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“I Celti ad Altino” per il ciclo “Passaggi e permanenze ad Altino dall’Antichità alla Grande Guerra”. Companatiche propongono pane di diversi cereali, salame gallico, stracchino, zuppa di orzo e macedonia di mele e fichi secchi. Mariolina Gamba accompagna gli ospiti a cogliere le tracce celtiche in museo

Tra settembre e ottobre quattro week-end al museo Archeologico di Altino con visite guidate, archeoaperitivo, laboratori e percorsi tematici

Mariolina Gamba, già direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino

È definito lo “spalmabile” più tipico delle Marche. Stiamo parlando del “ciauscolo”, il famoso salume Igp, roseo, profumato, dal gusto saporito ma delicato, le cui origini – secondo il detto comune – sarebbero da ricercare nella tradizione contadina marchigiana. Ma le radici del ciauscolo sarebbero invece molto più antiche. A spiegarlo saranno Francesca Lamon e Marta Sperandio dell’associazione Companatiche sabato 23 settembre 2017 al museo Archeologico nazionale di Altino (Venezia), per il secondo week end di incontri del ciclo “Passaggi e permanenze ad Altino dall’Antichità alla Grande Guerra” dedicato a “I Celti ad Altino”. Lo schema del week end è lo stesso del primo incontro: alle 19.30, archeoaperitivo celtico a cura dell’associazione Companatiche; alle 21, dialogo e visita tematica con Mariolina Gamba, già direttrice del museo Archeologico nazionale di Altino. Domenica 24 settembre 2017, dalle 16, “Tutti al museo”, laboratorio di archeologia sperimentale “Scopriamo che cos’è la natura per gli archeonauti” a cura di Street Archaeology e percorso tematico-interattivo “Altino: oggetti Stra-Vaganti” a cura di Studio D. Terzo week-end con i romani. L’ingresso al museo costa 3 euro (salvo riduzioni). Per i laboratori 6 euro a persona; mentre il biglietto dei percorsi tematici è di 3 euro a  persona o 6 euro a famiglia (gratuito domenica 24 settembre). Infine l’archeoaperitivo è su prenotazione con contributo liberale a scopi associativi di 10 euro (info e prenotazioni: companatiche@gmail.com – cell.: 389 818 6533)

Il nuovo museo archeologico nazionale di Altino

Marta Sperandio e Francesca Lamon

Durante i nostri eventi che abbiamo chiamato L’antichità va gustata”, spiegano Companatiche, “siamo molto attente ai prodotti e questa volta porteremo nell’aperitivo ben due Presidi Slow Food. Direttamente da Cheese: lo Stracchino all’antica delle Valli Orobiche e il Lardo di suino nero dei Nebrodi. Ci sarà anche il salame ciauscolo, una specialità marchigiana che ha origine celtiche”. Secondo le fonti antiche i Celti sono stati fortemente attratti dai prodotti italici quali fichi secchi, uva, olio e vino (come dice Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia:  i Galli – cioè i Celti – vennero in Italia per i fichi secchi, l’uva, i campioni di olio e di vino, che aveva fatto loro conoscere l’elvetico Elicone al ritorno nelle Gallie da Roma). Ma i Celti, da esperti pastori e casari quali erano, producevano a loro volta formaggi di più lunga durata rispetto alla classica ricotta dei romani. “Pare infatti che la produzione di Bitto, Taleggio, Stracchino e Gorgonzola – fanno sapere Lamon e Sperandio, “sia iniziata proprio grazie a loro: l’usanza di allevare durante la stagione estiva gli animali da latte negli alpeggi è giunta fino ai giorni nostri e con essa la tradizione di trasformare in formaggio il latte prodotto”. Lo storico Tito Livio in Ab Urbe condita, ricorda anche che i Celti furono catturati “dalla dolcezza delle messi e soprattutto del vino”.  Senza dimenticare – parole di Ateneo di Naucrati – che “questi popoli scesi in Italia per amor del vino sono invece abituati a bere birra, della quale sono ottimi produttori. Sono abili anche nella lavorazione della carne, di maiale soprattutto. Le popolazioni celtiche, etrusche e, poi, romane, per conservare i cibi usavano il sale: la carne salata poteva durare ben più di quaranta giorni. Il loro cibo consiste in poche pagnotte ma molta carne in acqua oppure cotta sulle braci o con spiedi. Mangiano anche pesce d’acqua dolce e di mare, sia del posto che di fuori, sempre cotto alla griglia con sale, aceto e cumino”.

