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“Un gioco da perderci la testa”: al Mann l’archeologo Davide Domenici racconta il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica a margine della grande mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

Statuetta di un giocatore di palla esposta a Napoli nella mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

L’archeologo Davide Domenici

Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio. Questa fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato da gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane. Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma: per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici. Fu l’artista tedesco Christoph Weiditz a immortalare la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. Con l’incontro dal titolo “Un gioco da perderci la testa. Il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica”, giovedì 29 giugno 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli, nell’ambito degli approfondimenti dedicati all’importante esposizione “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” inaugurata il 16 giugno scorso e visitabile fino al 30 ottobre prossimo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/13/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-il-mondo-che-non-cera-con-i-capolavori-della-collezione-ligabue-dedicata-alle-tante-e-diverse-civilta-precolombiane/), sarà l’archeologo Davide Domenici a ripercorrere la straordinaria storia di questa meravigliosa scoperta che ha conquistato tutti. Ricercatore al dipartimento di Storia culture civiltà dell’università di Bologna, dove imparte corsi relativi all’archeologia e all’antropologia delle civiltà indigene d’America, Davide Domenici ha svolto ricerche archeologiche a Nasca (Perù), Isola di Pasqua (Cile) e Teotihuacan (Messico). Tra il 1998 e il 2010 ha diretto il progetto archeologico Rio La Venta (Chiapas, Messico) e attualmente dirige un progetto di ricerca archeologica a Cahokia (Illinois, Usa). Membro del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue e della mostra “Il mondo che non c’era”, sull’ultimo numero della rivista semestrale “Ligabue Magazine” (n. 70, giugno 2017), Davide Domenici approfondisce il tema del gioco della palla nelle civiltà precolombiane offrendo una serie d’interessanti informazioni che mostrano come gli europei siano debitori nei confronti di Maya e Aztechi e in genere delle culture precolombiane dell’ “invenzione” del pallone di gomma.

Un atleta abbigliato per il gioco della palla su un vaso in mostra al Mann di Napoli

“Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù”, spiega Domenici, “sono state rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri e largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione signorile della Mesoamerica. Nel corso dei secoli, la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.

Un atleta impegnato nel gioco della palla rappresentato su un vaso Maya

Un’ascia, parte dell’abbigliamento del giocatore di palla, esposta al Mann nella mostra di Ligabue

Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o graffite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione. Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica, anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici. “Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco”, scrive Domenici, “i cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi ad essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.

Il pesante giogo, in mostra a Napoli, riproduce la cintura usata dagli atleti nel gioco della palla

Una delle vetrine della mostra “Il mondo che non c’era” al Mann di Napoli con gli oggetti sul gioco della palla

In mostra a Napoli oltre a statuette in argilla e interessanti raffigurazioni vascolari di atleti, ben documentata è anche la tenuta da cerimonia dei giocatori. Certi elementi erano concepiti come oggetti isolati, essenzialmente in pietra e in argilla. I pezzi più famosi sono il giogo, l’ascia e la palma che designano le parti della panoplia del giocatore. I gioghi sono rappresentazioni in pietra delle cinture in cuoio utilizzate dai giocatori e portate all’altezza delle anche per proteggersi contro gli impatti brutali della palla di caucciù duro. Anche se ne esistono di semplici, sono molto spesso scolpiti con motivi in rilievo relativi alla fertilità, come il rospo, o il giaguaro simbolo della pioggia e della fertilità. I gioghi di pietra pesano tra i 20 e i 30 chili e dunque non erano mai portati nelle partite ma è probabile che durante le cerimonie un giocatore importante li portasse.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Il mondo che non c’era” con i capolavori della collezione Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane, dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. Il confronto tra culture e mondi diversi rientra nel progetto “Classico/anticlassico” voluto dal direttore Paolo Giulierini

La mostra”Il mondo che non c’era” della collezione Ligabue apre al Mann di Napoli

