Archivio | Mostre, musei RSS for this section

XXIX rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: 35 film che spaziano dalla preistoria all’Egitto, dalla Grecia a Roma al Medioevo, dalle civiltà africane all’Isola di Pasqua. Conversazioni con protagonisti dell’archeologia che poi incontrano il pubblico anche in aperitivi informali. La rassegna in città: incontri con gli autori nelle librerie. Percorsi e degustazioni guidati

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

Il film “L’Ile de Paques, l’heure des verites” di Thibaud Marchand

“Sono tantissimi gli argomenti toccati dai 35 film in concorso nella XXIX Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto”, sintetizza Barbara Maurina, conservatrice per l’Archeologia, supervisore scientifico della rassegna. “Alto l’interesse per le origini dell’uomo e la preistoria, per l’Egitto e i suoi grandi monumenti, per le civiltà fiorite nel Mediterraneo, per Grecia, Roma, per il Medioevo e i suoi castelli, per le civiltà africane, per i Rapa Nui e l’Isola di Pasqua, oltre a produzioni curiose sulle origini della musica e della stampa, su personaggi storici particolari e interessanti come Matilde di Canossa, l’archeologo Winckelmann o Pia Laviosa Zambotti. Ma la Rassegna – continua – sarà molto più dei film. Gli incontri con i protagonisti di quest’anno propongono argomenti che vanno dalle origini dell’uomo, all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito archeologico per effettuare nuove scoperte perfino nelle straordinarie tombe dei Faraoni egizi, al mercato nero di reperti che ha superato il traffico d’armi per volume d’affari. Non mancherà un incontro in memoria del grande documentarista italiano Folco Quilici, che verrà ricordato grazie all’intervento del figlio Brando. Gli incontri saranno moderati da giornalisti, archeologi, blogger, e – grande novità – alla fine delle conversazioni con #dachepulpito “aperitivo informale con i protagonisti” le domande il pubblico le potrà fare a tu per tu, incontrando gli ospiti nella sala bar del teatro, dove sarà possibile sciogliere qualche curiosità sugli argomenti proposti in un ambiente informale e amichevole”.

Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran

Il prof. Francesco Porcelli

Focus sull’Egitto. Martedì 2 ottobre 2018, nel pomeriggio, il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85′). La grande Piramide di Giza è l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute. Alla fine del 2017, un team multidisciplinare di scienziati autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni, mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide. “Non poteva mancare la terra dei faraoni con un film sulle più recenti tecnologie applicate all’archeologia”, spiega Maurina, “cui seguirà, alle 17.45, la conversazione con Francesco Porcelli, professore al DISAT Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino al quale è stato affidato l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di verificare la presenza di un corridoio che dalla tomba di Tutankhamon avrebbe dovuto portare alla tomba di Nefertiti. Il professore parlerà di “Archeo-fisica nel terzo millennio. Il progetto Luxor-Valle dei re” insieme a Marco Cattaneo, direttore di National Geographic e Mattia Mancini, archeologo e blogger.

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Focus sulla Grecia. Mercoledì 3 ottobre 2018, il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017, 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, che fu la culla, tra il 3000 e il 1400 a.C., della prima grande civiltà del mondo greco, particolarmente avanzata: la civiltà Minoica. “Il film rientra in una produzione più ampia che presenta inchieste di archeologia alla ricerca di nuovi siti e di recenti scoperte archeologiche. E di una “scoperta” tratta la conversazione alle 17.45 con Francesco Tiboni, archeologo terrestre, subacqueo e navale, docteur de l’Université Aix-Marseille I e presidente di ATENA CuMaNa dell’università di Genova, che metterà in discussione la veridicità dello stratagemma del cavallo per la risoluzione della guerra di Troia nell’incontro “La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare. Perché Omero non parlò mai di un cavallo” insieme a Graziano Tavan, giornalista e curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato.

Il film “Le fils de Neanderthal. Il figlio dei Neanderthal” di Jacques Mitsch

Il paleoantropologo Giorgio Manzi

Focus dell’Uomo di Neanderthal. Mercoledì 3 ottobre 2018, alla sera, il film “Le fils de Neandertal / Il figlio dei Neandertal” di Jacques Mitsch (Francia, 2017, 52′). L’Homo sapiens ha veramente soppiantato i Neandertal? È quello che si credeva fino alla scoperta di una strana sepoltura. Per mesi paletnologi, paleoantropologi e genetisti hanno lavorato per scoprirne i segreti in un grande viaggio immaginario sulle tracce del più incredibile dei nostri antenati. E giovedì 4 ottobre 2018, alla sera, il film “Qui a tué Neandertal? / Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017, 90′). 350.000 anni fa, i Neandertal dominavano il mondo e gli animali, adattandosi all’ambiente difficile, e sviluppando abilità ed elementi culturali propri. La loro scomparsa 30.000 anni fa rimane un mistero. Tra le ipotesi: genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, diluizione genetica. Il docudrama cerca di risolvere l’enigma. “Sul tema si inserisce la conversazione di giovedì 4 ottobre 2018, alle 17.45, con Giorgio Manzi, paleoantropologo e divulgatore, professore al dipartimento di Biologia ambientale dell’università La Sapienza di Roma”. Si parlerà di “Qualcosa di molto speciale: come e quando siamo diventati umani” insieme a Marco Perinelli, archeologo e giornalista, e Antonia Falcone, archeologa e blogger.