Il Ciauscolo, salame Igp delle Marche, discendente dal salame celtico

Il logo dell’associazione Companatiche

Archeoaperitivo celtico. “L’alimentazione dei Celti consiste in latte e vari tipi di carne, soprattutto quella di maiale, fresca e salata”, ci fa sapere Strabone (Geografia, IV), “… i maiali scorrazzano liberamente a branchi per le campagne e spiccano per le loro grandi dimensioni, per la rapidità e la forza, tanto che per gli stranieri e persino per i lupi è pericoloso avvicinarli”. Si inizia con il pane con lievito pasta madre e farine di grano tenero locali ai semi di lino, zucca, sesamo, papavero. “I cereali coltivati all’epoca dei Celti”, intervengono Companatiche, “erano farro, spelta, grano, segale, avena, miglio, grano saraceno e orzo. La farina, macinata a mano o con macine rotative, veniva trasformata in pani, gallette o polente”. Con il pane si può apprezzare il salame gallico (cioè il ciauscolo, prodotto Igp della Regione Marche). “Progenitori degli attuali francesi, i Galli producevano patés, impasti di carne sminuzzati. Da qui deriva il salame gallico ancora prodotto nelle Marche: si tratta del salame Ciaùscolo o Ciabùscolo ovvero cibusculum (piccolo cibo)”. Quindi si potrà assaggiare lo stracchino all’antica delle Valli Orobiche (presidio Slow Food) e senape dolce. “Ai Celti – intervengono le due archeologhe – si deve con ogni probabilità l’invenzione dello stracchino, così chiamato perché prodotto in stalla con il latte di vacche stracche dopo le lunghe transumanze. Si tratta di un latte con una ridotta quantità di materia grassa, più difficile da trasformare in formaggio: i Celti, esperti conoscitori dell’uso del caglio, ci riuscirono con l’aggiunta di latte di pecora e muffa raschiata dal pane di segale. Germani e Celti scoprirono che la pianta di senape è commestibile e anche i Romani utilizzavano i semi per preparare una pasta aromatica”.

Il lardo di suino nero dei Nebrodi (Presidio Slow Food) utilizzato dai celti per la zuppa di orzo

Ricostruzione di villaggio di celti, allevatori e casari

Il menù celtico prevede quindi la zuppa a base di orzo mondo e fagioli dall’occhio o dolici, realizzata con un fondo di lardo (lardo di suino nero dei Nebrodi, presidio Slow Food), cipolla ramata e scalogno, aromatizzata con semi di cumino tostati e macinati. Servita con un trito di sedano a crudo. “Soprattutto nei Paesi nei quali era abbondante la provvista di legna”, spiegano Lamon e Sperandio, “il calderone appeso al focolare era l’oggetto principale della cucina. La zuppa era la base dell’alimentazione quotidiana delle popolazioni dei paesi Celtici e forniva, oltre a un alimento caldo, un notevole apporto di sali minerali e di vitamine. Ogni giorno il brodo, costituito in prevalenza da ossa o da lardo e acqua, veniva arricchito con ingredienti nuovi: erbe di campo, selvaggina, un pezzo di carne salata, qualche cavolo e rape. Quello che poteva essere reperito veniva progressivamente messo a cuocere sempre nello stesso calderone, nel quale si aggiungeva acqua e non veniva svuotato se non poche volte all’anno. Nelle occasioni in cui il calderone veniva ripulito, col fondo rimasto si confezionavano gustose polpette dagli svariati ingredienti”. Già ai tempi di Giulio Cesare i Celti erano famosi per la lavorazione dei maiali, per la carne salta, il lardo affumicato e il pesce salato. Erano tutte risorse oggetto di scambio e di commercio. Si chiude con la macedonia di mele, fichi secchi, nocciole tostate e miele. Il fico era considerato dai Celti grande amico dell’uomo perché il suo frutto può essere conservato a lungo dopo il raccolto. “I fichi – concludono le esperte di Companatiche – non solo integravano l’alimentazione ma venivano utilizzati come dolcificanti. Veniva molto utilizzata anche tutta la frutta a guscio per la possibilità di conservarla a lungo. La nocciola, anche pestata, rappresentava una fonte di olio alimentare. Si poteva anche ricavare una pasta conservata in vasi coperta dal suo stesso olio: la Nutella ha quindi origini assai lontane!”.

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Il museo Archeologico nazionale di Adria apre eccezionalmente al pubblico i propri depositi in occasione delle Giornate europee del Patrimonio 2017

