vero che alcuni documenti farebbero pensare che nel 1184 i templari non fossero in pieno possesso della chiesa di San Vitale, coinvolta in controversie ancora aperte con i canonici della cattedrale. In questo caso San Fermo potrebbe essere stata scelta perché su di essa ci sarebbe stato uno jus patronatus dei templari”.

Croce patente con ardiglione tipica dei cavalieri dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

Croce templare dipinta nella chiesa di Santa Maria di Norbello (Oristano) (foto Graziano Tavan)

Il sarcofago di San Fermo, in pietra locale molto friabile delle colline veronesi, reca iscrizioni ormai illeggibili, ma presenta sui lati corti, meglio conservati, una bella croce patente (o croix pattèe, ovvero la croce a bracci uguali che si allargano nella parte esterna) con puntale (ardiglione), tipica dei templari. Lo studio è stato approfondito da Sergio Sammarco, responsabile del Centro italiano di Documentazione sull’Ordine del Tempio alla biblioteca statale di Casamari. “Sappiamo che nei secoli sono stati usati diversi tipi di croce, a iniziare da quella greca”, precisa Sammarco, “ma sono pochi i casi in cui possiamo associare queste croci con cavalieri templari, e tutti presentano l’ardiglione, come  a Verona, che potrebbe ricordare la spada del cavaliere”. La croce con ardiglione la troviamo rappresentata nei sigilli dei capitani templari di Aquitania. Ma la troviamo anche nella chiesa di Tempio di Ormelle in provincia di Treviso, realizzata dai templari nel XII secolo lungo la via per Oderzo. “Qui sono rappresentate alcune croci templari, purtroppo mal conservate”, continua lo studioso, ma in due si vede molto bene l’ardiglione”. E non possiamo dimenticare la chiesa di Santa Maria di Norbello, in provincia di Oristano: ci sono ben otto croci con ardiglione. “Il sarcofago di San Fermo presenta una croce patente greca in cui è ben visibile l’ardiglione. È evidente che non è una prova decisiva, ma è un indizio importante”.

Schema delle analisi sul colore delle fibre del tessuto A presentato dal prof. Arobba (foto Graziano Tavan)

Stoffe pregiate degne di un personaggio di rango Sul fondo del sarcofago sono stati trovati due piccoli frammenti di tessuto affidati a uno dei massimi esperti, il prof. Daniele Arobba, direttore del museo Archeologico del Finale a Finale Ligure Borgo, in provincia di Savona. Il frammento A misura 32 x 60 millimetri, in buono stato di conservazione, presenta la cimosa su un bordo, i fili di trama sono colorati, i fili di ordito sono ritorti e doppi (reps di ordito). La manifattura con un’armatura a tela, prevede un telaio speciale a 4 licci, di solito usato da artigiani esperti. “Il risultato è un tessuto leggero, ma resistente”, spiega Arobba. “Le analisi hanno rivelato che si tratta di fili di seta, quindi filati che nel XII secolo erano riservati a tessuti di pregio, e i fili della trama sono colorati. Alcuni di questi fili colorati, che oggi a noi sembrano di un verde scuro, in origine erano blu intenso, un colore che nel Medioevo era difficile da ottenere, ricavato dalle cosiddette piante da blu come l’indaco. Quindi era un colore distinguente per chi lo portava, ed era su un tessuto pregiato”. Più piccolo il frammento B: 14 x 30 millimetri, in discreto stato di conservazione, senza cimosa, e con colore uniforme. Il filo è sempre di seta, con un’armatura a tela semplice, telaio a due licci, che danno un tessuto molto coprente. “Il tessuto A risulta molto vissuto, quindi potrebbe essere stato un vessillo usato come sudario nella sepoltura di un uomo di rango del XII secolo. Anche questo è un indizio che ci porta ad Arnau”.

Le ossa dei tre individui inumati nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona (foto Graziano Tavan)

Ma cosa c’era dentro il sarcofago? L’ispezione è stata fatta dal prof. Bagni, con l’antropologo mons. Facchini e archeologa medievista Paola Porta, e all’interno sono stati trovati i resti di tre inumati, tumulati uno sopra l’altro in momenti successivi, segno di un probabile riutilizzo del sarcofago. “Abbiamo provveduto a studiarli e datarli”, interviene Bagni: “si tratta di un uomo anziano (sul fondo del sarcofago) inumato per primo, di una donna dell’inizi del Trecento e, al di sopra, di un giovane uomo del Quattrocento. Il campione dell’uomo anziano, che si riteneva appartenente alla sepoltura più antica, sottoposto a datazione col radiocarbonio C14 nel Centro di datazione e diagnostica dell’università del Salento, diretto dal prof. Lucio Calcagnile, è risultato databile tra il 1020 e il 1220 d.C., con la maggiore percentuale di risultanza tra il 1140 e il 1190: una datazione compatibile con la morte di Arnau”.