Dopo Firenze e Rovereto, l’arte precolombiana della collezione Ligabue sbarca a Napoli. Il 16 giugno 2017 apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra che ci fa conoscere “Il mondo che non c’era”, straordinaria esposizione (si potrà visitare fino al 30 ottobre 2017) promossa dalla fondazione Giancarlo Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nel continente americano prima dell’incontro con gli europei. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé: un’apertura al confronto tra mondi e culture diverse che ben si colloca nel filone programmatico di eventi “Classico /Anticlassico” inserito nel piano strategico del Mann dal già direttore Paolo Giulierini. I capolavori della Collezione Ligabue ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, alle quali ci legano alcune passioni: dal gioco del “pallone” al pomodoro. “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”. Così scrive nel 1520 Albrecht Dürer di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles da quel continente lontano, sconosciuto fino a pochi decenni prima.

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Tra la fine del XV e gli albori del XVI secolo l’Europa viene scossa da una scoperta epocale: le “Indie”, “Il mondo che non c’era”. Un fatto che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente; l’incontro di un nuovo continente e, secondo l’antropologo Claude LéviStrauss, l’evento forse più importante nella storia dell’umanità. Fu il grande esploratore Amerigo Vespucci a comprendere per primo che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”, un nuovo continente che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, “America”. Si tratta di culture che in molta parte devono ancora essere studiate e comprese: annientante, annichilite e ignorate per lunghi anni dopo la scoperta di quelle terre, da parte dei Conquistadores ammaliati solo dalle ricchezze materiali, responsabili di stragi e razzie.

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era”

Ora un corpus di capolavori straordinari – dalle rarissime maschere in pietra di Teotihuacan ai vasi Maya d’epoca classica, dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono Frida Kahlo e gli artisti surrealisti, alle Veneri ecuadoriane di Valdivia, dalle sculture azteche a straordinari oggetti in oro – sarà esposto al pubblico per la prima volta grazie a questo progetto.  Tutto questo è contenuto in una delle collezioni più complete e importanti in quest’ambito in Italia: la Collezione Ligabue. A poco più due anni dalla scomparsa di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – imprenditore ma anche paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista – questa esposizione vuole infatti essere anche un omaggio alla sua figura da parte del figlio Inti Ligabue che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha anche dato vita negli anni, con acquisti mirati, a un’importante collezione d’oggetti d’arte, espressione di moltissime culture.

Capolavori precolombiani nella mostra “Il mondo che non c’era”

Una parte di questa collezione è il cuore della mostra che giunge a Napoli, curata da Jacques Blazy specialista delle arti pre-ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud, e che vanta tra i membri del comitato scientifico anche André Delpuech, Direttore del Musée de l’Homme-Muséum d’Histoire Nationale Naturelle di Parigi e già responsabile delle Collezioni delle Americhe al Musée du quai Branly, e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig anche membri del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue.

A Rovereto la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”: percorso più ricco e articolato rispetto a Firenze. A corollario proiezione di film a tema e degustazione della C-Sana, tisana elaborata dai botanici del museo Civico di Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra "Il mondo che non c'era" a Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era” a Rovereto

