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Pompei. Restaurate le tombe della necropoli di Porta Stabia che presto sarà aperta al pubblico. Nella Tomba B trovati resti del rogo funebre e l’obolo di Caronte. Nella Tomba A la porta in bronzo è ancora funzionante dopo duemila anni

La Tomba A e la Tomba B dopo i restauri nella necropoli di Porta Stabia a Pompei

Ve lo ricordate l’annuncio l’anno scorso? Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, l’aveva definita la più importante scoperta archeologica a Pompei negli ultimi decenni: “Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, Gnaeus Alleius Nigidius Maius, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei)” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/27/eccezionale-scoperta-fuori-porta-stabia-a-pompei-trovata-la-tomba-monumentale-in-marmo-del-princeps-il-piu-famoso-impresario-di-spettacoli-gladiatori-con-la-piu-lunga-iscrizione-m/). Ebbene, lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, alla fine del 2017 sono stati avviati interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco. “Le indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia”, spiegano in soprintendenza, “forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’ area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione”.

L’anello d’oro con teste di serpente scoperto dalla pulizia del basolato della via Stabiana a Pompei

La necropoli lungo la via Stabiana all’uscita di Porta Stabia a Pompei

L’obiettivo degli scavi puntava a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale della via Stabiana. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea. La rimozione di questo strato di accumulo ha rivelato a Sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti. Ma vediamo meglio quanto emerso dal restauro delle tombe note della necropoli di Porta Stabia.

La Tomba B della necropoli di Porta Stabia a Pompei

La tomba B, di forma rettangolare, costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco, aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie. Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. “I resti antropologici – fanno sapere in soprintendenza – sono attualmente in corso di studio da parte di Henri Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo”.

L’ingresso della Tomba A a Porta Stabia di Pompei con la porta in bronzo ancora funzionante

Il titulus pictus (graffito) posto sopra la porta della Tomba A della necropoli di Porta Stabia a Pompei

La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche (almeno sul lato settentrionale), su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in situ. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio. Al momento dello scavo condotto nel 2001 furino rinvenute due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. “La porta, che presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo, era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a duemila anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo”.

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“Veleia sotto le stelle”: arte, miti, yoga, storia e stelle. Serate a tema e visite guidate con archeologi della soprintendenza nel sito archeologico di Veleia (Pc), municipio romano che ricorda i liguri Veleiates sconfitti e sottomessi a Roma

“Veleia sotto le stelle”: serate a tema e visite guidate nell’area archeologica

Arte, miti, yoga, storia e stelle: sono gli ingredienti del ricco menù di inizio agosto a Veleia Romana, nella valle del Chero, prospero municipio romano ed importante capoluogo il cui nome deriva dalla tribù ligure chiamata Veleiates, fondato nel 158 a.C., dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma. L’appuntamento è per “Veleia sotto le stelle”, evento promosso dal Polo museale dell’Emilia Romagna in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza e il Comune di Lugagnano Val d’Arda. Per 4 serate, da sabato 4 agosto a domenica 12 agosto 2018, l’area resta aperta fino alle 22.30 e, a partire dalle 19.30, ospita eventi culturali. Proprio in queste serate è possibile effettuare visite guidate all’area con archeologi della soprintendenza e in particolare al “castellum aquae” più noto come “anfiteatro”, normalmente chiuso al pubblico. Tutti gli eventi si svolgono al centro visite di Veleia con inizio alle 21. L’osservazione delle stelle e le lezioni di yoga, nel foro romano, sempre alle 21. È gradita la prenotazione (0523801173 sabap-pr.segreteria@beniculturali.it ). Le iniziative sono gratuite per chi accede all’area archeologica (costo ingresso: 2 euro intero, 1 euro ridotto).

L’archeologa Federica Guidi

Ogni serata è dedicata a un tema culturale differente: si è aperto sabato 4 agosto 2018, con la conferenza sul mondo dei Gladiatori a cura di Federica Guidi, autrice del best seller “Morte nell’arena”, che ha raccontato scena e retroscena di un costume che ha attraversato i secoli. In principio, nel III sec. a.C. si chiamavano munera, obblighi verso i defunti. Poi il nome rimase ma i combattimenti divennero festività offerte da personalità politiche e dall’imperatore per procurarsi consenso Panem et circenses. Gli eventi proseguono nel weekend del 10-12 agosto.

Visite guidate nel foro romano di Veleia nelle serate di agosto

Per la sera di San Lorenzo, venerdì 10 agosto 2018, l’architetto Valentina Cinieri terrà una lezione sull’iconografia del Santo tra arte, devozione e tradizione popolare: “Il pianto del cielo. San Lorenzo tra arte e devozione”. Il giorno dedicato a San Lorenzo è noto per la concentrazione della pioggia di meteore, fenomeno che ha originato tradizioni popolari che ricondurrebbero questo avvenimento naturale al martirio del Santo, paragonando le stelle cadenti alle lacrime versate durante il supplizio o alle scintille provenienti dalla graticola infuocata del martirio. Attraverso le rappresentazioni pittoriche e scultoree del Medioevo agli inizi del secolo scorso, realizzate nei diversi ambiti storico-culturali dei differenti periodi storici, è possibile tracciare l’evoluzione dell’iconografia del santo martire.

Le terme romane di Veleia

Sabato 11 agosto 2018 sarà la volta del restauro: gli architetti Cristian Prati della Soprintendenza e Luca Oddi con i restauratori di Opus restauri, presenteranno i lavori di restauro in corso sulle terme di Veleia, realizzati anche con il contributo dei mecenati del luogo che hanno aderito alla “chiamata alle arti” di Art Bonus: Cristian Prati introdurrà i principi del restauro applicati ai beni archeologici, mentre Luca Oddi e i restauratori illustreranno il progetto in corso nel settore termale della cittadina romana.