L’antropologa Maria Elena Pedrosi (Foto Graziano Tavan)

Schema delle ossa appartenute all’uomo anziano (foto Graziano Tavan)

“Le ossa recuperate dell’uomo anziano hanno permesso di ricostruire gran parte dello scheletro, con le parti più importanti come cranio, bacino e ossa lunghe”, illustra Maria Elena Pedrosi, antropologa dell’università di Bologna. “Lo studio delle ossa del cranio e del bacino ha stabilito che si tratta di un individuo di sesso maschile di un’età avanzata tra i 50 e i 60 anni. Doveva essere alto tra 160 e 170 e centimetri, e dallo studio paleopatologico si può affermare che soffrisse di dolori alla schiena e di dolori ai denti”. E mons. Facchini: “Le analisi genetiche hanno trovato il cromosoma Y confermano che si tratta di un uomo, il cui genoma somiglia più a quello dei catalani che non degli italiani. Quindi nuovi indizi sempre più stringenti sulla figura di Arnau. Ora non ci resta che aspettare il confronto con il Dna del fratello”.

Napoli. Visita guidata eccezionale il 25 aprile 2018 al museo Madre: il direttore generale del parco archeologico di Pompei racconta la mostra “Pompei@Madre” alla scoperta delle molteplici relazioni tra patrimonio archeologico e ricerca artistica

Il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, al museo Madre di Napoli

Il 25 aprile 2018, per tutti gli appassionati che si trovano a Napoli, regala una passeggiata tra materiali archeologici di provenienza pompeiana e opere di artisti contemporanei con una guida speciale. Alle 17, infatti, al museo Madre di Napoli, c’è “Curator’s Tour”:  il direttore generale del parco archeologico di Pompei racconta la mostra “Pompei@Madre” dove i reperti pompeiani, messi a confronto con l’arte moderna, rivelano quanto l’antica città fin dalla sua scoperta nel XVII secolo, abbia influenzato le arti e le culture di ogni epoca fino ai nostri giorni. A  meno di una settimana dalla chiusura della sezione “Pompei@Madre – Materia archeologica”, allestita al terzo piano del museo Madre, Osanna, curatore della mostra assieme ad Andrea Viliani, direttore generale del Madre, guiderà i visitatori alla scoperta  delle molteplici relazioni tra patrimonio archeologico e ricerca artistica, che la mostra ha voluto mettere in risalto. La partecipazione alla visita è gratuita fino ad esaurimento posti disponibili: si paga solo l’ingresso a pagamento al museo Madre. Ma attenzione la prenotazione è obbligatoria: info e prenotazioni  08119737254.”Oggi questa forte presenza di Pompei sul nostro tempo si avverte ancor di più”, spiegano i promotori, “perché si è in una stagione di nuovi scavi e ricerche sul campo che stanno portando alla luce strutture, affreschi, reperti della vita quotidiana che, oltre a contribuire alla ricerca scientifica e a ridefinire la storia di Pompei, regalano emozioni uniche. E il direttore Osanna, protagonista di questo momento unico di trasformazione del sito archeologico, è testimone d’eccezione di questa forte prossimità tra archeologia e contemporaneità”. L’evento sarà raccontato attraverso i social network del museo Madre e del parco archeologico di Pompei, nell’ambito dell’ iniziativa Invasioni digitali (#PompeiMadre)

Alla mostra “Pompei@Madre” a Napoli i reperti pompeiani dialogano con l’arte moderna

La mostra articolata  nelle due sezioni “Pompei@Madre. Materia archeologica” (terzo piano) fino  il 30 aprile, e “Pompei@Madre. Materia archeologica: le collezioni” (ingresso e primo piano) in programma fino al 24 settembre 2018, coinvolge più di 90 artisti e intellettuali moderni e contemporanei, da Johannn Wolfgang Goethe a da François-René de Chateaubriand a Le Corbusier. Il progetto espositivo “Pompei@Madre. Materia archeologica”, a cura  di Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di  Pompei,  e Andrea Viliani, direttore generale del Madre – museo Arte contemporanea Donnaregina di Napoli, con il coordinamento curatoriale per la  sezione moderna  di  Luigi Gallo, si basa su  un  rigoroso  programma  di  ricerca risultante dall’inedita collaborazione istituzionale fra il parco archeologico di  Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, e il  Madre, museo regionale campano d’arte contemporanea (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/15/il-grande-progetto-pompei-protagonista-allunesco-di-parigi-come-modello-da-imitare-tavola-rotonda-della-regione-campania-il-generale-curatoli-entro-dicembre-2018-la-chiusura-di-tutti-i-cantier/).

Templari. Il Magister Ferretti ricorda la scoperta del sarcofago di San Fermo, la figura di Arnau de Torroja, e anticipa le linee del convegno storico-scientifico di Verona: “C’è l’80 per cento di certezza che in quel sarcofago ci siano proprio i resti del Maestro Generale del Tempio Arnau de Torroja”. Il programma del convegno

Mauro Giorgio Ferretti, Magister Templi dell’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

In cuor suo ne è convinto fin dal momento in cui ha scoperto quel sarcofago con una croce templare dimenticato tra i rifiuti in un chiostro di San fermo a Maggiore a Verona: quella è la tomba del Maestro Generale del Tempio Arnau de Torroja, che le cronache raccontano sia morto proprio in riva all’Adige. E sarebbe l’unica sepoltura di un Maestro Generale dell’Ordine del tempio giunta fino a noi. Ma ora, a tre anni dalla scoperta, dopo altrettanti di studi storici, archivistici, archeologici e antropologici, coordinati dall’antropologo e professor emerito dell’università di Bologna, monsignor Fiorenzo Facchini, insieme all’archeologo Giampiero Bagni, alla vigilia del convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” di sabato 21 aprile 2018 a Verona, le sue convinzioni cominciano a trovare conforto anche dalla scienza: “C’è l’80 per cento di certezza che in quel sarcofago ci siano proprio i resti del Maestro Generale del Tempio Arnau de Torroja”, interviene, alla presentazione del convegno, Mauro Giorgio Ferretti, Magister dell’associazione Templari cattolici d’Italia che, insieme al Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini militari-religiosi, ha organizzato l’assise scaligera.

