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Aztechi, Maya e Inca giocavano a calcio molto prima degli europei. Alla mostra al Mic di Faenza per trovare gli “antenati”… di Ronaldo e Messi: si deve proprio ai popoli precolombiani l’invenzione del gioco con la palla

Dettaglio di una figura di divinità scelta per il manifesto della mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” al Mic di Faenza

Volete conoscere gli “antenati”… di Ronaldo e Messi? Allora mettete in programma un giretto a Faenza (Ra) e visitate la spettacolare mostra che il MIC Museo Internazionale delle Ceramiche dedica fino al 28 aprile 2019 a “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” curata da Antonio Aimi e Antonio Guarnotta. Così si scopre, al di là della strepitosa bellezza e raffinatezza delle ceramiche esposte – veri e proprio capolavori d’arte -, che Aztechi, Maya e Inca giocavano a calcio molto prima degli europei, con tanto di tifo e di scommesse. Si deve proprio a questi popoli l’invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. “Il gioco della palla”, scrive Aimi nel catalogo Silvana, “era presente in molte culture dell’antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall’Area Intermedia all’Amazzonia, ma non nell’Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari”.

Statuetta di un giocatore di palla (collezione Ligabue)

“Il gioco della palla poteva essere praticato – continua il prof. Aimi – in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di “I”, che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall’Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei…. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant’è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un “tifo” appassionato e da numerose scommesse”.

Gioco della palla (Cultura Nasca, 350 a.C. – 550 d.C.)

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

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“Arslantepe, la “collina dei leoni”. La nascita dello Stato e del potere laico”: al museo Archeologico di Modena incontro con Marcella Frangipane, direttore della missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università la Sapienza di Roma

La grande collina artificiale di Arslantepe dove opera la missione archeologica italiana in Anatolia orientale dell’università La Sapienza di Roma

L’archeologa Marcella Frangipane

Il sito è stato occupato ininterrottamente a partire almeno dal V millennio a.C. fino all’età romana e bizantina, quando diventa un piccolo villaggio agricolo (IV-VI sec. d.C.), mentre viene edificato il grande castrum di Melitene in posizione più vicina al corso dell’Eufrate (attuale cittadina di Eski Malatya). L’affascinante storia stratificata di quest’area è racchiusa nella lunghissima successione di abitati che, sovrapponendosi uno all’altro nel corso di millenni, hanno formato la grande collina artificiale di Arslantepe (“collina dei leoni”), alta circa 30 metri e con una superficie totale di 4 ettari. Qui dal 1961 opera la Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale, a circa 15 chilometri dalla riva destra dell’Eufrate e a 6 chilometri dalla città moderna. Al sito di Arslantepe, uno dei più prestigiosi progetti di scavo archeologico dell’università La Sapienza di Roma, il museo Archeologico di Modena dedica un incontro nella sala Crespellani dei musei civici sabato 1° dicembre 2018 alle 17: protagonista della conferenza “Arslantepe, la collina dei leoni. La nascita dello Stato e del potere laico” sarà Marcella Frangipane, una delle figure più rilevanti nel panorama archeologico internazionale, direttrice della missione Archeologica Italiana in Anatolia, che le è valsa la nomina – primo cittadino italiano e prima donna – a membro della National Academy of Sciences statunitense in ambito umanistico e non scientifico.