Giornate europee del Patrimonio 2017 al museo Archeologico nazionale di Adria

Si avvicinano le Giornate Europee del Patrimonio, quest’anno previste il 23 e 24 settembre 2017, e le istituzioni culturali si mobilitano. Il museo Archeologico nazionale di Adria, per esempio, propone per le due giornate il tema “Adria antica e i suoi tesori nascosti”. Sabato 23 settembre, alle 10.30, presentazione al pubblico del progetto di alternanza scuola-lavoro “Comunicare l’antico”, in collaborazione  con il liceo classico “C. Bocchi”, la Fondazione Bocchi di Adria e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Veneto occidentale. Nel pomeriggio, alle 16.30, esibizione di danze romane dal titolo “Terra e sole”, a cura del Gruppo Danze Antiche di Villadose. La sera: dalle 19.30 e fino alle 22.30 (ultimo ingresso alle 22.15) il museo aprirà straordinariamente al pubblico i Depositi del museo, vero scrigno di testimonianze archeologiche, al prezzo simbolico di 1 euro. Visite guidate ogni mezz’ora a cura della direzione e del personale del museo. Oltre ai depositi, sarà possibile visitare la mostra “Ornamenta. Gioielli tra storia e design”, che espone al pubblico reperti d’oro dai depositi affiancati ad oggetti di design (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/18/museo-archeologico-nazionale-di-adria-per-la-festa-e-la-notte-dei-musei-speciale-percorso-archeologico-letterario-sui-gioielli-e-visite-guidate-alla-mostra-ornamenta-gioielli-tra-storia-e-d/). È consigliata la prenotazione. Domenica 24 settembre, il programma inizia alle 17 con la conferenza dell’archeologa Cinzia Tagliaferro dal titolo “Ornata Natura. I gioielli nell’antichità tra mito, rito e realtà”, con visite guidate alla mostra “Ornamenta. Gioielli tra storia e design”. Per tutto il pomeriggio, il museo accoglierà bambini e famiglie con le speciali mappe di “Scopri il tuo museo”: un modo divertente di scoprire i tesori nascosti tra le sale del museo. Ingresso gratuito alla sola conferenza.

Nora tra archeologia e cinema: scavi e ricerche multidisciplinari dell’università di Padova con l’uso delle più innovative tecnologie per studiare, valorizzare e comunicare al grande pubblico il sito. Il prof. Jacopo Bonetto parlerà dell’esperienza di Nora alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il prof. Jacopo Bonetto (foto Graziano Tavan)

Immaginate di avere a disposizione di una stand-cam e di poter tornare indietro nel tempo di oltre due millenni: è quello che hanno fatto nel sito romano-punico di Nora, nel sud della Sardegna, gli esperti dell’università di Padova, coordinati dal prof. Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento Beni culturali. In un minuto e mezzo il video con ricostruzioni 3D condensa anni di studi e comparazioni, permettendo al grande pubblico di fare una passeggiata tra le case di Nora, come avrebbe fatto un antico romano, inerpicandosi fino al foro monumentale e al tempio. Gli scavi archeologici di Nora sono diventati così un esempio di studio, conoscenza e valorizzazione attraverso l’utilizzo di tutte le nuove tecnologie e i più vari canali di comunicazione.  E proprio di Nora e delle nuove tecnologie applicate all’archeologia parlerà il prof. Jacopo Bonetto nella conversazione “Il Mondo Antico tra di noi? Realtà tridimensionale, immersiva, aumentata, social e archeologia ai confini della realtà”, in programma la mattina di sabato 7 ottobre 2017 a Rovereto, giornata conclusiva della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico diretta da Dario Di Blasi e promossa dalla Fondazione museo civico di Rovereto. Questo nuovo approccio allo scavo archeologico è stato possibile grazie al progetto MACH (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage: application to archeological sites), finanziato nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, a cui hanno preso parte studiosi afferenti a tre dipartimenti dell’università di Padova (Ingegneria, Beni culturali, Geoscienze). “Il progetto”, spiega il prof. Claudio Modena, responsabile di Mach, “ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in Ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione”.

Veduta aerea del sito archeologico di Nora, nel sud della Sardegna

“La città antica di Nora è posta sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari”, ricorda Bonetto, “e occupa un promontorio proteso sul mare ben visibile lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo dall’età del Bronzo in poi. Per questo fu interessata dal IX secolo a.C. dalle navigazioni dei Fenici, di cui divenne santuario, emporio e centro di smistamento dei prodotti dell’isola in relazione alle popolazioni nuragiche dell’entroterra. Divenuta colonia cartaginese nel corso del VI secolo a.C., entrò a far parte del dominio romano dal 227 a.C. e costituì un importante riferimento mercantile nelle rotte che univano l’Italia, l’Africa e la Spagna fino a età altomedievale, quando fu abbandonata”. Da sempre nota – continua Bonetto -, la città fu progressivamente riscoperta dalla fine del XIX secolo in poi e divenne la prima grande area archeologica dell’isola dagli anni Cinquanta del secolo scorso grazie agli scavi di Gennaro Pesce che riportarono alla luce oltre 3 ettari di rovine e un quadro monumentale di grande impatto. Attualmente risulta visibile la maggior parte della città venuta a formarsi nel corso dell’età romana e dotata di tutti i grandi complessi architettonici tipici dei centri dell’impero (Foro, Teatro, Templi, cinque Terme, acquedotto, Macellum, Basilica cristiana, domus).