L’antico sarcofago conservato in un chiostro di San Fermo a Verona: potrebbe essere la sepoltura di un Maestro generale dei Templari

È proprio Ferretti che ricostruisce le circostanze della scoperta del sarcofago: ancora una volta una scoperta archeologica avvenuta quasi per caso. “Quel sarcofago era lì da 700 anni, praticamente ignorato/dimenticato, nonostante la damnatio memoriae per eresia, comminata dai Papi durante l’esilio avignonese, dopo che l’ordine dei Templari si inimicò il re di Francia Filippo il Bello, desideroso di azzerare i propri debiti e impossessarsi del patrimonio templare, riducendo nel contempo il potere della Chiesa. Con la bolla del 1308 Faciens misericordiam furono definite le accuse portate contro il Tempio, mentre la sospensione dell’ordine fu sancita con la bolla Vox in excelso di papa Clemente V. Quindi dall’inizio del XIV secolo si è fatto il possibile per cancellare ogni traccia e ogni ricordo dei Templari. Operazione non del tutto riuscita, visto i milioni di persone nel mondo che ancora oggi sono affascinati dai Templari”. Possiamo quindi immaginare l’emozione e la sorpresa provate da Ferretti quando si è imbattuto nel sarcofago di San Fermo.  Una storia degna del migliore degli sceneggiatori. “Sono passati tre anni e mezzo, ma lo ricordo ancora come fosse ieri. Quella volta ci eravamo riuniti di sera a San Fermo Maggiore di Verona, eravamo più di 200 soci dell’associazione Templari cattolici d’Italia, per uno dei nostri conventi di preghiera. Mi accorsi quasi per sbaglio che in quello spazio, che era stato adibito a sala capitolare dei benedettini fino al 1261, cioè fino a quando a San fermo subentrarono i francescani, spazio che ora era ridotto a ripostiglio e deposito rifiuti, spuntava dalle cianfrusaglie e le immondizie una croce patente! Per capirci, non una croce qualsiasi ma la tipica croce dei Templari. Quella croce è incisa su uno dei lati corti di un sarcofago, realizzato in pietra veronese in cattivo stato di conservazione, ma la croce si vede bene. La croce, inoltre, presenta una spada stilizzata nel braccio inferiore, una simbologia tradizionalmente attribuita ai Maestri Generali che hanno guidato i cavalieri tra il 1118 e il 1314. Lì dentro non poteva che esserci un templare, e il pensiero mi è subito corso al Maestro Generale del Tempio Arnau de Torroja, morto proprio a Verona il 30 settembre 1184”.

Arnau de Torroja in un affresco nella cappella dei templari di Cressac Saint Gilles a Charente

Arnoldo di Torroja (in catalano, Arnau de Torroja) era nato a Salsona, in Catalogna, attorno al 1118 dalla famiglia dei Signori del luogo. Dopo aver combattuto contro i Mori in Spagna, divenne fratello templare nel 1162. Divenne nel 1166 Maestro di Catalogna e Provenza, dimostrando grandi doti di amministratore e diplomatico. Al suo arrivo in Terrasanta erano già state condotte due crociate contro i turchi seguite da un periodo relativamente breve di pace. È in questo contesto che si inserisce la sua nomina a Maestro Generale del Tempio nel 1180, voluta per le abilità diplomatiche e i contatti con la Curia pontificia. Nel 1184 partì da Gerusalemme, insieme al Patriarca e al Maestro Generale degli Ospitalieri, per incontrare a Verona papa Lucio III e l’imperatore Federico Barbarossa e informarli sulla situazione degli stati crociati. Ma Arnau de Torroja trovò la morte proprio a Verona, all’età di settant’anni. “La sua tomba non è mai stata trovata, né a Verona né a Parigi, dove venivano traslati tutti i corpi dei Maestri Generali del Tempio. Ma forse stavolta siamo a una svolta storica. Ma per non alimentare inutili speranze e diffondere notizie basate solo su supposizioni, abbiamo coinvolto i più grandi esperti, a cominciare dall’antropologo monsignor Fiorenzo Facchini e dall’archeologo Giampiero Bagni”.