per vedere il video clicca qui: http://www.ilmondochenoncera.it/rovereto/video/

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

I vasi antropomorfi, le maschere, i pendagli vengono rimossi dalle vetrine, poggiati con cura sui tavoli di lavoro, impacchettati e riposti con grande attenzione nelle casse per la spedizione. Lui, Inti Ligabue, li segue con lo sguardo, quasi li accarezza amorevolmente, e li accompagna con un sospiro – come un genitore quando si stacca dai suoi figli -, mentre vengono caricati sui barconi per lasciare Palazzo Ligabue, sul Canal Grande a Venezia, con destinazione Rovereto, Palazzo Alberti Poja. È lì che poi li vediamo “rinascere” in un nuovo allestimento per la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”, aperta fino al 6 gennaio 2017. Il video-promo, ritmato da una musica andina particolarmente coinvolgente, proiettato senza soluzione di continuità per tutta la durata della XXVII rassegna internazionale del documentario archeologico di Rovereto, accoglie ora i visitatori della mostra “Il mondo che non c’era”: vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 opere d’arte della Collezione Ligabue. E bastano queste poche immagini per capire come la mostra non sia solo uno straordinario viaggio nelle civiltà precolombiane, ma anche un modo per conoscere “da dentro”, a due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), la figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. E tutto questo grazie alla sensibilità del figlio Inti Ligabue che ha aperto le porte di casa mostrando i tesori di famiglia. Proprio la fondazione Giancarlo Ligabue creata da Inti continua l’impegno di famiglia nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni (con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali di diversi Paesi) Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Il suggestivo allestimento della mostra "Il mondo che non c'era" a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Il suggestivo allestimento della mostra “Il mondo che non c’era” a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Dopo il grande successo ottenuto a Firenze al museo Archeologico nazionale giunge dunque alla Fondazione Museo Civico di Rovereto nelle eleganti sale di Palazzo Alberti Poja, la mostra “Il mondo che non c’era” straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra. Un corpus di capolavori – esposti al pubblico in gran parte per la prima volta grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. La mostra racconta poi le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/09/30/il-mondo-che-non-cera-dopo-firenze-arriva-a-rovereto-la-grande-mostra-sulle-culture-precolombiane-con-i-preziosi-reperti-della-collezione-ligabue-un-meraviglioso-viaggio-t/). E se un appassionato di civiltà precolombiane avesse già visto la mostra a Firenze, non rinunci a una gita a Rovereto, perché questa seconda tappa si presenta più ricca di informazioni  e meglio articolata negli spazi, col risultato che non solo è più accattivante e coinvolgente, ma addirittura sembra “un’altra” mostra. Il percorso dell’esposizione a Rovereto si snoda nelle varie stanze di Palazzo Alberti Poja per aree geografiche: dal Messico al Perù. Ciò permette di apprezzare non solo l’evoluzione delle espressioni artistiche nel medesimo territorio, ma anche il susseguirsi o il sovrapporsi delle diverse civiltà. E per facilitare la “lettura” dei tesori esposti in vetrina ecco ampi pannelli-poster in corrispondenza degli oggetti fissati sulle pareti movimentate con gigantografie delle architetture di quel periodo, di quella civiltà, di quel luogo. Il visitatore può così decidere se approfondire la conoscenza dei singoli oggetti senza disturbare chi si approccia alle vetrine.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

La fondazione Museo Civico di Rovereto, in concomitanza con la mostra “Il mondo che non c’era”, ha organizzato proiezioni a tema il sabato e visite guidate la domenica. Ecco gli appuntamenti di dicembre. Alle 16, proiezione di un film della cineteca della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, compresa nel biglietto di ingresso alla mostra. Sabato 3 dicembre, “Una fanciulla sacerdotessa a Cahuachi” di Minoru Nakamura, Giappone, 53′; sabato 10 dicembre, “Naachtun, la citta maya dimenticata” di Stéphane Bégoin, Francia, 90′; sabato 17 dicembre, “Chavìn de Huantar. Il teatro dell’Aldilà” di Jose Manuel Novoa, Spagna, 52′. Visite guidate per il pubblico: tutte le domeniche di dicembre (escluso Natale) alle 16. Laboratorio creativo a tema per bambini: nel mese di dicembre tutte le domeniche (escluso Natale) alle 16, su prenotazione. Attività comprese nel costo del biglietto di ingresso. Visite guidate per i gruppi: su prenotazione, con degustazione guidata ‘Sulle rotte del cioccolato’ a cura della Enocioccoteca Exquisita di Rovereto. Costo: 5 euro a persona. E poi c’è un “Un sorso di conoscenza”: ai mercatini del Natale dei Popoli in piazza Battisti a Rovereto c’è uno stand dove si può degustare la C-Sana, la tisana del museo Civico, avere promozioni per l’ingresso alla mostra “Il mondo che non c’era”. Con una formulazione studiata dai botanici della fondazione Museo Civico di Rovereto in team con Aboca e le farmacie comunali di Rovereto, la tisana del Civico nasce per far conoscere la ricerca botanica del museo che da sempre studia, archivia e diffonde i dati sulla Flora del Trentino.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