Folco Quilici, grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista

Il cinema di Folco Quilici. Venerdì 5 ottobre 2018, alle 17.45, “Brando Quilici, regista e documentarista, insieme ad Andrea M. Steiner, direttore della rivista Archeo, consegneranno al pubblico il ricordo del grande Folco Quilici, ospite di numerose edizioni del nostro festival”. Durante l’incontro sarà proiettato il film “Hierapolis” di Folco Quilici (Italia, 2008, 28’). Pamukkale, ovvero “Castello di cotone”, è un sito nella valle del Meandro dove l’acqua forma straordinarie formazioni di calcare, bianche come il frutto del cotone. Su questo scenario grandioso, tornano alla luce i resti dell’antica Hierapolis, città greca, romana e cristiana.

La giornalista della Rai Valeria Ferrante affronta il tema del mercato nero di reperti archeologici

La grande razzia. Per finire, sabato 6 ottobre 2018, alle 17.30, con Valeria Ferrante, giornalista e reporter, si affronterà il tema scottante della “Grande razzia” ovvero il furto e il mercato nero di reperti archeologici in Italia, insieme a Rocco Cerone, giornalista e segretario Assostampa del Trentino-Alto Adige. Valeria Ferrante collabora con inchieste e video-reportage a diversi programmi TV, e con Repubblica. Nel 2017 ha vinto il premio giornalistico Giustolisi “Giustizia e verità”. La sua è una testimonianza sul furto e il traffico illecito di beni culturali e opere d’arte, il cui volume d’affari criminali ha superato quello del traffico d’armi.

 

Il libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis” di Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo

Il libro “Iron Towns” di Anthony Cartwright

La Rassegna va in città. Ma la novità forse più grande è quella di voler far vivere il festival non solo a teatro e nella sala cinematografica, ma anche in città. Oltre alla nuova formula degli aperitivi coi protagonisti al termine delle conversazioni, con vino offerto da Cantine Vivallis, la Rassegna si sposta infatti al di fuori del cinema con “Rassegnaincittà” e offre eventi organizzati in collaborazione con diversi partner: ci saranno presentazioni di libri a cura delle librerie Arcadia (sabato 6 ottobre 2018, alle 19, presentazione del libro di Anthony Cartwright “Iron towns. Città di ferro” con la presenza dell’autore) e Piccoloblu (mercoledì 3 ottobre 2018, alle 17.30, incontro per bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni con Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo, autori e fumettisti del libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis. / L’uomo venuto dal ghiaccio”; venerdì 5 ottobre 2018, “L’archeologia animata”, proiezioni di cartoni animati a tema per bambini dai 4 ai 7 anni alle 17, e per ragazzi dagli 8 ai 12 anni alle 18); un percorso guidato con degustazione al Museo del Caffé Bontadi (mercoledì 3 ottobre 2018, “L’arte del caffè”, alle 14); un percorso con degustazione “Sulle rotte del cioccolato” all’eno-cioccoteca Exquisita (venerdì 5 ottobre 2018, alle 14, lezione con degustazione guidato). Nella mattinata finale del festival, sabato 6 ottobre 2018, alle 11.15, sarà anche presentata, questa volta nella sala bar del teatro, una pralina appositamente creata da Exquisita in esclusiva per la Rassegna, che ne descriverà l’essenza attraverso il cioccolato e che si potrà degustare in anteprima.

Musicarivafestival porta lo spettacolo “Sinfonia della storia. Musica e immagini archeologiche”

Serata finale con premiazioni. Tra le novità anche lo spettacolo della serata finale (6 ottobre, alle 21): quest’anno c’è la collaborazione con il MusicaRivaFestival, grazie al sostegno della Fondazione Caritro, per uno spettacolo che unisce l’archeologia e la musica: “La sinfonia della storia”, musica e immagini archeologiche. Il concerto del Milano Saxophone Quartet, quartetto composto da quattro giovani musicisti che ha già suonato in tutto il mondo, sarà infatti accompagnato da immagini tratte dai film dell’archivio della Rassegna. Quindi si chiude con la cerimonia di premiazione. Gli spettatori avranno la possibilità di attribuire, con votazioni giornaliere, il premio Città di Rovereto al film più gradito dal pubblico. Verranno poi attribuite la menzione speciale CinemAMoRe, insieme a Trento Film Festival di Trento e Religion Today Filmfestival, e la menzione speciale Archeoblogger, attribuita da una giuria formata da alcuni dei più seguiti blogger di archeologia italiani.

(2 – fine; il precedente post è stato pubblicato il 10 settembre 2018)

Annunci

Al museo Archeologico nazionale di Ferrara la presentazione degli Atti del convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica” (Zurigo, 2012): un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina

La copertina del volume sugli Atti del convegno di Zurigo “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”

A sei anni dal convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”, tenutosi a Zurigo il 4 e 5 maggio 2012, il museo Archeologico nazionale di Ferrara presenta gli Atti del Convegno di Zurigo, solo recentemente pubblicato (2017) dopo la lunga gestazione richiesta dall’importanza dei temi trattati, “un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina”, sottolinea il direttore del Polo Museale dell’Emilia-Romagna Mario Scalini.

Le ricche necropoli della città di Spina furono scoperte nel 1922

La città etrusca di Spina sul bordo meridionale dell’attuale delta del fiume Po è stata a lungo oggetto di ricerca per le necropoli scoperte nel 1922 e scavate successivamente. Le loro parecchie migliaia di tombe contenevano uno dei più grandi complessi di reperti di ceramica attica in tutto il Mediterraneo. Dal 2007, nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale, il centro storico della città è stato esplorato in termini di urbanistica, architettura residenziale, spazio naturale, stratigrafia e cronologia assoluta, i cui ricchi risultati sono contenuti per la prima volta in 15 articoli negli Atti del convegno di Zurigo. Questi studi riguardano la fase ellenistica e la produzione di sale evaporativo a Spina, le strutture del IV secolo a.C., le prospettive future della ricerca, il contesto geo-archeologico e la stratigrafia dell’insediamento etrusco, l’evidenza paleobotanica, la tecnica costruttiva e la vita di tutti i giorni. nelle case in legno e in rovere del VI-IV secolo e nei tipi di ceramica grezza e fine.

