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Pompei. Restaurate le tombe della necropoli di Porta Stabia che presto sarà aperta al pubblico. Nella Tomba B trovati resti del rogo funebre e l’obolo di Caronte. Nella Tomba A la porta in bronzo è ancora funzionante dopo duemila anni

La Tomba A e la Tomba B dopo i restauri nella necropoli di Porta Stabia a Pompei

Ve lo ricordate l’annuncio l’anno scorso? Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, l’aveva definita la più importante scoperta archeologica a Pompei negli ultimi decenni: “Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, Gnaeus Alleius Nigidius Maius, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei)” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/27/eccezionale-scoperta-fuori-porta-stabia-a-pompei-trovata-la-tomba-monumentale-in-marmo-del-princeps-il-piu-famoso-impresario-di-spettacoli-gladiatori-con-la-piu-lunga-iscrizione-m/). Ebbene, lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, alla fine del 2017 sono stati avviati interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco. “Le indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia”, spiegano in soprintendenza, “forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’ area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione”.

L’anello d’oro con teste di serpente scoperto dalla pulizia del basolato della via Stabiana a Pompei

La necropoli lungo la via Stabiana all’uscita di Porta Stabia a Pompei

L’obiettivo degli scavi puntava a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale della via Stabiana. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea. La rimozione di questo strato di accumulo ha rivelato a Sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti. Ma vediamo meglio quanto emerso dal restauro delle tombe note della necropoli di Porta Stabia.

La Tomba B della necropoli di Porta Stabia a Pompei

La tomba B, di forma rettangolare, costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco, aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie. Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. “I resti antropologici – fanno sapere in soprintendenza – sono attualmente in corso di studio da parte di Henri Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo”.

L’ingresso della Tomba A a Porta Stabia di Pompei con la porta in bronzo ancora funzionante

Il titulus pictus (graffito) posto sopra la porta della Tomba A della necropoli di Porta Stabia a Pompei

La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche (almeno sul lato settentrionale), su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in situ. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio. Al momento dello scavo condotto nel 2001 furino rinvenute due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. “La porta, che presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo, era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a duemila anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo”.

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A tu per tu con gli artisti delle tombe della Valle dei Re e delle Regine nel villaggio di Deir el-Medina. Nella mostra a Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” l’eccezionale ricostruzione della tomba di Pashed, caposquadra degli artigiani all’epoca di Ramses II

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto sta per concludersi. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Infine, con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. È tempo di conoscere chi ha permesso agli antichi egizi di raggiungere nel modo migliore l’Oltretomba, con la realizzazione di tombe che nella maggioranza dei casi sono anche dei capolavori artistici: stiamo parlando degli artigiani specializzati in grado di esaudire i desiderata dei loro committenti. Siamo nella sesta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo.

Vetrinetta con materiali che ricordano oggetti provenienti da Deir el-Medina (foto Graziano Tavan)

Le tombe dei sovrani del Nuovo Regno furono costruite da manodopera specializzata che risiedeva nel villaggio circondato da mura di Deir el-Medina, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in una piccola valle del deserto roccioso. L’attuale nome arabo significa “il monastero della città”, retaggio dell’occupazione copta che trasformò il tempio della dea Hator in un luogo sacro al cristianesimo. Ma il villaggio, come suggerito dai dati archeologici, risale al tempo del faraone Thutmosi I (1504 – 1492 a.C.), e si sviluppò notevolmente 150 anni più tardi con Horemheb (1323 – 1245 a.C.), quando aumentò vistosamente il numero degli artigiani richiesti dalle nuove tecniche decorative applicate alle tombe reali. Il sito fu poi abbandonato sotto il regno di Ramses XI (1099 – 1069 a.C.), ma non venne meno il suo valore sacro, come dimostrano i riusi di tombe e l’occupazione copta.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

Il villaggio di Deir el-Medina in età ramesside era fiancheggiato ad Ovest, sul crinale roccioso, dalla necropoli principale, e a Est, sul pendio della collina di Gurnat Murrai, da un altro cimitero, probabilmente secondario. Qui vissero gli artigiani impiegati nella costruzione delle tombe reali nelle vicine valli dei Re e delle Regine. Il villaggio era chiamato dai suoi abitanti in diversi modi: pa-demi (“il villaggio”), set-maat (“il luogo della Verità”), o ancora pa-kher (“la necropoli”), espressioni che indicavano le necropoli reali, includendo il villaggio come unità amministrativa.

Un dettaglio delle pareti affrescate della tomba di Pashed ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“Gli artigiani chiamati a realizzare le monumentali sepolture della XVIII, XIX e XX dinastia, facevano parte della cosiddetta Squadra della Tomba”, spiega l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “La squadra era divisa in due equipaggi, chiamati di destra e di sinistra, secondo delle modalità mutuate dalla nautica. Ogni equipaggio era comandato da un capo, designato dal visir o dal re stesso su sua proposta. Il caposquadra rappresentava la squadra dinanzi alle autorità, doveva sorvegliare il lavoro degli operai ed era incaricato di distribuire loro le razioni di cibo, che costituivano la paga. Si occupava dell’attrezzatura e dei materiali necessari ai lavori. Presiedeva inoltre le questioni legali nella corte, dirimeva le dispute. Conosciamo il nome di almeno 31 capisquadra dalla XIX alla XXI dinastia, cioè in un arco di tempo di 270 anni. Tra questi capisquadra a noi noti c’è Pashed, il cui nome significa il Salvatore, il quale visse nel XIII secolo a.C. Pashed – continua Marochetti – fu caposquadra dell’equipaggio di sinistra durante la prima parte del regno di Ramses II (XIX dinastia). La carica di caposquadra in realtà l’assunse in età avanzata, dopo essere stato Servitore della sede della Verità dell’Ovest, un lungo titolo per dire che aveva iniziato come artigiano a Deir el-Medina; e prima ancora, Servitore nel recinto di Amon nella città meridionale, cioè Tebe”.