I primi scavi a Nora risalgono alla fine dell’Ottocento

Le prime ricerche, ancora a livello pionieristico, risalgono alla fine dell’Ottocento (1889-1902) a cura di Filippo Vivanet e Giovanni Patroni, che portarono alla luce le necropoli della città. Negli anni Cinquanta, abbiamo visto, ci fu il grande lavoro di sterro di Pesce, mentre le ricerche sistematiche a Nora sono riprese dal 1990 con rinnovato impegno da parte di un gruppo inter-universitario (Padova, Milano, Genova, Viterbo, Cagliari) e dalla soprintendenza di Cagliari. Da allora gli scavi sono stati condotti ininterrottamente per 25 anni e si svolgono con cadenza annuale nei mesi di settembre e ottobre. Le indagini, svolte nelle forme di cantiere-scuola con la partecipazione annua di circa 45 studenti e il coinvolgimento delle scuole e della popolazione locale, riguardano diverse zone della città, del suburbio e del territorio e hanno permesso di giungere a una conoscenza della città che non ha confronti nel panorama delle ricerche archeologiche in Sardegna.  Le conoscenze acquisite sono inoltre state utilizzate per avviare piani di restauro dei complessi indagati e di valorizzazione materiale e virtuale dei percorsi turistici che permettono alla città di essere oggi visitata da 70mila visitatori.

La pianta del sito archeologico di Nora

Il prof. Bonetto spiega a un ospite il virtual tour di Nora

“Negli ultimi anni un impegno particolare dell’università di Padova”, sottolinea Bonetto, “è stato rivolto agli studi di carattere interdisciplinare dedicati particolarmente all’analisi dei caratteri strutturali dei monumenti (assetto statico e leganti), allo studio dei materiali da costruzione (identificazione e provenienza), all’identificazione delle tecnologie di produzione delle ceramiche (analisi delle argille e loro provenienza), alla valutazione delle variazioni del livello del mare. Negli oltre 300 articoli editi in diverse sedi editoriali, nelle 6 monografie della collana Scavi di Nora e nei diversi fascicoli della rivista Studi Norensi (http://quaderninorensi.padovauniversitypress.it) sono condensati i risultati delle ricerche che hanno permesso di riscrivere la storia della città e della sua cultura materiale dall’età nuragica fino al periodo tardo-antico”.

Si intitola “Nora. Il racconto dell’archeologo” il documentario di 27 minuti realizzato nel 2016 e diretto da Anna Ferrarese studentessa laureanda del corso di laurea magistrale in Scienze Archeologiche, relatore prof. Jacopo Bonetto. La voce narrante, di Antonio Andreetta, accompagna il racconto che si snoda attraverso immagini di repertorio girate in Sardegna, a Nora, sostenute scientificamente da esperti archeologi che approfondiscono alcuni aspetti interessanti del loro lavoro. Il soggetto è di Jacopo Bonetto, la sceneggiatura di Mirco Melanco, Anna Ferrrarese; riprese e montaggio di Alberto Fanin, Anna Ferrarese, Antonio Zanonato. Supervisione di Antonio Zanonato. Produzione di Mirco Melanco. Consulenza: Francesca Pazzaglia. Interventi: Simone Berto, Jacopo Bonetto, Filippo Carraro, Rita Deiana, Andrea Raffaele Ghiotto, Valentina Mantovani, Arturo Zara. Comparse: Alessandro Mazzariol, Federica Stella Mosimann, Maria Chiara Metelli, Federica Patuzzi. Questo video unisce archeologia e cinema, due anime componenti il Dipartimento dei Beni Culturali dell’università di Padova, sicuramente la più antica e la più, storicamente parlando, recente: in definitiva si tratta di una video-relazione piacevole nel suo narrare e particolarmente interessante dal punto di vista scientifico e culturale.

“Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana”: mostra con reperti, ologrammi, video, riproduzioni di archeologia sperimentale. Incontri “Gustare la storia” e visite guidate alla scoperta di Parma romana

La statua dell’Abbondanza assisa al trono simbolo della mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana”

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Anello con incisa una lira: è tra i reperti in mostra

Due millenni di cultura dell’alimentazione rivivono attraverso preziosi reperti provenienti da importanti raccolte museali nella grande mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma romana“ allestita fino al 22 ottobre 2017 negli spazi della Galleria San Ludovico, a Parma. L’obiettivo, attraverso reperti archeologici provenienti dal museo Archeologico di Parma e dai musei civici di Reggio Emilia, insieme a oggetti, ambienti, allestimenti interattivi e multimediali, è quello di sottolineare quanto le radici della cultura alimentare del territorio affondino nell’antichità, riaffermando un’eredità ancora oggi straordinariamente vitale, come dimostra il riconoscimento di “Città Creativa della Gastronomia”, titolo riservato dall’Unesco a sole diciotto città nel mondo. La mostra “Archeologia e alimentazione”, curata da Filippo Fontana e Francesco Garbasi con la supervisione e la consulenza scientifica di Alessia Morigi, e promossa e organizzata dall’assessorato alla Cultura del Comune di Parma, in collaborazione con l’università di Parma, il Complesso monumentale della Pilotta e il gruppo archeologico VEA, rientra nel progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle soprintendenze Archeologia Belle arti e Paesaggio di Bologna e Parma, dal Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna. Proprio nell’ambito di questo progetto in autunno ci sarà la riapertura del Ponte romano della Ghiaia, uno spazio riqualificato che tornerà a essere patrimonio della comunità e che presenterà a vista le due imponenti arcate in sasso, la creazione di un unico luogo pubblico museale all’aperto, con oltre  220 reperti archeologici di epoca romana ritrovati durante gli scavi e il recupero dei locali che saranno gestiti dall’università di Parma.