Le sale dedicate alle necropoli di Spina nel museo Archeologico nazionale di Ferrara

L’appuntamento al museo Archeologico nazionale di Ferrara giovedì 13 settembre 2018, alle 16, per la presentazione degli Atti del Convegno. Dopo i saluti di Mario Scalini, direttore del Polo Museale, e del direttore del museo Archeologico Paola Desantis, intervengono Luigi Malnati, soprintendente emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Bologna e per le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Giuseppe Sassatelli, professore ordinario di Etruscologia e Archeologia Italica; Christoph Reusser, professore ordinario di Archeologia Classica all’università di Zurigo. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione del Gruppo Archeologico Ferrarese.

Rovereto. Presentata la 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico all’insegna delle novità: nuovo logo, nuova sede, nuove partnership, nuova programmazione, nuovo coinvolgimento delle scuole, nuova presenza in città

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

La rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto cambia pelle, garantendo ancora più qualità della divulgazione scientifica che diventa anche entertainment. Per la 29.ma edizione in programma a Rovereto dal 2 al 6 ottobre 2018 nuovo logo, nuova sede, nuove partnership, nuova programmazione, nuovo coinvolgimento delle scuole, nuova presenza in città. Chi aveva qualche dubbio sulla capacità di rinnovarsi all’indomani dei radicali cambiamenti che hanno interessato la Fondazione Museo Civico di Rovereto e la stessa rassegna dovrà ricredersi. E la prima risposta è venuta proprio dai protagonisti della Fondazione Mcr di questo cambiamento, il presidente Giovanni Laezza, la direttrice Alessandra Cattoi, e la conservatrice per l’Archeologia Barbara Maurina. Alla presentazione del programma nella sala Medievale del Teatro sociale di Trento non hanno nascosto tutto il loro entusiasmo e tutta la loro soddisfazione per il risultato raggiunto. “È una rassegna rinnovata”, annuncia Alessandra Cattoi, “che, mantenendo al centro la proposta cinematografica, si sforza di guardare oltre, ai libri, agli incontri, alle visite, nell’ottica di una manifestazione diffusa, che allarga i propri orizzonti e vuole dialogare con tutti coloro a cui preme capire chi siamo attraverso ciò che siamo stati. Siamo certi che la selezione dei film in concorso, tutti valutati in base all’accuratezza scientifica, saprà incontrare il gradimento di tanti appassionati e speriamo anche suscitare nei più giovani la curiosità e l’amore per la conoscenza della nostra storia. In quest’ottica, infatti, per la prima volta due intere mattine sono dedicate a progetti specifici sviluppati assieme alle scuole superiori”. E il presidente Laezza le fa eco: “La rassegna internazionale del Cinema archeologico fa patrimonio, un patrimonio di idee, di incontri, ma soprattutto di materiali filmici, che la nostra Fondazione si impegna a conservare e valorizzare come una vera e propria collezione, preziosa testimonianza della storia e della ricerca archeologica mondiale”. È una rassegna senza sponsor il cui bilancio grava per gran parte sulla Fondazione, ma dall’anno prossimo – assicura – “dovrà avere più autonomia economica. Uno dei nostri primi obiettivi sarà quello di trovare sponsor che ci permettano più attività”.

I protagonisti della Fondazione museo civico di Rovereto: da sinistra, la direttrice Alessandra Cattoi, il presidente Giovanni Laezza, la conservatrice per l’archeologia Barbara Maurina (foto Graziano Tavan)

Una fondazione in salute. La Rassegna è sicuramente il fiore all’occhiello, ma la Fondazione museo civico di Rovereto non è solo rassegna. Lo ha ben sottolineato il presidente. “Le attività estive sono andate benissimo”, spiega Laezza. “Il pubblico ha partecipato numeroso agli eventi di botanica e di astronomia. Due settori in cui il nostro museo può vantare una lunga tradizione. Stiamo infatti completando l’Atlante della Flora del Trentino, un’opera monumentale che daremo alle stampe nel 2019. E l’anno prossimo sarà il 50.mo del primo uomo sulla Luna. Abbiamo già in cantiere una grande mostra sul tema”. Il museo allarga i propri orizzonti. “Grazie ai nostri collaboratori stiamo definendo una partnership con il museo Egizio di Torino, avremo nuovi contatti col mondo siciliano nel nome di Paolo Orsi, arriveremo con la Rassegna in Turchia”. Intanto a Rovereto si aprono nuovi spazi culturali. “A giorni avremo a disposizione Palazzo Sichardt che sarà la seconda sede del museo civico. Qui porteremo le attività collegate alla storia e all’arte. E anche gli uffici della Rassegna. E poi ospiterà la pinacoteca. Per l’inaugurazione di Palazzo Sichardt allestiremo una mostra curata da Francesca Bacci in cui sarà illustrata la storia del museo intrecciata alla storia di Rovereto con l’ausilio di molti supporti multimediali”.

