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A Siracusa si presentano i risultati del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes” con undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia per valorizzare i siti archeologici della Val di Noto: dal complesso Neapolis-Eurialo di Siracusa alla Noto Antica al parco archeologico di Akrai-Palazzolo Acreide

Docenti e studenti impegnati nel workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes”, undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia

Veduta dall’alto del parco archeologico della Neapolis a Siracusa, dominato dal teatro greco

“La Sicilia sud-orientale è caratterizzata dalla presenza di alcuni dei più importanti insediamenti antichi nel Mediterraneo”, si legge nella premessa del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes”, undici scuole di architettura in rete, coordinate dall’università Iuav di Venezia per valorizzare i siti archeologici della Val di Noto. “Questi insediamenti includono città che si sono sviluppate attraverso i secoli, generando palinsesti urbani interessanti, ma anche problematici. Rovine classiche convivono con straordinari edifici normanni, bizantini e tardo barocchi (che fanno parte del patrimonio Unesco della Val di Noto). Siracusa, Noto e Palazzolo Acreide, i principali centri dell’area ibleo-siracusana, appartengono a questo contesto. Tre città di dimensioni diverse, caratterizzate da alcuni comuni fattori di identità: l’archeologia antica e tardoantica che testimonia la loro origine, la peculiarità geografica del territorio dell’ibleo che è il loro scenario di riferimento, la città barocca con le sue architetture più rappresentative e la sua straordinaria urbanità scenografia. Questi valori hanno storicamente attratto viaggiatori, studiosi, artisti, architetti e letterati in tutta Europa. La Sicilia della Val di Noto, infatti, è stata una delle destinazioni più importanti della tradizione del Grand Tour. Questo è un territorio in cui il fenomeno del turismo ha avuto origine nel suo più profondo senso etimologico”. Immaginare nuovi modelli di valorizzazione ambientale e turistica di alcuni fra i siti archeologici di maggior pregio dello straordinario territorio del Val di Noto: Noto antica, il Parco archeologico della Neapolis di Siracusa, il Castello Eurialo, il Castello di Palazzolo Acreide e il Parco archeologico di Akrai, è stato appunto l’obiettivo del team internazionale di 110 docenti e studenti di architettura italiani, spagnoli, portoghesi, francesi e argentini che hanno lavorato al progetto nel corso del workshop internazionale “Design Heritage Tourism landscapes” che si conclude venerdì 14 settembre 2018 alle 16 nelle sale dell’ex-Convento dell’Immacolata di Palazzolo Acreide (Siracusa) con la presentazione dei risultati progettuali del network di scuole di Architettura “Architecture, Archaeology and Tourism”.

Rilievo rupestre nel parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide

“Il territorio della Sicilia sud-orientale, con i siti patrimonio dell’UNESCO, tra cui Siracusa, Noto e Palazzolo Acreide, è caratterizzato da uno straordinario patrimonio storico-archeologico, ma spesso escluso dalla vita urbana contemporanea”, spiegano i docenti impegnati nel progetto. “Dobbiamo riconsiderare la relazione tra città e archeologia secondo nuove strategie di progettazione che possono essere essenziali per una nuova visione del futuro delle città. La rovina archeologica, in questo senso, non dovrebbe essere vista come un problema da circoscrivere in un campo di protezione, spesso astratto e lontano dal contesto, ma come una risorsa che ha nuovi ruoli nella ridisegnazione del territorio e della città. Il perimetro dei siti archeologici, attraverso un confine fisico, sottolinea la segregazione e la separazione dei luoghi specifici della città. Queste sono enclave che contribuiscono alla proliferazione del degrado urbano. Invece, ripristinare una permeabilità tra i tessuti urbani e i siti archeologici, attraverso i luoghi di mediazione (e non i confini), può essere una strategia per innescare nuove opportunità di sviluppo e rigenerazione urbana. Questo è un punto di partenza per ridefinire lo spazio urbano e il paesaggio archeologico e mettere in discussione le dinamiche dello sviluppo della città in relazione al potenziale del patrimonio archeologico. Pensare a come utilizzare i siti archeologici può essere un incipit di progettazione per capire come stabilire una nuova relazione dialettica tra passato, presente e futuro della città. Un dialogo in cui il fenomeno del cosiddetto turismo del patrimonio può svolgere un ruolo di primo piano, un motore economico per il territorio e le sue città e una forza trainante per la rigenerazione urbana”.