L’esploratore ed egittologo scozzese Robert Hay

Pashed possedeva una tomba al limite del villaggio (quella che oggi conosciamo come la Tomba 3), e una seconda cappella (la numero 326). La tomba affrescata di Pashed fu individuata nel 1834 da un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano: quindi ben settant’anni prima che il grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli portasse alla luce – era il 1905 – il villaggio di Deir el-Medina. La ricostruzione di quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta nel 1834 e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, è ora possibile vederla nella mostra di Jesolo.

L’archeologa Francesca Benvegnù dentro la tomba di Pashed, ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“La ricostruzione della tomba di Pashed, presentata da Cultour Active”, spiega l’archeologa Francesca Benvegnù, “è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza (Tv) che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al museo del Cairo e un rilievo al museo Egizio di Firenze“.

La volta della tomba di Pashed con le formule in geroglifico del LIbro dei Morti (foto Graziano Tavan)

Nella mostra di Jesolo una gigantografia riproduce l’ambiente e l’ingresso della tomba di Pashed a Deir el-Medina, cosicché il visitatore ha l’impressione/emozione di trovarsi proprio nel villaggio degli artisti dei faraoni e di varcare la soglia che porta alla tomba. A questo punto – come fanno notare gli archeologi che curano le visite guidate – bisogna immaginare di scendere una ripida scala (che ovviamente non poteva essere riprodotta nel contenitore jesolano) la quale porta all’appartamento sotterraneo. “Dopo un’anticamera non decorata”, chiarisce Benvegnù, “si accede alla camera sepolcrale con le pareti in mattoni crudi rivestiti di stucco e dipinti a tempera”. È questa piccola meraviglia che abbiamo la possibilità di ammirare a Jesolo. La tomba è famosa non solo per i suoi colori vivaci e brillanti, ma anche per il contenuto spirituale e religioso delle formule del Libro dei Morti, illustrate nella volta della tomba, dove “si allude alla unione di Osiride e Ra – spiega Marochetti – secondo una concezione religiosa funeraria che si afferma tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX dinastia”.

Pashed rappresentato nella sua tomba inginocchiato sotto una palma dum beve l’acqua del Nilo (foto Graziano Tavan)

La tomba è decorata con magnifiche pitture parietali che raffigurano il viaggio dell’artigiano verso l’Aldilà e Osiride, ma anche scene domestiche dove il defunto è rappresentato con sua moglie, i figli, i nipoti, suoceri e perfino gli amici più cari. “Nella tomba sono ben rappresentati i genitori di Pashed, Menna e Huy”, fa notare Benvegnù. “Con loro c’è un altro artigiano, Nefersekheru, forse amico di Menna. Sulla parete Nord possiamo vedere la figlia di Pashed. È ritratta nuda, ha la treccia tipica delle bambine. È raffigurata ai piedi del padre in atto di adorazione. Il titolare della tomba lo troviamo inginocchiato sotto una palma dum, mentre beve l’acqua del Nilo: un gesto simbolico, come fa capire il capitolo 62 del Libro dei Morti, contenuto nel testo in geroglifico che vediamo alle sue spalle, dove è spiegata la formula per bere l’acqua nell’Aldilà”.

(6 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio 2018)

A Venezia la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, terzo grande evento della Fondazione Giancarlo Ligabue: una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, tra il 4000 e il 2000 a.C.

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

Un mese. Manca solo un mese alla grande mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, la terza in tre anni della Fondazione Giancarlo Ligabue, che dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 aprirà a Venezia, a Palazzo Loredan, una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a.C. L’alba della civiltà. Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale. Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. Quale fosse il loro significato – valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” – e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. La mostra “Idoli” (dal greco eídolon, immagine) – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabue, e curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre – ci propone il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C. Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

Inti Ligabue, presidente della Fondazione Ligabue, con Annie Caubet, curatrice della mostra “Idoli”, tra il prof. Stefano De Martino, dell’università di Torino (a sinistra) e Alessandro Marzo Magno, direttore del Ligabue Magazine, alla presentazione della mostra (foto Graziano Tavan)

