Archivio | Mostre, musei RSS for this section

Nella campagna tra Novi di Modena e Concordia del Secchia in 25 anni di ricerche scoperto e salvato dal passaggio di un’autostrada un castrum: villaggio rurale e castello altomedievale. Ora a Novi la mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo” presenta i risultati delle ricerche e i preziosi reperti ritrovati

Il castrum di Vicolongo a Novi di Modena rilevato dalla fotografia aerea

La locandina della mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo”

Il titolo in latino della mostra che apre sabato 24 febbraio 2018 alle 16.30 nella sala EXPO Polo Artistico Culturale di Novi di Modena forse è un po’ troppo accademico, “In loco ubi dicitur Vicolongo”. Subito chiarito dal sottotitolo “L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena”. Ma quella frase (“Nel luogo chiamato Vicolongo”) non è un vezzo culturale. Riprende una formula molto diffusa negli atti notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi: “in loco ubi dicitur”. Ma il toponimo rimane quasi sempre un luogo sulla carta. Non è il caso di Novi di Modena dove, grazie alla caparbietà del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Studi Bassa Modenese e del Gruppo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è stato non solo ritrovato Vicolongo, ma si è anche riusciti a ricostruirne la storia: da villaggio rurale a castello. La mostra “In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena” racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio. Venticinque anni di ricerche storiche e archeologiche e un importante intervento di tutela spalancano le porte del castrum di Santo Stefano: proprio lì, infatti, doveva passare l’autostrada Cispadana cancellando per sempre questo tesoro. Ma stavolta hanno vinto le motivazioni degli archeologi, e il tracciato dell’autostrada è stato spostato.

Via Santo Stefano di Novi dove è stato individuato il villaggio rurale tardo antico e il castello altomedievale

“L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia”, ricordano gli archeologi, “è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima un vicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum”. Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti. Allestita fino al 25 aprile 2018 nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari, della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese. L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di circa 250 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche.

Denaro imperiale del XII secolo: una delle tante monete recuperate a Novi di Modena

Le fonti scritte ubicano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio vengono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878. Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento -che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo- cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni. Il castrum risulta distrutto nel 1287 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387. Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i manufatti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti. La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico.

Placchetta in rame del XIII secolo, circolare decorata con racemi, probabilmente fissata all’abito a scopo ornamentale, simbolo della mostra (foto Roberto Macrì, Archivio fotografico SABAP-BO)

Frammento di scodella in ceramica graffita bizantina (foto Mauro Librenti)

La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo. Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata. Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica. L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall’area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo. Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.

La planimetria del castrum di Santo Stefano a Novi di Modena

Le indagini archeologiche preliminari hanno previsto la realizzazione di sei trincee di 30 metri in lunghezza per 3 metri di larghezza, ubicate all’estremità nord-occidentale dell’insediamento. I risultati, pur estremamente parziali, hanno consentito l’individuazione di tre periodi riferibili alla vita del castrum. Alla profondità di circa m 1,50 dal piano di campagna è stato individuato un suolo di età altomedievale con andamento orizzontale, riferibile alla frequentazione del piano di campagna, come attesta una serie di tracce strutturali: questo strato era coperto ed intaccato dalle stratigrafie riferibili dagli interventi della successiva fase di incastellamento. Sigillati dai terrapieni, sono stati rinvenuti una piccola fornace, quattro buche di palo con andamento semicircolare e numerosi livelli di frequentazione costituiti da un’alternanza di limi ricchi di carbone. Della fornace si conservava solo la camera di combustione in concotto a pianta sub circolare; la struttura presentava l’imboccatura del praefurnium verso est e una piccola fossa antistante a pianta subovale. I materiali recuperati dal suolo sono prevalentemente ceramica da fuoco e pietra ollare.

Disegno con la ricostruzione del primo castrum di Santo Stefano (X – XIII secolo)