Liturgia dei Templari cattolici sul sarcofago di San Fermo a Verona

Mons. Fiorenzo Facchini, antropologo

“Il mio intervento”, anticipa il presidente del coordinamento, mons. Facchini, “verte sugli aspetti antropologici e genetici dei reperti rinvenuti nel sarcofago di San Fermo riconducibili a uno scheletro umano. Questi studi vogliono far luce sulla provenienza e sulle caratteristiche dello stesso per cercare di avere un quadro il più possibile veritiero. La ricerca è stata condotta in collaborazione con Maria Giovanna Belcastro, docente dell’università di Bologna; Maria Elena Pedrosi, dottoranda presso il laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense dell’università di Bologna; e Carles Lalueza-Fox, ricercatore al laboratorio di Paleogenetica dell’università Pompeu-Fabre di Barcellona, insieme a David reich, docente dell’Harvard Medical School di Boston”. E l’archeologo Giampiero Bagni: “Grazie al gruppo di esperti del Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini religioso-militari di cui sono segretario abbiamo tentato un approccio multidisciplinare partendo da un’ispezione esterna del sarcofago che ci ha permesso di notare segni di una parziale immersione e un buco che può aver permesso una limitata spoliazione di eventuali corredi o oggetti di valore. In una estremità è conservata una croce patente con puntale confrontabile con altre presenti in luoghi templari. Sappiamo che Arnau de Torroja è morto a Verona il 30 settembre 1184, data indicata nell’obituario di Reims. La mia indagine verte proprio sulla sua carriera e sulle circostanze della morte”.

L’antico sarcofago ritrovato nel chiostro della chiesa di San Fermo a Verona

Il convegno storico-scientifico di Verona sabato 21 aprile 2018, all’auditorium della parrocchia di san Fermo a Verona, apre alle 9 con la sessione dedicata agli addetti ai lavori con le introduzioni di Mauro Giorgio Ferretti, Magister Templi – Associazione Templari Cattolici d’Italia; mons. Fiorenzo Facchini, presidente coord. scientifico per le Ricerche sugli Ordini religioso-militari. Alle 9.30, inizia la sessione storico-archivistica presieduta da S. Sammarco, responsabile del Centro italiano di Documentazione sull’Ordine del Tempio presso la Biblioteca statale di Casamari. Intervengono: F. Lanzi, direttore del museo della Beata Vergine di San Luca di Bologna, “Le dedicazioni delle chiese templari nel Nord Italia: un focus sul Veneto”; E. Angiolini, docente di Paleografia, Archivio di Stato di Modena, “Le fonti archivistiche per lo studio dell’Ordine del Tempio: il caso di Verona”; L. Garna Galobart, storica medievista, Mèmbre de l’Acadèmie Internationale d’Héraldique, Instituto Catalán de Genealogía y Heráldica di Barcelona, “La famiglia Torroja in Catalogna: importanza e genealogia”.

Miniatura con i cavalieri dell’Ordine del Tempio

Dopo la pausa caffè, alle 11.15, apre la sessione storico-archeologica presieduta da C. Beghini, vice dir. ufficio Beni Culturali della Diocesi di Verona. Intervengono: P. Porta, archeologa e storica dell’arte dell’università di Bologna, “Alcuni esempi di sepolture templari: da Pietro da Bologna ad Arnau de Torroja”; L. Imperio, presidente LARTI (Libera Associazione dei Ricercatori Templari Italiani), “Perché San Fermo? L’inventario dei beni templari a Verona”; D. Arobba, direttore del museo Archeologico del Finale di Finale Ligure Borgo (SV) con L. Forlani, palinologia dell’università di Bologna, “I frammenti di stoffa ritrovati nel sarcofago a San Fermo”.  La sessione pubblica apre nel pomeriggio con il saluto delle autorità.

Lo stemma di Arnau de Torroja

Alle 14.30,  “Il sarcofago ritrovato e Arnau de Torroja”, presiede Jonathan Phillips, Royal Holloway University, Londra. Intervengono: N. Morton, storico medievista, Society for the Studies on the Crusades and the Latin East, Nottingham Trent University, “Lo sviluppo dell’Ordine del Tempio nel dodicesimo secolo”; G. Bagni, archeologo e storico, Nottingham Trent University, “Arnau de Torroja templare da Fratello a Maestro Generale: la carriera e le circostanze della morte”; F. Facchini, antropologo, professore emerito dell’università di Bologna in collaborazione con M.G. Belcastro, M.E. Pedrosi, università di Bologna, e C. Lalueza-Fox, università di Barcellona, “I reperti del sarcofago di San Fermo: caratteri antropologi e genetici”. Dopo le conclusioni e sintesi dei lavori con tavola rotonda tra relatori. Alle 17.45, chiusura dei lavori.

L’antico sarcofago rinvenuto nella chiesa di San Fermo a Verona appartenne veramente a un Maestro Generale dei Templari? Lo svelerà il convegno “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” con le prime risultanze delle analisi scientifiche condotte sui reperti rinvenuti e i risultati degli studi archivistici, archeologici e storici sulla presenza dell’Ordine del Tempio a Verona

Cerimonia dei Templari cattolici in piazza Bra a Verona

La chiesa di San Fermo Maggiore a Verona

L’antico sarcofago di San Fermo appartenne veramente a un Maestro dei Templari?  È vero che la “scoperta” della tomba come sepoltura di un templare importante è avvenuta ancora diversi anni fa grazie all’intuizione del Magister Templi dell’associazione Templari Cattolici d’Italia, Mauro Giorgio Ferretti. E sappiamo che da li sono partite le ricerche e le analisi sul sarcofago per cercare di inquadrarlo storicamente e attribuire un’identità al defunto. Ma ora siamo a una svolta storica che potrebbe dirimere una volta per tutte ogni dubbio o riserva storica. Basta aspettare solo qualche giorno. Sabato 21 aprile 2018, alle 9, all’auditorium della chiesa di San Fermo Maggiore in via Dogana 2 a Verona, è in programma il convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari”, organizzato dall’associazione Templari Cattolici d’Italia e dal Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini religiosi-militari insieme al museo Diocesano d’Arte di San Fermo Maggiore e alla Diocesi di Verona, in collaborazione con LARTI – Libera Associazione Ricercatori Templari Italiani, il museo della Beata Vergine di San Luca e la Society for the Study of the Crusades and the Latin East, rappresentata, quest’ultima, dal prof. Jonathan Phillips della Royal Holloway di Londra e dal prof. Nicholas Morton della Nottingham Trent University.