L’astrofilo Marco Bastoni

Domenica 12 agosto 2018 l’area ospiterà un noto astrofilo, Marco Bastoni, che accompagnerà i presenti dal foro romano alla scoperta di stelle, pianeti e costellazioni, rievocando miti e leggende del cielo: racconti dal cielo osservando le stelle. Accompagnati da letture dalle Metamorfosi di Ovidio, osservazione del cielo con telescopio insieme all’astrofilo Marco Bastoni.

Yoga nel foro romano di Veleia

Yoga nel foro romano. Per gli amanti della meditazione e del contatto con la natura, nelle serate dell’11 e 12 agosto 2018 nel foro romano sarà possibile partecipare alle lezioni di Akhanda Yoga della maestra Francesca Bicchieri: Akhanda, come la parola yoga, significa completo, indivisibile, intero, infinito, pieno. Akhanda yoga non è qualcosa che facciamo ma è ciò che siamo.

Rassegna CinemAMoRe, il film sulla mummia del Similaun apre a Sfruz il cartellone di agosto con temi di Archeologia, Montagna e Religioni. Appuntamenti a Vigolo Vattaro, Arco, Pomarolo e Brentonico

La rassegna CinemAMoRe raccoglie i migliori film dei tre festival tematici del Trentino su Archeologia, Montagna e Religioni

Con l’appuntamento di mercoledì 8 agosto 2018 alle 20.30 a Sfruz, con la mummia del SImilaun e il piccolo dittatore, si inaugura il cartellone d’agosto della rassegna CinemAMoRe, circuito estivo che mette in rete, fino alla fine di settembre, i tre maggiori Festival Internazionali del Trentino: per la prima volta Sfruz e Vigolo Vattaro presenteranno le proposte del mese di agosto sui temi rispettivamente di “Storie e Storia” e “Avventure”, declinati nei documentari della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, del Trento Film Festival, e del Religion Today Film Festival di Trento. Tipico villaggio alpino, Sfruz è tra i più elevati della Val di Non, posto su di un altopiano tra il Monte Roen e il Corno di Tres. Le sue antiche origini sono confermate dagli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcune tipiche tombe romane a tegoloni. Vigolo Vattaro (725 metri slm) è il centro più grande dell´altopiano della Vigolana, a pochi chilometri da Trento e dal lago di Caldonazzo. Le sue origini vengono attribuite all’età del Bronzo e confermate dalla Via Claudia Augusta, strada romana costruita per congiungere la Valsugana alla valle dell’Adige: la. La posizione è strategica, sul valico tra la Vigolana e la Marzola e nel periodo rinascimentale, per difendere il borgo, fu costruito il Castello di Vigolo. Grande riscontro di pubblico per gli appuntamenti fin qui proposti nei filoni individuati da Tommaso Bonazza e Anna Formilan per conto del Coordinamento promosso dall’assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, che colgono interessanti unità tematiche ripercorrendo gli archivi e i differenti ambiti e macro-temi che contraddistinguono singolarmente i tre Festival (Archeologia, Montagna, Religioni) e le diverse sensibilità e visioni dei documentaristi da tutto il mondo, a Trento, Lavarone, Lagolo.

Il film “Iceman Reborn / Iceman rinato” di Bonnie Brennan

Mercoledì 8 agosto 2018, alle 20.30, appuntamento nella sala Cav. Livio Biasi del municipio di Sfruz dove si propongono i documentari The little Dictator, del Religion Today e Iceman rinato, della Rassegna del Cinema Archeologico sulla Mummia del SImilaun. The Little Dictator (RT) di Nurith Cohn (Israele, 2015; 29′). Yossi Kleinmann, un grigio professore di storia ferrato sui leader politici dei regimi totalitari, si sente incompreso sia dai suoi studenti che da una moglie dispotica. Un fine settimana, alla festa per il 90° compleanno della nonna di sua moglie, sopravvissuta all’Olocausto, Yossi si trova in una situazione surreale che lo costringe a confrontarsi con se stesso e con la sua famiglia. Iceman Reborn / Iceman rinato (A) di Bonnie Brennan (Usa, 2016; 52’). Ucciso più di 5000 anni fa, Ötzi – l’uomo dei ghiacci – è la più antica mummia naturale europea. Miracolosamente preservata nel ghiacciaio, i suoi notevoli resti intatti continuano a fornire agli scienziati, agli storici e agli archeologi scoperte dirompenti su un periodo cruciale nella storia dell’umanità. All’artista e paleo-scultore Gary Staab è stata data la possibilità di accedere nel rifugio ghiacciato dove Iceman è custodito con il compito di realizzare una sua replica esatta.

Il film “Eratosthenes/ Eratostene” di Kostas Vakkas

Nel teatro parrocchiale di Vigolo Vattaro il 31 agosto 2018 alle 20.45, tre film: Operazione Comando del Religion Today, Frozen Road del Trento Film Festival e Eratostene della rassegna del Cinema Archeologico. Operation Commando / Operazione Commando (RT) di Jan Czarlewski (Svizzera, 2016; 17′). Due fratelli in un campo estivo vengono separati e assegnati a due gruppi nemici. “Operation Commando” racconta la storia di un primo tradimento. Esplora il fascino, la fragilità e la durezza dei bambini e mostra l’influenza che il gruppo può avere sull’individuo. The Frozen Road (TFF) di Ben Page (Regno Unito, 2017; 24′). Spinto dall’affermazione di Jack London, che “ogni uomo che sia un uomo può viaggiare da solo”, il regista ha cercato un’avventura in perfetta solitudine. The Frozen Road è una riflessione sul viaggio in solitaria; sulla meraviglia, il terrore e la frustrazione che Ben Page ha sperimentato attraversando lo spietato vuoto dell’artico canadese, una delle ultime grandi terre selvagge del mondo. Eratosthenes/ Eratostene (A) di Kostas Vakkas (Grecia, 2015; 34’). Versato in tutte le scienze, Eratostene nacque nel 276 a.C. a Cirene, colonia greca in Libia. Il faraone egizio Tolomeo III lo nominò bibliotecario della grande Biblioteca d’Alessandria. Egli fu tra l’altro astronomo, matematico, geografo e poeta, e si guadagnò l’immortalità essendo il primo a calcolare la circonferenza della Terra. Il documentario descrive la sua incredibile vita avventurosa, le sue opere e le città in cui visse, Cirene e Alessandria. Il professor Eftihis Papadopetrakis commenta la sua opera.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