A Rovereto la XXVII rassegna internazionale del cinema archeologico: in cinque giorni più di 50 film da 14 Paesi, conversazioni e incontri con i protagonisti della ricerca archeologica. Le anticipazioni del direttore Dario Di Blasi

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Più di cinquanta film in cinque giorni nella sezione principale all’auditorium Melotti, con tre conversazioni, una tavola rotonda e un laboratorio didattico; e altri tre film con altrettante conversazioni nella sezione “Arte, culto e spiritualità” nella sala conferenze del Mart: ecco in cifre la 27. Rassegna internazionale del cinema archeologico in programma a Rovereto (Trento) promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, diretta, ideata e curata da Dadio Di Blasi. “Per molti anni”, scrive Di Blasi nella presentazione della Rassegna, “ho cercato filmati, preparato programmi cinematografici e coinvolto archeologi e uomini di cultura con l’intenzione di far conoscere e interagire tra loro culture e civiltà diverse, anche discordi tra loro, di luoghi ed epoche differenti, convinto di portare un sia pur piccolo contributo alla conoscenza e quindi alla tolleranza. In ventisette anni e altrettante edizioni della Rassegna ho visto con orrore ogni sorta di guerre, crudeltà e sopraffazioni, la guerra nei Balcani, la strage delle torri gemelle, un Medio oriente sempre in fiamme, eccidi di ogni tipo in Africa, migrazioni epocali a causa d’infiniti conflitti, non ultima l’anno scorso l’uccisione di Khaled al-Asaad a Palmira. Anche se malferma la speranza di contribuire alla conoscenza, alla tolleranza e alla pace non è mai morta comunque”. E continua: “Nella proposta di questa XXVII edizione lo spirito e le intenzioni sono e rimangono quelle originali. Il palinsesto cinematografico spazia nelle culture e civiltà di tutti i continenti, così come gli approfondimenti che coinvolgono l’America precolombiana, Pompei, l’Africa dei primi uomini, l’Egitto, l’arte parietale con le prime forme di spiritualità, il mito del mondo classico, ma soprattutto la domanda se i musei al giorno d’oggi abbiano ancora un ruolo e una funzione nella formazione e nella cultura, pur senza indulgere nella significativa ironia di chi disse, a proposito di musei, che Il sonno della ragione genera mostre”.