L’antico sarcofago conservato in un chiostro di San Fermo a Verona: potrebbe essere la sepoltura di un Maestro generale dei Templari

Sabato 21 aprile saranno presentati ufficialmente, in anteprima mondiale, i risultati degli studi archivistici, archeologici e storici sulla presenza dell’Ordine del Tempio a Verona e le prime risultanze delle analisi scientifiche condotte sui reperti rinvenuti in un sarcofago antico custodito nel chiostro della chiesa di San Fermo Maggiore di Verona. Il programma del convegno su invito e prenotazione (info e prenotazioni: tomba.arnau.verona@gmail.com) prevede l’apertura dei lavori alle 9 all’interno dell’auditorium della chiesa di San Fermo Maggiore. In mattinata si svolgerà la sessione storico-archivistica e archeologica, e dalle 14.30 si entrerà nel vivo del convegno che terminerà con una tavola rotonda tra i vari relatori che riassumeranno i risultati degli studi e delle analisi svolte. Gli studi storici, archivistici, archeologici e antropologici sono stati coordinati dall’antropologo e professore emerito dell’università di Bologna, monsignor Fiorenzo Facchini assieme all’archeologo Giampiero Bagni. Il gruppo di studiosi è composto da esperti italiani e stranieri collegati con le università di Bologna, Nottingham Trent e Barcellona.

Liturgia dei Templari cattolici sul sarcofago di San Fermo a Verona

L’importanza di questo evento è data dal fatto che il sarcofago potrebbe essere l’unica tomba al mondo riconducibile a un Maestro Generale del Tempio. Uno dei motivi che porterebbe a questa identificazione, tra gli altri, risiederebbe nella particolare e ben chiara riproduzione della croce patente incisa su uno dei due lati corti del sarcofago realizzato in pietra veronese. La croce, inoltre, presenta una spada stilizzata nel braccio inferiore. Una simbologia tradizionalmente attribuita ai Maestri Generali, che hanno “guidato” i cavalieri dal 1118 al 1314. Di questi ventitré, solo uno è morto a Verona. Si tratta di Arnau de Torroja, cavaliere templare di origine catalana scomparso nella città scaligera il 30 settembre 1184 ma di cui non è mai più stato rinvenuto il luogo di sepoltura. Tutte le altre sepolture fatte a Parigi o in Terrasanta sono andate perdute.

Le due mummie di Rovigo, Meryt e Baby, sveleranno tutti i loro segreti sotto gli occhi dei visitatori della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” aperta a Palazzo Roncale di Rovigo. Restauro affidato a Cinzia Oliva, mentre le indagini diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14, agli esperti delle università di Padova e Venezia, ospedale di Rovigo e museo Egizio di Torino

La mummia di Meryt viene sollevata dal sarcofago moderno in cui era stata posta per il trasporto (foto Graziano Tavan)

La mummia di Meryt è appoggiata delicatamente sul tavolo anatomico (foto Graziano Tavan)

La mummia di Meryt viene liberata dai fermi di sicurezza (foto Graziano Tavan)

Silenzio. In un’affollata presentazione della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, curata dall’egittologo Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dall’archeologa Paola Zanovello dell’università di Padova, aperta fino al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale di Rovigo, è calato improvvisamente uno spontaneo, rispettoso, quasi sacrale silenzio. Nessuno lo aveva richiesto. Ma in quel momento tutta l’attenzione dei presenti era concentrata sui movimenti attenti e precisi dei tecnici che, guidati dalla professoressa Cinzia Oliva, restauratrice di tessuti antichi, specializzata sulle mummie, stavano sollevando da un moderno sarcofago la mummia di Meryt, nomignolo con cui è conosciuta la mummia di donna adulta giunta a Rovigo 140 anni fa con le quattro casse di reperti dell’antico Egitto inviate dal rodigino Giuseppe Valsé Pantellini alla sua città. La mummia di Meryt è stata adagiata su un tavolo anatomico e liberata dai sostegni e dai fermi che la assicuravano nel trasporto. E sono “esplosi” i flash. Una raffica di flash degni di una star sul red carpet di un grande festival. Anche se di Meryt al momento si sa ben poco. Non certo il nome, né l’età, né quando e dove visse. L’unica certezza è che si tratta di una mummia di donna adulta, che oggi si presenta quasi completamente sbendata, con le braccia portate al petto e incrociate, e gli arti e le dita di mani e piedi singolarmente bendati. E che i tessuti di Meryt sono di epoca faraonica. Un dato comunque molto generico. Ma ora è in buone mani, quelle della prof. Oliva. Sarà lei che, durante l’apertura della mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/08/a-rovigo-apre-la-mostra-egitto-ritrovato-la-collezione-valse-pantellini-protagoniste-due-mummie-di-donna-e-infante-note-come-meryt-e-baby-diventate-star-nelle-tavole-a-fumetti-d/), in una stanza parte integrante del percorso espositivo, sotto gli occhi dei visitatori, procederà a una articolata campagna diagnostica già predisposta: “Adotteremo un approccio interdisciplinare per ottenere il massimo dei dati ricavabili”, assicura l’esperta.