Le sale espositive della mostra “Archeologia e alimentazione” a Parma in Galleria San Ludovico

Tipario (sigillo) in bronzo di età romana

Con la mostra “Archeologia e alimentazione” – spiegano gli organizzatori – le vestigia di un passato antico tornano a vivere grazie a linguaggi contemporanei. Il visitatore, infatti, grazie all’archeologia sperimentale e ad allestimenti interattivi, è accompagnato all’interno di un percorso in cui, accanto ai manufatti provenienti dagli scavi realizzati in città, incontra alcuni ologrammi che riproducono oggetti archeologici di notevole interesse. A questi si aggiungono ambientazioni sonore, stimoli tattili e sensoriali e un video didattico che analizza le tappe principali che hanno contraddistinto lo sviluppo del territorio tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. Questo “viaggio nel tempo” affronta temi di grande interesse storico, come l’organizzazione delle colture, ottenuta attraverso il sistema della centuriazione, ovvero il fitto reticolato di canali, strade e solchi che formavano quella grande infrastruttura che ha permesso la bonifica, la suddivisione razionale e la coltivazione della Pianura Padana. In particolare, vengono poi approfondite le origini della cultura alimentare parmense, come la produzione di prosciutto e formaggio, documentando le abitudini alimentari di epoca romana riemerse con gli scavi archeologici. I reperti testimoniano infatti che, alla base dell’alimentazione quotidiana, c’erano i cereali, insieme ai legumi e alla frutta, così come la polenta e i bolliti di cereali.

Una mensa romana con ciotole, brocca e lucerna, riprodotta dagli archeologi sperimentali

Una preziosa caraffa in vetro di duemila anni fa

Grande spazio è dedicato al banchetto, inteso come rito sociale dove incontrarsi, parlare e mangiare insieme, che è analizzato attraverso la presentazione di oggetti solitamente utilizzati in questa occasione, provenienti da ritrovamenti archeologici in loco e riproduzioni realizzate da archeologi sperimentali, tra cui alcune suppellettili in materiali preziosi come vetro, ceramiche e metalli, che garantivano visibilità sociale e prestigio nella comunità romana. Per restituire al visitatore le suggestioni e le atmosfere del passato, la mostra – come si diceva – si avvale quindi dei nuovi metodi forniti dall’archeologia sperimentale e dai linguaggi interattivi che accompagnano il visitatore in un percorso tra reperti veri e ologrammi. Il percorso, arricchito dalla ricostruzione in 3D della forma urbis romana di Parma, prosegue infine al di fuori della sede espositiva con l’itinerario Parma Sotterranea, ideato per visitare i luoghi più significativi della città antica.

La domenica mattina visite guidate a Parma Sotterranea

Gruppo archeologico Vea

L’itinerario Parma Sotterranea è infatti uno degli eventi collaterali della mostra. Promosso dal gruppo archeologico VEA, il percorso museale all’aperto di ParmArcheologica è garantito da archeologi professionisti che conducono i visitatori alla scoperta dei luoghi urbani dell’antica Parma romana. L’itinerario, della durata di 2 ore e 30 minuti circa, parte proprio dalla sede della mostra in Galleria San Ludovico, per poi proseguire verso l’area archeologica e domus di San Paolo, le mura e le domus romane presso il museo Diocesano, l’area del Foro e del Capitolium di piazza Garibaldi, il Convitto Maria Luigia con i resti dell’anfiteatro, e per concludersi ammirando i meravigliosi mosaici della Domus romana di Palazzo Vitali-Mazza, eccezionalmente aperta per l’occasione. Nel corso della passeggiata, la narrazione fornirà le chiavi di lettura dei luoghi visitati per calarsi nell’ambiente della città storica fin dalle sue fasi di fondazione. Ai partecipanti verrà fatto dono di una scheda riassuntiva sotto forma di pieghevole realizzato con la collaborazione dei 3dArcheoLab. Questo strumento forma, inoltre, una parte interattiva della visita grazie ai contenuti attivabili tramite QrCode direttamente dal proprio smartphone. Per partecipare è necessario prenotare all’indirizzo mail info@foodvalleytravel.com; il costo è di 20 euro comprensivo dell’ingresso al museo Diocesano; i tour si tengono la domenica mattina, con un minimo di 6 partecipanti.

Apicio “protagonista” del primo incontro

Ricco il calendario di “Gustare la storia”: eventi collaterali alla mostra “Archeologia e alimentazione nell’eredità di Parma” tutti alle 11 alla Galleria San Ludovico a ingresso libero. Si inizia sabato 16 settembre 2017 con il critico letterario Francesco Gallina che parla di “Ghiri farciti, fenicotteri e polvere di datteri: la strabiliante cucina di Apicio”. Il sabato successivo, 23 settembre 2017, “Parmigiano Reggiano, il frutto antico del legame indissolubile fra l’uomo e la sua terra” con Michele Berini, segretario del consorzio Parmigiano-Reggiano sezione di Parma. Sette giorni dopo, sabato 7 ottobre 2017, sarà la volta di Giancarlo Gonizzi, coordinatore dei musei del Cibo di Parma, che affronterà le “Eccellenze complementari: caratteristiche comuni nelle produzioni tipiche della cultura alimentare parmigiana”. Ultimo appuntamento sabato 14 ottobre 2017:  con l’archeologa Manuela Catarsi “Alle radici della food valley: cibi e colture a Parma in età romana”.