I tre festival (Archeologia, Montagna, Religioni) uniscono forze e competenze per offrire al grande pubblico una selezione dei migliori documentari della propria programmazione da proporre in diverse location – ogni anno con tappe nuove – del territorio provinciale. Gli appuntamenti di settembre saranno ad Arco, Pomarolo e Brentonico. Si inizia giovedì 6 settembre 2018, all’auditorium del Palazzo dei Panni di Arco, alle 20.30, con il film Persepolis, le paradis perse. Enquêtes archéologique / Persepoli, il paradiso persiano. Indagini archeologiche (A) di Agnès Molia e Raphaël Licandro (Francia, 2016; 26’). Sugli altopiani iraniani si trova la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani. Ci hanno edificato un capolavoro di architettura: Persepoli. Finora, si pensava che questo sito si limitasse alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli: quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne persiane. Seguono: W (TFF) di Steven Schwabl (Canada, 2016; 29′). Dopo essersi trasferito dalla montagna in città, l’eccentrico ed entusiasta protagonista si ritrova a contemplare dalla finestra del suo appartamento una gigantesca insegna luminosa posta in cima a una torre. La lettera si carica di enigmatici messaggi, che come un rebus si compongono tra loro portando il protagonista a progettare la scalata della torre pubblicitaria prendendo come esempio la salita di Reinhold Messner sull’Everest nel 1980, di cui vengono presentate alcune rare sequenze. Per quanto possa apparire bizzarro e ironico, l’accostamento si rivela estremamente calzante. Paperock / Carta, sasso, forbici (RT) di Hillel Rate (Israele, 2016; 11′). Una giovane ebrea ultra-ortodossa acconsente a rivedere suo fratello, che da molti anni ha rotto i legami con la famiglia. Quando finalmente si incontrano, capisce che, se vuole ristabilire il legame che avevano da bambini, dovrà accettare la sua nuova identità.

Il film “La Donna a Pompei” di Oreste Tartaglione

Secondo appuntamento giovedì 13 settembre 2018 al Teatro comunale di Pomarolo con tre film. Chocolate Wind / Vento di cioccolato (RT) di Ilia Antonenko (Russia, 2016; 24′). Sola e irrisolta, la diciottenne Alla si sente come una Cenerentola che sogna di sfuggire alla povertà e alla desolazione del suo ambiente. La sua vecchia amica Masha, uno spirito spericolato, la chiama su Skype e come una fata promette di far avverare tutti i suoi sogni… La Donna a Pompei (A) di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 10’). Documentario tratto dall’omonimo libro scritto dal cultore di studi classici e autori di romanzi Michele D’Avino, edito da Loffredo Editore a Napoli nel 1964. Il docufilm del 1966 è stato riscoperto da due ricercatori di Castellammare di Stabia nella Cineteca Nazionale di Roma. Il filmato è stato realizzato da alcuni illustri rappresentanti della cinematografia stabiese degli anni ’40 e ’50: Oreste Tartaglione ne fu il regista e produttore, Francesco Saverio Mollo l’aiuto regista, il maestro Franco Langella ne curò le musiche, Domenico Paolercio la fotografia. Madre dei nervi (TFF) di Mirko Giorgi e Alessandro Dardani (Italia, 2018; 55′). Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle sono ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga. Sono in cura alla Comunità Aurora di Venezia e seguono un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e l’arrampicata. Esperienze tonificanti, un modo per spezzare la routine e vivere emozioni forti. È qui che conoscono Massimo, l’alpinista educatore che le accompagnerà in questa avventura. Poco alla volta, il rapporto con la montagna si intensifica e dalle semplici escursioni passano alle scalate, con risultati sorprendenti.

Il film “Der Wolf” di Benjamin Thum

La rassegna chiude venerdì 28 settembre 2018, alle 21, al teatro Monte Baldo di Brentonico, con tre film. You Just Be My Mother (RT) di Roqiye Tavakoli (Iran, 2016; 15′). Sarah è una giovane madre che vive con un nuovo compagno dopo la separazione dal marito, ma suo figlio mal sopporta la loro relazione. In un mondo ancora patriarcale, Sarah si troverà costretta a prendere difficili decisioni. Der Wolf (TFF) di Benjamin Thum (Italia, 2017; 20′). Nelle Alpi sudtirolesi è stato deciso l’abbattimento di un lupo. Fabian accompagna suo padre Anton durante la caccia con la speranza di migliorare il loro difficile rapporto. Anton invece soffre ancora della morte del figlio prediletto Bernhard. Alla fine la caccia al lupo prende una piega inaspettata. Handpas. Hands from the past / Handpas. Mani dal passato (A) di José Camello (Spagna, 2016; 32’). I contorni di mani realizzati con la tecnica a stencil sono una delle più antiche forme di espressione create dagli esseri umani grazie alla loro capacità simbolica. Il documentario “Mani dal passato” consulta i migliori esperti internazionali per quanto riguarda cronologie e interpretazioni. Ricrea anche gli stili di vita del paleolitici, per riportarci all’era di transizione di 40.000 anni fa, in cui due specie essenziali per la nostra storia convivevano: Neanderthal e Cro-Magnon

Pompei, ai tre ingressi degli scavi attivati 13 monitor di informazione per i visitatori

Uno dei grandi monitor che i visitatori possono consultare in corrispondenza delle biglietterie di Pompei