“È questa la mostra che segna il coronamento di una prima fase importante dell’attività della nostra Fondazione, una maturazione e un passo avanti sostanziali”, interviene Inti Ligabue alla presentazione dell’esposizione. “Ognuna delle esposizioni finora realizzate è stata un’avventura, in termini di conoscenza, organizzazione e ideazione, ma soprattutto sul piano umano e personale. Condividere nuclei importanti della Collezione Ligabue con il pubblico ha significato ripercorrere, con finalità nuove e sotto una luce diversa, la storia collezionistica della nostra famiglia e le ricerche condotte per tanti anni da mio padre, con il Centro Studi da lui fondato, aggiornando e approfondendo gli studi grazie a curatori e comitati scientifici prestigiosi, rivivendo le emozioni di tante missioni, ma anche acquisendo nuove conoscenze e indagando nuovi modi di “conoscere e far conoscere”. In tre anni dunque, tre grandi mostre e altrettanti focus sull’attività scientifica e sulle conoscenze archeologiche, paleontologiche e antropologiche sviluppate da Giancarlo Ligabue e dai tanti studiosi e Istituzioni che lo hanno affiancato. “Con l’esposizione “Il mondo che non c’era” sull’arte precolombiana – continua – abbiamo indirettamente dato conto di numerose spedizioni compiute in Centro e Sud America e di culture e popoli che ancora attendono un riscatto da parte della Storia e del mondo occidentale. Con “Prima dell’Alfabeto. Viaggio alle origini della scrittura in Mesopotamia” abbiamo ripercorso una delle avventure più affascinanti della storia dell’uomo, rendendo evidente il grande valore culturale di quell’infinità di segni che fin da piccolo io stesso guardavo, senza comprendere, impressi sulle tavolette di argilla e sui piccoli sigilli che papà collezionava con straordinario interesse. Ora, con questa mostra andando a ritroso nel tempo, affrontiamo un’altra “via di Damasco dell’Umanità” e ripercorriamo un’altra straordinaria avventura umana: quella della traduzione visiva, attraverso singolari opere scultoree, delle concezioni metafisiche elaborate dall’uomo in un’epoca di grande transizione e di sconvolgente evoluzione della società. Dal 4000 al 2000 a.C., di pari passo con l’imporsi della scrittura e con la rivoluzione urbana e tecnologica, si sviluppano e si diffondono diverse visioni estetiche nelle rappresentazioni tridimensionali e antropomorfiche delle “Idee”, che spesso percorrono distanze geografiche impensabili. È una rivoluzione epocale”.

Figura steatopigia in basalto del IV millennio a.C. proveniente dall’Arabia Saudita e conservata in una collezione privata di Londra

Era stato proprio Giancarlo Ligabue, in uno dei suoi ultimi studi, ad affrontare questo tema affascinante. “L’ipotesi che il Dio padre di tutte le religioni monoteiste fosse stato in origine una Dea Madre iniziò a delinearsi dopo la scoperta delle prime veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina. Proprio in quel momento, tra paleolitico medio e superiore, si pensa si siano verificati nello spirito e nella coscienza dell’uomo, determinati mutamenti di struttura della psiche. Alla fase dell’inconsapevolezza si contrappone una sorta di pulsione che gli specialisti oggi attribuiscono ad un rapido evolvere della coscienza. Nasce un concetto di religiosità. L’uomo aveva scoperto di avere un’anima”. Gli albori della cultura figurativa antropomorfa – spiega Inti Ligabue -, i miti fondativi dell’umanità, la rappresentazione del potere, sia esso di fecondazione, divino o eroico: c’è tutto questo nella mostra “Idoli”. Un viaggio unico e irripetibile che ci conduce alle origini delle raffigurazioni del corpo umano: dalle prime immagini ancora ambigue e dalla dubbia interpretazione, nell’età neolitica, alla loro evoluzione nell’età del Bronzo. Un viaggio che, valicando montagne, superando steppe e deserti, attraversando mari e oceani, rivela connessioni trasversali, comunanze di sentire e contatti in territori distantissimi.

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive. In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana che saranno esposte a Venezia, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei: l’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, i Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye. “Dapprima – spiegano i curatori – saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati dall’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante”.

Suonatore d’arpa cicladico in marmo dell’Antico Cicladico II (2600-2400 a.C.), proveniente da Thera (Santorini) e conservato al Badisches Landesmuseum Karlsruhe

La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti internazionali. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica. Tra i fattori comuni c’è la qualità artistica: “Gli individui che realizzarono quelle sculture – spiega la curatrice Caubet – erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà – provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria – le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità), e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento: oppure i cosiddetti “isoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi nel Terzo millennio, nel corpo umano nelle sue forme naturali”. Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali – spesso colti in atteggiamento orante – e nuove divinità create a immagine dell’uomo. Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.

Ferragosto 2018 a tutta archeologia: ecco l’elenco delle aperture garantite dal Mibact di parchi, aree e siti archeologici, necropoli e scavi

Molti i musei statali aperti a Ferragosto

Ferragosto 2018 a tutta archeologia. Anche quest’anno, nel giorno di Ferragosto, il ministero per i Beni e le Attività Culturali aprirà ai visitatori il suo ricco patrimonio in cui parchi, aree e siti archeologici, necropoli e scavi fanno la parte del leone. Molti dei luoghi d’arte coinvolti, inoltre, animeranno il programma della giornata con eventi, concerti, mostre tematiche e suggestivi percorsi guidati. Sarà un’opportunità privilegiata per trascorrere un Ferragosto davvero speciale alla riscoperta della ricchezza culturale del nostro Paese. “Lo sforzo per garantire le aperture del 15 agosto è significativo e importante, soprattutto in relazione all’attuale situazione di oggettiva difficoltà di alcuni musei per carenza di personale e risorse”, spiega il neo Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Anna Maria Buzzi. “Ciò nonostante sarà assicurato il massimo impegno affinché, anche nel mese in cui è maggiore la presenza di turisti italiani e stranieri, si possa proseguire nel nostro compito di valorizzare i musei e le aree archeologiche, promuovendone una quanto più ampia e completa fruizione”. Per informazioni su orari di apertura è attivo un call center nazionale che risponde al numero verde 800991199, gratuito per chiamate da telefonia fissa effettuate dal territorio italiano. Il servizio è accessibile tutti i giorni dalle 9 alle 19.45.

ABRUZZO Museo “Paludi” di Celano (Aq), orario 8.30 -19; area archeologica di Amiternum a L’Aquila, 9-20; area archeologica di Alba Fucens di Massa d’Albe (Aq), 9-20; museo Archeologico nazionale “La Civitella” di Chieti, 9-20; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo Villa Frigerj di Chieti, 9-20; parco archeologico di Iuvanum a Montenerodomo (Ch), 10-13 / 16-19; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo a Campli (Te), 9-20.

