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Catacombe di Santa Sofia a Canosa di Puglia: a due anni dall’annuncio diventa operativo il passaggio dallo Stato Italiano allo Stato Pontificio dell’importante complesso sepolcrale cristiano del III-VIII secolo, unico in Puglia, premessa per il suo restauro e l’apertura al pubblico

Le catacombe cristiane di Santa Sofia, vicino a Canose, le uniche presenti in Puglia

Le catacombe cristiane di Santa Sofia, vicino a Canose, le uniche presenti in Puglia

L’annuncio dell’allora ministro per i Beni culturali Massimo Bray era stato bene augurante: le Catacombe di Santa Sofia a Canosa di Puglia riapriranno al pubblico grazie all’accordo firmato tra lo Stato Italiano (con il ministro Bray) e lo Stato del Vaticano (con Fabrizio Bisconti, membro della Pontificia commissione e soprintendente archeologico alle Catacombe). Era il gennaio 2014 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/01/12/a-canosa-di-puglia-saranno-visitabili-le-catacombe-di-s-sofia-accordo-tra-il-vaticano-e-litalia/). Da allora sono passati più di due anni. Le catacombe di Santa Sofia (III – VIII sec. d.C.), rinvenute negli anni ’50 del Novecento sulla statale 93 Canosa-Barletta, le uniche cristiane ritrovate in Puglia, tra le poche cristiane presenti in Italia meridionale insieme a quelle di Siracusa e Napoli, sono ancora chiuse, con l’accesso interdetto per ragioni di sicurezza. Ma stavolta forse ci siamo perché a Roma, nella sede della Pontifica commissione di Archeologia sacra, come annuncia il Comune di Canosa di Puglia, è stato firmato un passaggio tecnico decisivo per giungere al recupero e alla completa fruizione da parte del pubblico del sito paleocristiano: la consegna delle chiavi di accesso da parte del sindaco di Canosa di Puglia, Ernesto La Salvia, al soprintendente archeologico delle Catacombe, Fabrizio Bisconti.

Catacombe di santa Sofia: la consegna delle chiavi di accesso da parte del sindaco di Canosa di Puglia, Ernesto La Salvia, al soprintendente archeologico delle Catacombe, Fabrizio Bisconti

Catacombe di santa Sofia: la consegna delle chiavi di accesso da parte del sindaco di Canosa di Puglia, Ernesto La Salvia, al soprintendente archeologico delle Catacombe, Fabrizio Bisconti

“Siamo riusciti a sbloccare una situazione ferma ormai dal lontano 2003, fatta anche di confronti tecnici e archeologici (culminati in un tavolo tecnico tenutosi a Bari nel 2013) e che soltanto adesso vedrà finalmente la luce”, riassume il sindaco La Salvia. “Era ora, oltre che assolutamente legittimo, che lo Stato pontificio entrasse nella piena disponibilità delle catacombe come da prescrizione concordataria. Ora partiranno gli studi per la manutenzione e ristrutturazione del manufatto da parte della Pontificia commissione di archeologia sacra. Siamo convinti che gli interventi che la soprintendenza archeologica delle Catacombe potrà ora mettere in atto produrranno ricadute positive sulla nostra città, ma anche sulla Puglia e su tutto il territorio nazionale, sotto l’aspetto culturale, turistico ed economico. Accoglieremo con grande favore le attività che si vorranno realizzare per la salvaguardia e la promozione di questo bene così importante”. Al sindaco fa eco mons. Felice Bacco, parroco della cattedrale San Sabino di Canosa: “Sono veramente moltissime le sorprese che le catacombe di Santa Sofia potranno riservarci, in termini di conoscenza della comunità cristiana che le ha realizzate, considerando la loro estensione. Credo sia superfluo anche sottolineare quanto la fruizione di queste catacombe, la loro valorizzazione, possano determinare in termini di sviluppo turistico e, quindi, economico: rappresenterebbero una grande opportunità per tutto il territorio. Per questo motivo non possiamo che guardare con grande favore il clima di collaborazione che si è venuta a determinare in questi ultimi tempi tra il Comune di Canosa e la Santa Sede, con il favorevole consenso del nostro vescovo mons. Luigi Mansi”.

Lo Stato Pontificio è entrato nella piena disponibilità delle catacombe di Santa Sofia

Lo Stato Pontificio è entrato nella piena disponibilità delle catacombe di Santa Sofia

Mons. Felice Bacco, parroco di San Sabino

Mons. Felice Bacco, parroco di San Sabino

Delle duecento catacombe cristiane che gestisce la Santa Sede, nel meridione sono solo presenti a Napoli, a Canosa, a Palermo e a Siracusa. “Questa è una ulteriore conferma”, continua mons. Bacco, “dell’importanza storica della Diocesi Primaziale di Canosa, che già nel 342 può vantare la presenza di un vescovo, Stercorio, il quale partecipa al Sinodo di Sardica (Sofia, Bulgaria). Questo significa che subito dopo l’Editto di Costantino (313), a Canosa c’è già una comunità ecclesiale organizzata, strutturata e con la presenza di un vescovo autorevole, che quindi partecipa a uno dei primi eventi ufficiali ecclesiali. Dopo Stercorio avremo Lorenzo, quindi Probo, Rufino, Memore, Sabino: sono poche le Diocesi che possono vantare una cronotassi di vescovi storicamente documentati nei primi secoli di Cristianesimo. Molte altre informazioni sulla vita ecclesiale della comunità cristiana dei primissimi secoli potrebbero essere ricavate dallo scavo archeologico sistematico delle catacombe, sicuramente dopo il consolidamento dell’intera area”.