A Pompei monitor con info utili per i visitatori

Dagli orari di apertura alle tariffe dei biglietti di ingresso, dai divieti vigenti nel Parco ai percorsi dedicati alle persone con difficoltà motorie, ma anche info sugli eventi e le mostre in corso: è quanto potranno conoscere i visitatori che si accingono ad entrare nel parco archeologico di Pompei. Tutte informazioni che potranno leggere comodamente sui monitor durante il passaggio alle biglietterie e priva di entrare negli scavi. In questi giorni, nel Parco Archeologico, sono stati infatti attivati 13 monitor, in corrispondenza degli ingressi di Porta Marina, Piazza Esedra e Porta Anfiteatro, destinati alla diffusione di informazioni ed avvertenze utili alla visita. Ma non è tutto. Accanto alle informazioni di servizio è prevista anche una sezione dedicata, definita la Pompei che non ti aspetti – Unexpected Pompeii, che offre spunti per percorsi alternativi, alla scoperta di luoghi insoliti della città antica ancora poco visitati e di una bellezza davvero inaspettata. “Tale installazione”, precisano in soprintendenza, “nasce anche dalla necessità di sensibilizzare il pubblico all’assunzione di un comportamento idoneo e rispettoso nei confronti del sito archeologico che è patrimonio di tutti”.

“Alla ricerca di Stabia”: all’Antiquarium di Pompei una mostra sulla necropoli di Madonna delle Grazie e del santuario dei Privati anticipa il progetto multidisciplinare per lo studio, la riscoperta e la valorizzazione dell’antica Stabiae. Con l’antiquarium stabiano chiuso da anni, il nuovo museo di Stabia sarà nella reggia borbonica di Quisisana

Il manifesto che annuncia la mostra “Alla scoperta di Stabia” all’antiquarium di Pompei (foto Graziano Tavan)

Il team di archeologi della soprintendenza di Pompei tra i direttori generali Osanna (a sinistra) e Cipolletta (a destra) (foto Graziano Tavan)

Focus sull’antica Stabiae. Era ora, sarebbe quasi il caso di dire. E lo ha fatto ben capire e trasparire dalle sue parole Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, nel presentare la mostra “Alla ricerca di Stabia”, aperta all’Antiquarium di Pompei fino al 31 gennaio 2019: un percorso di conoscenza della storia dell’antica Stabiae attraverso le testimonianze lasciateci dai ritrovamenti nella necropoli di Madonna delle Grazie, con le sue numerose sepolture, e nel santuario extraurbano in località Privati connesso, come rivelano i reperti votivi rinvenuti, al mondo femminile, alla protezione della fertilità e delle nascite. “Di solito”, esordisce Osanna, “le mostre archeologiche rappresentano il punto di arrivo di un progetto di ricerca archeologica. Stavolta, invece, vogliamo portare l’attenzione sulle necropoli di Stabiae, che raccontano la storia di una comunità aperta ai contatti con il Mediterraneo. La diversità dei materiali raccolti racconta un mondo fatto di mobilità, di migrazioni, di contatto tra culture, una cultura fatta di recezioni, di stimoli che vengono da aree culturali diverse. Questa mostra porta luce su un luogo troppo a lungo dimenticato che è l’antiquarium Stabiano, che è stato un luogo glorioso negli anni Sessanta per i materiali straordinari che conteneva, poi chiuso per problemi di agibilità dell’edificio. Così l’Antiquarium Stabiano è diventato il contenitore inadeguato di materiale non più fruibile da parte del pubblico”.

La reggia borbonica di Quisisana a Castellammare di Stabia ospiterà il nuovo museo nazionale di Stabia

Un grande ambiente affrescato di villa Arianna, la più antica villa d’otium di Stabiae

Un progetto scientifico e di valorizzazione ambizioso per l’antica Stabiae. “Di Stabiae si sa pochissimo”, ammette Osanna. “È per questo che abbiamo messo insieme un programma di ricerca a tappeto su tutto il territorio di Stabia e capire la nascita e lo sviluppo di questo insediamento e arrivare a una conoscenza da aprire alla comunità del territorio e ai visitatori. A seguire il progetto è stato chiamato un gruppo cui fanno parte l’università di Salerno, l’università di Napoli Federico II, l’università di Bologna e la Columbia University”. E ancor prima del “taglio del nastro”, è stato proprio il soprintendente, affiancato dal direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta, a dare la prima importante notizia: “È imminente la concessione d’uso della Reggia borbonica di Quisisana a Castellammare di Stabia alla soprintendenza per allestirvi un museo dedicato a Stabiae e un centro di ricerca sull’area che è considerata di grande interesse”. L’antico ager stabianus è infatti finora noto per la diffusione, tra la conquista sillana dell’89 a.C. e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., di ville residenziali e produttive, come sottolineava già all’epoca Plinio il Vecchio: insediamenti richiamati dai terreni favorevoli alla coltura della vite e dell’olivo, e un retroterra montuoso adatto all’allevamento del bestiame per la produzione di lana, latte e derivati. Le residenze di lusso furono edificate sul pianoro di Varano, in posizione panoramica sul mare: ville di grandi dimensioni, spesso su più livelli. Pensiamo alla villa Arianna e al cosiddetto Secondo Complesso, oggi visitabili; la villa del Pastore, attualmente interrata; e la villa San Marco, aperta al pubblico. Sui terrazzamenti collinari dei monti Lattari stavano invece le ville rustiche: le ricerche della soprintendenza archeologica di Pompei negli ultimi anni ne ha individuato una cinquantina.