L’area archeologica di Metaponto (Matera)

BASILICATA Museo Archeologico nazionale di Metaponto a Bernalda (Mt), 9-22; area archeologica di Metaponto a Bernalda (Mt), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” di Matera, 9-22; museo Archeologico nazionale della Siritide a Policoro (Mt), 9-22; area archeologica di Siris – Herakleia di Policoro (Mt), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale dell’alta Val d’Agri a Grumento Nova (Pz), 9-22; area archeologica di Grumentum a Grumento Nova (Pz), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” a Melfi (Pz), 9-22; museo Archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” a Potenza, 9-22; museo Archeologico di Venosa (Pz), 9-22; parco archeologico di Venosa (Pz), 9-un’ora prima del tramonto.

Una sala del museo nazionale Archeologico della Sibaritide

CALABRIA Museo Archeologico di Amendolara (Cs), 9-19.30; museo Archeologico di Sibari (Cs), 9-19.30; parco archeologico del Cavallo a Sibari (Cs), 9-15; museo di Torre Cimalonga a Scalea (Cs), 9-19.30; parco archeologico di Scolacium a Borgia (Cz), 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico di Scolacium a Borgia (Cz), 9-13; museo Archeologico nazionale di Crotone, 9-19.30; museo Archeologico e area archeologica di Capo Colonna (Kr), 9-13 / 15.30-19; museo nazionale e parco archeologico di Locri Epizefiri a Locri (Kr), 9-19.30; area archeologica di Monasterace Marina (Rc), 9-19.30; museo Archeologico nazionale Castello Normanno Svevo a Vibo Valentia, 9-19.30.

Il parco archeologico di Paestum, patrimonio Unesco

CAMPANIA Parco archeologico di Aeclanum a Mirabella Eclano (Av), 9-19; area archeologica del Teatro Romano di Benevento, dalle 9 del 15 agosto all’una del 16 agosto; museo Archeologico nazionale del Sannio Caudino e della torre antistante al Castello di Montesarchio (Bn), 9-22.30; museo e antiquarium “Antica Telesia” a San Salvatore Telesino (Bn), 8-20; museo Archeologico dell’antica Allifae – anfiteatro, mausoleo degli Acilii, foro romano, ad Alife (Ce), 8-23; museo Archeologico dell’antica Calatia a Maddaloni (Ce), 8.30-23; museo Archeologico dell’Antica Capua a Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-19; Mitreo di Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-un’ora prima del tramonto; Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere (Ce), 9-un’ora prima del tramonto; teatro romano e sala espositiva di Sessa Aurunca (Ce), 8-14; museo Archeologico dell’Agro Atellano a Succivo (Ce), 8.30-23; museo Archeologico di Teano (Ce), 8.30-19.30; Teatro Romano di Teanum Sidicinum a Teano (Ce), 10.30-18; museo Archeologico nazionale di Napoli, 9-19.30; parco e Tomba di Virgilio a Napoli, 9-14; area archeologica di Velia ad Ascea (Sa), 8.15-23; museo Archeologico nazionale di Paestum a Capaccio (Sa), 8.30-22.40; area archeologica di Paestum a Capaccio (Sa), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Eboli (Sa), 7.30-13.30; antiquarium ed area archeologica di Minori (Sa), 8-19.30; museo Archeologico nazionale di Pontecagnano (Sa), 9-19; area archeologica del teatro ellenistico romano e della necropoli monumentale a Nocera Superiore (Sa), 8.30-13.30; museo Archeologico di Sarno (Sa), 9-22.

Bronzetti votivi esposti nel museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto (foto Iago Corazza)

EMILIA ROMAGNA Museo nazionale Etrusco di Marzabotto e area archeologica a Marzabotto (Bo), 9-13 / 15-18.30, area archeologica fino alle 19; museo Archeologico nazionale Sarsinate a Sarsina (Fc), 13.30-18.30; museo Archeologico nazionale di Ferrara, 9.30-17, chiusura biglietteria alle 16.30; apertura straordinaria gratuita dalle 17.30 alle 24; area archeologica della città romana di Veleia a Lugagnano Val d’Arda (Pc), 9-19; basilica di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, 8.30-19.30; Battistero degli Ariani a Ravenna, 8.30-19.30; Mausoleo di Teodorico a Ravenna, 8.30-19; Palazzo di Teodorico a Ravenna, 8.30-13.30; museo nazionale di Ravenna, 8.30-19.30; area archeologica e villa romana di Russi (Ra), 12-22.

FRIULI VENEZIA GIULIA Area archeologica di Aquileia (Ud), 8.30-19; museo Archeologico nazionale di Aquileia (Ud), 8.30-19.30; museo Paleocristiano ad Aquileia (Ud), 8.30-13.45; museo Archeologico nazionale di Cividale (Ud), 8.30-19.