Suggestiva veduta del castello di Eurialo a Siracusa

I siti esaminati. A Siracusa il complesso Neapolis-Eurialo. “Il parco archeologico della Neapolis”, ricordano allo Iuav, “si trova tra il tessuto urbano compatto che è il risultato dell’espansione della città durante la prima metà del XX secolo e il tessuto urbano disperso e a volte vuoto della periferia cittadina che si trova ai margini di una delle due vie d’accesso principali alla città, viale Paolo Orsi. Il parco si estende per circa 240mila mq ed è uno straordinario palinsesto della storia dell’antica Siracusa. L’attuale sistema di ingressi al sito è costituito da due parti distinte che sono totalmente inadeguate al numero crescente di visitatori che aumentano durante il periodo delle rappresentazioni classiche. Il suo isolamento dal contesto urbano circostante non consente una corretta integrazione nella struttura vitale della città. Integrazione che è sempre stata desiderata ma mai implementata. I resti del complesso archeologico del castello di Eurialo sono situati all’estremità occidentale più alta dell’antico sistema difensivo delle mura di Dionisio – lungo circa 25 chilometri. Questo era un sistema difensivo risalente al V secolo a.C. che ha completato le mura della città. Durante il tempo il castello fu trasformato e ingrandito. Oggi presenta un sistema di fossati e tunnel complessi mentre le rovine delle fortificazioni sovrastanti, con la loro geometria, rappresentano un unicum tra i sistemi difensivi del mondo classico. L’attuale entrata al Castello non consente di apprezzare le funzioni primarie della complessa struttura militare e le sue funzioni originali. L’ingresso, infatti, sembra essere “accidentale”, alterando così la lettura filologica del monumento che è anche distorta dalla mancanza di percorsi”.

Studenti e docenti in sopralluogo al castello dell’Antica Noto

L’Antica Noto. “Annesse alle mura si trovano il Castello reale, con un’enorme armeria e le scuderie, e alcuni resti delle torri, tra cui quella principale risalente al 1431, e l’antica prigione dove sono ancora visibili molti graffiti e bassorilievi fatti dai prigionieri. Molti graffiti riportano il nome dell’autore e rappresentano le barche del tempo. Molte volte viene anche rappresentata una partita con pedine. La struttura fu costruita nel 1091 dal Duca Giordano d’Altavilla sui resti di una precedente fortezza araba. Nel 1430 il duca Pietro d’Aragona ingrandì il complesso che fu rifatto nel 1600 circa per ospitare i cannoni. Vicino all’ingresso della porta della montagna sono ancora visibili le aperture per i cannoni. Il terremoto ha distrutto la maggior parte del castello. Il progetto vuole studiare prevede un nuovo sistema di ingressi al sito, servizi per i visitatori e possibili nuove configurazioni per alcune parti del complesso, come la chiesa di San Michele al Castello”.

Il teatro greco nel parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide

Parco archeologico di Akrai a Palazzolo Acreide, città barocca con origini greche, un insediamento sull’altopiano dei Monti Iblei, non lontano dal fiume Anapo e dalla Necropoli di Pantalica. Nel 2002 la città è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO insieme alla Val di Noto, grazie alle sue chiese tardo barocche di San Paolo e San Sebastiano. Inoltre, la città fa parte della rete “borghi più belli d’Italia”. Il patrimonio storico e culturale della città è arricchito dal sito archeologico greco di Akrai, sull’omonimo altopiano che domina la città, e dal sito del castello medievale di Acremonte, da cui è nato il quartiere vicino alla Basilica di San Paolo.

Studenti e docenti si confrontano sui risultati raccolti nei siti archeologici della Val di Noto

Venerdì 14, dunque, la trasferta siciliana cui ha lavorato l’università di Catania con la Sds Architettura di Siracusa, in collaborazione con l’università Iuav di Venezia, capofila del network. Alle 16 sotto le volte dell’ex-Convento palazzolese saranno gli studenti a illustrare i risultati di questa esperienza a una giuria presieduta da Francesco Cellini, docente di Progettazione architettonica all’università di Roma Tre e tra i maggiori esperti di interventi in aree architettoniche. Ad offrire, in altre parole, percorsi possibili per una fruizione intelligente e rispettosa di luoghi che stanno conoscendo un successo attestato dal numero di visitatori in costante crescita. E che per questo motivo esigono un’attenzione sempre maggiore al rispetto dei delicati equilibri tra natura, giacimenti archeologici e crescita urbanistica. Con l’obiettivo finale di garantire gli standard di un turismo colto, lento e sostenibile.