La nascita del castrum (X–XIII secolo) Risale a questo periodo la realizzazione delle fortificazioni con fossati e terrapieni. Nei sondaggi è stato messo in luce il terrapieno più esterno, di circa 30 metri di larghezza, e parzialmente anche il sistema di fossati che lo circondavano. Il terrapieno, livellato e inciso dalle arature, aveva uno spessore massimo di circa un metro ed era costituito da un deposito pluristratificato composto da riporti prevalentemente limo sabbiosi. La formazione dell’argine deve essere avvenuta a più riprese come suggerito dalla presenza, al tetto di alcuni riporti, di buche di palo e concentrazioni di carboni, concotto e laterizi. Oltre ai laterizi erano presenti, tra i materiali di scarico, anche numerose scaglie di pietra -in alcuni casi con tracce di lavorazione- e pochi frammenti di ceramica comune di epoca romana, ceramica da fuoco e frammenti di pietra ollare. Il terrapieno era delimitato da due fossati, uno di grandi dimensioni all’interno, adiacente all’insediamento, e uno di dimensioni minori all’esterno. La parte indagata del fossato interno presentava una larghezza parziale di 10 metri per una profondità massima indagata di 2,6 metri dal piano di campagna. A circa 30 metri di distanza dal fossato principale, separato dal terrapieno, è stato localizzato il secondo fossato della larghezza di circa 6 metri, indagato per una profondità di circa un metro. La lunghezza dei saggi non ha consentito di verificare la presenza di un terzo fossato di delimitazione esterna che risulta visibile dalla foto aerea.

Ricostruzione della trasformazione del castrum in fortilizio signorile (XIII – XIV secolo)

Da castrum a fortilizio signorile (metà XIII–XIV secolo) L’ultimo periodo di frequentazione riconosciuto nei sondaggi si conclude entro il XIV secolo: è ascrivibile a questa fase l’individuazione di un fossato che incide i terrapieni. Il canale misurava circa 5 metri di larghezza massima per m 1,50 di profondità. Possiamo supporre che il castrum includesse una torre, di cui restano una serie di mattoni di modulo tardomedievale con un lato semicircolare, evidentemente utilizzati per una cornice decorativa sul modello di altre strutture del periodo. Appare dunque verosimile che i fossati del castrum, ormai colmati, siano stati sostituiti da un fossato ellittico molto meno significativo dei precedenti. Questo intervento si colloca in una fase in cui il sito aveva ormai perso i propri caratteri di centro insediativo e anche l’apparato fortificatorio originario che risulta livellato e coperto in parte da livelli alluvionali. Si tratta dell’ultima fase di frequentazione dell’area leggibile, oltre la quale si possono osservare solo depositi alluvionali e terreno arato.

Annunci

TourismA 2018 palcoscenico della cerimonia di consegna del V premio Francovich, assegnato per il 2017 al museo Sannitico di Campobasso (sezione medievale) e alla Domus dei tappeti di pietra di Ravenna. Annunciata l’apertura del museo dell’Antico porto di Classe

La giuria del premio Francovich insieme ai vincitori dell’edizione 2017 sul palco di Tourisma 2018 a Firenze (foto Graziano Tavan)

Giuliano Volpe, presidente del Consiglio superiore Beni culturali

Il museo Sannitico di Campobasso (sezione medievale) e la Domus dei tappeti di pietra di Ravenna sono i vincitori del premio Francovich 2017 nella classifica votata rispettivamente dai soci e dal pubblico (non soci). La cerimonia di consegna del premio a TourismA, salone Archeologia e Turismo, che si è confermata palcoscenico privilegiato per il premio “Riccardo Francovich”, riconoscimento istituito nel 2013 dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami) per chi rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione verso un pubblico di non specialisti, individuando anno dopo anno un museo o un parco archeologico che a livello nazionale rappresenti un caso di best practice di allestimento museografico, attività didattico-comunicativa e qualità scientifica “in grado di rappresentare adeguatamente le tematiche dell’archeologia post classica”. Sabato 17 febbraio 2018 nell’auditorium del centro congressi di Firenze, gremito per TourismA 2018, è stato consegnato il premio Francovich, giunto alla V edizione. Sul palco, con il presidente della Sami, Giuliano Volpe, tutta la giuria.  Nella votazione dei soci si è classificato al primo posto il museo provinciale Sannitico di Campobasso – Sezione Medievale per “l’efficace, affascinante presentazione museologica di una delle più importanti scoperte di archeologia barbarica del Meridione”.

Il museo Sannitico di Campobasso, vincitore del premio Francovich 2017 per la sezione medievale

Il museo del Sannio nasce nel 1881 e viene ospitato, insieme alla biblioteca Provinciale, nel Palazzo della Prefettura di Campobasso. Fu l’archeologo Antonio Sogliano a provvedere a una prima catalogazione del materiale, e a pubblicare l’Inventario nel 1889. Da allora il museo e la biblioteca hanno conosciuto vicende alterne e molteplici cambi di sede fino al 1995, quando il museo è stato allestito nei locali del settecentesco Palazzo Mazzarotta, nel centro storico di Campobasso. Al suo interno hanno trovato posto sia l’originaria raccolta provinciale ottocentesca, sia i ritrovamenti avvenuti durante moderni scavi archeologici nella provincia di Campobasso. L’esposizione si articola secondo un criterio cronologico e tematico, per cui per trovare la sezione alto-medievale, premiata dalla Sami, bisogna salire al secondo piano. Qui l’Alto Medioevo è rappresentato dalle ricchissime tombe di cavalieri bulgari ritrovate nella Piana di Bojano: tra queste la ricostruzione integrale della tomba di un guerriero e del suo cavallo con ricche bardature in argento. C’è inoltre una breve sezione con materiali basso medioevali, in particolare ceramiche.