Lo scavo di Arslantepe, la “collina dei leoni”, in Turchia

Gli eventi che gli scavi archeologici della Missione Archeologica Italiana in Anatolia Orientale (MAIAO) hanno portato in luce nel corso degli oltre 50 anni di attività di ricerca hanno contrassegnato non solo la storia della regione nella quale si trova il sito, ma anche alcune tappe fondamentali delle origini delle nostre civiltà. In particolare la nascita della città e dello Stato, sul cui processo di formazione i ritrovamenti di Arslantepe hanno gettato nuova luce, arricchendo e modificando in parte le conoscenze tradizionali. Gli scavi hanno restituito il più antico esempio finora noto (IV millennio a.C.) di un complesso palaziale in mattoni crudi, straordinariamente conservato, che svela l’origine delle prime forme di un sistema laico di governo centrale e controllo economico, accompagnato dallo sviluppo di una sofisticata burocrazia. Arslantepe ha avuto un ruolo di centro politico ed economico per la regione nella quale si trova, durante quasi tutta la sua storia, controllando, sia pure con diversa capacità attrattiva a seconda dei momenti, il territorio circostante e gestendo i rapporti esterni.

L’attesa è finita: sabato 1° dicembre Classis Ravenna – Museo della Città e del Terrirorio, scrigno della memoria del territorio, apre le porte nell’ex Zuccherificio, importante recupero di archeologia industriale. Oltre 600 reperti in 2600 metri quadrati

Classis Ravenna, il nuovo museo della Città e del Territorio, aperto nell’ex Zuccherificio

Il logo del nuovo museo Classis Ravenna

“Ci siamoooooo, l’attesissima data dell’inaugurazione è arrivata! Sabato 1° dicembre 2018 alle 10.30 si apriranno le porte di Classis Ravenna – Museo della Città e del Territorio”. Esultano alla Fondazione Ravenna Antica, cui il Comune ha demandato la realizzazione e la gestione del nuovo museo, insieme a quelle dell’Antico Porto, della Basilica di Sant’Apollinare e, nel cuore di Ravenna, della Domus dei Tappeti di Pietra, il museo TAMO e la Cripta Rasponi. E ne hanno ben donde. Gli spazi dell’ex Zuccherificio di Classe riprenderanno vita trovando una nuova funzione, come scrigno della memoria più importante della nostra città, punto culturale di riferimento per chiunque voglia conoscere compiutamente la storia di Ravenna, dai primi insediamenti alla civiltà etrusca, poi al ruolo importante della città in epoca romana quindi a Ravenna Capitale dell’Esarcato Bizantino. Sabato 1° dicembre 2018 è un importante appuntamento, molto atteso e rivolto a tutta la cittadinanza: una grande festa alla quale sono invitati a partecipare tutti i cittadini che potranno entrare gratuitamente dalle 10.30 alle 17 (ultimo ingresso alle 16.30). A partire da domenica 2 dicembre 2018, e tutti i giorni della settimana, il museo sarà aperto dalle 10 alle 18.

Dall’ex zuccherificio al nuovo museo, da area degradata a biglietto da visita di Ravenna

“Classis Ravenna sarà il punto di partenza necessario per ogni visita. Non solo alla contigua area archeologica dell’antico Porto di Classe, ma verso l’intera città”, annuncia Giuseppe Sassatelli, presidente della Fondazione Ravenna Antica. “Attraverso materiali archeologici il cui valore intrinseco viene esaltato dall’essere proposto in un’ottica unitaria, nonché supportato dai più moderni ausili tecnologici, qui si potranno rivivere tutti gli snodi principali della storia del territorio, dalla preistoria all’antichità romana, dalle fasi gota e bizantina all’alto Medio Evo”. Il museo Classis Ravenna rappresenta, a livello nazionale, il più importante intervento di recupero di archeologia industriale volto alla realizzazione di un contenitore culturale. E l’assessore alla Cultura, Elsa Signorino: “Classis Ravenna non sarà un semplice “contenitore di materiali”, ma sarà anche un attivo centro di ricerca e formazione di altissimo profilo. Qui ampi laboratori per lo studio e per il restauro consentiranno a docenti e studenti dell’Università di svolgere le loro attività nell’ambito dei loro percorsi formativi e di ricerca. Il nuovo museo permetterà la conoscenza e la valorizzazione dell’intero patrimonio storico archeologico del territorio attraverso un percorso espositivo innovativo, affascinante e rigoroso capace di coinvolgere e di emozionare i visitatori. Come tutti i musei contemporanei svilupperà una molteplicità di funzioni: attività espositiva, di studio e ricerca, laboratori didattici, laboratori di inclusione digitale per la sperimentazione di start-up innovative. Il tutto con una forte vocazione al territorio”.