Tumuli etruschi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Lo straordinario complesso della villa dell’imperatore Adriano a Tivoli

LAZIO Area archeologica di Cassino (Fr), 9-fino al tramonto; museo Archeologico nazionale di Cassino (Fr), 9-20; museo Archeologico nazionale di Formia (Lt), 8.30-19.30; Tomba di Cicerone di Formia (Lt), 10-13 / 15.30-18.30; comprensorio archeologico di Minturnae a Minturno (Lt), 8.30-19; area archeologica di Sperlonga (Lt), 8.30-20; museo Archeologico nazionale di Sperlonga (Lt), 8.30-20; museo Archeologico e scavi di Lucus Feroniae a Capena (Rm), 8.30-19.30; museo nazionale Cerite a Cerveteri (Rm), 8.30-19.30; necropoli della Banditaccia – tombe etrusche e museo a Cerveteri (Rm), 8.30-19.30; museo nazionale Archeologico di Civitavecchia (Rm), 8.30-19.30; Terme Taurine o di Traiano a Civitavecchia (Rm), visitabile su prenotazione Pro Loco tel. 0766 20299; museo delle navi romane di Nemi (Rm), 9-19; museo Archeologico nazionale di Palestrina (Rm), 9-20; area archeologica di Palestrina (Rm), 9-18; area archeologica di Veio -santuario etrusco di Apollo all’Isola Farnese – Portonaccio (Rm), 8-14; Villa dei Volusii a Fiano Romano (Rm), visitabile su prenotazione tel. 0765 459265; Pantheon a Roma, 9-13; Colosseo a Roma, 8.30 – 19.15; Foro Romano e Palatino a Roma, 8.30-13.30; museo nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” a Roma Eur, 9-19.30; museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma Eur, 9-20; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, 8.30-19.30; Palazzo Massimo a Roma, 9-19.45; Palazzo Altemps a Roma, 9-19.45; Terme di Diocleziano a Roma, 9-19.45; Crypta Balbi a Roma, 9-19.45; Villa dei Quintili a Roma, 9-16.30; area archeologia di Malborghetto di Roma, 9-13 / 14.30-18.30; Mausoleo di Cecilia Metella a Roma, 9-16.30; Scavi di Ostia Antica (Rm), 8.30-19.15; Terme di Caracalla a Roma, 9-19.15; parco delle Tombe di via Latina a Roma, 9-17.30; museo nazionale dell’Alto Medioevo a Roma Eur, 9-14; Antiquarium di Pyrgi a Santa Marinella (Rm), 9-19; museo Antiquario del Canopo a Tivoli (Rm), 10-13.15 / 14.15-19; Villa Adriana a Tivoli (Rm), 9-19.30; area del foro e domus private della città romana di Volusii a Bolsena (Vt), 8-14; museo Archeologico di Vulci a Canino (Vt), 8.30-19.30; Forte Sangallo e museo Archeologico dell’Agro Falisco a Civita Castellana (Vt), 8-19.30; museo Archeologico nazionale di Tarquinia (Vt), 8.30-19.30; necropoli di Monterozzi (tombe etrusche) a Tarquinia (Vt), 8.30-19.30; area archeologica Madonna dell’Olivo a Tuscania (Vt), visitabile su prenotazione tel. 0761 436209; museo nazionale Archeologico di Tuscania (Vt), 8.30-19.30; area archeologica di Sutri (Vt), 8.30-13.30; museo nazionale Etrusco di Viterbo – Rocca Albornoz a Viterbo, 8.30-19.30; area archeologia Antica Città di Ferentum a Viterbo, 13-19; Tomba Francois a Vulci (Vt), visitabile su prenotazione tel. 0766 89298.

LIGURIA Museo Archeologico per la Preistoria e la Protostoria del Tigullo a Chiavari (Ge), 9-13.30; museo Preistorico dei “Balzi Rossi” a Ventimiglia (Im), 8.30-19.30; antiquarium di Nervia e Albintimilium a Ventimiglia (Im), 13-19; museo nazionale e sistema museale dell’antica città di Luni a Ortonovo (Sp), 8.30-19.30; villa romana del Varignano Vecchio a Portovenere (Sp), 13.30-19.30.

Una visione aerea della villa romana di Sirmione, nota come Grotte di Catullo

LOMBARDIA Parco nazionale delle incisioni rupestri di Capo di Ponte (Bs), 8.30-19.30; parco Archeologico nazionale Massi di Cemmo (Bs), 8.30-19; museo Archeologico nazionale della Valcamonica e Anfiteatro a Cividate Camuno (Bs), 8.30-14; villa romana e antiquarium di Desenzano del Garda (Bs), 8.30-19.30; Grotte di Catullo e Antiquarium a Sirmione (Bs), 9.30-18.30; villa romana di Toscolano Maderno (Bs), 8.30-19; villa tardo Romana e antiquarium di Palazzo Pignano (Cr), 8.30-14.30; museo Archeologico nazionale di Mantova, 8.30-13.30; parco archeologico di Castelseprio (Va), 9.30-18; area archeologica del Monsorino a Golasecca (Va), accesso libero.

MARCHE Museo Archeologico nazionale delle Marche ad Ancona, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Arcevia (An), 8.30-13.30; antiquarium statale di Numana (An), 8.30-19.30; area archeologica di Sassoferrato (An), 8.30-13.30; museo Archeologico statale di Ascoli Piceno, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Cingoli (Mc), 8.30-13.30; museo Archeologico statale di Urbisaglia (Mc), 8.30-13.30; Lapidario di Urbino, 8.30-19.20.

Il teatro di Pietrabbondante

MOLISE Museo Sannitico di Campobasso, 9-18; parco archeologico di Villa Zappone a Larino (Cb), 8-14 (appuntamento); teatro romano di Altilia a Sepino (Cb), 9-18; complesso monumentale di S. Vincenzo a Volturno a Castel S. Vincenzo (Is), 8-14 / 15-20; museo archeologico di Santa Maria delle Monache a Isernia, 8-20; padiglione del museo del Paleolitico a Isernia, 8-20; area archeologica di Pietrabbondante (Is), 9.30-18.30; museo Archeologico di S. Chiara a Venafro (Is), 14.30-19.30.