Un fotogramma del film "Impronta amerinda", una produzione francese

Un fotogramma del film “Impronta amerinda”, una produzione francese

La proposta di questa edizione – riassume Di Blasi – è, come sempre e soprattutto, una proposta cinematografica con film provenienti da 14 paesi ma che documentano epoche e territori diversissimi, la preistoria: Quand homo sapiens faisait son cinema (Francia), venerdì 7, al mattino; Dawn of humanity (Usa), sabato 8, al mattino; la Francia del Re sole: Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil (Francia), mercoledì 5, al pomeriggio; mille anni di cultura islamica in Iran: Die Freitagsmoschee von Isfahan (Iran), venerdì 7, al pomeriggio; l’impero Khmer in Cambogia: Aux sources d’Angkor (Francia), mercoledì 5, alla sera; l’epopea vichinga con la scoperta dell’Islanda: Wiking Women-Sigrun’s wrath and discovery of Iceland (Germania), venerdì 7, alla sera; il popolamento delle Antille: Empreinte amerindienne (Francia), giovedì 6, al pomeriggio; il favoloso Perù: Chavin de Huantar. El teatro del Màs Allà (Spagna), giovedì 6, al pomeriggio; la sempre misteriosa Etruria: I confini del mar Tirreno e Adriatico diviso tra etruschi, fenici e focesi (Italia), venerdì 7, al pomeriggio; Sulle note del mistero. La musica perduta degli Etruschi (Italia), venerdì 7, alla sera; e il racconto “del mio eroe dell’infanzia”, Annibale: Tras la huella de Anibal (Spagna), venerdì 7, al pomeriggio.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Anche nella XXVII Rassegna ci sono alcuni approfondimenti con protagonisti della ricerca: in tre mattine nella sala conferenze del Mart -Museo d’arte moderna e contemporanea per la sezione “Arte, Culto e Spiritualità”: Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze, il 5 ottobre propone “L’origine dell’arte. Documenti e problemi d’interpretazione “; Silvia Romani, docente di Mitologia classica e lingua greca all’università di Torino, il 6 ottobre “La terra di mezzo. Raccontare storie per comprendere il mondo“, e quindi Francesco Tiradritti, egittologo, docente all’università di Enna, il 7 ottobre “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII sec a.C.“. In alcuni pomeriggi e mattine, al contrario nell’auditorium Melotti del polo museale, Giuseppe Orefici, archeologo, responsabile della missione a Nazca, giovedì 6, al pomeriggio, racconta “Centri cerimoniali e geoglifi a Cahuachi- Nazca”; Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, venerdì 7, al pomeriggio, “Nuove scoperte nei santuari pompeiani”; e Damiano Marchi, antropologo, docente all’università di Pisa, sabato 8, al mattino, “Homo naledi. Nuovi fossili scoperti in Sudafrica: è questa la zona d’origine del genere Homo?“. “A conclusione di queste giornate”, annuncia Di Blasi, “sabato 8, al pomeriggio, abbiamo voluto inserire anche una sorta di tavola rotonda dibattito per capire se il ruolo dei musei nella formazione di cultura sia ancora attuale. La proposta di dibattito con Cinzia Dal Maso, giornalista e blogger, e Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, quali moderatori è “Agitare prima dell’uso. Nuovi orizzonti del Museo”. Partecipano Daniele Jallà, presidente Icom Italia; Anna Maria Visser, università di Ferrara; Carmelo Malacrino, direttore museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Valentino Nizzo, direzione generale musei del MIBACT; Franco Marzatico, soprintendente ai Beni Culturali di Trento”. La rassegna chiude sabato 8 alla sera al teatro Zandonai di Rovereto con la cerimonia di premiazione e la proiezione del film più gradito dal pubblico con il premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva”.

“Il mondo che non c’era”: incontro a Venezia sull’arte precolombiana esposta a Firenze dal Centro studi ricerche Ligabue

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d'oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra "Il mondo che non c'era"

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo raccontati da oltre 230 opere d’arte. Ecco la grande mostra “Il mondo che non c’era”, promossa dal Centro studi ricerche Ligabue fino al 6 marzo 2016 al museo archeologico nazionale di Firenze (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/). Capolavori mai visti della collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, dal Messico alle Ande. Chi non ha ancora avuto l’occasione di ammirare gli eccezionali pezzi della mostra fiorentina o vuole approfondire le tematiche delle civiltà del Nuovo mondo, può approfittare dell’incontro “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” lunedì 14 dicembre 2015 alle 17 all’istituto veneto di Scienze, lettere e Arti in Palazzo Cavalli-Franchetti (San Marco, 2842) a Venezia. Due gli ospiti di eccezione che saranno moderati da Adriano Favaro, direttore del Ligabue Magazine e curatore della mostra “Il mondo che non c’era”: André Delpuech, curatore capo del Patrimonio, responsabile delle collezioni americane del Musée du quai Branly e uno dei curatori della mostra fiorentina; e Davide Domenici del dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, esperto di archeologia americana.