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“Cenabis bene apud me. Alimentazione nell’antichità e reperti del Museo Archeologico”: a Padova incontro a margine della mostra “Food | la scienza dai semi al piatto”

Alimentazione nell'antichità: incontri a margine della mostra

Alimentazione nell’antichità: incontri a margine della mostra “Food | la scienza dai semi al piatto”

Quali erano i cibi di più largo utilizzo nella Padova antica? Come venivano prodotti e conservati? Come venivano serviti i cibi e quali oggetti erano presenti sulla tavola per consumarli? Se a tutte queste domande non è sempre possibile rispondere con dovizia di particolari, perché il dato archeologico è a volte avaro di dettagli, non di meno è possibile procedere per congetture, rese attendibili da confronti con realtà meglio documentate. Sarà possibile farlo con l’aiuto di Francesca Veronese, funzionario culturale del museo Archeologico di Padova Musei Civici di Padova – Museo Archeologico nell’incontro “Cenabis bene apud me. Alimentazione nell’antichità e reperti del Museo Archeologico”, in programma giovedì 12 novembre 2015 alle 18 nell’agorà del Centro culturale Altinate San Gaetano in via Altinate 71. L’appuntamento, a ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili, si tiene nell’ambito della grande mostra interattiva “Food | la scienza dai semi al piatto”, aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2016 al Centro culturale Altinate San Gaetano.

Il manifesto della mostra

Il manifesto della mostra “Food | la scienza dai semi al piatto” a Padova

“Food | la scienza dai semi al piatto” è una grande mostra, curata dal chimico Dario Bressanini, che indaga il mondo del cibo con estrema serietà scientifica, ma con una forte componente ludico-gastronomica in grado di affascinare i visitatori di tutte le età. Prodotta dal Comune di Padova in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e il sostegno di AcegasApsAmga, Padova Promex, Alì Aliper, ideata da Codice. Idee per la cultura e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, la mostra affronta il complesso tema del cibo con metodologia scientifica: i singoli elementi che arrivano ogni giorno nei nostri piatti vengono “sezionati” nei componenti principali e poi analizzati nel dettaglio. Attraverso quattro sezioni che affrontano i temi del seme, del viaggio e dell’evoluzione del cibo; della cucina tra teoria e pratica e della scienza in cucina e infine di come i sensi reagiscono alle diverse componenti chimiche, il visitatore è guidato attraverso un percorso che parte da dove tutto inizia, il seme, e arriva al piatto finito. Al termine di questo viaggio è invitato a una ri-scoperta sensoriale del cibo e delle variabili – dall’ambiente alla psicologia – che ne influenzano il consumo. Ai partecipanti all’incontro di giovedì 12 verrà consegnato un coupon con il quale entrare alla mostra con il biglietto ridotto (5 euro).

Anforetta conservata nel museo Archeologico di Padova

Anforetta conservata nel museo Archeologico di Padova

“Cenerai bene a casa mia, se porterai con te una cena buona e abbondante…”: così si rivolge con ironia a un amico il poeta Catullo (Carmina, 13), rimasto con il borsellino vuoto, anzi, drammaticamente “pieno di ragnatele”. Questa sua affermazione offre a noi oggi lo spunto per riflettere sul cibo nel mondo antico, e per riflettere in particolare sul fatto che la “bontà” del cibo è un concetto relativo. Il cibo, infatti, in ogni società è un importante demarcatore culturale. Scegliere che cosa mangiare e come preparare ciò che si mangia dipende, certo, da esigenze fisiologiche, ma forti sono anche i condizionamenti di carattere culturale: in altre parole, è “buono da mangiare” ciò che è prima di tutto “buono da pensare”. Considerare un alimento commestibile o bandirlo dalla propria dieta non risponde a criteri di casualità, né solo a criteri di tipo economico o nutrizionale; la commestibilità di un alimento varia infatti con il variare dei contesti socio-culturali, per cui ciò che una società reputa mangiabile, può essere totalmente aborrito da un’altra. Ciò che è ritenuto “immangiabile”, inoltre, non sempre coincide con ciò che, in occasioni specifiche, è “proibito” mangiare. Guardando al mondo antico, e in particolare al mondo romano, interessante è vedere come, con il progressivo ampliarsi dei confini politico-culturali, tendano ad allargarsi anche i confini gastronomici e gradualmente entrino a far parte della dieta quotidiana dell’uomo romano – sobria e principalmente a base di cereali, legumi e poca carne – anche cibi di provenienza esotica, che gradualmente modificano le abitudini alimentari della società. E non di rado questi cambiamenti hanno dato luogo, per lo meno sulle tavole dei ceti sociali più agiati, a forme di vero e proprio virtuosismo gastronomico, ben documentate nei ricettari di epoca imperiale che sono giunti fino a noi. Le fonti letterarie sono dunque una preziosa fonte di informazione; ma non di meno lo è l’archeologia, che permette di aprire degli squarci anche sugli aspetti più pratici della vita quotidiana nell’antichità.