Il teatro Zandonai di Rovereto è la nuova sede per le proiezioni e gli incontri della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il nuovo logo della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Nuovo logo e nuova sede. La Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico edizione 2018 si presenta con un logo rinnovato, più moderno, che richiama la pellicola cinematografica e non dimentica le colonna ionica che da sempre ne è il simbolo. E soprattutto sceglie il rosso, “Il colore delle emozioni”, come sottolinea Alessandra Cattoi, “quelle che ci auguriamo conquistino il pubblico che per una settimana potrà immergersi nei film che raccontano di storie antiche, di scoperte e ritrovamenti, di civiltà lontane e di misteri che forse non avranno mai risposte”. Primissima novità dell’edizione 2018 è la sede, che non sarà più l’auditorium Melotti: l’intera settimana della manifestazione sarà ospitata al teatro Zandonai, una splendida cornice che la città di Rovereto mette a disposizione del pubblico, accogliendolo nel salotto buono cittadino.

National Geographic Italia media partner della Fondazione museo civico di Rovereto

La rivista Archeo media partner della Fondazione museo civico di Rovereto

Nuove partnership. Oltre al logo, nuovissima è la collaborazione con importantissimi partner, quali la prestigiosa rivista internazionale National Geographic, che da quest’anno è media partner della manifestazione. “Sarà un partner speciale, che andrà oltre l’archeologia, proponendo iniziative che coinvolgono anche altri settori del museo. Pensiamo all’astronomia, per esempio, con la mostra nel 50.mo del primo uomo sulla Luna”. A seguire in modo particolare la rassegna è la rivista Archeo, un’altra testata nazionale.

Il film di Franco Viviani “Eufronio racconta la guerra di Troia”

Il film di Marco Visalberghi “Ercolano, gli scheletri del mistero”

Le scuole in Rassegna. Per la prima volta due mattine della rassegna saranno “per le scuole e con le scuole”: “Il liceo Rosmini di Rovereto e il liceo Maffei di Riva del Garda”, annuncia Cattoi, “presenteranno agli altri studenti, ma anche a tutto il pubblico, alcuni splendidi film selezionati dal ricchissimo archivio delle passate rassegne, con due tipi di approfondimento, uno sui contenuti e l’altro sulla lingua del documentario. Le mattinate sono dedicate sì alle scuole, ma aperte a tutto il pubblico”. Questi appuntamenti sono stati preparati nell’ambito di due diversi progetti che le scuole hanno svolto durante l’anno scolastico con la sezione Didattica della Fondazione Museo Civico curata da Michela Canali. Martedì 2 ottobre 2018, alle 9.30, le scuole sono coinvolte nel progetto di Claudia Beretta “La lingua del documentario: un percorso di traduzione” con le classi 4A e 3A linguistico (a.s. 2017/2018) del liceo Maffei di Riva del Garda. Dopo i trailer di film tradotti dagli studenti, sarà proiettato il film “Peau d’Ame / Sottopelle. La favola in superficie” di Pierre Oscar Levy (Francia, 2017, 90’). L’archeologo Olivier Weller e la sua squadra decidono di condurre uno scavo presso uno dei siti dove Jacques Demy riprese diverse scene del film “Pelle d’Asino”, interpretato da Catherine Deneuve. La ricerca del nostro cine-archeologo si approfondisce oltre le aspettative. Mercoledì 3 ottobre 2018, sempre alle 9.30, il progetto di Barbara Maurina “Retrospettiva” con le classi I e II del liceo Rosmini di Rovereto coordinate Silvia Contiggia e Stefano Ferrari. In programma tre film: “Eufronio racconta la guerra di Troia” di Franco Viviani (Italia, 2013, 18’; partecipazione XXIV Rassegna). Grazie all’animazione digitale, le alterne vicende della guerra di Troia prendono vita attraverso le immagini dipinte di due pregevoli esemplari di ceramica attica conservati al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma: il cratere e la kylix a figure rosse firmati dal ceramografo e vasaio Eufronio. “Il vaso François: il mito dipinto” di Franco Viviani (Italia, 2011, 40’; partecipazione XXII Rassegna). Il vaso François, conservato al museo Archeologico nazionale di Firenze, viene analizzato con ricostruzioni 3D e scene animate. Si illustra l’apparato decorativo del cratere, una summa dei principali miti greci e una sorta di “catalogo” di dei ed eroi dell’antichità. “Ercolano, gli scheletri del mistero” di Marco Visalberghi (Italia, 2002, 52′; partecipazione XIV Rassegna). Una “detective story scientifica” condotta da un team di vulcanologi, archeologi e antropologi, che ricostruiscono gli eventi nelle ultime ore di vita degli abitanti di Ercolano, prima della tremenda eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C.

(1 – continua)

“Palmira riaprirà ai turisti entro l’estate 2019”: l’annuncio del governatore di Homs a un anno e mezzo dalla sua definitiva liberazione dall’Isis. A Montereale Valcellina “serata Palmira” in ricordo di Khaled Asaad

Il colonnato di Palmira, punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano

Il governatore di Homs, Talal Barazi

“Palmira riaprirà ai turisti entro l’estate 2019”. L’annuncio del governatore della provincia di Homs, Talal Barazi, è arrivato come un segno di speranza e di raggiunta normalità proprio mentre il mondo è ancora una volta in apprensione con gli occhi puntati sulla Siria per l’acuirsi delle tensioni tra il governo di Assad e le sacche di resistenza ancora presenti soprattutto nella zona di Idlib. Riuscirà Palmira, la “sposa del deserto”, sito Unesco patrimonio dell’Umanità dal 1980, a risorgere dalle sue ceneri? Nell’intervista rilasciata da Talal Barazi a Sputnik News, agenzia di stampa e radio controllata direttamente dal Cremlino, ci sarebbero tutti i presupposti: “Le autorità hanno un progetto per riparare tutti i danni causati all’antica città di Palmira. Questa è la storia del mondo e non appartiene solo alla Siria. Ci sono buone offerte dalle potenze mondiali di restaurare le opere e il valore storico di Palmira. Ritengo che la città sarà completamente pronta a ricevere turisti nell’estate 2019”. I lavori si svolgeranno grazie anche all’Unesco e a Italia, Polonia e Russia che si sono impegnati a offrire assistenza negli sforzi della Siria. Intanto per marzo 2019, assicura Barazi, sarà restaurato anche il mercato centrale di Homs, che ha duemila anni.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