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

“Con la mostra di Firenze e con il catalogo che l’accompagna”, racconta Inti Ligabue, presidente del Centro Studi Ligabue nell’introduzione al catalogo, “ho cercato di raccontare le storie delle culture di un altro continente che ci hanno affiancato per millenni senza farsi conoscere. Lo stesso continente al quale devo la metà delle mie radici. Mia madre, Sylvia, originaria delle vallate di Tiahuanaco della Bolivia, si è sempre adoperata affinché mantenessi in me vive origini ed orgoglio, a cominciare dal mio nome, Inti. Ho appreso invece da mio padre Giancarlo – scomparso all’inizio del 2015 (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/) – appassionato e curioso collezionista per decenni prima di me, l’importanza di raccogliere le testimonianze di questi popoli rimasti senza voce e dei quali si diventa conservatori di messaggi, poeti narranti. La convivenza con la sua costante ed appassionata ricerca di ritornare indietro all’archetipo mi ha contagiato antropologicamente. A lui si devono gran parte delle opere esposte a Firenze. In queste decine di capolavori dell’arte precolombiana si sono concentrati i segni dei villaggi centroamericani, delle aree olmeche, della grande testimonianza della città di Teotihuacan, delle meraviglie mixteche, azteche, maya. Vi sono trattenute le voci – che ora parlano – degli abili artigiani di Valdivia, Chorrera o Tairona. Per arrivare alle impressionanti testimonianze dei grandi imperi andini: chavin, vicus, nazca, moche, chimù e infine inca. Queste Arti Nuove – continua  Inti Ligabue – completamente diverse da quelle del vecchio mondo, troppo estranee alla mitologia classica e perciò diverse nell’estetica artistica, esprimono la propria realtà del “mito” e i misteriosi nessi degli elementi naturali con grandi realizzazioni nel campo dell’arte figurativa e non solo”.

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall'Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall’Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

“Gli occidentali, distratti anche dalla loro storia e dalla loro cultura permeate dell’asse tradizionale Oriente-Grecia-Roma”, riprende Inti, “non riescono ad immaginare quasi niente di quei mondi che hanno comunicato con glifi scolpiti, dipinti e cordicelle annodate o che hanno realizzato insuperati capolavori di idraulica, usando le loro energie per dialogare con l’ambiente e l’aldilà. Per cinque secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sudamerica è stato visto solo come un’eredità misurata da quelle tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui galeoni. È giusto ricordare come i Medici a Firenze – mentre gli spagnoli fondevano quelle stupende manifatture per trasformarle in banale oro e argento – raccoglievano nei loro gabinetti oggetto come quelli esposti in questa mostra: atleti, maschere di giada, collane. Solo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, successivamente all’esposizione universale di Parigi, dove anche Van Gogh rimarrà sbalordito dalla forza di queste creazioni, l’arte dell’America antica (o del “mondo che non c’era”) verrà considerata in tutta la sua grandezza. I primi collezionisti europei cominciano a raccogliere opere d’arte precolombiana a partire dagli anni Venti. E i musei li seguono poco dopo”. Nel frattempo, nota il presidente del Centro Ligabue, erano passati cinque secoli per tornare a vedere con gli occhi dell’ambasciatore veneto in Spagna, Francesco Corner, che aveva visto e toccato i doni di Montezuma a Cortes: tessuti, piume d’uccello, mosaici di pietre dure, inventariati con lo scrupolo di un raffinato intenditore rinascimentale.