A Gerusalemme al Museo dei Rotoli esposta la più antica copia dei Dieci Comandamenti e la Nano Bibbia, la più piccola in ebraico al mondo

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

Il più antico e completo documento con una versione integrale dei Dieci comandamenti è eccezionalmente esposto a Gerusalemme nell’ambito della mostra “Una breve storia dell’umanità” che si tiene da maggio 2015 a gennaio 2016 nel museo d’Israele di Gerusalemme per festeggiare insieme con altre mostre il cinquantenario del Museo. Durante l’esposizione, il minuscolo manoscritto di 45,7×7,6 centimetri, che ha oltre duemila anni ed è la più antica copia che sia mai stata ritrovata, scritta in ebraico, del Decalogo contenuto nel libro biblico del Deuteronomio, parte dei famosi Rotoli del Mar Morto (scoperti casualmente, in fasi successive, tra il 1947 ed 1956, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Qumran), viene protetto da una teca climatizzata: normalmente il documento è custodito presso le strutture dell’Antiquities Authority israeliana, in condizioni di conservazione particolarmente attente. E qui tornerà entro giugno: la miniatura, dopo neppure un mese di esposizione, verrà infatti sostituita da “un originale su copia” realizzato dalle stesse autorità israeliane che l’hanno in custodia. “Sono più di 20 anni”, spiega Tania Coen Uzielli curatrice dell’evento, “che la copia non viene mostrata in pubblico a causa della sua delicatezza. Ma è conservata benissimo ed è perfettamente leggibile. Direi in maniera stupefacente: come se dovesse giungere per forza fino a noi. In quel manoscritto sono contenute le regole della nostra civiltà, non solo religiose ma morali”.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

Della mostra “Breve storia dell’umanita”, ispirata al bestseller di Yuval Noah Harari, fanno parte tutta una serie di oggetti (15) che rappresentano altrettante tappe storiche della civiltà: dai primi segni dell’uso del fuoco circa 800mila anni fa ai primi utensili fatti dall’uomo (tra questi alcuni per la caccia all’elefante), passando attraverso i vari progressi in agricoltura, l’invenzione della scrittura (con tavolette mesopotamiche risalenti a 5mila anni fa), le prime monete fino ai manoscritti di Einstein sulla Relatività.

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra “Breve storia dell’umanità” a Gerusalemme

“The Shrine of the Book” al museo di Israele di Gerusalemme

In concomitanza con le celebrazioni per i 50 anni del Museo – che prevede altre mostre oltre a “Breve storia dell’umanità” – vi sono due speciali esposizioni nello “Shrine of the Book” dove sono appunto conservati i Rotoli del Mar Morto, aperto al pubblico nel mese di aprile 1965, come preludio all’inaugurazione dell’intero campus del Museo. In mostra è un display dedicato che esamina la storia del Santuario stesso. Come contrappunto contemporaneo alla storia antica dei Rotoli del Mar Morto sarà esposto per la prima volta il più piccolo esempio al mondo di Bibbia ebraica, la Nano Bibbia creata dal Russell Berrie Nanotechnology Institute dell’Istituto Technion-Israel of Technology.

L’Egitto a Oderzo. Omaggio a Tutankhamon: prorogata a grande richiesta la mostra di Palazzo Foscolo. Visita guidata con l’egittologa Avanzo. Serata speciale con i fratelli Castiglioni e il film su Adulis

Una tavola ad acquerello con soggetto sull'Antico Egitto nella mostra di Oderzo "Omaggio a Tutankhamon"

Una tavola ad acquerello ispirata all’Antico Egitto nella mostra di Oderzo “Omaggio a Tutankhamon”

Il manifesto dell'incontro a Oderzo con i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

Il manifesto dell’incontro a Oderzo con i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

Dovevano essere queste le ultime tre settimane di apertura della mostra “Omaggio a Tutankhamon.  L’Arte Egizia incontra l’Arte Contemporanea” prevista fino al 3 maggio a Palazzo Foscolo a Oderzo, nel Trevigiano (vedi il post su archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=oderzo). Invece proprio il grande e crescente successo dell’iniziativa curata da Donatella Avanzo (già quattromila visitatori) hanno convinto gli organizzatori a un’eccezionale proroga fino al 31 maggio. L’annuncio venerdì 10 aprile alle 20.30, nell’ambito degli “Incontri” collaterali alla mostra. Appuntamento imperdibile per gli esperti del settore e per tutti gli appassionati di storia e archeologia: il 10 aprile saranno infatti ospiti a Palazzo Foscolo due relatori di fama internazionale: i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni che presenteranno il loro ultimo film “Ritorno ad Adulis” sul favoloso Regno di Aksum. Un’occasione in più per andare a Oderzo e visitare la mostra “Omaggio a Tutankhamon” che propone per la prima volta la ricostruzione nelle dimensioni reali della camera funeraria del giovane faraone.

