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Archeofest 2017: tre giorni col festival dell’archeologia sperimentale al museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma

“Archeofest”, ovvero il festival di archeologia sperimentale: giunto alla quarta edizione, l’appuntamento è al museo delle Civiltà nella sede del museo Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” di Roma dal 23 al 25 giugno 2017.   Tema di quest’anno: la tessitura, analizzata nei sui gesti tecnici e nel sapere delle mani e trattata da un punto di vista teorico e pratico. Sperimentare è un ottimo metodo per comprendere ed imparare. Lo studio della Preistoria e della Storia, attraverso l’Archeologia sperimentale, non si limita al racconto delle tecnologie usate nel passato, ma porta alla riscoperta del mondo naturale in cui vivevano i nostri antenati e dal quale ricavavano il necessario per il vivere quotidiano. L’Archeologia sperimentale è un importante strumento di recupero del rapporto con la natura, ma anche lo strumento didattico per comprendere una storia che da millenni accompagna il nostro cammino.  Archeofest 2017 è presentato dall’associazione culturale Paleoes – eXperimentalTech ArcheoDrome, fondatore, insieme alla CoopAcai Phoenix dell’RTI ADITUM Cultura, concessionario delle attività culturali e didattiche del Museo delle Civiltà (EUR, Roma). L’evento ideato e organizzato da Paleoes – EXTAD quest’anno è in collaborazione con il museo delle Civiltà, patrocinato dalla soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e l’università di Roma “Sapienza”. Inoltre, essendo Paleoes – EXTAD membro di EXARC, network internazionale di archeologia sperimentale e musei all’aperto, ha il suo patrocinio e quello di ICOM (International Council of Museums). Il comitato scientifico è composto dai membri di Paleoes – EXTAD, dal Direttore e dai funzionari del museo delle Civiltà, dal soprintendente, da alcuni docenti universitari di “Sapienza” e responsabili della NY Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Ecco il programma delle tre giornate del festival. Venerdì 23 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali (Tessitura, Fusione dei metalli, Tinture naturali, Produzione ceramica, Scheggiatura della pietra, Intreccio fibre vegetali, Area di simulazione di scavo archeologico); dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini. In sala conferenze, dalle 15 alle 18:30, tavola rotonda “Le buone pratiche nell’Archeologia sperimentale”. Sabato 24 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti e bambini; dalle 17 alle 18, visita alle aree sperimentali dei partecipanti alla giornata di studio. In sala conferenze, alle 9.30, registrazione; dalle 10 alle 17, giornata di studio “Attraverso le trame della storia”. Atrio Salone delle Scienze: dalle 18 alle 19, aperitivo musicale a cura di Q-Jazz STANDARDS & SWINGTIME. Inaugurazione della mostra “Bel suol d’amore – The Scattered Colonial Body”, di Leone Contini, a cura di Arnd Schneider. Domenica 25 giugno: aree sperimentali, alle 11, apertura al pubblico delle aree sperimentali; dalle 11 alle 18, atelier di sperimentazione per adulti, bambini e workshop per specialisti.

Da Vitruvio a Le Corbusier: al Palladio Museum di Vicenza un convegno internazionale di tre giorni con 32 esperti da tutto il mondo spiega “Come studiano gli architetti”

Illustrazione del “De architettura” di Vitruvio tra gli architetti studiati al convegno di Vicenza

Vengono dalla Lettonia al Sud Africa, dagli Stati Uniti a Israele, passando per Italia, Francia, Regno Unito, Grecia, Svizzera, Svezia, Belgio: specialisti da tutto il mondo che raccontano la cultura degli architetti da Vitruvio a Le Corbusier si ritrovano per tre giorni, dal 15 al 17 giugno 2017, al Palladio Museum di Vicenza nel grande convegno internazionale “Come studiano gli architetti?”.  Già nel De Architectura di Vitruvio, scritto una trentina d’anni prima di Cristo, si legge che l’architetto deve avere una cultura enciclopedica, basata su saperi tecnici, ma anche su letteratura, storia, filosofia, medicina, musica e molto altro ancora. Ma come studiano gli architetti ? Come assorbono le nozioni ? Quali sono le continuità e le differenze attraverso i secoli ? Lo spiegheranno 32 specialisti da tre continenti nel convegno a cura di Nicholas Adams (Vassar College, USA), Guido Beltramini, Howard Burns e Fernando Marias (Universidad Autónoma de Madrid, Spagna).