TourismA 2018, la consegna del premio Francovich a RavennAntica (foto Graziano Tavan)

Domus dei tappeti di pietra a Ravenna: mosaici pavimentali di un palazzetto bizantino del V-VI sec.

L’area archeologica dell’antico porto di Classe (Ravenna)

Nella votazione del pubblico al primo posto si è classificata la Domus dei tappeti di pietra di Ravenna, per “il limpido allestimento museale di una ricca domus aristocratica della tarda antichità”. Collocata nella settecentesca chiesa di Santa Eufemia, in un vasto ambiente sotterraneo a circa tre metri sotto il livello stradale, la Domus presenta 14 ambienti  con oltre settecento metri quadri di splendide pavimentazioni a mosaico appartenenti ad un palazzetto bizantino del V – VI secolo d.C. “La Domus non ha vinto solo in virtù della sua bellezza”, è intervenuto il presidente di RavennAntica, Giuseppe Sassatelli, “ma anche e soprattutto perché rappresenta un efficace esempio di restituzione del patrimonio archeologico sotto il profilo progettuale, museologico e gestionale. Questa vittoria è stata possibile grazie al sostegno dei cittadini e a quello degli oltre 850mila visitatori che, fino ad oggi, hanno visitato la Domus. Inoltre, grazie alle attività didattiche rivolte ogni anno alle scuole e attraverso le iniziative dello scorso novembre, realizzate per la ricorrenza dei 15 anni di apertura, tante persone hanno avuto occasione di visitare nuovamente il sito e di apprezzarne le modalità espositive. Il premio Francovich è un riconoscimento che ci darà ancora più energia per le molte ed importanti operazioni che dobbiamo affrontare nel 2018, tra le quali, in particolare, l’inaugurazione del Museo di Classe”. RavennAntica, proprio con la Domus, ha inaugurato la sua fortunata stagione di restituzioni del patrimonio e di buone prassi nell’ambito dei beni culturali. La Fondazione – hanno sottolineato i responsabili -, ha poi consolidato “il suo innovativo sistema gestionale con la successiva messa in valore degli altri monumenti da essa concepiti, realizzati e valorizzati: il museo Tamo, la Cripta Rasponi – Giardini pensili e l’Antico Porto di Classe, entrati a pieno titolo nel circuito dei siti cittadini. Tutto questo in attesa di conseguire l’obiettivo principale della sua mission: l’inaugurazione, come si diceva, nel prossimo autunno, del museo di Classe.

TourismA 2018, Sgarbi lancia la sfida-progetto: “Ricostruirò per anastilosi il tempio G di Selinunte, il più grande dell’occidente greco. Sarà un valore aggiunto di bellezza per la Sicilia”. Costo dell’operazione: 15 milioni, da coprire con sponsor

L’ammasso di rocchi di colonne effetto del crollo del tempio G di Selinunte

Sulla collina orientale di Selinunte si vede solo un informe ammasso di rocchi di colonne, più vicino a una ruina dantesca che a una vestigia antica. È quello che rimane di quello che oggi è noto come Tempio G, tempio greco di ordine dorico (VI-V sec. a.C.) dedicato agli dei olimpici e alle principali divinità della città di Selinunte (Zeus, Phebo, Apollo, Pasikrateia, Malophoros), che con i suoi quasi 45 metri di larghezza e 109 di lunghezza era uno dei più grandi dell’occidente greco. “Basterebbero sette mesi per vedere in piedi le prime colonne”, ha affermato Vittorio Sgarbi, neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, ospite sabato 7 febbraio di TourismA 2018, a Firenze. Poi, rivolgendosi all’auditorium gremito del centro congressi, mostra un’immagine sul grande schermo: “Guardate. Qui in primo piano le rovine del tempio G, sullo sfondo il tempio E maestoso. Ma non è sempre stato così. Anche quel tempio era a terra ed è stato riassemblato. Perché allora non fare altrettanto con il più grande tempio greco dell’occidente?”.