Il faraone sul carro da guerra in ceramica raku esposto nella mostra di Oderzo

Il faraone sul carro da guerra in ceramica raku esposto nella mostra di Oderzo

L'egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

L’egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo

Ancora una mostra su Tutankhamon? “Certo”, assicura l’egittologa Donatella Avanzo, “ma una mostra del tutto particolare a cominciare dal titolo: l’omaggio a un re dell’antico Egitto ha radici lontane nel tempo. Il primo a realizzarlo è stato un padovano trapiantato in Inghilterra, Giovanni Battista Belzoni, che nel 1821 a seguito della sua scoperta, la tomba di Sethi I, quattro anni prima, ne ricreò la camera sepolcrale a grandezza naturale in un allestimento per l’epoca eccezionale che riscosse una accoglienza entusiastica a Londra e a Parigi”. Da quel lontano 1821 la tecnologia dei giorni nostri ha permesso di realizzare qualcosa di totalmente innovativo che h prodotto come risultato finale la camera funeraria del faraone Tutankhamon. Il giovane re, prima che avvenisse la scoperta della sua tomba nel 1922, era uno dei sovrani meno conosciuti della storia dell’antico Egitto. Oggi il suo nome e la sua maschera sono diventati familiari a milioni di persone nel mondo contribuendo a rilanciare presso il grande pubblico la passione per l’antica civiltà egizia. Ed è proprio la “passione” di un imprenditore artigiano come Gianni Moro, spiega Avaanzo, la molla che ha permesso la realizzazione di questa mostra. Nella prestigiosa sede di Palazzo Foscolo a Oderzo è stata realizzata in dimensione reale la camera funeraria dell’ultima dimora del giovane sovrano. La ricostruzione perfetta fin nei minimi dettagli ha visto la collaborazione di egittologi, artigiani, fotografi, architetti, tecnici informatici e del colore. Ma l’omaggio a Tutankhamon non si esaurisce con la ricostruzione della sua dimora per l’eternità che, in questa mostra, viene affiancata dalle opere di importanti artisti contemporanei in costante dialogo con l’arte egizia.

 

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" a Oderzo

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra “Omaggio a Tutankhamon” a Oderzo curata da Donatella Avanzo

Camera funeraria di Tutankhamon. La realizzazione della camera funeraria a grandezza reale, spiega Donatella Avanzo, è stata possibile grazie a un attento esame del materiale fotografico relativo alla struttura esterna e alle pitture presenti all’interno della tomba, fornite dai fotografi Giacomo Lovera e Sandro Vannini. Gianni Moro ha quindi progetto e realizzato una struttura portante in materiale ligneo, rivestita nelle parti interne da un intonaco innovativo sulla cui superficie è stato applicato il ciclo pittorico. Per la parte relativa al soffitto della camera funeraria sono state prese in considerazione le fotografie scattate da Howard Carter al momento della scoperta, le quali mettevano in evidenza l’irregolarità e i danni del tempo trascorso, e non quelle eseguite dopo gli integrativi restauri di consolidamento. Per la realizzazione sono stati necessari tre anni di studi e progetti e un anno per la realizzazione.

Nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" l'arte contemporanea dialoga con l'antico Egitto

Nella mostra “Omaggio a Tutankhamon” l’arte contemporanea dialoga con l’antico Egitto

Gioielli moderni ispirati all'oreficeria dell'antico Egitto

Gioielli moderni ispirati all’oreficeria dell’antico Egitto

Tutankhamon e il suo tempo dialogano con l’arte contemporanea. Secondo Tolstoj “l’arte buona è sempre comprensibile a tutti”. “La vera arte suscita un positivo “contagio” completamente differente dagli altri, una gioia spirituale in coloro che contemplano la stessa opera”, spiega la curatrice della mostra di Oderzo. E deve essere proprio con questo spirito che molti artisti di oggi hanno voluto riannodare il sottile filo conduttore che li lega alla lunga e importante stagione dell’arte egizia. è la stessa egittologa Avanzo che ci descrive questo rapporto magico tra Antico Egitto e arte contemporanea. “La mostra accoglie le magnifiche sculture in vetro del veneziano Luciano dall’Acqua, che evocano l’antica scrittura egizia, unite a dipinti e incisioni di rara bellezza; le opere simboliste di Luca Bossaglia, moderno Efesto, che usa il metallo per forgiare i suoi alberi infiniti; E poi ancora uno scultore del legno come Fabrizio Roccatello con la sua dea Madre. Un altro aspetto della mostra è la presenza di importanti ceramisti quale il maestro Piero Della Betta con le sue porte pronte ad aprirsi su altri mondi e Giuliana Cusino con le sue grandi e raffinate opere. Altri piccoli capolavori dell’arte egizia prendono vita dalle sapienti mani Sonia Girotto, Nadia Burci, Grimm Idar Oberstein, Moroder Ortisei.E che dire delle splendide talatat di Tiziana Berrola, toccanti nella loro essenza. Un’altra opera emblematica è il mosaico del maestro Ezio Burigana, il quale riprende una testa di Tutankhamon che emerge da un fiore di loto. La figura dell’archeologo Howard Carter è evocata da una scultura di Massimo Voghera pervasa da una forte ironia. Si prosegue con una nutrita schiera di dipinti quali la grande tela di Valeria Tomasi immersa in un pulviscolo d’oro e le figure di Nefertiti e della giovane sposa del faraone ben interpretate da Silvana Alasia proseguendo con le opere materiche di Giuseppe De Bartolo passando attraverso l’opera onirica di Silvia Gariglio. Seguono due tele che sono frutto di un dialogo costante con la figura del grande artista David Roberts: l’acrilico notturno de Il Cairo di Natalia Alemanno e l’acquerello “Fantasie d’Egitto” di Attilio Dal Palù. Al mondo del divino appartiene l’opera di Nicoletta Nava, mentre l’arte della fotografia ci regala un moderno visionario come Candido Bergeretti Cavion e il rayogramma di Renzo Miglio con il suo Egitto mitologico. A Marco Casagrande e a Tin Carena spetta il compito di rappresentare il fascino senza tempo dei gioielli”.