PIEMONTE Area archeologica della città romana di Libarna a Serravalle Scrivia (Al), 8.30-13.30; area archeologica della città romana di Augusta Bagiennorum a Bene Vagienna (At), 10-18; area archeologica della città romana di Industria a Monteu da Po (To), 10-18; anfiteatro romano di Segusio a Susa (To), 10-18; museo di Antichità di Torino, 8.30-19.30.

La visita immersiva nella grotta dell’Uomo di Altamura nel museo nazionale Archeologico di Altamura

PUGLIA Museo nazionale Archeologico di Altamura (Ba), 8.30-13.30; museo nazionale Archeologico di Gioia del Colle (Ba), 8.30-19.30; area archeologica di Monte Sannace a Gioia del Colle (Ba), 8.30-15; museo Archeologico nazionale “Jatta” a Ruvo di Puglia (Ba), 8.30-13.30; museo Archeologico di Palazzo Sinesi a Canosa di Puglia (Ba), 8.30-14.30; museo Archeologico di Egnazia a Fasano (Br), 8.30-19.30; area archeologica di Egnazia a Fasano (Br), 8.30-19.15; centro di documentazione Messapica di Oria (Br), 20-23; antiquarium di Canne della Battaglia a Barletta (Bt), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Manfredonia (Fg), 8.30-19.30; parco archeologico di Ascoli Satriano (Fg), 10-13 / 16-19; museo nazionale Archeologico di Taranto, 8.30-19.30.

SARDEGNA Museo Archeologico nazionale di Cagliari, 9-20; museo Archeologico nazionale “G. Asproni” di Nuoro, 9-14; Antiquarium Turritano di Porto Torres (Ss), 9-20; museo Archeologico “G.A. Sanna” di Sassari, 9-20.

Una sala del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia

TOSCANA Museo Archeologico nazionale “Gaio Clinio Mecenate” di Arezzo, 8.30-19.30; zona archeologica di Cortona (Ar), 8-14; museo Archeologico nazionale di Firenze, 8-19; area archeologica di Vetulonia a Castiglione della Pescaia (Gr), 10-19; area archeologica di Roselle a Grosseto, 8.30-19.30; antiquarium statale di Cosa a Orbetello (Gr), 9-19.30; museo Archeologico nazionale, Tomba del Leone in località Poggio Renzo e Tomba della Pellegrina in località Montebello a Chiusi (Si), museo 9-20, aperta solo la tomba della Pellegrina con visite alle una e alle 16.

UMBRIA Tempietto sul Clitunno a Campello sul Clitunno (Pg), 14-20; teatro romano e antiquarium a Gubbio (Pg), 10-19.30; Ipogeo dei Volumni a Perugia, 9-12.30 / 16.30-19; museo Archeologico nazionale dell’Umbria a Perugia, 8.30-19.30; museo Archeologico statale di Spoleto (Pg), 8.30-19.30; museo Archeologico di Orvieto (Tr), 8.30-19.30; necropoli etrusca del Crocifisso del Tufo a Orvieto (Tr), 8.30-19.30; area archeologica di Carsulae a Terni, 8.30-19.30.

Sculture al museo archeologico nazionale Concordiese

VENETO Museo nazionale Atestino di Este (Pd), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Adria (Ro), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Ro), 8.30-19.30; basilica paleocristiana e complesso tardo-antico a Concordia Sagittaria (Ve), 8.30-19.30; museo nazionale Concordiese di Portogruaro (Ve), 8.30-19.30; area archeologica a Nord del museo di Altino (Ve), 8.30-19.30; area archeologica a Est del museo di Altino (Ve), 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale di Altino (Ve), 8.30-19.30; museo Archeologico di Venezia, 8.15-19.15.

VALLE D’AOSTA Museo Archeologico regionale di Aosta, 9-19; teatro romano di Aosta, 9-20; criptoportico forense di Aosta, 10.30-12.30 / 13.30-18.30; scavi archeologici di San Lorenzo ad Aosta, 9.30-12.30 / 14-18;

Con la mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria viaggio nel tempo attraverso la casa degli antichi greci, i suoi spazi, gli arredi, ma anche i suoi abitanti

La locandina della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria

La sede del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria

“Un affascinante viaggio nel tempo attraversando la casa greca, per conoscerne la distribuzione degli spazi, gli arredi, gli oggetti d’uso quotidiano comune, ma anche i suoi protagonisti, accolti dal benvenuto dei padroni di casa, con le donne affacciate alla finestra avvolte nei loro himatia”: nelle parole di Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) sta tutto il senso della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, aperta fino al 18 novembre 2018, a cura dello stesso Malacrino e dell’archeologo del MArRC, Maurizio Cannatà. Tra le attività di valorizzazione del MArRC, la mostra “Oikos” si inserisce nel programma delle celebrazioni del 2018, Anno Europeo del Patrimonio Culturale. “Il tema della casa e dell’abitare nel mondo greco antico (dall’età arcaica, VIII sec. a.C., all’età ellenistica, I sec. a.C.), in un percorso espositivo transmediale”, spiegano i promotori, “diventa il viatico per far conoscere e promuovere le tradizioni e il patrimonio culturale dell’Italia meridionale, rafforzando il senso di appartenenza alla comune identità europea mediterranea”.