Guido Beltramini e Howard Burns, direttore e presidente del Consiglio scientifico del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di cui il Palladio Museum a Vicenza è emanazione

“Libri e manoscritti sono da sempre il principale veicolo di trasmissione delle idee architettoniche”, affermano Guido Beltramini e Howard Burns, direttore e presidente del Consiglio scientifico del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di cui il Palladio Museum è emanazione. “I progettisti, in quanto proprietari di questi libri, hanno lasciato tracce dei loro pensieri in forma di annotazioni, commenti o disegni. Sviluppando il concetto di architetto come ‘lettore attivo’ che assorbe nuove informazioni per future applicazioni pratiche, il seminario intende cogliere gli architetti in dialogo con i propri libri, con uno sguardo di lunga durata dalla Roma di Vitruvio alla Las Vegas di Robert Venturi”. Per questo seminario al Palladio Museum si sono dati convegno storici del libro, specialisti di biblioteche, storici dell’architettura che si susseguiranno in sei sessioni successive nell’arco di tre giornate. Presenti i grandi specialisti internazionali della storia dell’architettura, come l’americano Joe Connors, docente ad Harvard e presidente della Renaissance Society of America, l’inglese Gordon Higgott, il massimo esperto di Inigo Jones, il bibliomane svizzero Werner Oechslin o Lola Kantor-Kazovsky direttrice dell’istituto di storia dell’arte dell’Università di Gerusalemme. Accanto ai mostri sacri, moltissimi i giovani e gli studiosi in ascesa come l’italiana Eleonora Pistis, docente alla Columbia University, Estelle Alma Maré che dal Sud Africa giunge a Vicenza per parlare di Leon Battista Alberti o la lettone Anna Ancane che ha ritrovato la biblioteca di un architetto di Riga del diciassettesimo secolo.

L’americano Bill Sherman, vicedirettore del Victoria&Albert Museum di Londra, uno degli ospiti di eccezione

Tre gli ospiti di eccezione. Il seminario viene aperto dal celebre specialista della storia dei libri, l’americano Bill Sherman, vicedirettore del Victoria&Albert Museum di Londra e autore di Used Books un testo capitale per chiunque voglia sapere come venivano letti, usati e annotati i libri nel Rinascimento. Ma venerdì pomeriggio saranno presenti anche due casi-studio in carne ed ossa: l’architetto svedese Johan Celsing, classe 1955, uno dei più noti progettisti nordeuropei e il quarantenne Kersten Geers, belga con base a Bruxelles e docente a Losanna e Harvard. Celsing, grande appassionato di letteratura, parlerà del proprio lavoro ragionando su architettura e metrica, intrecciando i mattoni con la poesia inglese, greca e italiana. Vent’anni più giovane Geers mostrerà il lavoro del proprio studio dove i temi della storia si intrecciano alle suggestioni delle arti contemporanee.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Il mondo che non c’era” con i capolavori della collezione Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane, dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. Il confronto tra culture e mondi diversi rientra nel progetto “Classico/anticlassico” voluto dal direttore Paolo Giulierini

La mostra”Il mondo che non c’era” della collezione Ligabue apre al Mann di Napoli

Dopo Firenze e Rovereto, l’arte precolombiana della collezione Ligabue sbarca a Napoli. Il 16 giugno 2017 apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra che ci fa conoscere “Il mondo che non c’era”, straordinaria esposizione (si potrà visitare fino al 30 ottobre 2017) promossa dalla fondazione Giancarlo Ligabue dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni nel continente americano prima dell’incontro con gli europei. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé: un’apertura al confronto tra mondi e culture diverse che ben si colloca nel filone programmatico di eventi “Classico /Anticlassico” inserito nel piano strategico del Mann dal già direttore Paolo Giulierini. I capolavori della Collezione Ligabue ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, alle quali ci legano alcune passioni: dal gioco del “pallone” al pomodoro. “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”. Così scrive nel 1520 Albrecht Dürer di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles da quel continente lontano, sconosciuto fino a pochi decenni prima.

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Tra la fine del XV e gli albori del XVI secolo l’Europa viene scossa da una scoperta epocale: le “Indie”, “Il mondo che non c’era”. Un fatto che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente; l’incontro di un nuovo continente e, secondo l’antropologo Claude LéviStrauss, l’evento forse più importante nella storia dell’umanità. Fu il grande esploratore Amerigo Vespucci a comprendere per primo che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”, un nuovo continente che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, “America”. Si tratta di culture che in molta parte devono ancora essere studiate e comprese: annientante, annichilite e ignorate per lunghi anni dopo la scoperta di quelle terre, da parte dei Conquistadores ammaliati solo dalle ricchezze materiali, responsabili di stragi e razzie.