Nuovo Museo Egizio di Torino: cantiere da 50 milioni chiuso a tempo di record. Anteprima con i protagonisti: la presidente Christillin, il direttore Greco, il ministro Franceschini. Museo pronto per l’Expo. Sarà polo di ricerca internazionale

L'atmosfera magica dello Statuario del museo Egizio di Torino nell'allestimento del premio Oscar Dante Ferretti

L’atmosfera magica dello Statuario del museo Egizio nell’allestimento del premio Oscar Dante Ferretti

La grande clessidra di piazza San Carlo ha concluso il conto alla rovescia

La grande clessidra di piazza San Carlo a Torino ha concluso il conto alla rovescia del nuovo museo Egizio

La grande clessidra di piazza San Carlo ha esaurito i suoi granelli di sabbia e mais. Era stata programmata per finire il 1°aprile 2015, giorno fissato per l’inaugurazione del nuovo museo Egizio di Torino. E così è stato. Dopo cinque anni di lavori e un cantiere da 50 milioni di euro, il nuovo museo Egizio ha aperto le porte al mondo rispettando al secondo un cronoprogramma “terribile”, per i più “impossibile”, portato avanti con la determinazione, la forza e l’entusiasmo di Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio, e con la chiarezza di idee e il pragmatismo del giovane neodirettore Christian Greco. Il risultato è davanti agli occhi del mondo: nel seicentesco palazzo dell’architetto Guarino Guarini è tornato a pulsare prepotente l’Egitto con la sua cultura millenaria, la sua civiltà, la sua storia e la sua arte. Perché l’Egizio non è un museo restaurato e riallestito, è proprio un museo nuovo, destinato a essere polo attrattivo per centinaia di migliaia di visitatori, e centro di ricerca e di incontro dell’Egittologia mondiale, un’eccellenza italiana, modello da esportare di come la collaborazione pubblico/privato possa dare grandi risultati con effetti positivi sulla crescita culturale ed economica di un Paese. Non a caso il direttore Greco ha dichiarato: “Oggi non siamo alla fine di un percorso, ma a un nuovo inizio del museo Egizio”.

Evelina Christillin, presidente della Fondazione museo Egizio, all'anteprima del nuovo museo Egizio

Evelina Christillin, presidente della Fondazione museo Egizio, all’anteprima del nuovo museo Egizio

UN MESE DI RODAGGIO, POI C’È EXPO. Un cantiere da 50 milioni di euro, tra i più grandi in Europa, senza chiudere neppure un giorno al pubblico. È la grande sfida vinta dal museo Egizio di Torino, che il pubblico ha premiato con un numero di presenze record. Nel 2014 i visitatori sono stati infatti 567.688, in aumento rispetto all’anno record delle Olimpiadi invernali del 2006, quando furono “soltanto” 529.911. Numeri che hanno consentito all’Egizio di essere fra i primi dieci musei più visitati d’Italia e fra i primi cento del mondo. “Siamo felici di esserci riusciti”, ha sottolineato con giustificato orgoglio Christillin. Per il secondo museo egizio al mondo, dopo quello del Cairo, quello vissuto a Torino nell’anteprima del 31 marzo è un giorno straordinario. “Aver tenuto aperto il museo durante tutto il periodo dei lavori e consentito al pubblico di non dimenticarlo, ma anzi affollarlo sempre di più visto che il 2014 è stato un anno record, è stata una scelta faticosa ma vincente. Cinquanta milioni sono una cifra che si vede raramente come disponibilità economica per un bene culturale e per questo dobbiamo ringraziare i soci fondatori, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, Fondazione Crt e, soprattutto, la Compagnia di San Paolo che ha dato la metà del fondi, 25 milioni. Ringrazio anche il ministero che ci dà il bene in convenzione. Ora abbiamo un mese di rodaggio prima dell’Expo per offrire al suo pubblico un museo perfettamente fruibile”.