Nel video postato su Youtube da Holly Reggio ben si coglie la valenza della mostra reggina “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”, che presenta oltre 100 preziosi reperti, con prestiti dai musei Archeologici nazionali di Napoli e di Taranto, dal museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa, dai parchi Archeologici di Paestum e dei Campi Flegrei e dal museo Archeologico dell’Antica Kaulon che fa riferimento al Polo museale della Calabria, esposti in un allestimento con strumenti multimediali. Attraverso pannelli didattici, ricostruzioni grafiche e digitali dell’architettura e degli ambienti e video in 3D di descrizione di momenti di vita quotidiana, i visitatori sono accolti nell’oikos, nella casa e nella famiglia degli antichi Greci.

Il suggestivo allestimento della mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia”

Il filo conduttore è l’oikos, termine che “per i Greci era la casa intesa come spazio fisico di vita dei suoi abitanti e, al tempo stesso, la famiglia con i suoi beni e i suoi legami con il territorio”, spiega Malacrino. “Attraverso la scelta espositiva dell’allestimento abbiamo voluto ricreare le forme dell’abitare nel mondo greco antico. È un coinvolgente ritorno al passato, alle fonti delle nostre tradizioni di vita e di famiglia occidentale mediterranea. Varcata la soglia d’ingresso dell’oikos nel mondo magnogreco e siceliota – continua-, i visitatori saranno accompagnati alla scoperta delle abitudini di vita dei Greci d’Occidente, per comprendere il senso delle cose che oggi ci testimoniano quel tempo”. La ricostruzione grafica di una facciata contrassegna l’inizio del percorso, con la donna alla finestra avvolta nel suo himation raffigurata nella piccola ma preziosissima lekythos di Taranto, con uno sguardo misterioso, che invita a compiere un viaggio meraviglioso.

La sale espositive del MArRC dedicate alla mostra “Oikos”

“La casa è per i Greci antichi l’espressione dell’identità della comunità dei suoi abitanti”, interviene Maurizio Cannatà, uno dei curatori della mostra. “E si evolve nel tempo a seconda di come cambia la società. Nella lingua greca non esiste un termine equivalente al latino familia. Esiste un unico termine, oikos. E ciò significa che rispetto ai legami di sangue prevale l’appartenenza al gruppo familiare, cellula base della società. Nel corso dei secoli, nel mondo greco antico in Calabria e in Sicilia, si modifica l’organizzazione strutturale degli spazi della casa, ma non cambia la funzione degli ambienti rispetto ai ruoli all’interno della famiglia. L’uomo, cittadino, politico, atleta e guerriero, vive nell’andron i momenti conviviali, delle relazioni esterne, nel simposio. La donna sovrintende ai lavori domestici e ha nel gineceo il suo regno indiscusso”.

Il celebre mosaico pavimentale del drago proveniente dall’antica Kaulon

Tra gli oltre cento reperti in mostra, spicca il celebre mosaico del drago dall’andron dell’omonima casa dell’antica Kaulon, giunto a Reggio Calabria – lo ricordiamo – in cambio della testa della Testa della Sfinge della Passoliera ora esposta al museo Archeologico nazionale di Kaulonia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/10/la-testa-della-sfinge-della-passoliera-torna-per-la-prima-volta-a-casa-prestito-del-marrc-al-museo-dellantica-kaulon-dove-paolo-orsi-scopri-la-bellissima-scultura-in-terracotta-del-vi-sec/). Nel settore maschile della casa, dove – come detto – si tenevano i banchetti, troviamo il sontuoso cratere attico a figure rosse con scena di danza della collezione Sant’Angelo del museo Archeologico nazionale di Napoli. Mentre nel gineceo possiamo ammirare la splendida anfora del museo Archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa; il monumentale lebes gamikos, vaso a figure rosse attribuito al “Pittore di Afrodite” dal museo Archeologico nazionale di Paestum; e la pittura su marmo delle “Giocatrici di Astragali” da Ercolano: sono tutti elementi che rimandano al ruolo della donna, regina della casa per l’oikonomia domestica, e del gineceo, che rappresenta – parole di Vitruvio – “la sala in cui la padrona di casa lavora la lana insieme alle schiave addette a questa mansione”.

La testa della Sfinge della Passoliera torna per la prima volta a casa: prestito del MArRC al museo dell’antica Kaulon, dove Paolo Orsi scoprì la bellissima scultura in terracotta del VI sec. a.C. all’inizio del Novecento

La Testa della Sfinge della Passoliera esposta temporaneamente a Kaulonia, dove fu rinvenuta da Paolo Orsi

Angela Acordon, direttore del Polo museale della Calabria

Lo sguardo enigmatico che si sublima in un sorriso ambiguo: quello della Sfinge della Passoliera, bellissima scultura in terracotta di età arcaica, la cui testa fu rinvenuta a Kaulonia (Reggio Calabria) agli inizi del Novecento dall’archeologo Paolo Orsi. Il prezioso reperto è normalmente esposto al MArRC, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Ma dal 10 agosto 2018 per la prima volta è esposta nel luogo dove è stata rivenuta un secolo fa, al museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon, su precisa richiesta del direttore del Polo museale della Calabria, Angela Acordon, e del direttore del museo di Kaulonia, Rossella Agostino. Ciò è stato possibile grazie a uno scambio istituzionale tra Polo museale della Calabria – museo Archeologico nazionale di Kaulonia e il MArRC: così mentre il mosaico pavimentale del Drago da Kaulonia va a Reggio Calabria tra i reperti esposti nella mostra “Oikos. La casa in Magna Grecia e Sicilia” (dal 10 agosto al 18 novembre 2018), la Testa della Sfinge della Passoliera rimane esposta a Kaulonia. La Testa della Sfinge fu rinvenuta, si diceva, da Paolo Orsi in fosse di scarico insieme a elementi architettonici pertinenti a un santuario extraurbano demolito già in antico, costituito da più edifici databili tra la fine VI e la prima metà V secolo a.C.. Parti di questi elementi architettonici caratterizzati dalla presenza di teste leonine dalla vivace policromia, oggi costituiscono un interessante settore espositivo del museo archeologico di Kaulonia che fa parte del Polo Museale della Calabria. La Testa, richiesta in prestito, è un bellissimo esempio di scultura in terracotta, policroma – forse, elemento decorativo forse, offerta votiva – databile alla seconda metà del VI secolo a.C. che ha sempre affascinato i visitatori del museo reggino fin dai tempi della sua prima esposizione. La sua importanza e il legame con il sito della Passoliera già documentato, nell’esposizione museale cauloniate, per il direttore Acordon costituiscono un’opportunità importante per poter ammirare un reperto mai esposto nel territorio in cui fu rinvenuto. L’esposizione della sfinge sarà supportata nei mesi della durata del prestito da iniziative ed attività collaterali curate dalla direzione del museo.