La mummia di donna, detta “Meryt”, fu sbendata al suo arrivo a Rovigo

La mummia di Meryt era stata sottoposta a indagini radiografiche negli anni Novanta del secolo scorso, indagini che hanno evidenziato la presenza di materiale radiopaco all’interno del cranio e di un ammasso oblungo all’interno della cassa toracica, sul lato destro. “Gli interventi di restauro sulle mummie sono occasioni speciali – spesso uniche – per studiarle”, esordisce Oliva. “Possiamo capire meglio le tecniche di imbalsamazione (la teoria in materia era molto rigida e codificata, ma nella realtà ogni imbalsamatore faceva come poteva, spesso con quello che aveva a disposizione), la tipologia e l’utilizzo dei tessuti. Il caso della mummia di Rovigo, nota come Meryt, è molto interessante per la varietà del corredo tessile, o di quello che rimane. La mummia, infatti, è stata sbendata in passato, situazione comune a molte mummie, perché interessavano di più gli eventuali amuleti nascosti tra le pieghe delle bende. Una volta sbendate, però, le mummie diventano molto più fragili. I tessuti di bendaggio hanno una funzione di protezione e contenimento delle parti molli dei corpi”.

L’ala del museo Egizio di Torino dove è esposto il ricco materiale della tomba di Kha (foto Graziano Tavan)

Per la prof.ssa Oliva l’intervento sulla mummia di Rovigo non è il primo. La sue esperienza è pluridecennale, iniziata a Torino, sua città natale, con il restauro delle mummie di Kha, capo architetto dei lavori della necropoli tebana sotto il faraone Amenhotep III, e della moglie Merit, cioè dei titolari di quella tomba ritrovata intatta – fatto eccezionale, come è successo con la sepoltura di Tutankhamon – a nord di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiaparelli nel 1906, e oggi conservata con tutto il ricco corredo nel museo Egizio di Torino. A lei dunque sono state affidate le mummie di Meryt e Baby. E se della mummia di donna si sa pochissimo, della mummia di bambino, ancora bendata, sulla quale sono state aggiunte – forse in epoca moderna – strisce di tessuto rosso all’altezza delle spalle e della caviglie, si sa ancora meno, neppure il sesso dell’infante lì conservato. Questa poi non è mai stata sottoposta ad alcuna indagine o esame radiologico. Complessivamente lo stato di conservazione delle due mummie di Rovigo è piuttosto precario. Di qui la necessità e l’urgenza di un restauro volto a permettere il loro recupero e il loro futuro allestimento.

La prof.ssa Cinzia Oliva davanti alla mummia di Meryt, che sarà restaurata davanti ai visitatori della mostra di Rovigo (foto Graziano Tavan)

Come procederanno e quali saranno gli interventi sulle due mummie fino al 1° luglio, cioè nel periodo di apertura della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”? “Si inizia con il togliere la polvere presente sui tessuti e sul corpo con microaspiratore”, spiega Cinzia Oliva. “quindi si procede con analisi specifiche per capire se i depositi sulla mummia sono estranei o pertinenti al processo di mummificazione. Purtroppo questi depositi non possono essere rimossi del tutto per l’impossibilità di usare solventi che danneggerebbero irrimediabilmente la mummia. Perciò le muffe vanno campionate, per capire se queste sono ancora attive così da evitare danni in futuro”. E continua: “Dopo la pulitura si studieranno tutti i tessuti presenti sulla mummia. Ce ne sono di diversi tipi, applicati a seconda delle aree di utilizzo. Quelli più grossolani sono posti a contatto con il corpo, perché questo tipo di tessuto anche se più scadente in realtà è migliore e più adatto a trattenere i materiali di imbalsamazione. All’esterno, invece, vengono posizionati i lini più pregiati. Infine si vedrà se potremo girare la mummia al rovescio, sempre se lo stato di conservazione lo permetterà”.

La mummia di bambino, detta “Baby”, ancora con le bende originali

Accanto agli interventi di restauro si prevedono una serie di analisi diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14 dell’epoca dei reperti con il coinvolgimento delle università di Padova e Venezia, dell’ospedale di Rovigo, e del laboratorio del museo Egizio di Torino. “Il metodo del C14 è applicato alle mummie solo di recente”, precisa Oliva. “Purtroppo il materiale di Meryt è molto contaminato, perciò dovremo fare molta attenzione quando preleveremo i campioni dalla mummia. Il C14 svolto su questi campioni potrebbe far emergere, oltre alla datazione, delle correlazioni tra essi e alcuni reperti della collezione: una ipotesi al vaglio è che la mummia di adulta sia arrivata dall’Egitto bendata e successivamente spogliata del suo corredo di bende ed eventuali amuleti. Studieremo poi i materiali di imbalsamazione. Ci sono infine delle resine di cui non sappiamo ancora se si tratti di residui di restauri di epoche recenti”. L’obiettivo delle Tac, che sarà effettuata a maggio 2018 all’ospedale di Rovigo, è di acquisire ulteriori e nuove informazioni sull’età dei soggetti, la loro costituzione, lo stato di salute, le eventuali patologie o anomalie, l’etnia e le tecniche di mummificazione usate. Con la scansione 3D e la fotogrammetria si potranno realizzare loro copie digitali tridimensionali e restituirne l’aspetto originario.