Era il 2015 quando le milizie dell’Isis conquistano Palmira, portando distruzione. Le voci si rincorsero e rimbalzarono in Occidente, ma fu solo con la liberazione di Palmira il 27 marzo 2016 da parte delle truppe di Assad col sostegno fondamentale della Russia che si potè valutare con precisione gli effetti devastanti dell’Isis: in quei mesi di occupazione l’Isis aveva fatto esplodere i templi di Bel, di Baalshamin, l’arco di trionfo e lo spettacolare colonnato nella valle delle tombe. Ma soprattutto non si può scordare l’atto più vergognoso: il 18 agosto 2015 viene decapitato Khaled al Asaad, direttore del museo di Palmira e custode del sito Unesco, giustiziato – come ha dichiarato il prof. Paolo Matthiae, il decano degli archeologi in Siria – per tre motivi: “Perché non aveva rivelato dove aveva nascosto i tesori portati in salvo da Palmira; perché era ritenuto un servo del regine di Assad; perché era custode di un luogo pagano”.

L’immagine satellitare mostra la distruzione della parte centrale del proscenio del teatro antico di Palmira e delle colonne del tetrapilo

Nuovo dramma. Ma nel dicembre 2016, mentre l’attenzione e il grosso delle forze della coalizione erano concentrate nella battaglia di Aleppo, per liberare la seconda città della Siria dove resistevano ancora i ribelli al regime di Assad, l’Isis con un blitz nel deserto si riprendeva il controllo dell’oasi di Palmira (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/24/siria-lisis-riconquista-palmira-e-distrugge-il-proscenio-del-teatro-antico-e-il-tetrapilo-condanna-dellunesco-e-dellonu-su-iniziativa-italiana-matthiae-danni-g/). Fu proprio Talal Barazi a dare la notizia. Di colpo tornava l’incubo per possibili nuove distruzioni di antichi monumenti in quello che è uno dei siti archeologici più importanti del Vicino Oriente. La segnalazione da parte di satelliti militari di spostamento di esplosivo nell’area di Palmira fu solo il campanello di allarme di quello che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Si arriva così al 20 gennaio 2017. Il telegramma è dell’agenzia ufficiale della Siria, Sana. Ed è uno di quelli che lascia il segno: “L’Isis ha distrutto il proscenio dell’antico teatro romano di Palmira, nella Siria centrale, e il Tetrapilo, una struttura colonnata sempre nel sito archeologico patrimonio dell’Unesco”. Ma questa volta gli islamisti non riescono a radicarsi e a stabilire solide difese e, per questo motivo, il 2 marzo 2017, la bandiera della Repubblica araba siriana torna a sventolare sulle rovine di Palmira. Da quel momento in poi, la situazione sul fronte della sicurezza si è via via stabilizzata. Adesso manca soltanto il ritorno dei visitatori nei monumenti riusciti a resistere alla furia devastatrice dei terroristi.

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il regista veneziano Alberto Castellani

Serata Palmira. Venerdì 28 settembre 2018, nell’ultimo week end della mostra “Palmira. Sposa del deserto”, a Montereale Valcellina (Pn), serata omaggio al grande archeologo Khaled Asaad. Alle 18.30, nella sala conferenze “Roveredo” a Palazzo Toffoli, il giornalista Graziano Tavan, curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, interverrà su “Siria in fiamme. Il caso Palmira. Da Zenobia all’Isis”: sarà un “viaggio” nella storia e nel tempo dai fasti di Palmira nell’antichità, divenuta famosa per una sua regina speciale, Zenobia, all’attuale situazione seguita alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti simbolo da parte delle milizie dell’Isis. L’incontro introduce alla visione del film di Alberto Castellani, “Khaled al-Asaad, Quel giorno a Palmira (Italia, 2015; 24’). Il documentario raccoglie le immagini e le impressioni di un viaggio alla volta di Palmira effettuato dal regista nei primi anni del 2000 e riporta tra l’altro l’intervista rilasciatagli allora da Khaled al-Asaad, responsabile del sito e del locale museo, impegnato nella difesa di un patrimonio archeologico che è fra i più importanti e preziosi al mondo, assassinato dai miliziani dell’Isis nel 2015 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/24/estate-al-mamv-2018-al-museo-archeologico-di-montereale-valcellina-pn-unestate-ricca-di-storia-cultura-e-divertimento-nel-segno-di-palmira-la-sposa-del-deserto-mostra/).