Il direttore generale Massimo Osanna illustra i reperti in mostra all’antiquarium di Pompei (foto Graziano Tavan)

Quindi a Pompei una mostra per fare il punto sulle ricerche a Stabia con un focus su due contesti di grande importanza per la ricostruzione delle dinamiche insediative del territorio stabiano e per le sue vicende storiche in epoca preromana. La necropoli di Madonna delle Grazie, con circa 300 tombe distribuite su un’area di circa 15mila mq, datate tra la seconda metà del VII sec. a.C. e la fine del III sec. a.C., testimonia della più antica occupazione stabile del territorio e rappresenta dunque una fonte preziosa di informazione sugli abitanti degli antichi centri che circondavano Pompei. Il luogo di culto in località Privati documenta invece un aspetto inedito della storia di Stabiae e cioè la presenza di un santuario extra-urbano nella seconda metà del IV sec. a.C.
La necropoli di Madonna delle Grazie si trova in una zona pianeggiante lungo la moderna statale Stabia-Nocera, in un’area che oggi costituisce la periferia orientale di Castellammare di Stabia. Le indagini condotte tra il 1959 e il 1989 hanno restituito circa 300 sepolture che indicano un utilizzo ininterrotto della necropoli tra la seconda metà del VII sec. a.C. e la fine del III sec. a.C. Tombe a fossa, a cassa litica o coperte con tegole sono le principali tipologie di sepolture attestate Nei corredi troviamo oggetti legati al banchetto, tra cui vasi utilizzati per il consumo di bevande come il vino (coppe, brocche, anforette) e strumenti impiegati nella preparazione dei cibi (coltelli e alari per la cottura delle carni); fibule, anellini, bracciali e collane sono invece elementi distintivi dell’abbigliamento e dell’ornamento.

Corredi funerari in mostra a Pompei dalla necropoli di Madonna delle Grazie a Stabia (foto Graziano Tavan)

“Gli oggetti in mostra delineano l’identità del defunto e attestano l’adozione di forme di consumo del vino legate al mondo greco ed etrusco”, spiegano gli archeologi. “I reperti testimoniano, inoltre, la presenza in Campania di nuove genti come gli Etruschi che, tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C., innescano profonde trasformazioni negli assetti territoriali e nelle dinamiche insediative. In questo periodo, sollecitati anche dall’arrivo di genti straniere, le popolazioni locali delle aree più interne della piana del Sarno e dei Monti Lattari si spinsero infatti fino al golfo di Napoli e si aprirono a nuovi contatti. La necropoli di Madonna delle Grazie ci racconta questa complessa fase di trasformazione”. E continuano: “Una comunità aperta ai contatti con genti straniere tra il VII e il V sec. a.C. consolida la propria presenza nel territorio stabiano e seppellisce i propri morti proprio nella necropoli di Santa Maria delle Grazie. Nelle tombe troviamo i segni di queste molteplici relazioni: diverse tipologie di ceramiche, tra cui vasi di impasto legati alla tradizione locale, forme in bucchero caratteristiche del mondo etrusco e importazioni greche”. Tra la metà del V e la metà del IV sec. a.C. l’arrivo di popolazioni sannitiche in Magna Grecia porta profonde trasformazioni sociali e negli insediamenti. “Segni di cambiamento si osservano anche a Stabia: nella necropoli di Madonna delle Grazie aumenta il numero delle tombe e cambia la tipologia delle ceramiche nei corredi, costituiti ora soprattutto da vasi privi di decorazione, ceramiche a vernice nera e più raramente vasi a figure rosse”.

Antefissa in terracotta con la testa di Ercole dal luogo di culto in località Privati a Stabia (foto Graziano Tavan)

Di grande interesse, quanto poco conosciuto, il luogo di culto in località Privati. Il deposito votivo, su una terrazza dei Monti Lattari digradante panoramicamente verso il golfo di Stabiae, segnava anticamente il confine meridionale del territorio stabiano, in una strategica posizione di controllo del percorso che collegava la valle del Sarno e l’area sorrentino-amalfitana. Il santuario, a partire dal IV sec. a.C., era probabilmente legato alla sfera femminile e alla protezione della fertilità e delle nascite, come indicano le terrecotte con immagini femminili, di bambini: tante offerte votive ed ex voto, anche con ossa animali.

Deposito di ex voto e materiale votivo da una fossa al centro della terrazza del luogo di culto in località Privati di Stabia (foto Graziano Tavan)

Al centro della terrazza gli archeologi hanno individuato una grande fossa con materiale votivo, spesso frammentato intenzionalmente prima di essere depositato, frammisto a terreno bruciato e a offerte di ossa animali. “Gli ex voto”, spiegano, “vennero gettati probabilmente per far posto a nuove offerte in occasione di un rifacimento del santuario tra II e I sec. a.C.”. Tra i votivo predomina la ceramica, con forme legate all’uso rituale dell’acqua e all’offerta di liquidi. “Alcuni tipi di statuine, come la figura di Atena con berretto frigio e le antefisse con Atena ed Eracle inseriscono il santuario di Privati in una rete di luoghi di culto che costellavano la penisola sorrentina dal Tempio Dorico di Pompei all’Athenaion di Punta della Campanella.

All’Antico Porto di Classe (Ra) la terza edizione del Festival del Cinema archeologico di Ravenna – Premio “Olivo Fioravanti”: tre serate con conversazioni e film

All’Antico Porto di Classe (Ra) la terza edizione del Festival del Cinema archeologico di Ravenna

Tutto è pronto all’Antico Porto di Classe (Ra) per la terza edizione del Festival del Cinema Archeologico di Ravenna – Premio “O. Fioravanti” in programma dal 7 al 9 agosto 2018: tre conversazioni, sei film selezionati da Dario Di Blasi dall’archivio di Firenze Archeofilm, voce narrante Davide Sbrogiò, edizioni video Fine Art produzioni S.r.l-Augusta (SR), traduzioni a cura di Gisella Rigotti, Stefania Berutti, Carlo Conzatti. Tre serate a ingresso libero, con inizio sempre alle 21. L’evento è organizzato da Parco Archeologico di Classe, Fondazione RavennAntica, Porto di Ravenna, Archeologia Viva.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

Il prof. Pierfrancesco Callieri sul sito di Tol-e Ajori, a tre chilometri e mezzo da Persepoli

Martedì 7 agosto 2018, il festival apre con la prima conversazione. Pierfrancesco Callieri, professore di Archeologia e Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale all’università di Bologna, interviene su “Le recenti scoperte a Persepoli”. Alle 21.30, al via le proiezioni: “Le acque segrete di Palermo” di Stefania Casini (Italia, 52’). Palermo cela nelle sue viscere un affascinante segreto: i qanat. Canali sotterranei scavati dall’uomo che raccolgono acque sorgive: le acque segrete di Palermo. Un sorprendente incrocio di culture aveva fatto di Palermo la capitale del Mediterraneo, dove l’acqua era la grande ricchezza di cui restano le tracce visibili nelle architetture, nella toponomastica, nella organizzazione urbanistica e nelle tecniche di ripartizione e gestione. Il documentario svela fra storia, scienza e leggenda le vie segrete dell’acqua. “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Agnès Molia et Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani vi è la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani, che ci hanno lasciato un capolavoro di architettura, Persepoli. Finora si pensava che il sito fosse limitato alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli, quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne.