Alessia Vedova, responsabile della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (foto Graziano Tavan)

A luglio, se tutto va bene, sapremo molto su Meryt e Baby. Se siamo fortunati, oltre a epoca e luogo in cui sono vissuti questi due individui dell’antico Egitto, potremo conoscere anche il loro volto, grazie alla collaborazione con gli esperti della Polizia di Stato. Ma con la chiusura della mostra che fine faranno le due mummie, nel frattempo divenute star dell’esposizione rodigina? Torneranno di nuovo sotto chiave negli spazi dell’Accademia dei Concordi dove sono rimaste pressoché dimenticate? “L’obiettivo finale”, assicura la restauratrice torinese, “è la messa in sicurezza e la conservazione delle due mummie, per garantire loro un futuro di fruizione del pubblico”. Un impegno dichiarato ufficialmente da Alessia Vedova, responsabile della valorizzazione della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo: “Questa mostra è solo la premessa per una esposizione permanente della collezione egizia Valsè Pantellini. Posso assicurare che questi reperti, comprese le due mummie, non torneranno nei depositi. Stiamo valutando alcune ipotesi per permettere a Rovigo di riappropriarsi di un patrimonio unico”. Questo progetto ha infine portato a un’ulteriore entusiasmante scoperta poiché è emerso un insieme ancora non ordinato di resti mummificati e stoffe in un vano finora non indagato dalle precedenti campagne di studio della collezione rodigina. Un eccezionale ritrovamento che riconferma come il patrimonio egittologico rodigino sia tra i più pregevoli e vasti della Regione Veneto e oggi più che mai sia al centro di un importante progetto multidisciplinare volto al suo completo recupero.

A Nonantola, che conserva uno dei più importanti complessi benedettini d’Europa, a confronto i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea nel convegno “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”. E poi visite guidate gratuite al monastero nascosto: gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola

L’abbazia di San Silvestro a Nonantola, in provincia di Modena

Sant’Anselmo, fondatore dell’abbazia di Nonantola, scolpito sul portale, opera dei seguaci di Wiligelmo

Costruzione dell’ababzia di Nonantola (disegno Saame)

Il duca Anselmo costruì la chiesa dei Santi Apostoli nel 752, dando vita al monastero benedettino, avamposto longobardo sulle direttrici tra Bologna, Piacenza e Verona. Ma è con l’arrivo all’abbazia, solo pochi anni dopo, delle spoglie di San Silvestro che il monastero crebbe in potenza. Attorno sorse il paese, direttamente alle dipendenze dell’abate che grazie alle donazioni di Carlo Magno divenne un vero e proprio signore feudatario. Quel paese si chiama Nonantola,  in provincia di Modena, ancora oggi famoso per uno dei più celebri complessi benedettini dell’Europa medievale, al pari delle potenti abbazie di Cluny e Canterbury. Nell’abbazia di Nonantola soggiornò l’imperatore Lotario I. Qui un altro imperatore, Carlo il Grosso, incontrò papa Martino. Mentre papa Adriano III, morto nelle vicinanze mentre era in viaggio per Worms, qui venne sepolto. Oggi Nonantola è un caso esemplare nel quadro della ricerca storico-archeologica della nostra penisola. Dal 2001 Nonantola è infatti al centro di un importante progetto di ricerca archeologica diretto da  Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia grazie al quale è stato possibile indagare il complesso abbaziale di S. Silvestro di cui, fino ad oggi, si aveva notizie soltanto grazie alla documentazione archivistica, e il borgo che vi si è sviluppato intorno e sull’intero territorio di riferimento. L’università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica di Gelichi, ha realizzato un progetto di ricerca di notevole rilievo scientifico che ha portato alla realizzazione di otto anni di campagne di scavo con gli studenti dell’Università, il tutto in stretta collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. I dati emersi dagli scavi hanno dato vita a una collana di pubblicazioni, a numerose visite guidate e conferenze, all’allestimento di mostre temporanee, alla riorganizzazione della sezione medievale del museo civico di Nonantola e alla realizzazione dell’aula didattica “Magazzini di Storia”, ampiamente utilizzata per svolgere laboratori storico-archeologici con le scuole.