Il museo Capialbi di Vibo Valentia ospita la famosa Testa del Sele prestata dal museo di Paestum dove è andata la laminetta aurea di Hipponion

La Testa del Sele conservata al museo Archeologico nazionale di Paestum

Capolavori che vanno, capolavori che vengono. Mentre la Laminetta Aurea di Hipponion, uno dei pezzi più significativi conservati al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, ritrovata in una tomba dell’antica Hipponion (Vibo Valentia) e risalente al IV secolo a.C., importante testimonianza del culto delle religioni misteriche in Calabria (forse già in uso prima dell’arrivo dei greci), è stata consegnata al museo Archeologico nazionale di Paestum per le celebrazioni e l’allestimento dell’importante mostra “L’immagine invisibile” (vedi ) dove è esposta fino al 7 ottobre 2018 vicino a quella di Petelia (conservata al British Museum) e di Thurii (oggi al Mann), in occasione del 50° anniversario dal rinvenimento della Tomba del Tuffatore; dal museo dell’antica Posidonia, in un rapporto di reciprocità di scambio, è giunta al “Capialbi”, nella sede del Castello normanno Svevo, la Testa del Sele, un’opera scultorea bronzea a cera persa, di considerevole pregio. Fino al 7 ottobre 2018 sarà possibile ammirare il capolavoro virile e barbato la cui datazione è incerta. Gli studiosi propendono per un ampio arco cronologico, compreso tra la seconda metà del IV sec. a.C. e l’epoca romana (seconda metà del I sec. a.C. – prima metà del I sec. d.C.).

Paestum. Nel cinquantennale dell’eccezionale scoperta, la Tomba del Tuffatore, unica testimonianza della pittura greca a grandi dimensioni, non vascolare, prima del IV sec. a.C., la mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico” spiega perché quella figura continua a far discutere gli esperti e a influenzare gli artisti contemporanei

Le lastre della straordinaria Tomba del Tuffatore (480-470 a.C.) esposte nelle sale del museo Archeologico nazionale di Paestum

Il manifesto della mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico” al museo Archeologico nazionale di Paestum

Estate 1968. In località Tempa del Prete, un paio di chilometri a Sud di Paestum, durante lo scavo di una piccola necropoli di VI-IV sec. a.C., l’allora soprintendente archeologo Mario Napoli fece uan scoperta straordinaria, se pur “fortuita” – come lui stesso ammise-: la Tomba del Tuffatore (480-470 a.C.): unica testimonianza della pittura greca a grandi dimensioni, non vascolare, prima del IV sec. a.C. È passato mezzo secolo da quella straordinaria scoperta, e la Tomba del Tuffatore sta ancora al centro di un dibattito scientifico molto controverso e acceso. L’interpretazione dell’immagine del giovane che si tuffa nell’acqua rimane un rompicapo che fa discutere anche gli esperti del settore: è semplicemente una visione edonistica della vita e della morte? O qualcosa di più, forse un messaggio misterico, ispirato a culti iniziatici legati ad Orfeo e Dioniso? E le difficoltà nella lettura dell’immagine del Tuffatore si spiegano forse con il fatto che essa era “invisibile”, in quanto collocata all’interno di una tomba buia, chiusa per l’eternità? Insomma, possiamo pretendere di leggere e comprendere un’immagine che non era fatta per essere guardata?

La Tomba delle Danzatrici da Ruvo di Puglia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli

Gabriel Zuchtriegel, direttore del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto Paolo De Luca)

Una risposta ha tentato di darla Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum, promuovendo, appunto nel cinquantennale della scoperta, una mostra che, attraverso circa 50 opere provenienti da vari musei e biblioteche, racconta 300 anni di scoperte archeologiche e riletture dell’antico che spiegano perché, oggi come oggi, la Tomba del Tuffatore non si spiega. Ecco dunque la mostra “L’immagine invisibile. Dalla Magna Grecia a De Chirico”, aperta fino al 7 ottobre 2018 al museo Archeologico nazionale di Paestum. La mostra a Paestum non pretende di risolvere tutte queste questioni. Per questo, non è una mostra tradizionale che vuole dare risposte, ma piuttosto una “anti-mostra” che vuole porre delle domande, mettendo i visitatori nella condizione di partecipare al dibattito e di coglierne i motivi.

Dall’antico al contemporaneo alla mostra “L’immagine invisibile” al museo Archeologico nazionale di Paestum

Laminetta d’oro con testi “orfici” da Thurii, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli

L’opera “Il tuffatore” di Carlo Alfano al museo di Paestum

Il percorso segue le scoperte archeologiche che sin dal Settecento hanno segnato la ricerca sui culti misterici antichi, con tanto di fraintendimenti e impostazioni ideologiche. Lo fa mettendo in mostra alcune delle scoperte più clamorose sul tema in Magna Grecia, come le laminette d’oro con testi “orfici” da Thurii e Vibo Valentia, la tomba delle danzatrici da Ruvo, conservata al museo Archeologico di Napoli, o i vasi funebri con raffigurazioni di Orfeo da Matera, Paestum e Napoli. Ma lo fa anche esplorando il contesto storico-culturale in cui queste scoperte sono avvenute. Dalle visioni edonistiche settecentesche del mondo di Bacco si passa alle danzatrici caste e al tempo stesso sensuali di Canova per arrivare alle visioni novecentesche, altamente ambigue, di Corrado Cagli e De Chirico. “Solo attraverso questo racconto del contemporaneo”, spiegano i curatori, “si riesce a comprendere pienamente le motivazioni di una controversia che forse più degli antichi riguarda noi oggi. E che ha fatto sì che nel momento della scoperta della Tomba del Tuffatore, questa abbia suscitato non solo una controversia scientifica molto accesa, ma abbia anche ispirato, più che ogni altra immagine antica, scrittori e artisti contemporanei – tra i primi, l’artista salernitano Carlo Alfano, la cui opera “Il Tuffatore”, allestita vis-à-vis con la Tomba del Tuffatore nel museo di Paestum, viene rivalorizzata nell’occasione della mostra, quale espressione esemplare del rapporto tra presente e passato”.