Calabria. Aperta al museo Archeologico dell’antica Kaulon la nuova sezione numismatica. Esposte le monete magno-greche restaurate tra cui i famosi stateri in argento

Il museo Archeologico nazionale dell’Antica Kaulon a Monasterace (Reggio Calabria)

A due anni e mezzo dall’inaugurazione, il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon, nel Comune di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria, ha ampliato la propria offerta culturale: dalla fine di agosto c’è un nuovo spazio espositivo dedicato alle testimonianze numismatiche.  “Il museo Archeologico dell’antica Kaulon”, ricorda il direttore Rossella Agostino, “integra e approfondisce la visita del parco archeologico dell’antica città. Allestito come mostra permanente, custodisce e conserva i reperti rinvenuti nelle varie campagne di scavo effettuate nel territorio dell’antica colonia achea di Kaulon: da quelle di inizio ’900 di Paolo Orsi fino a quelle più recenti avviate dagli anni ’80 nell’abitato e nelle aree sacre e tuttora in corso”.

Moneta in argento della zecca di Kaulonia del VI sec. a.C.

La nuova sezione numismatica, il cui allestimento è stato curato da Giorgia Gargano, vuole raccontare la “storia” della circolazione monetale cauloniate con le testimonianze numismatiche che il sito ed il territorio del centro magno-greco di Kaulonia nei decenni di ricerche ha restituito. Durante gli scavi a Kaulon sono state infatti trovate numerose monete in bronzo, successivamente raccolte nella collezione numismatica di Rodolfo Cimino: 181 reperti fittili e metallici e di 238 monete di età greca, romana e medievale, materiali che vennero raccolti a partire dal 1942 da Rocco Giordano, ex conservatore onorario dell’area archeologica di Kaulon. Famosi sono gli stateri d’argento di Kaulonia, con un dio su un lato e un cervo sull’altro. Le monete sono state restaurate da Villalba Mazzà.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli si allarga a monte: inaugurati i nuovi laboratori di restauro nel recuperato Braccio Nuovo che ospiterà anche auditorium, zona ristoro, biblioteca e fototeca

Il Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli con l’ampliamento a monte

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

  1. Il museo Archeologico nazionale di Napoli si allarga a monte potenziando e ristrutturando il cosiddetto Braccio Nuovo con l’inserimento, in una struttura all’avanguardia, di tutte le funzioni e i servizi principali per il normale svolgimento delle attività di un museo di rango internazionale. A lavori ultimati il corpo centrale dell’edificio ospiterà auditorium, biblioteca e fototeca, mentre le due ali laterali che abbracciano il cortile retrostante il Museo ospiteranno i laboratori di restauro e altri servizi. Sino ad oggi, sfruttando il finanziamento a disposizione (giunti con il POR Campania 2000/2006 Attrattore Culturale Napoli e con il POR FESR 2007/2013 da parte della Regione Campania), sono stati realizzati l’involucro dell’intero edificio, inclusi copertura e facciata esterna, la sezione dedicata ai laboratori di restauro, il corpo scala, tutti gli infissi esterni, la predisposizione degli impianti in alcune aree della biblioteca e della fototeca.

I nuovi luminosi laboratori di restauro inaugurati nel Braccio Nuovo del Mann

I quattro nuovi laboratori del Mann, inaugurati a luglio 2017, occupando complessivamente 689 mq del Braccio Nuovo, dopo anni di abbandono, vanno a potenziare il centro di restauro già già tra i più importanti del Sud Italia. “I quattro nuovi attrezzati gabinetti”, spiega il direttore Paolo Giulierini, “consentiranno al Mann una migliore gestione delle attività di restauro, maggiori spazi per la formazione e la diagnostica, facilitando anche la movimentazione di materiali lapidei pesanti”. E assicura: “Oltre ai laboratori di restauro nella rinnovata struttura non mancheranno spazi destinati ai servizi al pubblico come una biblioteca, un ristorante ed un auditorium da 285 posti, che saranno completati entro il 2019 come previsto nel Piano Strategico”.