Il film “Roma Outside Rome” di Alessandro Furlan, Pietro Galifi, Stefano Moretti

L’archeologa Federica Guidi

Mercoledì 8 agosto 2018, seconda giornata, apre la conversazione con Federica Guidi, archeologa del museo civico Archeologico di Bologna su “Lo sviluppo delle città romane”. Alle 21.30, le proiezioni: “Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil / Marly, il castello scomparso del Re Sole” di Laurent Marmol e Fèdèric Lossignol (Francia, 52’). Nel maggio 2015 nuovi scavi archeologici condotti da Annick Heitzmann e Bruno Bentz nella tenuta di Marly, vicino a Versailles, mirano a individuare, all’interno dei resti delle stanze al piano terra e degli interrati, tracce della vita e della storia di questa meraviglia architettonica. Qui Luigi XIV passava il tempo con famiglia e amici, lontano dagli sfarzi di Versailles. Un’occasione unica per scoprire la storia di una residenza reale dall’architettura unica e ricostruire la vita privata del Re Sole. “Roma Outside Rome” di Alessandro Furlan, Pietro Galifi, Stefano Moretti (Italia, 20’). Cinque importanti siti archeologici romani in Italia, al di fuori delle Mura Aureliane, ricostruiti in computer grafica 3D: Mutina (Modena) romana, Ostia antica e il Porto di Traiano, la Basilica Costantiniana di Aquileia, la Domus di Colombarone nel Parco Regionale Naturale del Monte San Bartolo (Pesaro), il Foro di Brixia (Brescia).

Il film “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè

Il prof. Maurizio Cattani

Giovedì 9 agosto 2018, serata finale aperta dalla conversazione con Maurizio Cattani, professore di Preistoria e protostoria all’università di Bologna, su “Le ultime scoperte in area romagnola”. Alle 21.30, le proiezioni. “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè (Francia, 54’). A Luxor, i colossi di Memnone, sulla riva sinistra del Nilo, segnavano l’ingresso di quello che era il più grande tempio mai costruito da un faraone: quello di Amenophis III. Dall’inizio degli anni 2000, un team internazionale guidato da Hourig Sourouzian, un egittologo specializzato in sculture faraoniche, ridona vita a questo tempio di cui ben poche vestigia erano visibili oltre ai due colossi di Memnone. “El Reino de la Sal. 7000 Años de Hallstatt / Il regno del sale. 7000 anni di Hallstatt” di Domingo Rodes (Spagna, 23’). Hallstatt è un piccolo villaggio situato sulle sponde dell’Hallstatter See, nel cuore delle Alpi austriache. Da tempi immemori, la sua esistenza è legata allo sfruttamento, continuato nei secoli, delle miniere di sale scavate in queste montagne. In ogni caso è stata la sua importanza per la preistoria europea a portare fama e notorietà mondiale ad Hallstatt e a far sì che meritasse di essere dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997. Alla fine della proiezione si assegna il Premio “Olivo Fioravanti” al film più gradito al pubblico.

Il nuovo museo Archeologico romano (Mar Positano) è una realtà: aperta al pubblico la villa Romana del I sec. a.C. con gli straordinari affreschi del triclinium scoperti a 11 metri di profondità sotto la chiesa di Positano (Sa). Gli esperti spiegano la storia della villa dallo scavo all’allestimento

Con l’apertura della villa romana di Positano nasce il Mar Positano, il Museo Archeologico Romano di Positano

Il sindaco di Positano, Michele De Lucia, con la soprintendente Francesca Casule e Michele Faiella della soprintendenza

Il gran giorno per Positano è arrivato. Da oggi, 1° agosto 2018, dopo il breve periodo di visite dedicato ai soli residenti, apre al grande pubblico il Mar Positano, il museo Archeologico romano di Positano (Sa) con la Villa Romana a 11 metri di profondità sotto la chiesa di Positano. Ipogeo e museo con installazioni multimediali sono visitabili tutti i giorni dal lunedì alla domenica (orario 9–21) con ticket a 15 euro. Dopo due importanti campagne di scavo (2003/2006; 2015/2016) il sito, di cui si conoscono le origini sin dal 1758, può mostrare i suoi tesori. I dettagli del restauro e della conseguente valorizzazione e fruizione del sito sono stati illustrati, nei giorni scorsi, in un incontro a Palazzo “Ruggi D’Aragona” sede della soprintendenza Archeologia Beni artistici e Paesaggio di Salerno. All’incontro, coordinato da Michele Faiella, funzionario per la Promozione e Comunicazione – responsabile dell’ufficio Stampa della soprintendenza, hanno partecipato: Francesca Casule, soprintendente ABAP di Salerno e Avellino; Michele De Lucia, sindaco di Positano; Silvia Pacifico, funzionario archeologo; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori; Walter Tuccino, restauratore Mibac. “La Villa Romana”, sottolinea il sindaco di Positano, Michele De Lucia, “è la prova tangibile che Positano è realmente, da sempre, luogo privilegiato d’otium, ristoro non solo per il corpo, ma, soprattutto, per la mente. Essa è sinonimo della grandezza di Positano. Quella grandezza che è stata da sempre intesa come semplice bellezza naturale, ma che da oggi si veste di una profonda e inestimabile importanza culturale”. E la soprintendente Francesca Casule: “Adesso che i luoghi sono pronti per consentirne al meglio la fruizione, occorrerà operare in stretta sinergia con le autorità ecclesiastiche e il Comune di Positano, che tanto si è adoperato per il recupero, per garantire la sostenibilità di una gestione che non potrà prescindere da un attento e regolare monitoraggio del sito, per conservarne intatto nel tempo – salvaguardandone la consistenza materica – l’eccezionale incanto”.