Vittorio Sgaarbi sul palco di TourismA 2018 mostra la grande “ruina” del tempio G a Selinunte (foto Graziano Tavan)

L’idea-progetto del suo assessorato Sgarbi l’aveva manifestata la prima volta un mese fa proprio a Selinunte, intervenendo al convegno “Valorizzazione e tutela dai rischi geologici della polis di Selinunte” al baglio Florio del parco archeologico selinuntino, dove sono stati presentati i risultati del primo di tre anni di una ricerca che i geomorfologi dell’università di Camerino stanno svolgendo nel sito. E a Firenze l’ha ribadito con forza: “Mi sto impegnando per raggiungere l’obiettivo: la ricostruzione per anastilosi del tempio G, che rappresenterà un valore aggiunto di bellezza per il parco archeologico selinuntino. Una bellezza in più per il patrimonio siciliano”.

La mapppa del crollo del tempio G di Selinunte con gli elementi delle singole colonne colorati con colori diversi (foto Graziano Tavan)

Un plastico che mostra come doveva essere il tempio G di Selinunte

Il tempio G presentava 8 colonne sul fronte e 17 sui fianchi. Il peristilio circondava un naos suddiviso in 3 navate. Sgarbi ha già un’idea dei costi dell’operazione: circa 15 milioni di euro da coprire con sponsorizzazioni, senza gravare sul bilancio pubblico. Da una prima stima il prezzo della ricostruzione per ogni colonna sarebbe di 600mila euro. “Ho chiesto preventivi a quattro diverse fonti”, ha chiarito, “e ritengo che quello più autorevole sia il progetto da 12 milioni elaborato dalla soprintendenza del Mare, ente capofila, con la soprintendenza del sito”. Un altro progetto, che prevede la ricostruzione anche della cella e di altre componenti del tempio, si avvicinerebbe ai 35 milioni di euro. “Ho detto alle due soprintendenze di mettersi d’accordo e di darmi un preventivo certo, che pare potrebbe essere intorno ai 15 milioni con la ricostruzione del solo peristilio”. Sgarbi, una volta che avrà in mano il progetto definitivo (“Questione di settimane”), cercherà dei mecenati che lo possano sostenere. “La volontà politica della ricostruzione esiste”, ha concluso, “gli studi sono stati in gran parte esperiti con un convegno del 2013, altri studi sono stati fatti e quelli dell’università di Camerino sono utili sul piano della geologia”.

A quasi vent’anni dall’apertura del Centro Ambientale Archeologico di Legnago si inaugura la nuova pannellistica realizzata in collaborazione con l’università di Padova e la soprintendenza di Verona

La sede del Centro Ambientale Archeologico di Legnago nell’ex ospedale militare austriaco “alla prova”

Quasi vent’anni di attività per il Centro Ambientale Archeologico – Museo Civico di Legnago allestito in una struttura militare eretta agli inizi del XIX secolo dagli Austriaci. La costruzione di tale edificio, prima caserma per il reparto di cavalleria di stanza in città, fu adibito successivamente a ospedale militare, chiamato “alla prova” perché in grado di resistere ad eventuali esplosioni, rientrava nelle operazioni di risistemazione logistica della fortezza legnaghese che costituiva uno dei quattro capisaldi del famoso sistema difensivo denominato “Quadrilatero”. Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866, fu ceduto dal demanio militare al Comune di Legnago. Nel corso degli anni Trenta del XX secolo ospitò, su iniziativa di Alessio De Bon, la prima esposizione cittadina di reperti preistorici rinvenuti nelle Valli Grandi Veronesi. Restaurato completamente nel 1999, rappresenta oggi un fondamentale strumento per la raccolta, conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico e un autentico motore culturale per tutta la pianura veronese.

I laboratori di ricerca del Centro Ambientale Archeologico di Legnago

Sabato 17 febbraio 2018 alle 17, si inaugura la nuova pannellistica a supporto dell’allestimento permanente del Centro Ambientale Archeologico, realizzata in collaborazione con il dipartimento dei Beni Culturali dell’università di Padova e con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Verona, Rovigo e Vicenza, e col sostegno finanziario di Fondazione Cariverona. Il progetto sarà presentato da Federico Bonfanti, conservatore del Centro Ambientale Archeologico di Legnago. Quindi interverranno Clara Scapin, sindaco di Legnago; Silvia Baraldi, assessore alla Cultura; Mirella Zanon, presidente della Fondazione Fioroni; Stefano Gomiero, rappresentante di Legnago nel CdA della Fondazione Cariverona; Michele Cupitò, università di Padova; Gianni de Zuccato, soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio; Federica Gonzato, polo museale del Veneto, già soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto – Nucleo Operativo di Verona.  Infine Damiano Lotto, università di Padova, presenterà CAApp, un progetto di realtà aumentata per il Centro Ambientale Archeologico di Legnago. Alle 18:30, taglio del nastro e visita libera al museo.