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A Boscoreale “suggestioni notturne”: musica, poesia e visite serali all’Antiquarium. E a Pompei “Musica in terrazza”

Una sala dell’Antiquarium di Boscoreale

L’avevamo scritto: “La notte rende magico il mondo antico. Le luci danno forza e spessore a ogni particolare, dalle colonne ai capitelli, e imponenza e volume a ogni monumento, dai templi ai palazzi alle terme. E se questo vale per la maggior parte dei siti archeologici, lo è ancora di più per i siti archeologici vesuviani: dal 27 luglio al 28 settembre 2018, Pompei, Oplontis, Antiquarium di Boscoreale, e per la prima volta la Villa S. Marco di Stabia con “Stabiae Nocte” aprono alle “passeggiate notturne” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/26/fine-settimana-magici-nei-siti-archeologici-vesuviani-per-due-mesi-passeggiate-notturne-con-percorsi-illuminati-a-pompei-oplontis-antiquarium-di-boscoreale-e-per-la-prima-volta-villa-san-marco-di/)”. Per questo ultimo scorcio di settembre c’è una novità: sono le “Suggestioni notturne” a Boscoreale: musica, poesia e visite serali all’Antiquarium a partire da venerdì 14 settembre 2018. In occasione infatti delle passeggiate notturne promosse dal Mibac, all’Antiquarium di Boscoreale, il parco archeologico di Pompei in collaborazione con la Scabec-Regione Campania propone a partire dal 14 settembre “Boscoreale, suggestioni notturne” un’originale visita serale con performance musicale e narrativa creata ad hoc per lo spazio museale vesuviano. Accompagnato da un trio di musicisti, l’attore e regista Ottavio Costa si esibirà in un raffinato percorso di testi e musica attraverso le sale del museo, fino all’auditorium. Appuntamento venerdì 14 settembre 2018 alle 20.30, con repliche sabato 15 e i venerdì 21 e 28 settembre.

Testimonianze dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. all’Antiquarium di Boscoreale

Le composizioni musicali più delicate e affascinanti del compositore francese Claude Debussy faranno da sottofondo ai versi dello scrittore Pierre Louÿs che ha dedicato la maggior parte del suo lavoro al mondo antico. La prima parte, in prosa e accompagnata dal flauto, prevede un testo elaborato per l’occasione, liberamente ispirato alle pagine di Egon Corti e di Alberto Angela sulla Villa di Lucio Cecilio Giocondo. Il percorso di visita terminerà con un evento musicale conclusivo della durata di 30 minuti previsto per le 21.30 e in replica alle 22.15. La proposta artistica è a cura di Progetto Sonora. Il biglietto è di 2 euro.

A Pompei le passeggiate notturne interessano uno dei luoghi più monumentali del sito, l’area del Foro

Prosegue intanto a Pompei “Musica in Terrazza”, l’apertura serale degli scavi con performance musicale sulla terrazza dell’Antiquarium. Venerdì 14 settembre 2018 si esibiranno i Sonora Sax Quartet Domenico Luciano (sax soprano), Angela Colucci (sax contralto), Nicola De Giacomo (sax tenore), Gaetano Amoroso (sax baritono). In programma composizioni originali e interpretazioni di celebri brani classici, dal popular al jazz. Sabato 15 settembre invece sarà la volta del Marco Sannini Trio in The Swing Tree con Marco Sannini accompagnato dalla chitarra manouche di Oscar Montalbano e il contrabbasso di Marco de Tilla. L’accesso ai percorsi notturni non richiede prenotazione. Il costo del biglietto d’ingresso al percorso di luci proposto a Pompei è di 7 euro. Sarà possibile acquistare i biglietti direttamente nei siti archeologici.