Il triclinium della villa romana all’inizio degli scavi archeologici

Dallo scavo al Mar Positano. “Resta intatta in me l’emozione della prima visita effettuata al cantiere della Villa, quando ancora era necessario scendere per molti metri con una scala a pioli ed erano in corso gli ultimi interventi di restauro su pareti dipinte in uno straordinario stato di conservazione”: comincia così l’intervento della soprintendente Casule. “Oggi il rigoroso e al tempo stesso suggestivo allestimento del sito è completo, gli ambienti decorati si raggiungono con una comoda scala trasparente che lascia immaginare parte della situazione precedente allo scavo, e nel percorso di visita sono comprese le cripte medievali e le vetrine con gli oggetti rinvenuti nell’area. Molti elementi – dallo slittamento della parete testimoniato dall’affresco, al calco in fango del portone ligneo sventrato, ai manufatti in metallo fusi dal calore e dalla pressione – contribuiscono a rendere vivo il senso della violenza distruttiva dell’evento, e non dubito che lasceranno un ricordo indelebile sui visitatori. Apparati didattici multimediali consentono inoltre di apprezzare i dettagli delle pitture parietali, che presentano una straordinaria ricchezza di temi e una non comune articolazione di superfici e materiali, ivi compresi cornicioni ed elementi decorativi sovrapposti in stucco”. E Silvia Pacifico, archeologa della soprintendenza di Salerno e Avellino: “L’apertura al pubblico del MAR-Museo Archeologico Romano di Positano è il risultato della realizzazione di un progetto di straordinaria qualità che coniuga finalità di conservazione a risvolti di conoscenza, che ha visto la collaborazione tra istituzioni (Soprintendenza, Comune, Curia Vescovile) nel porre al centro il recupero di una vera e propria gemma del passato, unica nel suo genere, per riportare in primo piano il ruolo dei beni culturali nel nostro territorio e indicare nuove strade per il loro fattivo recupero e la loro valorizzazione. Benché sia stato scavato solo un settore della villa residenziale romana, scoperta sotto l’oratorio della chiesa di S. Maria Assunta, la straordinaria rilevanza scientifica del suo triclinium, con la pavimentazione musiva e le pitture parietali di IV stile pompeiano, ha consentito, attraverso l’elaborazione di un importante intervento di restauro e di allestimento in funzione museologica curato dalla soprintendenza ABAP di Salerno, di rendere fruibile al grande pubblico uno dei più suggestivi spazi archeologici ipogei di età romana rinvenuti negli ultimi anni in Italia meridionale”. E conclude: “Nel sottolineare l’integrità del sito archeologico, nelle sue connessioni con la cripta dotata degli antichi colatoi in muratura, le teche contenenti i reperti archeologici recuperati durante lo scavo, la chiesa sovrastante, andrà naturalmente considerata la relazione tra diverse funzioni ipotizzate per la gestione del contenitore culturale e le attività di culto. Così facendo sarà possibile valorizzare al meglio gli spazi ipogei in funzione museale, con le loro caratteristiche spaziali e architettoniche, impostando strategie che ne amplifichino le possibilità di relazione storico culturale e di socialità”.

La chiesa di Santa Maria Assunta di Positano: 11 metri al di sotto c’è il Mar Positano

Dettaglio degli affreschi del IV stile pompeiano rinvenuti nella villa romana di Positano

La villa romana di Positano. A illustrare il monumento trovato sotto la chiesa di Santa Maria Assunta ci viene in aiuto Maria Antonietta Iannelli, archeologa della soprintendenza. “Alla fine del I sec. a.C. – spiega – anche il vallone che oggi ospita Positano, con la sua spiaggia, con le acclivi pareti calcaree e il microclima particolarmente salubre, diventa sede di una sfarzosa villa d’ozio. L’élite romana già da tempo aveva scelto le coste del golfo di Napoli e della penisola sorrentina per edificarvi lussuose residenze ove trascorrere il tempo libero tra giardini e ricchi ambienti affrescati con spettacolari vedute sul paesaggio costiero”. L’esistenza della villa era nota già da tempo. Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, descrive nel 1758 strutture con affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò di aver individuato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell’imperatore Claudio, da cui deriverebbe lo stesso nome di Positano. “Intorno alla metà del I sec. d.C., la villa era in corso di restauro per i danni prodotti dal sisma del 62 e per un probabile passaggio di proprietà intervenuto nel frattempo. Il terremoto divenne occasione per riproporre una nuova e ricca veste agli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso triclinium venuto alla luce nella cripta. Sulle pareti, ricoperte con motivi del quarto stile pompeiano, sono visibili architetture a più piani. Nella parte superiore la scenografia architettonica è parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco. Di grande effetto è lo scorcio di un palazzo con porta socchiusa e loggiato con elegante balcone. La zona mediana è decorata da pannelli a sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande. Una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille; quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli, arricchivano l’insieme. Un paesaggio non dissimile si doveva godeva da questa sala triclinare aperta sulla baia di Positano”.