Pompei. In pochi mesi dai nuovi scavi nel “cuneo” della Regio V, mai indagato, molte le scoperte: ecco un bilancio dei primi mesi di ricerche

Mappa dell’area mai indagata della Regio V di Pompei: è il cosiddetto cuneo

Pompei non finisce mai di stupire. Da quando il direttore generale del parco archeologico ha annunciato l’avvio dei nuovi scavi nella Regio V, un cuneo di oltre mille metri quadri mai indagato, le scoperte – tutte molto importanti – si sono susseguite a ritmo travolgente. Per l’annuncio Massimo Osanna aveva scelto il 27 marzo 2018, data non casuale, perché proprio il 27 marzo 1748 Pompei fu “scoperta” dai Borboni. E da allora, sono 270 anni, le ricerche non si sono mai fermate (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/03/22/23-marzo-1748-23-marzo-2018-a-270-anni-dalla-scoperta-di-pompei-il-direttore-del-parco-archeologico-celebra-le-sue-meraviglie-raccontando-i-nuovi-scavi-in-corso-nella-reg/). Come quelle che nel 2018 caratterizzano il cosiddetto “cuneo”, posto tra la casa delle Nozze d’Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone. Il cantiere rientra nel più grande intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo, che delimitano l’area non scavata di Pompei, di circa 22 ettari. Oltre 2,5 km di muri antichi saranno messi in sicurezza, mentre l’area non scavata alle spalle dei fronti di scavo, nelle Regiones I-III-IV-V-IX, sarà oggetto di intervento di mitigazione del rischio idrogeologico, che assicurando un adeguato drenaggio del suolo consentirà di ridurre la spinta del terreno sui muri antichi, problema particolarmente insistente nel periodo delle piogge. L’intervento globale su tutti i fronti della città antica rientra nel Grande Progetto Pompei e durerà circa due anni per un costo complessivo di circa 8,5 milioni di euro. Lo scavo del cuneo sta portando in luce strutture e reperti di ambienti privati e pubblici che contribuiranno ad arricchire la conoscenza del sito e lo stato di avanzamento della ricerca archeologica. Cerchiamo allora di fare il punto sui risultati conseguiti, partendo da Via Nolana e muovendosi in direzione nord vediamo gli ambienti al momento identificati.

L’Adone ferito con Venere e amorini: l’unico affresco a soggetto mitologico finora trovato nel cuneo di Pompei

La piccola fullonica. Un impianto produttivo forse una piccola fullonica (lavanderia) si affaccia all’ingresso di via di Nola. Il giardino. A un livello superiore, vi è un ampio spazio aperto, probabilmente un giardino, con alcune anfore ancora in situ (al momento della scoperta). Al centro del giardino è emerso un pilastrino scanalato, con un grosso pezzo di lastra marmorea, che probabilmente in origine sosteneva un bacile di pietra (labrum) riutilizzato successivamente come piano d’appoggio. Alcune radici di alberi sono state portate in evidenza attraverso la tecnica del calco in gesso. Il giardino confina a Est con la Casa della Soffitta, a Ovest con il vicolo recentemente denominato vicolo dei balconi, mentre a Nord è delimitato da quello che sembra un porticato, con almeno tre colonne e, sul retro, alcuni pilastri, con tracce di affresco, che sta emergendo. L’alcova e l’affresco dell’Adone ferito. Verso Ovest, vi è l’ambiente che ha finora restituito l’unica pittura mitologica individuata nel cuneo, raffigurante l’ Adone ferito con Venere e amorini. Si trattava molto probabilmente di un cubiculum (stanza da letto), per la presenza su un lato dell’incasso destinato a ospitare la testata del letto.

Un affresco ritrovato nella cosiddetta Casa di Giove a Pompei

Gli ambienti della Casa di Giove. Nella porzione Ovest del cuneo è in corso di indagine una serie di ambienti verosimilmente riferibili alla Casa di Giove, già in parte scavata nell’Ottocento (immediatamente a Sud e a Est della Casa delle Nozze d’Argento). Le indagini, ancora in corso, hanno permesso di individuare un ampio intervento di scavo attribuibile al Settecento, o ai primi anni dell’Ottocento, con una fossa circolare da cui si dipartono vari cunicoli. Sembra già possibile riconoscere l’ingresso (fauces) sul Vicolo dei Balconi e un atrio su cui sembrano affacciarsi vari ambienti. Sul giardino colonnato (peristilio) di questa casa, si affacciano due ambienti, uno a Sud con ricca decorazione in primo stile, con riquadri e cornici in stucco, uno a Nord con una decorazione in terzo stile nella quale si riconoscono, in particolare, al centro di un riquadro, una coppia di uccelli. Sebbene già interessato da una trincea esplorativa e da un cunicolo riferibili alle prime indagini moderne, in un angolo di questo ambiente, ancora in parte da scavare, è stato rinvenuto, poggiato sul pavimento, un elegante portalucerne in bronzo.

Lo scavo del vicolo dei balconi nella Regio V di Pompei (foto Ciro Fusco)

Il vicolo dei Balconi. Particolarmente ricco di sorprese è stato lo scavo della porzione settentrionale del Vicolo che costeggia da un lato il muro di cinta del giardino (viridarium) della Casa delle Nozze d’Argento. Dall’altro lato sono emersi, in buone condizioni, i resti di 4/5 balconi (da cui la denominazione come Vicolo dei Balconi). Su alcuni balconi sono state rinvenute varie anfore, integre, alcune delle quali probabilmente capovolte, come se messe ad asciugare. I balconi si sono preservati perché, quando sono crollati, il vicolo era ormai completamente ricoperto di lapilli, su cui il fondo dei balconi si è “appoggiato” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/06/02/pompei-i-nuovi-scavi-nella-v-regio-hanno-restituito-un-intero-vicolo-di-edifici-con-balconi-risparmiati-dalleruzione-conservati-i-parapetti-resti-di-tegole-e-anche-anfore-vinarie-lasciate/).