Rendering dell’allestimento dell’ingresso del nuovo museo “Classis Ravenna”

L’archeologo Andrea Carandini, coordinatore del comitato scientifico del museo Classis Ravenna

Sotto le imponenti campate, l’area espositiva si svilupperà su 2600 metri quadrati. Tutto intorno, un’oasi verde di 150mila mq. “Da qui, si possono facilmente raggiungere altri gioielli ravennati. Innanzitutto la contigua Basilica di Sant’Apollinare, ma anche l’Antico Porto, gli scavi di San Severo e tutta la zona ambientale a sud di Classe, dalla pineta all’Ortazzo e l’Ortazzino oggetto”, anticipa il sindaco di Ravenna Michele de Pascale, di un progetto di riqualificazione, così come sta avvenendo per la stazione ferroviaria cresciuta a servizio dell’ex Zuccherificio”. La progettazione del nuovo Classis Ravenna è stata affidata all’architetto Andrea Mandara che ha operato al servizio di un comitato scientifico di assoluto prestigio, coordinato dal professor Andrea Carandini. La linea del tempo, che segna il percorso di visita a Classis Ravenna, avrà naturalmente negli oltre 600 reperti il perno della narrazione, che va dall’epoca preromana all’anno Mille. Alcune volte saranno elementi singoli di particolare valore e importanza ad avere il ruolo di protagonisti; altre volte saranno gruppi ampi di oggetti, come nel caso del porto di Classe, che può essere illustrato ampiamente grazie alle centinaia di reperti rinvenuti negli ultimi scavi. Gli oggetti della vita quotidiana (anfore, ceramiche, monete) troveranno uno spazio adeguato, accanto ai materiali più significativi dal punto di vista artistico (statue, mosaici ed altro). In questa maniera sarà possibile articolare un racconto che consideri tutte le sfere della comunità e le differenti fasce sociali presenti in città e nel territorio. Sulla linea del tempo si innestano alcune di “aree di approfondimento” su temi specifici, di grande interesse. Una particolare attenzione è dedicata agli apparati didattici e illustrativi, con ampio ricorso a ricostruzioni grafiche e tridimensionali, filmati, plastici e altri strumenti.

Al museo Archeologico nazionale di Adria “Giornata dedicata all’archeologia del Delta in ricordo di Umberto Dallemulle”, appassionato studioso dell’antichità nelle terre del Delta del Po, prematuramente scomparso

Locandina della “Giornata dedicata all’archeologia del Delta in ricordo di Umberto Dallemulle” al museo Archeologico nazionale di Adria

Manifesto del convegno di Copparo “Antichi romani e romanità nelle terre del delta del Po, nuovi studi e prospettive”