Una delle sale espositive del museo del Centro Ambientale Archeologico di Legnago

Il percorso espositivo del museo del Centro Ambientale Archeologico di Legnago si snoda attraverso quattro ampie sale voltate che consentono di scoprire l’evoluzione della presenza umana e la trasformazione dell’ambiente nella pianura veronese dal Neolitico Antico (V millennio a.C.) alla tarda età del Ferro (II-I secolo a.C.). L’itinerario comincia con una sezione dedicata al popolamento e agli insediamenti presenti sul territorio dal Neolitico alla media età del Bronzo, per passare poi, in seconda sala, ad approfondire i rituali funerari (inumazione e incinerazione) della media e recente età del Bronzo e il fenomeno dei villaggi arginati o terramare. In terza sala si entra nell’età del Ferro con la cultura dei Veneti Antichi, analizzata sia attraverso le evidenze abitative sia attraverso le testimonianze funerarie; è quindi visibile la ricostruzione quasi a dimensioni naturali di una capanna paleoveneta proveniente dal villaggio protostorico di Terranegra. Nella quarta e ultima sala viene lasciato spazio ai corredi funebri più tardi del mondo dei Veneti Antichi e alle testimonianze di carattere funerario attribuibili ai Celti Cenomani, in cui emergono in maniera sempre più vistosa usanze e rituali mutuati dalle popolazioni italiche e romane, la cui influenza culturale prese progressivamente e inesorabilmente il sopravvento.

2007 – 2017: dieci anni di ricerche a Fondo Paviani nelle Grandi Valli Veronesi, uno dei più importanti insediamenti dell’Età del Bronzo in pianura Padana. A Legnago giornata di studi sul sito arginato del XV – XI sec. a.C. tra scoperte, nuove tecnologie e impegni futuri

Una veduta aerea dello scavo a Fondo Paviani vicino a Legnago, nelle Grandi Valli Veronesi

La campagna di scavo a Fondo Paviani del 2009

È uno degli insediamenti dell’Età del Bronzo più importanti di tutta la pianura Padana, collocato sul margine occidentale della paleovalle del fiume Menago: è il grande sito arginato di Fondo Paviani, vicino a Legnago (Verona).  Era l’autunno 2007 quando il sito divenne oggetto di ricerca con il progetto “Fondo Paviani“, sotto la direzione scientifica del prof. Michele Cupitò (cattedra di Protostoria Europea e Paletnologia al Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova) con il Centro Ambientale Archeologico di Legnago partner logistico e didattico-divulgativo. Il Progetto riguarda scavi e ricerche archeologiche sul sito arginato (dotato di aggere e fossato perimetrali) dell’Età del bronzo (XV-XI sec. a.C.) di Fondo Paviani, capace di raggiungere nel momento di massimo splendore,un’estensione di oltre 20 ettari, vero e proprio central place politico-territoriale nonché un fondamentale crocevia culturale  e snodo fondamentale di traffici e scambi a medio e lungo raggio tra Europa continentale e Mediterraneo Orientale.

Il sito arginato dell’Età del Bronzo scoperto a Fondo Paviani e oggetto di un progetto di ricerca dal 2007

Il prof. Michele Cupitò (università di Padova)