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era”

Ora un corpus di capolavori straordinari – dalle rarissime maschere in pietra di Teotihuacan ai vasi Maya d’epoca classica, dalle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono Frida Kahlo e gli artisti surrealisti, alle Veneri ecuadoriane di Valdivia, dalle sculture azteche a straordinari oggetti in oro – sarà esposto al pubblico per la prima volta grazie a questo progetto.  Tutto questo è contenuto in una delle collezioni più complete e importanti in quest’ambito in Italia: la Collezione Ligabue. A poco più due anni dalla scomparsa di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – imprenditore ma anche paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista – questa esposizione vuole infatti essere anche un omaggio alla sua figura da parte del figlio Inti Ligabue che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha anche dato vita negli anni, con acquisti mirati, a un’importante collezione d’oggetti d’arte, espressione di moltissime culture.

Capolavori precolombiani nella mostra “Il mondo che non c’era”

Una parte di questa collezione è il cuore della mostra che giunge a Napoli, curata da Jacques Blazy specialista delle arti pre-ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud, e che vanta tra i membri del comitato scientifico anche André Delpuech, Direttore del Musée de l’Homme-Muséum d’Histoire Nationale Naturelle di Parigi e già responsabile delle Collezioni delle Americhe al Musée du quai Branly, e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig anche membri del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue.

Arona, sul lago Maggiore, ospita per tre mesi l’Arco di Palmira, riprodotto in scala. Nel settembre 2016 aveva intitolato il museo Archeologico all’archeologo-custode di Palmira, Khaled Asaad, trucidato dall’Isis

La riproduzione in scala ridotta dell’Arco di Palmira installato in piazza san Graziano ad Arona

L’archeologo Khaled Asaad, per decenni “custode” di Palmira, assassinato dai miliziani dell’Isis

Dopo Londra, Dubai, New York e Firenze, è arrivata ad Arona, sul lago Maggiore, la riproduzione in scala dell’Arco di Palmira, realizzata dalla Torart di Carrara nell’ambito del progetto “The Million Image Database” per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale mondiale, promosso da The Institute for Digital Archaeology di Oxford. L’Arco di Palmira, simbolo del sito archeologico siriano distrutto dall’Isis, rivive per tre mesi ad Arona, in piazza San Graziano, davanti al museo archeologico intitolato a Kaled Al Asaad, l’archeologo-custode del sito assassinato dai terroristi islamici il 18 agosto 2015. L’Arco, realizzato dall’istituto oxfordiano, è identico a quello distrutto dall’Isis, solo più piccolo.  “La ricostruzione”, spiega il sindaco di Arona, Alberto Gusmeroli, “ha un valore storico ma anche simbolico. È la dimostrazione di come sia possibile ricostruire, grazie alle moderne tecnologie, qualcosa del passato che altrimenti andrebbe perso”.

Lo spettacolo di luci e musica ideato d Sebastiano Romano per l’Arco di Palmira

I figli di Khaled Asaad, Waled e Omar, presenti all’inaugurazione dell’Arco di Palmira in piazza ad Arona (foto Attilio Barlassina)

Prima della cerimonia di inaugurazione, il 29 aprile 2017, alla presenza di Waled e Omar al-Asaad, figli del grande archeologo siriano, c’è stato un ricordo di Khaled al-Asaad nella sala didattica del museo archeologico di Arona che l’11 settembre 2016 fu intitolato proprio a Khaled Asaad. Con Alexy Karenowska e Khaled Hiatlih, il direttore dell’IDA Roger Michel ha donato  al Comune di Arona un ritratto di Kaled che verrà esposto all’interno del museo. Nell’occasione è stato annunciato che con il Politecnico di Milano e l’Università Cattolica, coordinati dall’archeologo Paolo Lampugnani, inizierà una campagna di sondaggi e scavi alla Rocca di Arona. L’Arco di Palmira rimarrà ad Arona fino al 30 luglio e tutte le sere sarà possibile ammirare dalle 21 a mezzanotte uno spettacolo di luci e musica ideato dallo scenografo Sebastiano Romano.