Umberto Dallemulle era un appassionato studioso dell’antichità nelle terre del Delta del Po. A lui, prematuramente scomparso, il CPSSAE Centro Polesano di Studi Storici Archeologici Etnografici, il Polo museale del Veneto, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Vicenza e Rovigo in collaborazione con l’amministrazione comunale di Adria, il gruppo archeologico adriese “F.A. Bocchi”, la Fondazione Scolastica “C. Bocchi” e il gruppo archeologico Ferrarese, dedicano la “Giornata dedicata all’archeologia del Delta in ricordo di Umberto Dallemulle”. Appuntamento al museo Archeologico nazionale di Adria, in sala F.G. Bocchi, sabato 1° dicembre 2018, dalle 9.30 alle 13.30. Gli ospiti saranno accolti dalle studentesse e dagli studenti dell’IPSEOA “G. Cipriani” di Adria in un progetto di Alternanza Scuola Lavoro. Dopo i saluti Istituzionali, gli interventi: alle 9.45, Simonetta Bonomi, soprintendente per l’Archeologia, le Belle arti e il Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, su “Umberto Dallemulle e l’archeologia”; alle 10.15, Sandro Gino Spinello, già sindaco di Adria, su “Umberto Dallemulle, un non adriese che ha amato Adria”; alle 10.45, Patrizia Basso, dell’università di Verona, presenta il volume “Antichi romani e romanità nelle terre del delta del Po, nuovi studi e prospettive”, atti del convegno di Copparo 26 settembre 2015; alle 11.15, Maria Bernabò Brea, dell’istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, presenta il n° LI-LIV della rivista PADUSA; alle 11.45, Raffaele Peretto, del CPSSAE Centro Polesano di Studi Storici Archeologici Etnografici, parla di “Paesaggi sepolti tra Adria e l’Isola di Ariano, nuove prospettive di ricerca”; alle 12.15, Alberta Facchi (polo museale del Veneto), Giovanna Gambacurta (università di Venezia Ca’ Foscari), Silvia Paltineri (università di Padova), Maria Cristina Vallicelli (soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Vicenza e Rovigo) illustrano il “Ritorno a San Basilio: ripresa delle ricerche e prospettive di valorizzazione nel sito protostorico”. Chiude i lavori l’aperitivo offerto in collaborazione con l’IPSEOA “G. Cipriani” e la Fondazione Scolastica “C. Bocchi” di Adria.

“Di corsa al museo di Aquileia”: il museo Archeologico nazionale di Aquileia partecipa con una propria squadra alla “Staffetta Telethon 24 per un’ora”. E poi visita guidata al Man per tutti i partecipanti

La speciale maglietta che farà riconoscere il team del museo Archeologico nazionale di Aquileia alla Staffetta Telethon 24 per un’ora

Sabato 1° dicembre 2018 alle 15, in piazza Libertà a Udine, ai nastri di partenza della 20.ma edizione della “Staffetta Telethon 24 per un’ora”, un evento unico nel suo genere in Italia, pensato per sostenere la ricerca scientifica contro le malattie genetiche rare, grazie all’impegno del Comitato Udinese Staffette Telethon, dell’amministrazione comunale di Udine e della Bnl – Gruppo Bnp Paribas, main sponsor dell’iniziativa, tra le oltre quattrocento squadre partecipanti ce ne sarà una particolare: quella del museo Archeologico nazionale di Aquileia, un team composto dallo staff del museo, nonché da sostenitori e simpatizzanti, che correrà al motto “Di corsa al museo di Aquileia”. La squadra del Man sarà riconoscibile dalla t-shirt realizzata per l’occasione: su un lato, all’interno di un “cartiglio” romano la scritta “Aquileia Te Salutat”; sull’altro, lo slogan “Di corsa al museo di Aquileia” con al centro la riproduzione della bellissima applique in bronzo del I sec. a.C. – I sec. d.C. con testa di vento boreas. “Abbiamo deciso di partecipare a questo appuntamento”, dichiara la direttrice Marta Novello, “per dimostrare come il museo possa assumere oggi nella società un ruolo nuovo e trasversale, aderendo a iniziative che promuovono, anche fuori dalle mura del percorso espositivo, l’importanza della ricerca nel campo scientifico così come in quello umanistico”.

Il fiume solidale dell’edizione 2017 della Staffetta Telethon 24 per un’ora di Udine

La “Staffetta Telethon 24 per un’ora” rappresenta un’importante opportunità per promuovere Aquileia e il suo straordinario patrimonio storico e archeologico. Il reclutamento degli atleti e il coinvolgimento di simpatizzanti che collaborano alle varie fasi organizzative costituisce un ulteriore momento di condivisione tra persone che altrimenti difficilmente si sarebbero avvicinate al museo. La creazione della squadra permette di portare il Man oltre le sue barriere, aprendosi alla collettività. L’idea di partecipare alla manifestazione è stata, in quest’ottica, sposata con entusiasmo da “Aquileia Te Salutat”, l’associazione che riunisce gli imprenditori del territorio e che è sponsor del team.