Sono passati dieci anni: è tempo di fare il punto. Venerdì 16 febbraio 2018, alle 16, nella sala conferenze del Centro Ambientale Archeologico di Legnago, giornata di studi, organizzata in stretta collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, “10 anni di ricerche nell’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani. Risultati e prospettive” per condividere con studiosi e appassionati le numerose e importanti scoperte avvenute in questi anni nel grande sito arginato di Fondo Paviani, ubicato a sud di Legnago, grazie alle nuove indagini archeologiche condotte dall’Università di Padova.  Ricco il programma. Dopo l’introduzione all’incontro di Federico Bonfanti, conservatore del Centro Ambientale Archeologico, e i saluti del sindaco di Legnago, Clara Scapin; dell’assessore alla Cultura, Silvia Baraldi; e del presidente della Fondazione Fioroni, Mirella Zanon; alle 16.20, aprono i lavori Michele Cupitò e Giovanni Leonardi , università di Padova (“Progetto Fondo Paviani: 2007-2017. Anatomia di una ricerca interdisciplinare”); 16.45,  Elisa Dalla Longa, Cristiano Nicosia, David Vicenzutto e Claudio Bovolato, università di Padova; Claudio Balista, Geoarcheologi Associati sas di Padova (“L’insediamento dell’Età del bronzo di Fondo Paviani a 10 anni dalla ripresa delle ricerche. Nuove acquisizioni e problemi aperti”); 17.20, Rita Deiana, università di Padova (“Oltre lo scavo. Indagini geofisiche a Fondo Paviani: risultati e prospettive”); 17.45, Ivana Angelini, università di Padova (“Bronzo, ambra e vetro. I segreti degli artigiani di Fondo Paviani svelati dalle analisi scientifiche”); 18.10,  Marco Bettelli, istituto di studi sul Mediterraneo Antico – CNR, Roma (“Nelle terre di Eridano: Micenei, Ciprioti e Levantini in Pianura Padana orientale nella tarda Età del Bronzo”); 18.35, Linda Condotta e Antonio Persichetti, Archetipo srl, Padova (“Volare sopra Fondo Paviani con le nuove tecnologie. L’utilizzo dei droni in archeologia… e non solo”). Chiude l’incontro Federico Bonfanti.

Frammenti di ceramica micenea da Fondo Paviani (foto Università di Verona)

“Lo studio di Fondo Paviani”, ha più volte spiegato il prof. Cupitò, “rappresenta un’occasione unica per poter ricostruire la storia agraria e l’evoluzione del paesaggio delle Valli Grandi Veronesi sul lungo periodo. Le campagne di indagine svolte in questi anni hanno confermato l’importanza del sito per la comprensione dei fenomeni che, nella seconda metà del XII secolo a.C, dopo il crollo della civiltà delle terramare, portarono alla nascita, nella pianura veneta, di quel nuovo assetto socio-politico che aveva il suo polo in Frattesina, un sito crocevia di traffici che coinvolgevano i distretti metallieri delle Alpi orientali, dell’area danubiano-carpatica, fino all’Egeo ed il Vicino Oriente”. Fondo Paviani – è dimostrato dalle indagini archeologiche – fu l’unico grande villaggio arginato della Bassa Veronese che “resistette -anzi reagì- alla crisi che investì la Pianura Padana bel primi decenni del XII secolo a.C. Un “ponte” tra il mondo terramaricolo e quel nuovo assetto che, nel giro di un paio di secoli, portò alla formazione dei primi grandi centri proto urbani”. E non va dimenticato che ad oggi il 25 frammenti di ceramica figulina dipinta  di tipo Egeo miceneo recuperati a Fondo Paviani rappresentano il più cospicuo campione di ceramica micenea rinvenuta in Italia centro-settentrionale.

“Antiche architetture berbere”: ecco la Libia nelle foto del regista Lucio Rosa in mostra a Bolzano. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

L’Etiopia lo ha tradito, la Libia è diventata off-limits (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/15/non-si-fara-il-film-sulle-tribu-della-valle-dellomo-il-regista-lucio-rosa-costretto-a-rinunciare-per-le-richieste-esose-delle-autorita-di-etiopia-restano-i-riconoscimenti-pluripremiato/). Ma lui, Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, l’Africa l’ha sempre nel cuore. Così, in attesa di poter tornare in Africa, l’Africa la porta a casa sua.  Martedì 20 febbraio 2018, alle 18, all’Espace La Stanza, in via Orazio a Bolzano, apre la mostra “Antiche architetture berbere. LYBIA by Lucio Rosa” (fino al 6 marzo 2018). “Durante le varie missioni svolte in Libia”, spiega Lucio Rosa, “sia per realizzare film e ricerche varie, purtroppo solo fino al 2014, perché poi la Libia è diventata impraticabile, mi sono interessato all’architettura berbera di diverse oasi”. E continua, tradendo l’emozione. “Queste oasi sono abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80, fino a quando Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi. Le vecchie oasi, quasi tutte abbandonate, sono cadute nel degrado. Ma ci sono delle eccezioni”. E queste “eccezioni” sono state “salvate” dalle immagini di Lucio Rosa. La mostra “Antiche architetture berbere. LYB IA by Lucio Rosa” presenta una cinquantina di foto che riguardano sette di queste location. “È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia”, commenta amaro il regista. Le foto sono raggruppate in sequenze, ognuna presentata da una nota esplicativa. Vediamone qualcuna.