Le nuove strutture realizzate con la ristrutturazione del Braccio Nuovo del Mann

Il Braccio Nuovo è stato ampliato in profondità, realizzando uno scavo nel costone di tufo della collina dell’istituto Colosimo, mentre la facciata originaria è stata conservata e restaurata. Le quote dei livelli interni sono state rimodulate in modo da ottenere quattro piani fuori terra, costituiti da solai in c.a. con struttura in acciaio, senza incrementare l’altezza dell’edificio preesistente. L’attuale configurazione funzionale degli spazi, progettata da RTP Studio DAZ architetti associati (Daniela Antonini e Alexander Zaske) – arch. Giuseppe Capuozzo, e realizzata dal gruppo di lavoro composto da arch. Maria Rosaria Infantino, arch. Danilo Capozzo, arch. Giacomo Visconti, ing. Vincenzo Gianfrancesco, ing. Michele Giustino,  è il frutto di una completa revisione del precedente progetto non portato a termine. In fase progettuale, l’RTP ha completamente revisionato la distribuzione funzionale del progetto a base di gara, in quanto questo presentava scelte progettuali inattuabili e non sostenibili. È stato inoltre necessario apportare modifiche alle opere già realizzate, a causa della presenza di incongruenze e vincoli normativi non rispettati.

I nuovi attrezzati laboratori di restauro del Mann

L’Auditorium, cui si accederà attraversando un atrio dalla quota del cortile, si sviluppa sui primi due livelli ed è destinato ad accogliere ca. 285 posti a sedere. L’area pubblica della biblioteca e la fototeca sono ubicate al terzo livello. Al quarto livello sono situati i depositi. L’ala destra dell’edificio ospita i nuovi laboratori di restauro, appena inaugurati, che completano i laboratori già esistenti. Nei primi due livelli dell’ala sinistra e nell’ex Pinakos sono previste le aree di ristoro del museo. Sul terzo livello è prevista un’area dedicata all’allestimento di mostre ed attività didattiche, con annessa sala conferenze, mentre all’ultimo livello sono collocati depositi e locali tecnici. Il piano delle coperture, oltre ad essere utilizzato come spazio tecnico per gli impianti, ospita una cavea con 132 posti a sedere per mettere in scena spettacoli all’aperto. L’elemento che fortemente caratterizza tutti gli spazi interni delle due ali è la presenza di due chiostrine, di dimensioni differenti, che garantiscono l’illuminazione naturale per tutta la profondità del corpo di fabbrica. La chiostrina all’interno dell’ala laboratori si estende sino al secondo livello, ed è chiusa sul lato inferiore da una copertura vetrata; quella nell’ala sinistra si estende sino al piano terra, creando un piccolo giardino che sarà accessibile dall’area ristoro.

Pompei: entro fine mese aprono la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio. L’annuncio del direttore generale Osanna alla VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi per un bilancio dei lavori. Il direttore del Grande Progetto Pompei: “Dopo i restauri al via il piano strategico per lo sviluppo socio-economico con il coinvolgimento dei nove Comuni del parco archeologico di Pompei”

La Casa di Championnet a Pompei: restauri in via di ultimazione

La Casa del Marinaio a Pompei

Pompei regala al pubblico altre due domus: la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio saranno aperte alle visite entro la fine del mese. Lo ha annunciato il direttore generale Massimo Osanna nel fare il punto della situazione alla VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi giovedì 7 settembre 2017: “Dei 76 interventi finanziati dal Grande Progetto Pompei”, ha spiegato Osanna, “64 sono ad oggi conclusi,  mentre sono 9 in corso (e tra questi entro fine mese si apriranno al pubblico la Casa di Championnet e la Casa del Marinaio)  e solo 3 in attesa di avvio”.  La Casa di Championnet, ricordano le cronache, era stata scavata ancora dai Borboni nel 1799, nel 1812 e nel 1828. Conserva l’atrio con l’impluvio in marmo, e i mosaici pavimentali a schemi geometrici e a tessere colorate. Anche la Casa del Marinaio, così chiamata per il mosaico con sei prue di navi posto nell’ingresso, fu portata alla luce dai Borboni a partire dal 1871. “La domus”, spiegano gli archeologi della soprintendenza, “racchiude in sé aspetti tipici di una elegante e tradizionale casa di città con l’utilizzo di magazzini a carattere commerciale e produttivo, rappresentando per questo aspetto un unicum nel panorama pompeiano. L’edificio fu costruito alla fine del II sec. a.C. in un’area vicina al Foro che si alza verso nord-est. Per questo la casa è articolata su due livelli: a sud poggia su un alto terrazzamento riempito e livellato, mentre a nord si estende su alcuni ambienti voltati semi-ipogei con accesso dal vicolo dei locali soprastanti. I due piani sono raccordati da un giardino incassato, situato nell’angolo nord-ovest della domus. I principali ambienti dell’abitazione si aprono su un imponente atrio tuscanico decorato da apparati decorativi di Terzo stile con numerosi ed interessanti mosaici in bianco e nero. Nel corso del I sec. a.C. l’edificio venne ampliato verso oriente – concludono gli archeologi – con l’acquisizione di un’ala destinata ad ospitare un piccolo complesso termale, mentre nel I sec. d.C. tutti gli spazi del livello inferiore vennero riconvertiti a laboratorio di un panificio e messi in collegamento con i magazzini già esistenti, mentre venne ricavato, ad ovest, un secondo atrio per il settore servile”.