La testa di vento Boreas su un’applique di bronzo (I sec. a.C. – I sec. d.C.) scelta come “testimonial” della squadra del Man (Slowphoto Studio)

L’esperienza con Telethon non si concluderà domenica 2 dicembre 2018, alle 15, con la chiusura della corsa, ma proseguirà al Man domenica 9 dicembre 2018, a partire dalle 15, con le visite guidate per tutti coloro che hanno partecipato e collaborato all’iniziativa e per quanti vogliono scoprire il nuovo allestimento. La visita, a cura di un’archeologa, è compresa nel costo del biglietto di ingresso ed è aperta a tutti fino a esaurimento posti. La prenotazione è obbligatoria e si effettua all’indirizzo museoaquileiadidattica@beniculturali.it oppure al numero 043191035.

La “Venere Ligabue” superstar a Venezia della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”: una particolare “Dama dell’Oxus”, esemplare unico della “Civiltà dell’Oxus” che si sviluppò nel III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya tra gli odierni Turkmenistan, Afghanistan settentrionale, Iran nord-orientale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan occidentale

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

È alta solo 11 centimetri. Eppure la “Venere Ligabue” è l’autentica superstar della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, aperta fino al 20 gennaio 2019 a Palazzo Loredan di Venezia, a cura di Annie Caubet, conservatrice onoraria del Louvre, e promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). In una vetrina con altri oggetti della stessa cultura rischierebbe di passare inosservata se non fosse per il fascino che questa particolare “dama dell’Oxus” emana, in grado di catturare l’attenzione anche del visitatore più frettoloso. “La civiltà dell’Oxus o Complesso archeologico battriano-margiano, come è definito dagli inglesi”, scrive Annie Caubet sul catologo Skira della mostra, “rappresenta un momento particolarmente felice nella storia di questa area geografica. Sviluppatasi alla fine del III millennio a.C. lungo l’alta valle dell’Amu Darya, il fiume Oxus dei greci, questa civiltà diede vita a monumentali centri urbani, con palazzi ed edifici di culto, venuti alla luce in particolare presso Gonur Depe, in Turkmenistan. I cimiteri delle élite ci hanno restituito statuette femminili composite, vasellame in metallo prezioso e merci esotiche importate dalla valle dell’Indo e dalla Siria-Mesopotamia. Proprio il commercio con terre così lontane – continua – è stata una delle probabili cause del rapido sviluppo di questa regione collocata strategicamente a metà strada. Gli intensi rapporti con l’altopiano iranico portarono alla formazione nell’Asia centrale di un’identità mista e multiculturale, che da qui si estendeva fino all’Elam. Jiroft o Tepe Yahya, nell’Iran orientale, furono i centri di produzione di manufatti figurativi in stile multietnico che venivano esportati fino in Arabia, in Mesopotamia e nel nord della Siria. La fiorente civiltà dell’Oxus si estinse intorno al 1700 a.C. per ragioni ancora ignote”.

“Dama dell’Oxus” seduta (2200-1800 a.C.) dall’Iran orientale/Asia centrale, tipica della Civiltà dell’Oxus, conservata nella collezione Sofer di Londra (foto Graziano Tavan)

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese

“Dama dell’Oxus” con il corpo di uccello, Civiltà dell’Oxus, da una collezione privata del Regno Unito (foto Graziano Tavan)