La bandiera degli Imazighen con al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa”

Intanto cominciamo a conoscere meglio gli Imazighen, noti come “uomini liberi”. Sono Berberi, un popolo indigeno della Libia e del Nord Africa, come i libici moderni che si considerano arabi, ma in realtà sono di etnia e cultura berbera, arabizzati nel corso dei secoli. “Ora parlano un dialetto arabo”, ricorda Rosa, “con la grammatica berbera e molti prestiti dall’antica lingua dei libici detta Tamazight, il cui antico alfabeto, berbero, tifinagh è chiamato anche alfabeto libico. Il simbolo al centro della bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu rievoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto, altro non è che la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, simbolo della resistenza e della vita”. Per i Paesi dove si parla o si è parlato la lingua berbera è stato creato il neologismo Tamazgha un’espressione di nazionalismo per affermare  l’esistenza di una nazione berbera e di un popolo unito. Al Tamazgha appartengono Libia, Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, nord del Mali e del Niger, parte occidentale dell’Egitto, e i territori spagnoli di Melilla e Ceuta oltre che alle Isole Canarie. Al Tamazgha appartiene la stessa tribù berbera dei Tuareg, originaria del sud della Libia, l’attuale Fezzan. Anche la tribù di Gheddafi, Qadhadhfa o anche Gaddafa, è una delle tribù libiche di etnia berbera arabizzate. “Oggi per Berberi si intendono quelli che hanno mantenuto la lingua berbera e per questa ragione vengono detti berberofoni o, nella loro stessa lingua, Imazighen. Risiedono nella città di Zuara, nel Dejbl Nfousa, nella città di Ghadames e al sud nelle zone di Ubari e di Sebha, oltre che nelle grandi città libiche come Tripoli, Bengasi e Misurata”.

Quel che resta dell’antico villaggio di Derdj in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Derdj. “Dell’antico villaggio di Derdj, la Derdj vecchia”, spiega Rosa, “non rimangono che poche tracce. Un labirinto di viottoli si insinua tra le case diroccate di quella che fu un tempo un’oasi, ora abbandonata. Si possono ancora scorgere le tracce di quelle che furono le sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa oasi. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo dell’altopiano, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste mediterranee”.

I viottoli del villaggio rupestre di Fursta in Libia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Fursta. “Jebel Nafusah”, interviene il regista veneziano, “è una zona montagnosa che partendo da Leptis Magna sovrasta la piana della Tripolitania giungendo fino in Tunisia. Gli Imazighen, i berberi della Libia, hanno da sempre considerato queste terre come area di loro appartenenza. Qui si sono insediati in tempi lontani diversi villaggi rupestri. Il villaggio Fursta, è ignorato, per fortuna, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore, spronato dal desiderio di scoprire, arriva fin quassù. Qui si conservano ancora le tracce del modello di vita degli Imazighen. Per proteggere il proprio raccolto da possibili attacchi da parte nemica, gli abitanti di Fursta, accanto alle loro abitazioni scavate nella roccia, avevano edificato magazzini fortificati dove mettere al sicuro il proprio raccolto, come grano, olio e tutto quanto serviva alla loro sopravvivenza”.

L’oasi di Ghadames è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia (foto Lucio Rosa)

Oasi di Ghadames. Per i romani era Cydamus. Le prime notizie storiche sulla città risalgono proprio all’epoca romana. Era il 19 a.C. quando fu occupata dalle  legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti. Lontana, collocata ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrano i confini di Libia, Algeria e Tunisia, per secoli Ghadames è apparsa come un miraggio a chi la ritrovava dopo il lungo viaggio di ritorno dai mercati del Sud attraverso il deserto, un rifugio, un porto tranquillo dopo le incertezze, le fatiche del lungo peregrinare. “L’oasi di Ghadames”, conferma Rosa, “al contrario di tante altre oasi sahariane, è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi  vecchi. A Ghadames è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e con la luce donata da una sapiente architettura”.

L’impressionante Qsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Oasi di Qsar al-Haj. Qsar al-Haj è probabilmente la costruzione più sorprendente dell’architettura berbera in Libia. Conosciuto come “castello berbero” fu eretto nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. “Non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno”, precisa Rosa, “ma una struttura di stoccaggio creata per immagazzinare il raccolto della popolazione che vive nel villaggio adiacente. Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare l’olio, mentre i livelli superiori servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra, come l’orzo e il grano”.