Aperta la XXVI Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira decapitato dall’Isis. E sabato “instant movie” di Alberto Castellani con il ricordo personale di Asaad in un’intervista del 2004

All'archeologo Khaled Asaad, decapitato dall'Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

All’archeologo Khaled Asaad, decapitato dall’Isis, è dedicata la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico

La XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, dal 6 al 10 ottobre 2015, nel nome di Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira “la cui morte e sacrificio – ricorda Dario Di Blasi, direttore della rassegna – hanno dimostrato che la cultura non può coesistere con la guerra e che al tempo stesso è la premessa necessaria per la pace”. Ma non è tutto. Sabato 10 ottobre, durante la serata delle premiazioni dei film in concorso, ci sarà un omaggio ad Asaad con un “instant movie” del regista veneziano Alberto Castellani, che dieci anni fa aveva avuto l’onore di intervistarlo. Era il 18 agosto 2015 quando Khaled al-Asaad è stato ucciso a Palmira dopo aver difeso fino all’ultimo dalla furia dell’Is il sito archeologico, patrimonio dell’Unesco, decapitato dai jihadisti per non aver rivelato il nascondiglio di alcuni inestimabili reperti romani. E ora una petizione tutta italiana sulla piattaforma Change.org chiede la candidatura postuma al Nobel per la Pace di Khaled Asaad. A lanciare l’appello, sottoscritto finora da oltre 12500 utenti in soli 4 giorni, è Anna Murmura, che nella lettera indirizzata al Comitato per i Nobel e alle Accademie di Archeologia e Cultura classica ha chiesto che “l’anno prossimo in febbraio venga proposta la candidatura al Nobel per la pace alla memoria per Khaled Asaad, l’archeologo di Palmira morto per difendere i nostri beni culturali dalle onde barbariche e la cultura classica a cui dobbiamo molto. Difendere la cultura – conclude – vuol dire difendere la pace, la guerra e l’odio nascono dall’ignoranza. Khaled Asaad è un eroe di cui il mondo ha parlato e parla poco. Onore al grande archeologo e al grande uomo”. La petizione è stata sottoscritta anche da Di Blasi. “Ho firmato l’appello che mi è arrivato dal Perù tramite facebook da Giuseppe Orefici, archeologo italiano in sud-america,  per assegnare il premio Nobel per la pace a Khaled Asaad. I social network possono essere utili”.

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Il poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto dal 6 al 10 ottobre 2015

Brilla sulla XXVI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto la medaglia assegnata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recapitata alla Fondazione Museo Civico di Rovereto alla vigilia della rassegna consacrata quest’anno al dibattito, quanto mai attuale, sul passato e sul presente della culla della civiltà. Il programma cinematografico e di conversazioni della XXVI edizione della Rassegna non si discosta da questo intento e offre un menu ricchissimo di quasi cento film e una decina d’incontri con protagonisti della ricerca archeologica, con la collaborazione preziosa del Centro Studi Ligabue e del Documentary & Experimental Film Center di Tehran che organizza annualmente una delle più importanti manifestazioni di documentari internazionali, ovvero Cinema Veritè. Novità di quest’anno, l’introduzione di una menzione speciale assegnata da un gruppo di Archeoblogger e l’assegnazione del premio speciale Cinem.A.Mo.Re (la Rassegna che promuove Religion Today Filmfestival, Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico e Trento Film Festival). Tra gli appuntamenti in cartellone, Di Blasi ricorda quelli del paesaggio preistorico delle nostre Dolomiti, l’Avventura dei primi uomini in Australia, i misteriosi obelischi in territorio curdo in Turchia, l’eccitante ricerca di un importante personaggio della corte di Hat-shep-sut, primo faraone donna, la ricostruzione della storia della Nike di Samotracia, la principale icona del Louvre parigino, la riscoperta della Verona romana nel suo impianto urbano e la ricostruzione grafica della sua complessa stratificazione archeologica, la storia e anche l’etnografia di tanti siti e luoghi dell’Iran attuale e dell’antica Persia, le splendide immagini di un vero e proprio museo all’aria aperta come quello del territorio del Mustang tibetano, robot sottomarini per scoprire antichi naufragi là dove l’uomo non potrà arrivare, la meravigliosa arte dei tappeti di Bijar e Tabriz, la scoperta dei popoli che abitarono Angkor e che forse ne furono gli artefici, un intrigo nella Bibbia che ci fa sospettare un Gesù sposato, un viaggio nelle varie forme di scrittura nell’antico Egitto, e ancora la provocazione: l’Iliade e l’Odissea possono aver avuto origine nei miti baltici e non in quelli mediterranei? Quanti misteri, quante scoperte e purtroppo quanta barbarie contro l’uomo e le tante sue realizzazioni e culture come in Iraq e in Siria. Quanta leggerezza, dimenticanza e disattenzione verso popoli che stanno per scomparire come i pigmei Babinga o i cavernicoli Tau’t Bato delle Filippine documentati da Giancarlo Ligabue. Partecipiamo quindi per combattere l’ignoranza, l’intolleranza e la barbarie, per la cultura e per la pace in ricordo di Khaled Asaad trucidato a Palmira per difendere l’uomo e la civiltà”.