La civiltà dell’Oxus produsse due nuclei figurativi di base: la cosiddetta “dama dell’Oxus” (che sostituisce la vecchia denominazione di “principessa battriana”) e il cosiddetto “Sfregiato”, una sorta di genio, incrocio tra uomo, serpente e drago. A questi due gruppi di base, sono stati aggiunti – per la prima volta proprio nella mostra “Idoli” di Venezia – due tipologie iconografiche identificate di recente: lo “Spirito-uccello”, probabile alter ego della “Dama dell’Oxus”, e il giovane inginocchiato dalle belle fattezze, incarnazione antitetica dello “Sfregiato”. “Tutte queste statuine”, riprende Caubet, “ furono realizzate assemblando insieme materiali dai colori contrastanti con una particolare predilezione per la clorite (o pietre simili di colore verde scuro), per il calcare biancastro, l’alabastro screziato o le conchiglie pescate nell’oceano Indiano; sono attestati anche esemplari in una lega di rame o in lapislazzuli, pietra semipreziosa di colore blu, estratta nelle montagne afgane”. “Le figure femminili”, spiega la curatrice della mostra, “hanno il corpo completamente avvolto in un mantello scolpito in pietra scura che contrasta con il candore del volto e delle braccia, laddove invece le statuette dello “Sfregiato” presentano uno schema cromatico invertito, con il corpo interamente in pietra scura e un gonnellino a contrasto (di solito) di colore chiaro; i giovani inginocchiati possono avere il corpo sia chiaro sia scuro, il gonnellino colorato e i capelli scuri”.

Il lato posteriore della Venere Ligabue mostra il grande mantello liscio

Dettaglio del volto della Venere Ligabue

La “Venere Ligabue”, una maestosa “Dama dell’Oxus”, è seduta con il busto eretto e le gambe piegate e nascoste dal pesante mantello che le ricopre interamente il corpo e le braccia. Fu realizzata nella tipica tecnica composita assemblando all’altezza della vita, sotto il busto eretto, pezzi diversi di clorite scura. La testa e il lungo collo in calcare chiaro emergono da una scollatura circolare incassata; il volto è caratterizzato da grandi occhi in rilievo e da labbra e naso finemente modellati. Al pari dell’abito, la resa dell’acconciatura, parzialmente danneggiata al di sopra di un orecchio, è giocata sul contrasto di colori scuri. La capigliatura, percorsa da sottili striature, è raccolta in un lungo boccolo che ricade al di sopra del petto, in una foggia piuttosto rara, riscontrabile con maggiore frequenza nelle raffigurazioni di giovani tecnici. “La postura e la tecnica composita”, conclude Caubet, “sono comuni a un gran numero di statuette dell’Oxus ma, al momento, la Venere Ligabue è l’unico in cui la veste è liscia e non incisa con il motivo che riproduce il vello di lana ispirato al kaunakes sumero. Le marcate linee diagonali sul petto e sulla schiena creano l’effetto di un solido armonioso. Tutta la figura veicola un’impressione di imperturbabilità e di serena fiducia”.

Al museo Archeologico nazionale di Aquileia sulle tracce di Ovidio: visita guidata con archeologo alla scoperta attraverso i reperti esposti delle atmosfere del raffinato ambiente che fece da sfondo e intorno al quale il poeta esercitò la sua arte

L’Augusto in vesti sacerdotali conservato al museo Archeologico nazionale di Aquileia, in mostra alle Scuderie del Quirinale (foto Graziano Tavan)