La prima vittima, emersa a Pompei dai nuovi scavi nella Regio V, è stata trovata col torace schiacciato da un grosso blocco di pietra

Lo scheletro del fuggiasco. Nella parte Nord, all’incrocio tra il violo dei balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, è stato rinvenuto lo scheletro di un fuggiasco. Dalle prime osservazioni, risulta che l’individuo sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione vulcanica, si sia avventurato in cerca di salvezza lungo il vicolo ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli. Il corpo è stato infatti rinvenuto all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, ovvero al di sopra dello strato di lapilli. Qui è stato investito dalla fitta e densa nube piroclastica che lo ha sbalzato all’indietro. Un imponente blocco in pietra (forse uno stipite), trascinato con violenza dalla nube, lo ha colpito nella porzione superiore, schiacciando la parte alta del torace e il capo. L’individuo stringeva al petto almeno 20 monete d’argento e 2 in bronzo, contenute in una piccola borsetta. Tra le costole del torace erano difatti dapprima emerse 3 monete, via via, rimuovendo i resti della vittima, ora trasferiti al Laboratorio di ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei, per il prosieguo delle indagini, è venuto fuori il prezioso bottino (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/01/pompei-gli-scavi-nella-regio-v-restituiscono-la-testa-del-fuggiasco-e-nuovi-dati-il-pompeiano-non-mori-schiacciato-da-un-blocco-di-pietra-ma-asfissiato-dai-gas-del-vesuvio/).

Alcune monete ritrovate nel cuneo della Regio V a Pompei

Le monete. A un primo esame sembrerebbe trattarsi di almeno 20 denari d’argento e due assi in bronzo per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Una tale quantità di monete poteva all’epoca garantire il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14, 16 giorni. Le monete hanno cronologia molto varia. È stato possibile esaminare 15 monete, per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete repubblicane più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI legio. Tra le poche monete imperiali individuate, un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano.

L’iscrizione elettorale di Helvium Sabinum ritrovata nella Regio V a Pompei

Le iscrizioni elettorali. Sul lato Nord-Ovest sono state rinvenute, in perfetto stato di conservazioni, tre iscrizioni elettorali. Sulla parete Est: Helvium Sabinum / aedilem d(ignum) r(ei) p(ublicae) v(irum) b(onum) o(ro) v(os) f(aciatis), cioè “Vi prego di eleggere Elvio Sabino edile, degno dello stato, uno buono”. Sulla parete Sud: L(ucium) Albucium aed(ilem). Questa ultima iscrizione forse continua in basso, nella zona ancora coperta dai lapilli. Gli Albucii erano probabilmente i proprietari della Casa delle nozze d’argento. Da notare che le iscrizioni sono realizzate su uno strato di pittura bianca, steso forse per coprire scritte precedenti e comunque per assicurare una regolare superficie scrittoria alle scritte conservate, riferibili alle ultime consultazioni elettorali di Pompei prima del 79 d.C.

Affresco della Casa dei Delfini nella Regio V a Pompei

La Casa dei Delfini. Lungo la parte settentrionale del Vicolo delle Nozze d’Argento, il riprofilamento dei fronti di scavo ha permesso di scoprire la parte anteriore di alcune case con ambienti riccamente affrescati. Gli ambienti affrescati emersi proprio di fronte all’ingresso della Casa delle Nozze d’Argento, hanno suggerito il nome della Domus: “Casa dei Delfini” perché nell’ingresso (fauces), riccamente decorato su fondo rosso, compaiono due quadretti con una coppia di delfini, oltre a vari animali e a prospettive architettoniche. A Ovest dell’ingresso è stato indagato un ambiente nel quale è possibile riconoscere una più antica decorazione ad affresco, poi ricoperta da una più ricca decorazione in quarto stile. È possibile che la decorazione più antica sia anteriore al terremoto del 62, mentre l’ultima decorazione sia riferibile a lavori di ristrutturazione successivi a tali eventi. Più a Ovest, presso l’incrocio tra il Vicolo delle Nozze d’Argento e il Vicolo di Cecilio Giocondo sono stati individuati altri due ambienti affrescati, che si dispongono simmetricamente rispetto a un piccolo ingresso; l’ambiente a Est, già presentato, conserva una decorazione con eroti, mentre quello a Ovest presenta una fascia con una ricca decorazione a girali vegetali. La continuazione del vicolo di Cecilio Giocondo. Tra le insulae VI e VII della Regio V è stata indagata la parte iniziale del proseguimento del vicolo di Cecilio Giocondo verso Nord, dopo l’incrocio con il vicolo delle Nozze d’Argento. È ben visibile, in sezione, l’altezza dello strato di pomici che ha ricoperto la citta nella prima fase dell’eruzione. Nel punto della pavimentazione del vicolo in cui mancano i basoli è in corso di scavo un battuto pavimentale composto da terra misto a vario materiale di scarto (ossa animali, frammenti ceramici, un amo da pesca, ecc.). Sulla parete Est del vicolo è parzialmente visibile, tracciata con pittura bianca, una tabula ansata destinata verosimilmente a ospitare una scritta, forse un’insegna o un’iscrizione elettorale.