Kabaw, tipica costruzione berbera (foto Lucio Rosa)

Kabaw è una costruzione berbera che serviva sia alla popolazione semi-nomade sia a quella stanziale che gravitava in questa zona, per immagazzinare e proteggere le proprie provviste. Era  composta da centinaia di piccole celle ognuna sovrapposta una all’altra, un vero alveare. Al centro dell’impianto, una piccola costruzione a forma di cubo, intonacata di bianco, aveva la funzione di riparo per il guardiano che doveva vigilare su chi entrava e chi usciva.

Il granaio fortificato di Qsar Nalut, villaggio berbero (foto Lucio Rosa)

Oasi di Nalut e di Qsar Gharyan. Qsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza del Jebel Nafusa, è uno dei più interessanti insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes  tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, il villaggio berbero appare come una fortezza, con il formidabile granaio fortificato, dove gli abitanti di Nalut conservavano i propri raccolti mettendoli al sicuro. Il granaio è un “palazzo” che gli Imazighen, i berberi di Libia, fortificarono negli anni della repressione turca. Gli abitanti di Nalut vi conservavano soprattutto l’olio e le granaglie, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera. Un dedalo di stradine, un labirinto di vicoli penetrano lo spettacolare granaio dalle pareti addossate le une alle altre, che dispone di 300 cellette poste su 5 o 6 ordini. “Qsar Gharyan”, conclude Rosa, “ è il castello delle grotte nella lingua degli Imazighen, e rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusa: l’uso di case interamente scavate nella roccia, chiamate case troglodite. All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, sia d’estate che d’inverno. Da un cortile scavato nel terreno per una profondità che può variare dai 7 a agli 9 metri, si accede all’abitazione vera e propria, che si presenta con una serie di stanze idonee per viverci, e con i magazzini”.

Roma, al museo delle Civiltà all’Eur arriva la “coppia inseparabile”: sono le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono, divinità del pantheon indonesiano, recuperate dai carabinieri a Monte Tuscolo

Le statue in terracotta di Dewi Sri e Sadono recuperate dai carabinieri nei pressi di Roma e consegnate al museo delle Civiltà all’Eur (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Una fase dei restauri nel Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Nel pantheon indonesiano rappresentano Loro Blonyo, la “coppia inseparabile”: lei è Dewi Sri, dea della fertilità e dei raccolti di riso, lui è Sadono, il suo sposo. Due statuette in terracotta, databili tra il XVIII e il XIX secolo, di Dewi Sri e di Sadono, originarie della regione di Yogyakarta (Giava centrale), sono state rinvenute casualmente in località Monte Tuscolo nel territorio di Monteporzio Catone, vicino a Roma, e  consegnate al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale che le ha affidate in custodia all’Ufficio Sequestri del Museo delle Civiltà, museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, dove sono state sottoposte a un attento restauro da parte del Laboratorio di conservazione e restauro del Muciv. “L’ambiente di giacitura subaereo esterno”, spiegano gli esperti, “le ha esposte, nel tempo, all’azione aggressiva di svariati fattori di degrado quali: sbalzi termici, acqua, infiltrazioni saline, vento, luce, sostanze acide, inquinamento, organismi biologici”. Le due figure, una maschile e una femminile, sono realizzate in ceramica a pasta porosa tramite formatura manuale. Le ricche vesti,  gli ornamenti, le acconciature e i copricapo, sono resi dalla lavorazione dell’argilla. Sono rappresentate in posizione seduta sui talloni col busto eretto e le braccia  rilassate poggiate sulle cosce (Vajrasana – posizione del diamante), con espressione di meditazione assorta e di ieratico distacco.

La “coppia inseparabile” della dea delle fertilità Dewi Sri e del suo sposo Sadono: le statue dopo i restauri da martedì 13 febbraio esposte al Muciv (foto su gentile concessione del museo delle Civiltà)

Martedì 13 febbraio 2018, alle 11, nella sala conferenze del museo “Luigi Pigorini”, una delle sedi espositive del Muciv, all’Eur, “Conferenza sui beni culturali recuperati dal nucleo operativo dei Carabinieri TPC” durante la quale saranno consegnate le due statuette in terracotta di Dewi Sri e Sadono alla presenza del colonnello Alberto Deregibus, vice comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, e del tenente colonnello Nicola Candido, comandante del Reparto Operativo CC TPC. Al termine della conferenza, durante la quale i reperti recuperati saranno esposti, le due opere d’arte verranno consegnate dai Carabinieri TPC al direttore del museo delle Civiltà, Filippo Maria Gambari, per la loro definitiva esposizione al pubblico.