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

Il tempio romano di Baalshimin a Palmira prima della distruzione

E così arriviamo alla serata finale con il ricordo di Khaled Asaad nelle immagini che Alberto Castellani ha recuperato nei suoi archivi, tra ricordi ed emozioni di quell’incontro e di quella visita speciale di Palmira. “Il mio film – spiega Castellani – è un saluto di addio a un uomo di 82 anni che, presago dello scempio del Califfato Islamico, era riuscito a nascondere negli ultimi mesi in un luogo sicuro centinaia di statue. Prima che gli uomini della morte conquistassero la “sposa del deserto” e ne trucidassero il suo più fedele custode”. L’incontro con Asaad risale al 2004. “Si stavano levando i primi raggi del sole – ricorda il regista veneziano – quando Palmira ci apparve all’improvviso giù a valle in tutta la sua estensione. L’incontro con il professor Asaad era fissato per il primo pomeriggio: quindi avevamo tutto il tempo per ammirarla in quella magica versione di luce”. La visita alle rovine non era vincolata da orari . Il tempio di Baal invece era aperto dalle 8 alle 13 e dalle 16 alle 19 con qualche riduzione in certi periodi dell’anno, in particolare durante il Ramadan. All’interno del museo era vietato fumare e toccare gli oggetti. “Ed è qui che il prof Khaled Asaad è stato ucciso dopo il tramonto con un coltello, davanti alla folla, dopo un mese di prigionia nelle mani degli estremisti dell’Isis”.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell'Isis

La distruzione del tempio di Baal a Palmira da parte dei miliziani dell’Isis

“Il destino di Palmira – ci raccontò il coraggioso direttore del sito Unesco – è quello di proporci testimonianze lungo un periodo di civiltà lungo più di 300 anni. Un autentico faro di civiltà nel contesto del mondo di allora. La sua arte non è però un miscuglio tra occidente ed oriente, una imitazione, per quanto raffinata. L’arte palmirena propone una rielaborazione che introduce ad uno stile assolutamente originale, personale. Un’arte in grado di affermare una identità locale, nel più vasto contesto del mondo orientale. Nell’accommiatarci gli proponemmo alcune immagini da noi girate a Maloula il piccolo villaggio cristiano della Siria che insieme ad altri due paesi vicini, è il luogo in cui viene ancora parlata la lingua aramaica, quella di Gesù. Asaad non ebbe alcuna esitazione. Ci mostrò una lapide e cominciò a leggere ad alta voce. Quel suono antico non lo ho mai dimenticato”. Poi, accomiatandosi, il professore invitò il regista e tutta la troupe a visitare il tempio di Baal, abbastanza vicino. “Ricordo allora di aver goduto, assieme ai miei compagni, di un privilegio inatteso: quello di essere gli unici visitatori. E di provare quasi una ebbrezza nel non condividere con nessuno i propilei, il recinto sacro, il portico, l’ampio cortile interno del tempio. Impossibile allora immaginare – conclude Castellani – che dieci anni più tardi una vampata di fuoco, fumo e polvere avrebbe distrutto quel tempio”.