Le autorità in visita in anteprima al museo Egizio: da sinistra, davanti, Sergio Chiamparino, Christian Greco e Dario Franceschini; dietro, Luca Remmert, Piero Fassino, Evelina Christillin

Le autorità in visita in anteprima al museo Egizio: da sinistra, davanti, Sergio Chiamparino, Christian Greco e Dario Franceschini; dietro, Luca Remmert, Piero Fassino, Evelina Christillin

COLLABORAZIONE PUBBLICO/PRIVATO: ESEMPIO DA RIPETERE. Particolarmente soddisfatto anche Luca Remmert, presidente della Compagnia di San Paolo che ha contribuito al restyling del museo Egizio con un investimento di 25 milioni di euro: “Un progetto che si conclude con una cosa concreta, frutto di un mix di impegno, serietà, dedizione, rigore e puntualità: dobbiamo lavorare tutti insieme perché sul nostro territorio possano succedere altre cose come questa e noi assicuriamo il nostro concreto impegno. Grandi imprese culturali come questa possono dare una risposta in tema di lavoro in un momento difficile”. E il segretario della Fondazione Crt, Massimo Lapucci: “Questo museo è soprattutto un esempio di cooperazione pubblico-privato. Partendo da qui, vogliamo cominciare a individuare nuove forme di sostegno sempre più evolute e moderne, che possano aiutare sempre più il nostro patrimonio culturale”.

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino con l'organizzazione degli spazi sui diversi piani

Tavola con il progetto di allestimento del nuovo Museo Egizio a Torino: spazi organizzati su tre piani

PRONTO PER IL GRANDE PUBBLICO. Se per il sindaco Piero Fassino “con l’inaugurazione del nuovo museo Egizio, Torino si conferma capitale, dopo il Cairo, dell’egittologia mondiale”, per Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, il nuovo museo Egizio di Torino “riesce a coniugare tre importanti fruizioni: la salvaguardia del patrimonio, la sua valorizzazione e la divulgazione. Promuovere la fruizione di massa del patrimonio culturale non vuol dire svalorizzarlo, sminuirlo, anzi, a mio dire significa il contrario. Questo spettacolare museo è un dato di fatto dal quale ripartire. E il museo Egizio è il risultato di una importante sinergia tra pubblico e privato. Se la cultura pubblica riflettesse un po’ su questo aspetto si potrebbe fare del patrimonio pubblico culturale italiano una grande risorsa in grado di fare dell’Italia un punto di riferimento nel mondo”.

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini e il direttore dell'Egizio Christian Greco

Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini e il direttore dell’Egizio Christian Greco

UN MODELLO PER L’ITALIA: PUNTARE AL CROWDFUNDING. L’entusiasmo sincero e il plauso convinto non sono riusciti a dissimulare l’incredulità del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, lui che aveva visto il cantiere e si era reso conto delle difficoltà che si sarebbero dovute affrontare: “Quando sono venuto qui una decina di mesi fa a visitare il cantiere con la premessa che il museo sarebbe stato riaperto il 1° aprile era difficile credere che la data sarebbe stata rispettata. Ma grazie a un incredibile lavoro di squadra è stato possibile rispettare la data prevista. Oggi il nuovo museo Egizio di Torino è un modello: la collaborazione tra pubblico e privato ha consentito di salvaguardare una grande qualità e mettere le basi per un nuovo museo basato sulla ricerca. Inoltre questo museo è la dimostrazione di come l’istituzione delle Fondazioni sia fondamentale per la tutela e lo sviluppo del nostro immenso patrimonio culturale”. Il ministro Franceschini ha ricordato che in Italia esistono “oltre 4mila musei di cui 400 statali, ma sempre meno disponibilità finanziarie, per cui – ha spiegato – dobbiamo recuperare il denaro necessario in altro modo. Sono recentemente stato a New York dove i direttori del Guggenheim e del Metropolitan mi hanno spiegato che raccolgono i fondi in tutti gli Stati Uniti, una modalità che da noi non funzionerebbe. È difficile pensare che a Napoli darebbero i soldi per gli Uffizi e viceversa, noi dobbiamo partire dal territorio, anche attraverso piccole donazioni: anche questo è un aspetto su cui dobbiamo recuperare il ritardo. Oggi i musei devono rappresentare per il visitatore una vera esperienza, è cambiato totalmente il modo di fruire delle collezioni museali. E l’Egizio di Torino interpreta perfettamente questa nuova filosofia”. E il ministro ha concluso: “Molti nostri musei italiani purtroppo non rispondono alla domanda del turista museale moderno, servono servizi aggiuntivi, anche di tipo digitale, attività correlate, bookshop. E questo vale soprattutto per l’archeologia, una materia non così facile per il visitatore che va accompagnato e preso per mano nel percorso museale. Esattamente come fa questo spettacolare nuovo allestimento”.