I reperti dell’antica Agrigento sono tornati a casa: a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, la mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

Il manifesto della mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” aperta a Villa Aurea, nella Valle dei Templi

In mostra un’anfora a figure nere della bottega di Nikosthenes, singolare figura di vasaio che opera ad Atene intorno alla metà del VI secolo avanti Cristo, con scene di lotta tra atleti. E poi lo straordinario vaso attribuito al Gruppo di Polignoto. E ancora il Rilievo di Paride, Pelope o Ierone I, che costituisce ancora oggi un vero e proprio giallo archeologico. Sono solo alcuni dei “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” in mostra a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, fino al 13 ottobre.  “La mostra vuole riallacciare il filo che già in passato ha legato la Valle dei Templi ed il suo patrimonio al Regno Unito”, spiega il direttore del parco archeologico della Valle dei Templi, Giuseppe Parello, “che si è estrinsecata nella sua forma più alta attraverso la presenza dell’ammiraglio inglese, sir Alexander Hardcastle, ad Agrigento a cui la città deve un degno riconoscimento per la preziosa attività sostenuta a favore della ricerca e della conservazione del patrimonio della città antica”. Ma sono esposti anche i disegni originali fatti nel 1812 sull’architettura greca di Akragas con uno studio specifico sul tempio di Zeus olimpico per capire come dovevano essere inseriti i telamoni. “Sono disegni importantissimi”, interviene l’archeologa del parco Maria Concetta Parello, “perché costituiscono il punto di partenza degli studi fatti sui telamoni e sulla loro collocazione nella struttura architettonica del tempio”.

Un prezioso cratere esposto nella mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

“Nella politica di promozione del Parco”, sottolinea Parello, “la realizzazione della mostra rappresenta un’occasione importante per ampliare la nostra offerta culturale. La diffusione di una conoscenza sempre più ampia del patrimonio del Parco, anche attraverso quella parte che nei secoli passati è stata trasferita in importanti istituzioni culturali straniere, rappresenta un’opportunità di crescita, sviluppo e visibilità della Valle dei Templi”. La ventina di reperti provenienti dagli scavi della Valle e presenti in mostra erano stati riportati alla luce e venduti al British Museum dove ora sono conservati. Ma non sono gli unici provenienti da Akragas: al dipartimento di arte Greca e Romana risultano presenti 157 opere d’arte di cui 154 provenienti proprio dagli scavi di Akragas. Tra questi alcuni di quelli esposti adesso a Villa Aurea: una testa in marmo raffigurante la dea Hera o Giunone del periodo romano, copia dell’originale greco del 420 avanti Cristo, acquistata dal British Museum nel 1875 dall’antiquario romano Alessandro Castellani e un’anfora trovata ad Agrigento del 550 avanti Cristo, raffigurante due lottatori durante un combattimento. Inoltre sempre al British Museum si può ammirare la famosa patera d’oro trovata a Sant’Angelo Muxaro ed acquistata nella seconda metà del Settecento da Sir William Hamilton ambasciatore inglese nel Regno di Napoli e tornata ad Agrigento (a tempo determinato) lo scorso anno.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, focus sul mito greco, secondo capitolo della collaborazione tra il Mann e gli Scavi di Pompei dove è in corso la mostra “Pompei e i Greci”. I vasi del Mann in mostra dal 2018 protagonisti della nuova sezione sulla Magna Grecia

Il manifesto della mostra “Amori divini” con il “Ratto di Ganimede” di Anton Domenico Gabbiani conservato agli Uffizi

La collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei sui rapporti tra l’area vesuviana e il Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. A poco più di un mese di distanza dall’apertura della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande dell’area archeologica di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), che racconta l’incontro della città italica di Pompei con il mondo greco, il 7 giugno 2017 si inaugura  al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Divini amori”, voluta da Paolo Giulierini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa.La mostra, che rimarrà aperta fino al 16 ottobre 2017, indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri (tra gli altri, l’Ermitage di San Pietroburgo, il musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna).

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

L’esposizione propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologia, i miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

“Io e Argo”, dipinto proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il percorso della mostra, che occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da splendidi sectilia e mosaici antichi inseriti nei pavimenti, presenta inoltre una importante campionatura della collezione vascolare del Mann, che sarà nuovamente visibile per quanto riguarda le opere provenienti dalla Magna Grecia con il prossimo riallestimento (2018) di quella collezione del Museo, il cui progetto scientifico è curato da Enzo Lippolis e che comprenderà accanto ai vasi, bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.

Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei

Edicola funeraria con iscrizione latina esposta nella rinnovata sezione epigrafica del Mann

La guida Electa della sezione Epigrafica del Mann

Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .

Un’iscrizione dipinta proveniente da Pompei ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli

Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori,  declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura  greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.  Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di  ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.

Una delle Tavole di Eraclea, lastra in bronzo del I sec. a.C.

E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798,  abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine  pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.

Una delle laminette orfiche n oro ritrovate a Thurii e conservate al Mann

Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci,  divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.