Restauratori al lavoro sugli affreschi della villa romana di Positano

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La lussuosa residenza fu danneggiata in modo irreversibile dall’eruzione vesuviana che distrusse Pompei. “La colonna eruttiva – riprende Iannelli – si innalzò nell’atmosfera per oltre venti chilometri, superando l’alta dorsale dei monti Lattari e ricadendo verso sud. Le forti piogge, che sempre si associano alle eruzioni, attivarono valanghe di fango che si ingrossarono verso il fondovalle e si consolidarono rapidamente. I tetti spioventi favorirono lo scivolamento delle pomici verso l’esterno, solo piccoli quantitativi entrarono da porte e finestre. Poco dopo valanghe di fango raggiunsero la villa con una velocità rilevante, riempiendone gli ambienti e facendo crollare, sotto l’enorme spinta, tetti e solai. Le colonne in stucco del portico furono abbattute e trascinate all’interno del triclinio, mentre contro la parete nord si accumulava il materiale ligneo del soffitto, dei tramezzi e delle stesse impalcature dei restauri in corso. Questo accumulo ha protetto i resti di un armadio che conservava il vasellame bronzeo. La parte mediana della parete Est subì uno spostamento di circa quaranta centimetri verso valle, testimoniato da un’ampia frattura, la prova più spettacolare della violenza dell’evento”.

Dettaglio dei preziosi affreschi del triclinium della villa romana di Positano

I dipinti della villa romana del I sec. d.C. L’affresco ritrovato a Positano rientra nel cosiddetto Quarto Stile, che si sviluppa intorno alla metà del I sec. d.C., originato probabilmente dalle novità artistiche introdotte nella sfarzosa dimora dall’imperatore Nerone nel cuore di Roma. “Questo nuovo stile”, spiega l’archeologa Luciana Jacobelli, “dilaga presto in tutto l’impero romano e perdura almeno fino al 79 d.C., anno dell’eruzione del Vesuvio che, distruggendo le città vesuviane, pone fine alla possibilità di classificare ulteriori evoluzioni stilistiche della pittura romana. Caratteristica del Quarto Stile è la tripartizione della parete in zoccolo (parte bassa), zona mediana e zona superiore. La zona mediana presenta un’alternanza di larghi pannelli e di scorci architettonici, nei quali emerge il gusto per le prospettive articolate. Nel pannello centrale si trova sempre un quadro mitologico, mentre in quelli laterali la decorazione può spaziare tra quadretti con paesaggi, figure volanti, amorini, medaglioni ritratto. La zona superiore è decorata con edicole prospettiche, elementi floreali e fantastici. Altro filone compositivo del Quarto Stile, è quello delle scaenae frontes che imita le scenografie teatrali e di cui abbiamo testimonianza proprio nella zona superiore dell’affresco di Positano. La tecnica con cui veniva realizzata la pittura parietale è detta ad “affresco”, perché si dipingeva sull’intonaco ancora umido (fresco). Ciò faceva sì che i colori si amalgamassero con gli strati preparatori di calce e polvere di marmo formando uno strato compatto e capace di mantenere i colori lucidi e resistenti nel tempo”. I decoratori – ricorda Jacobelli – iniziavano a lavorare dalla parte alta della parete e applicavano l’intonaco non sull’intera superficie, ma solo sulla zona che potevano finire nell’arco di una giornata. I quadri centrali e le vignette laterali venivano realizzati per ultimi. Si lasciava uno spazio libero nel quale i pittori più qualificati (pictores imaginarii) potevano eseguire i quadri – quasi sempre a carattere mitologico – grazie all’aiuto di cartoni. Le cornici, dal motivo ripetitivo, erano realizzate con l’uso di stampi. La maggior parte dei colori antichi era di origine minerale: i gialli, i rossi, i bruni, alcuni verdi, erano ottenuti per decantazione – e talvolta per calcinazione – di terre naturali. Altri erano di origine vegetale, come il rosa e il nero, ottenuto spesso dal nerofumo. Particolarmente costoso era il blu, conosciuto anche con il nome di blu egizio ottenuto prevalentemente dal riscaldamento di una miscela composta da silicato di rame, calcite e carbonato di sodio come fondente.

Reperti bronzei rinvenuti durante lo scavo della villa romana e ora esposti nel Mar Positano

I reperti ritrovati nella villa romana. “Tutti i recipienti in bronzo rinvenuti a Positano appartengono alle fogge domestiche in bronzo famose nel mondo grazie ai rinvenimenti di Pompei”, interviene l’esperta Laura Del Verme. “I vasi rinvenuti non presentano particolari decorazioni anche se si distinguono per le linee eleganti e per le proporzioni ben calibrate. Ma lo scavo della nostra sfarzosa villa è ancora parziale, non è quindi da escludere che con il prosieguo della ricerca si possano recuperare altri e più esaurienti dati sugli oggetti che accompagnavano i lussuosi inviti a cena del ricco signore di Positano. In special modo per quanto riguarda il vasellame metallico, numeroso è quello per preparare, cuocere e riporre i cibi, ma spicca in questo contesto, per la sua assenza, il nutrito e variegato campionario di stoviglie utilizzate per servire e consumare le pietanze. Oggetti pregevoli da portata e da banchetto che pure dovevano appartenere al corredo di una dimora altamente rappresentativa come questa, resa addirittura eccezionale dalla qualità delle decorazioni ostentate”.

Il percorso aereo in vetro e acciaio creato per i visitatori del Mar Positano

Mar Positano: allestimento espositivo e comunicazione multimediale. “L’allestimento è il risultato dei ripetuti confronti avuti con i vari attori di questo scavo”, ricorda il prof. Ernani Paterra. “L’intento è stato quello di raccontare, all’interno del percorso espositivo, una piccola parte di questa complessità, in parte attraverso l’utilizzo di sistemi multimediali (ipertesti e timeline) in parte conservando nell’allestimento la stessa complessità dei rinvenimenti dei reperti e il successivo restauro. La difficoltà maggiore è stata quella di immaginare i reperti, così come si presentavano al loro rinvenimento, scollate dal loro contesto e confinate all’interno di vetrine. Da qui la ricerca di un allestimento che tenesse conto della frammentazione dei ritrovamenti e quindi concepito attraverso una serie di installazioni in grado di suggerire il divenire degli oggetti, della loro funzione d’uso ma soprattutto l’esaltazione, pur nella ovvia decontestualizzazione, della meraviglia della scoperta”.