Il direttore Christian Greco illustra il nuovo museo Egizio al ministro Dario Franceschini

Il direttore Christian Greco illustra il nuovo museo Egizio al ministro Dario Franceschini

CENTRO DI RICERCA INTERNAZIONALE. Ha chiuso le presentazioni il direttore Christian Greco. “Per far fronte alla sua storia, ormai bicentenaria, il museo Egizio ha affrontato un imponente progetto di rifunzionalizzazione, ampliamento e restauro”, ha spiegato. “Il riordino di un museo implica necessariamente un ripensamento radicale. Il peso e il ruolo che gli oggetti assumono nel tempo, le relazioni che intrattengono con il corpo più vasto delle collezioni, il significato che assumono nella percezione del pubblico sono un campo di valori mutevoli che richiede uno sforzo interpretativo costante, consapevole del passato ma anche aperto e disponibile alle istanze del presente. Il significato dato a una collezione e alla sua organizzazione varia il proprio linguaggio e le proprie finalità scientifiche con il mutare della cultura nel tempo: coloro che sono incaricati del nobile e gratificante impegno di riorganizzare l’allestimento di una collezione importante come quella torinese, si devono dunque concretamente domandare come il museo e la sua collezione possano essere rispondenti agli attuali criteri scientifici della ricerca ed alle mutate esigenze intellettuali del visitatore”. E ha continuato: “Un museo che ormai esiste da 200 anni ha deciso di dare dignità alla sua metastoria e di raccontare la sua evoluzione all’interno del contesto storico politico dell’ Europa. E questa storia non vuole essere una sommatoria di elementi astratti, ordinati secondo un criterio cronologico, ma un racconto prosopografico, la storia di donne e uomini che hanno contribuito a formare, studiare e dare valore alla magnifica collezione che custodiamo. L’allestimento quindi ricostruisce contesti cultuali e abitativi e corredi funerari ma anche la storia delle missioni, la loro organizzazione, il loro modo di operare. È per questo che documenti dell’epoca trovano posto nel nuovo allestimento, che riporta anche visivamente l’Egitto nelle sale. I rapporti tra i diversi reperti non sono sottolineati solo all’interno della collezione torinese: i legami storici e la rete di collaborazioni scientifiche con gli altri enti museali, nazionali ed internazionali, trovano un significativo spazio all’interno del Nuovo Museo Egizio: uno dei più importanti obiettivi è dunque ricomporre i “disiecta membra” sparsi tra le collezioni nazionali e internazionali in modo tale che siano valorizzati e ricomposti i contesti archeologici e storici degli oggetti”. Ma Greco non distoglie l’attenzione dal ruolo dell’Egizio: “Un museo come il nostro, così riallestito, custode di un patrimonio immenso, non potrà esimersi nel fare nuova ricerca. La ricerca oggi è il cuore dell’attività dei grandi musei, un percorso che è andato rallentando all’Egizio negli ultimi anni, per diversi motivi, al quale ora verrà dato nuovo impulso. La ricerca non può essere scissa dalla tutela del patrimonio – ha concluso Greco – ed è una parte fondante dell’attività del nostro museo, accanto a quella divulgativa. Il nostro ora è un vero museo archeologico ragionato, non un’antologia dalla a alla z. Un museo che ha capito la sua metastoria, il valore dello straordinario racconto di se stesso, della sua storia bicentenaria, dei suoi fondatori e curatori dall’Ottocento a oggi». E allora è arrivato il momento di conoscere più da vicino il nuovo museo Egizio. La visita può cominciare.

(1 – continua; nei prossimi giorni il post seguente)

A Bolzano, nel museo di Otzi, la mummia del Similaun, prorogata la mostra “Frozen Stories. Reperti e storie dai ghiacciai alpini”

Oetzi, la mummia del Similaun, e una sua ricostruzione al museo di Bolzano

Oetzi, la mummia del Similaun, e una sua ricostruzione al museo di Bolzano

frozen-storiesSe avete in programma una visita al museo Archeologico dell’Alto Adige, più noto come museo di Oetzi, la famosa mummia dell’età del Bronzo scoperta ai piedi del ghiacciaio del Similaun, il 19 settembre 1991, al confine tra l’Italia e l’Austria, esposta a Bolzano in uno speciale frigo-sarcofago con gli oblò per poterla vedere, fate ancora in tempo a vedere anche la mostra “Frozen Stories – Reperti e storie dai ghiacciai alpini”, che è stata prolungata fino al 10 gennaio 2016. Per il visitatore c’è un percorso multimediale con animazioni, video e ritrovamenti originali rende comprensibile il fenomeno dei ghiacciai e affascina per la sua attualità. La mostra “Frozen Stories” illustra il retroscena archeologico del cambiamento climatico. Il continuo scioglimento dei ghiacciai dischiude ogni anno nuovi reperti, che svelano le storie e i destini conservati sotto ghiaccio dei nostri antenati dell’area alpina. Da questo punto di vista Ötzi non è il solo caso fortunato: molti altri reperti sono emersi dal ghiaccio e ci raccontano storie del passato. E con ogni nuovo ritrovamento si pone la domanda: cosa spinse gli esseri umani ad andare sui ghiacciai nel corso dei secoli? I ritrovamenti coprono l’arco temporale dal 5000 a.C. fino agli eventi bellici e alle sciagure alpinistiche degli anni ’40 del secolo scorso. In occasione del prolungamento della mostra fino al 10 gennaio 2016, alcuni reperti sono stati sostituiti e integrati con nuovi oggetti. Provengono dal ghiacciaio Porchabella, in Engadina (Svizzera), i resti di una giovane donna del XVII secolo. Le prime parti del corpo e dell’attrezzatura della donna furono rinvenuti già nel 1990.