Il complesso abbaziale benedettino di Nonantola

La locandina del convegno internazionale “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”

Sabato 14 aprile 2018, dalle 9.30, Nonantola ospita un importante convegno internazionale, “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche”, a cura di Sauro Gelichi e Richard Hodges, che concentrerà l’attenzione sui più recenti e innovativi studi relativi all’archeologia monastica altomedievale. Il convegno internazionale di studi è promosso da Comune di Nonantola, università Ca’ Foscari e museo di Nonantola, in collaborazione con soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, ArcheoNonantola e Abbazia di Nonantola, e con il sostegno di IBC Regione Emilia-Romagna (L. R. 18/2000) legato al progetto “Longobardi al confine”. Il convegno, importante momento di confronto e di approfondimento con i maggiori specialisti dell’archeologia medievale europea, sarà l’occasione per presentare il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”, a cura di Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. La sesta pubblicazione della collana archeologica su Nonantola illustrerà i risultati delle campagne estive di scavi svolti dell’università dal 2002 al 2009 nel giardino dell’abbazia di San Silvestro in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione e il sostegno della Soprintendenza prima Archeologica, poi Archeologia, belle arti, paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara (SABAP-BO). Il convegno e la presentazione del volume rappresentano la fase conclusiva di un progetto di ricerca esemplare che ha prodotto sei pubblicazioni scientifiche, mostre, visite guidate e nuovi percorsi archeologici all’interno del Museo di Nonantola  e del borgo.

Visite guidate con gli archeologi all’abbazia di Nonantola

E il giorno successivo, domenica 15 aprile, alle 16 e 17, visite guidate gratuite “Il monastero nascosto. Gli archeologi svelano la millenaria storia di S. Silvestro di Nonantola” con ritrovo davanti all’ingresso del giardino abbaziale in via Marconi 1. Gli archeologi Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi illustreranno le nuove scoperte emerse dagli scavi archeologici nel giardino abbaziale, la mostra permanente esposta nell’aula didattica Magazzini di Storia e il terzo piano del museo di Nonantola. Gradita la prenotazione al numero 059896656 oppure all’indirizzo museo@comune.nonantola.mo.it

Scavi archeologici in via Oppio a Nonantola

Alessandra Cianciosi dell’università di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università di Venezia

Intenso il programma del convegno internazionale di studi “Nonantola e l’archeologia dei monasteri alto-medievali in Europa. Vecchie questioni, nuove ricerche” di sabato 14 aprile 2018, al teatro Troisi, in viale delle Rimembranze 8, a Nonantola (Modena). Si inizia alle 9.30 con i saluti di Stefania Grenzi, assessore alla Cultura del Comune di Nonantola; 10, introduzione di Sauro Gelichi, università Ca’ Foscari di Venezia; 10.30, Gabor Thomas, university of Reading: “Monasteries and Places of Power in Anglo-Saxon England: Connections, Relationships and Interactions”; 11, Thomas Kind, university of Frankfurt: “Fulda – archaeological evidences from a Carolingian monastic town in solitudine Buchonia”; 12, Alfons Zettler, Historisches Institut, Dortmund: “Reichenau: the archaeology of a Continental monastery island”; 12.30, John Mitchell, già university of East Anglia: “The idea of the early medieval monastery: the example of San Vincenzo al Volturno”. Nel pomeriggio, alle 15, Fabio Saggioro e Maria Bosco dell’università di Verona, e Andrea Breda della soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia: “Ricerche archeologiche sul monastero di San Benedetto di Leno (secoli VII-XI)”; 16, saluti di Federica Nannetti, sindaco del Comune di Nonantola; di Valeria Cicala dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; don Alberto Zironi, priore del Capitolo Abbaziale; Loris Sighinolfi, presidente di ArcheoNonantola; 16.30, Sauro Gelichi, Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi, università Ca’ Foscari di Venezia, presentano il volume “Nonantola 6. Monaci e contadini. Abati e re. Il monastero di Nonantola attraverso l’archeologia (2002-2009)”; 17.30, conclusioni di Richard Hodges, American University of Rome.

Gli studenti universitari impegnati negli scavi archeologici in piazza Liberazione a Nonantola

Copertina del libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”

Recentemente a Nonantola è stato presentato un altro libro, “Nonantola 5. Una comunità all’ombra dell’abate. I risultati degli scavi archeologici di piazza Liberazione”, a cura di Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Nel giugno 2015 l’amministrazione comunale, all’interno di un progetto di riqualificazione urbana cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna che ha interessato il centro storico di Nonantola, aveva avviato i lavori di rifacimento di piazza Liberazione, già oggetto nel 2004 di sondaggi archeologici da parte dell’università da cui erano emersi la chiesa di San Lorenzo e un cimitero. Per questa ragione è stato realizzato un nuovo progetto di ricerca grazie al quale, nei mesi di luglio e agosto 2015,  gli studenti di archeologia medievale dell’ateneo veneziano si sono potuti cimentare nello scavo stratigrafico della piazza, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questi scavi hanno portato in luce per intero l’area pertinente la chiesa di San Lorenzo (XI-XIV secolo), alcune sepolture collocate dietro le absidi e ampie porzioni di pavimentazione della piazza trecentesca in mattoni e ciottoli. Proprio lo scavo di Piazza Liberazione è il protagonista del volume curato da Mauro Librenti e Alessandra Cianciosi. Lo scavo di piazza Liberazione ha reso possibile un progetto di riallestimento della sezione medievale del museo di Nonantola, in collaborazione con l’università Ca’ Foscari e la soprintendenza Archeologia, che prevede l’esposizione dei reperti rinvenuti in piazza, i plastici delle tre fasi principali dello scavo, un touch-screen che presenta tutti gli scavi eseguiti negli anni nel centro storico di Nonantola e, nell’ottica di museo diffuso, una cartellonistica archeologica collocata nei luoghi in cui sono stati effettuati sondaggi di scavo nel borgo (Nonantola Sotto-Sopra).