La statua in marmo di Augusto del museo Archeologico nazionale di Aquileia, in vesti sacerdotali, della I metà del I sec. d.C., proveniente dalla zona delle Marignane presso l’area del circo di Aquileia, parte di un ciclo imperiale raffigurante la famiglia giulio-claudia, in cui dovevano comparire anche i ritratti di Claudio e Antonia Minore, troneggia nella grande mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”, curata da Francesca Ghedini, aperta alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 20 gennaio 2019: oltre 200 opere tra reperti archeologici, sculture antiche, affreschi, manoscritti medievali e dipinti di età moderna, provenienti da numerosi musei e biblioteche, un viaggio alla scoperta del mondo poetico di Ovidio attraverso l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere e il mito. E ancora dal Man di Aquileia manufatti in ambra di squisita lavorazione che ritraggono Amore e Psiche, anelli intagliati con ritratti di raffinate matrone romane dalle acconciature elaborate, ma anche piccole sculture e oggetti da toeletta, come le pissidi e le scatoline lavorate a intaglio, o il grande specchio in bronzo e la rarissima trousse per cosmesi, rinvenuta a sud di Aquileia agli inizi degli anni Novanta e oggetto di un accurato restauro proprio in occasione di questa esposizione, amuleti, collane e gemme vitree, ci raccontano di un mondo elegante dai gusti ricercati che molto doveva ai consigli del cantore dell’Ars Amatoria. In mostra spiccano anche le minutissime mosche in lamina d’oro destinate a essere cucite su di una veste e provenienti dal corredo funerario di una ricca domina aquileiese, che ben testimoniano il fasto e la ricercatezza dei costumi nel I secolo d.C. (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/31/la-statua-di-augusto-velato-del-museo-archeologico-nazionale-di-aquileia-troneggia-a-roma-nella-mostra-ovidio-amori-miti-e-altre-storie-e-la-prima-volta-che-la-m/).

La statua in marmo di Venere del I sec. a.C. – I sec. d.C. da un originale di età ellenistica nel nuovo allestimento del Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

La narrazione sull’opera di Ovidio e sulle atmosfere del raffinato ambiente che fece da sfondo e intorno al quale il poeta esercitò la sua arte non si esaurisce con i reperti inviati a Roma ma continua ad Aquileia, domenica 25 novembre 2018 alle 17 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, con una visita guidata da un archeologo dedicata a Ovidio, all’interno del nuovo allestimento. In questa occasione al racconto e all’analisi di alcuni reperti, che rievocano le atmosfere degli ambienti intellettuali del I secolo d.C., sarà abbinata la lettura di alcuni passi dell’Ars Amatoria, cogliendo così allusioni e rimandi ai temi letterari cari al poeta. “Al centro del racconto del nuovo Man”, ricorda la direttrice Marta Novello, “è la città romana di Aquileia, grande porto del Mediterraneo nel quale merci, persone, lingue, religioni e culture diverse si incontravano e convivevano, concorrendo a portare nuove idee in un’area che, soprattutto durante l’età tardoantica, fu di importanza strategica per le sorti dell’Impero, cerniera e collegamento tra Oriente e Occidente, tra il Mediterraneo e le regioni settentrionali e orientali dell’Europa”.

Pisside in pasta vitrea di età augusta conservata al Man di Aquileia (foto di Alessandra Chemollo)

Giovedì 6 e 13 dicembre 2018 alle 17.30 proseguono gli incontri dedicati alle famiglie con il ciclo “Aquileia in tutti i sensi”, nel corso del quale i reperti museali verranno presentati in un inedito percorso sensoriale, che abbinerà all’osservazione visiva odori, suoni, sapori e sensazioni tattili. La proposta s’inserisce nell’ambito degli appuntamenti promossi dal MiBAC per tutto il mese di dicembre e dedicati alla Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. Lo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno” vuole, infatti, affermare la necessità e la volontà dei musei italiani di garantire nuove forme di fruizione e accessibilità dei beni culturali, così come richiesto dalla Costituzione Italiana e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Infine, giovedì 20 dicembre 2018, alle 17. 30 si tiene un laboratorio gratuito per i più piccoli, che condurrà i bambini alla scoperta di uno dei reperti più preziosi della collezione: la pisside in vetro colorato con bande d’oro. Sarà l’occasione per riascoltare l’approfondimento prodotto da Radio Magica Fondazione onlus con un audio-racconto dedicato e contemporaneamente esplorare materiali e colori che narrano l’antico artigianato del vetro.