Alla scoperta dei nuraghi: al museo Pigorini di Roma giornata dedicata a Giovanni Lilliu. Prorogata la mostra “L’isola delle Torri”

La mostra "L'isola delle Torri", da novembre al museo Pigorini di Roma, prorogata al 7 aprile

La mostra “L’isola delle Torri”, da novembre al museo Pigorini di Roma, prorogata al 7 aprile

L'archeologo Giovanni Lilliu, il "sardus pater"

L’archeologo Giovanni Lilliu, il “sardus pater”

Giornata speciale sabato 28 marzo al museo Preistorico etnografico “Pigorini” di Roma dedicata al grande archeologo e intellettuale sardo Giovanni Lilliu. In concomitanza con il prolungamento fino al 7 aprile della mostra “L’isola delle Torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica”, realizzata nel centenario della nascita di Lilliu (marzo 2014: vedi il post della mostra nella prima tappa di Cagliari https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=lilliu), appuntamento in sala conferenze, alle 15, per un pomeriggio di incontri a lui dedicato: occasione per conoscere le recenti ricerche nell’isola che hanno consentito un nuovo approccio al mondo nuragico e ai suoi principali aspetti culturali: gli abitati, i nuraghe, i luoghi legati ai culti delle acque.

Il nuraghe Oes (Giave) è tra i siti descritti da Gianfranca Salis e Luisanna Usai

Il nuraghe Oes (Giave) è tra i siti descritti dalle archeologhe Gianfranca Salis e Luisanna Usai

Le archeologhe Gianfranca Salis e Luisanna Usai, curatrici con il soprintendente Marco Minoja dell’esposizione, proporranno alcuni approfondimenti su temi trattati nella mostra, con particolare riferimento a diverse e significative espressioni architettoniche di ambito civile e religioso. Verrà dato risalto alla capacità di costruire delle genti nuragiche che hanno realizzato nell’età del Bronzo strutture monumentali che non trovano uguali nelle coeve civiltà del Mediterraneo occidentale. Una perizia tecnica che rivela grandi conoscenze teoriche e capacità progettuali tanto che verrebbe spontaneo parlare di ingegneri e architetti nuragici. Partendo da contesti scavati in tempi recenti – nuraghe Oes (Giave), nuraghe Alvu (Pozzomaggiore), santuari di Sa Sedda’e Sos Carros(Oliena) e S’arcu ‘e is Forrus (Villagrande) per citarne solo alcuni – si forniranno elementi per cercare di ricostruire le vicende della civiltà nuragica.

Anna Depalmas parla del villaggio-santuario di Abini dedicato a Teti

Anna Depalmas parla del villaggio-santuario di Abini dedicato a Teti e dei bronzetti trovati

La prof.ssa Anna Depalmas dell’università di Sassari ci parlerà di Abini (Teti), sito archeologico che rientra nella categoria del villaggio-santuario, in cui si ritrovano sia strutture abitative sia elementi tipici dei luoghi di culto come il monumento centrale incentrato sulla presenza dell’acqua, il recinto sacro e i sedili per accogliere i fedeli. La località è nota per avere restituito un numero molto elevato di utensili e statuine di bronzo, per lo più ritrovamenti avvenuti nell’Ottocento nell’ambito di ricerche clandestine, giunti sino a noi solo grazie ad acquisti e donazioni che li hanno portati al Museo Nazionale di Cagliari. Nel 2013 sono ripresi gli scavi archeologici finalizzati all’individuazione delle principali strutture del villaggio, alla determinazione delle fasi di impianto e di frequentazione delle stesse, alla localizzazione e caratterizzazione delle aree di manifattura dei bronzi e alla comprensione delle relazioni tra queste e gli spazi propriamente cultuali.

Uno dei giganti di Mont'e Prama conservati nel museo archeologico di Cagliari

Uno dei giganti di Mont’e Prama conservati nel museo archeologico di Cagliari

Concluderà il pomeriggio il dott. Fabio Bettio, Visual Computing del CRS4 di Cagliari  (cui si deve il progetto Digital Mont’e Prama) che presenta l’esperienza fatta nello sviluppo di tecnologie per l’acquisizione, il trattamento e l’esplorazione di modelli digitali accurati, discutendone la loro applicazione per lo studio e la valorizzazione del complesso scultoreo di Mont’e Prama. Il progetto è un esempio di come la disponibilità di modelli digitali di alta qualità è un fattore fondamentale per migliorare le nostre capacità di studiare e comunicare il nostro patrimonio culturale. Le moderne tecnologie di acquisizione consentono di superare i limiti della documentazione bidimensionale (immagini o video), permettendo la creazione di modelli tridimensionali digitali accurati. La disponibilità di questi modelli apre un ampio spettro di usi che può migliorare notevolmente le nostre capacità di studiare, analizzare e valorizzare le opere d’arte.