L’incontro della VII Commissione del Senato all’auditorium di Pompei

L’incontro con la VII Commissione (Istruzione pubblica, Beni culturali) del Senato, in visita al sito archeologico, per un aggiornamento sullo stato dei lavori del Grande Progetto Pompei (GPP) si è tenuto all’auditorium degli scavi di Pompei. Il tavolo di lavoro è stato presieduto dal presidente della VII Commissione, senatore Andrea Marcucci; dal direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna; dal direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Luigi Curatoli; e dal sottosegretario per i Beni e le attività culturali e per il turismo, on. Antimo Cesaro. Dopo il punto della situazione, la delegazione guidata da Osanna ha visitato l’Antiquarium degli scavi, il tempio di Venere, il Foro, il cantiere del complesso di Championnet, con la casa dei Mosaici geometrici, la casa di Sirico e dell’Orso Ferito  di recente apertura.

Il soprintendente Massimo Osanna tra gli affreschi della Casa di Sirico

La Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi domus di Pompei, situata nella Regio VIII, così denominata per la ricca decorazione pavimentale con mosaici a tessere bianche e nere su motivi a labirinto e a scacchiera, è stata infatti riaperta al pubblico nel novembre 2016 al termine di importanti interventi di restauro (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/): oltre sessanta stanze, frutto dell’unione di due abitazioni entrambe del III-I sec. a.C., rimodernata dopo il terremoto del 62 d.C.; copre una superficie di 3000 metri quadrati in una scenografica disposizione a terrazze panoramiche. Bisogna invece arrivare al marzo 2017 per la sistemazione e messa in sicurezza della viabilità principale della Regio VII, quella posta al centro dell’area archeologica, tra il Foro e la via Stabiana. Qui sono state aperte al pubblico la Casa dell’Orso ferito e la Casa di Sirico. Due esempi di domus riccamente decorate, con pavimenti a mosaico, fontane, affreschi e aree verdi.

La VII Commissione del Senato in sopralluogo agli scavi di Pompei

Il mosaico che ha dato il nome alla Casa dell’Orso ferito di Pompei

“Anni fa i dubbi sul futuro di Pompei erano tanti. Oggi è stata fatta tanta strada per  la  sua salvaguardia e la Commissione, che ha in tutti questi anni manifestato una costante e grande attenzione al sito, è stata qui per osservare direttamente i risultati raggiunti”, ha dichiarato il presidente Marcucci. “Il rilancio di Pompei, grazie all’impulso prima del Ministro Bray e poi dell’attuale Ministro per i beni, le attività culturali e il turismo Franceschini, è una partita che è vinta dall’Italia tutta, non è una vittoria di una sola parte politica”. E il sottosegretario Cesaro: “Prima Pompei era vista come un problema e non una opportunità per il Paese. Oggi si può guardare al sito come vanto, non solo in termini quantitativi per il crescente incremento di visitatori, ma anche qualitativi per l’ampia e valida offerta di visita al pubblico. Il ruolo della Commissione e del suo interessamento per il sito,  vuole  essere una presa d’atto di quanto finora realizzato, ma anche delle eventuali criticità ancora da risolvere e di come affrontarle in termini concreti, affinché Pompei possa essere volano di sviluppo di tutto il territorio, anche in termini di indotto e di occupazione. Si tratta di una sfida non più derogabile che la classe politica locale e nazionale è chiamata ad affrontare e vincere, per dare una speranza concreta alle tante giovani professionalità della Campania e di tutto il Mezzogiorno”. “Con il Grande Progetto Pompei ci si è finora dedicati al restauro degli apparati architettonici e  decorativi degli edifici dell’area archeologica di Pompei”, ha chiarito il direttore generale del Grande Progetto Pompei, generale Luigi Curatoli. “Ora siamo partiti anche sul fronte del piano strategico per lo sviluppo socio-economico della buffer zone, che include 9 Comuni a ridosso dell’area archeologica vesuviana. I contenuti del piano saranno condivisi con i sindaci dei Comuni, il sindaco della città metropolitana, la Regione e gli altri enti locali coinvolti e presentati al Comitato di gestione presieduto dal ministro Franceschini. Questa sfida, come quella sul  restauro archeologico, vede tutti coinvolti, politici, cittadini, funzionari di stato e avrà alla luce dei risultati finali e degli sforzi profusi, tutti vincitori o tutti vinti”. “Pompei – ha concluso Osanna – è ormai un laboratorio di restauro e conoscenza, cresciuto nell’ambito dei capillari interventi di messa in sicurezza e restauro anche del Grande Progetto Pompei, che hanno restituito al pubblico la fruizione di interi quartieri della città. Le mostre, gli eventi diurni e notturni di questi anni, hanno tra l’altro completato l’offerta culturale del sito archeologico. L’ impegno del ministero e dell’Unione Europea che hanno creduto nel Grande Progetto Pompei e nel lavoro di squadra di tanti professionisti è stato premiato dall’aumento costante e significativo in termini di visitatori”.