“Veleia sotto le stelle”: arte, miti, yoga, storia e stelle. Serate a tema e visite guidate con archeologi della soprintendenza nel sito archeologico di Veleia (Pc), municipio romano che ricorda i liguri Veleiates sconfitti e sottomessi a Roma

“Veleia sotto le stelle”: serate a tema e visite guidate nell’area archeologica

Arte, miti, yoga, storia e stelle: sono gli ingredienti del ricco menù di inizio agosto a Veleia Romana, nella valle del Chero, prospero municipio romano ed importante capoluogo il cui nome deriva dalla tribù ligure chiamata Veleiates, fondato nel 158 a.C., dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma. L’appuntamento è per “Veleia sotto le stelle”, evento promosso dal Polo museale dell’Emilia Romagna in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza e il Comune di Lugagnano Val d’Arda. Per 4 serate, da sabato 4 agosto a domenica 12 agosto 2018, l’area resta aperta fino alle 22.30 e, a partire dalle 19.30, ospita eventi culturali. Proprio in queste serate è possibile effettuare visite guidate all’area con archeologi della soprintendenza e in particolare al “castellum aquae” più noto come “anfiteatro”, normalmente chiuso al pubblico. Tutti gli eventi si svolgono al centro visite di Veleia con inizio alle 21. L’osservazione delle stelle e le lezioni di yoga, nel foro romano, sempre alle 21. È gradita la prenotazione (0523801173 sabap-pr.segreteria@beniculturali.it ). Le iniziative sono gratuite per chi accede all’area archeologica (costo ingresso: 2 euro intero, 1 euro ridotto).

L’archeologa Federica Guidi

Ogni serata è dedicata a un tema culturale differente: si è aperto sabato 4 agosto 2018, con la conferenza sul mondo dei Gladiatori a cura di Federica Guidi, autrice del best seller “Morte nell’arena”, che ha raccontato scena e retroscena di un costume che ha attraversato i secoli. In principio, nel III sec. a.C. si chiamavano munera, obblighi verso i defunti. Poi il nome rimase ma i combattimenti divennero festività offerte da personalità politiche e dall’imperatore per procurarsi consenso Panem et circenses. Gli eventi proseguono nel weekend del 10-12 agosto.

Visite guidate nel foro romano di Veleia nelle serate di agosto

Per la sera di San Lorenzo, venerdì 10 agosto 2018, l’architetto Valentina Cinieri terrà una lezione sull’iconografia del Santo tra arte, devozione e tradizione popolare: “Il pianto del cielo. San Lorenzo tra arte e devozione”. Il giorno dedicato a San Lorenzo è noto per la concentrazione della pioggia di meteore, fenomeno che ha originato tradizioni popolari che ricondurrebbero questo avvenimento naturale al martirio del Santo, paragonando le stelle cadenti alle lacrime versate durante il supplizio o alle scintille provenienti dalla graticola infuocata del martirio. Attraverso le rappresentazioni pittoriche e scultoree del Medioevo agli inizi del secolo scorso, realizzate nei diversi ambiti storico-culturali dei differenti periodi storici, è possibile tracciare l’evoluzione dell’iconografia del santo martire.

Le terme romane di Veleia

Sabato 11 agosto 2018 sarà la volta del restauro: gli architetti Cristian Prati della Soprintendenza e Luca Oddi con i restauratori di Opus restauri, presenteranno i lavori di restauro in corso sulle terme di Veleia, realizzati anche con il contributo dei mecenati del luogo che hanno aderito alla “chiamata alle arti” di Art Bonus: Cristian Prati introdurrà i principi del restauro applicati ai beni archeologici, mentre Luca Oddi e i restauratori illustreranno il progetto in corso nel settore termale della cittadina romana.

L’astrofilo Marco Bastoni

Domenica 12 agosto 2018 l’area ospiterà un noto astrofilo, Marco Bastoni, che accompagnerà i presenti dal foro romano alla scoperta di stelle, pianeti e costellazioni, rievocando miti e leggende del cielo: racconti dal cielo osservando le stelle. Accompagnati da letture dalle Metamorfosi di Ovidio, osservazione del cielo con telescopio insieme all’astrofilo Marco Bastoni.

Yoga nel foro romano di Veleia

Yoga nel foro romano. Per gli amanti della meditazione e del contatto con la natura, nelle serate dell’11 e 12 agosto 2018 nel foro romano sarà possibile partecipare alle lezioni di Akhanda Yoga della maestra Francesca Bicchieri: Akhanda, come la parola yoga, significa completo, indivisibile, intero, infinito, pieno. Akhanda yoga non è qualcosa che facciamo ma è ciò che siamo.