XXIX rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: 35 film che spaziano dalla preistoria all’Egitto, dalla Grecia a Roma al Medioevo, dalle civiltà africane all’Isola di Pasqua. Conversazioni con protagonisti dell’archeologia che poi incontrano il pubblico anche in aperitivi informali. La rassegna in città: incontri con gli autori nelle librerie. Percorsi e degustazioni guidati

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

Il film “L’Ile de Paques, l’heure des verites” di Thibaud Marchand

“Sono tantissimi gli argomenti toccati dai 35 film in concorso nella XXIX Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto”, sintetizza Barbara Maurina, conservatrice per l’Archeologia, supervisore scientifico della rassegna. “Alto l’interesse per le origini dell’uomo e la preistoria, per l’Egitto e i suoi grandi monumenti, per le civiltà fiorite nel Mediterraneo, per Grecia, Roma, per il Medioevo e i suoi castelli, per le civiltà africane, per i Rapa Nui e l’Isola di Pasqua, oltre a produzioni curiose sulle origini della musica e della stampa, su personaggi storici particolari e interessanti come Matilde di Canossa, l’archeologo Winckelmann o Pia Laviosa Zambotti. Ma la Rassegna – continua – sarà molto più dei film. Gli incontri con i protagonisti di quest’anno propongono argomenti che vanno dalle origini dell’uomo, all’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito archeologico per effettuare nuove scoperte perfino nelle straordinarie tombe dei Faraoni egizi, al mercato nero di reperti che ha superato il traffico d’armi per volume d’affari. Non mancherà un incontro in memoria del grande documentarista italiano Folco Quilici, che verrà ricordato grazie all’intervento del figlio Brando. Gli incontri saranno moderati da giornalisti, archeologi, blogger, e – grande novità – alla fine delle conversazioni con #dachepulpito “aperitivo informale con i protagonisti” le domande il pubblico le potrà fare a tu per tu, incontrando gli ospiti nella sala bar del teatro, dove sarà possibile sciogliere qualche curiosità sugli argomenti proposti in un ambiente informale e amichevole”.

Il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran

Il prof. Francesco Porcelli

Focus sull’Egitto. Martedì 2 ottobre 2018, nel pomeriggio, il film “Mysterious Discoveries in the Great Pyramid / Misteriose scoperte nella Grande Piramide” di Florence Tran (Francia, 2017, 85′). La grande Piramide di Giza è l’unica delle sette meraviglie oggi sopravvissute. Alla fine del 2017, un team multidisciplinare di scienziati autorizzato dal governo egiziano per la prima volta dopo 30 anni, mette in campo le più moderne tecnologie e scopre misteriose cavità nella Grande Piramide. “Non poteva mancare la terra dei faraoni con un film sulle più recenti tecnologie applicate all’archeologia”, spiega Maurina, “cui seguirà, alle 17.45, la conversazione con Francesco Porcelli, professore al DISAT Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino al quale è stato affidato l’incarico da parte del ministero delle Antichità egiziano di verificare la presenza di un corridoio che dalla tomba di Tutankhamon avrebbe dovuto portare alla tomba di Nefertiti. Il professore parlerà di “Archeo-fisica nel terzo millennio. Il progetto Luxor-Valle dei re” insieme a Marco Cattaneo, direttore di National Geographic e Mattia Mancini, archeologo e blogger.

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Focus sulla Grecia. Mercoledì 3 ottobre 2018, il film “Crète, le mythe du labyrinthe / Creta, il mito del labirinto” di Agnès Molia (Francia, 2017, 26′). L’archeologo Peter Eeckhout, nella fortunata serie francese «Inchieste archeologiche», accompagna gli spettatori al centro del Mediterraneo, a Creta, che fu la culla, tra il 3000 e il 1400 a.C., della prima grande civiltà del mondo greco, particolarmente avanzata: la civiltà Minoica. “Il film rientra in una produzione più ampia che presenta inchieste di archeologia alla ricerca di nuovi siti e di recenti scoperte archeologiche. E di una “scoperta” tratta la conversazione alle 17.45 con Francesco Tiboni, archeologo terrestre, subacqueo e navale, docteur de l’Université Aix-Marseille I e presidente di ATENA CuMaNa dell’università di Genova, che metterà in discussione la veridicità dello stratagemma del cavallo per la risoluzione della guerra di Troia nell’incontro “La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare. Perché Omero non parlò mai di un cavallo” insieme a Graziano Tavan, giornalista e curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato.

Il film “Le fils de Neanderthal. Il figlio dei Neanderthal” di Jacques Mitsch

Il paleoantropologo Giorgio Manzi

Focus dell’Uomo di Neanderthal. Mercoledì 3 ottobre 2018, alla sera, il film “Le fils de Neandertal / Il figlio dei Neandertal” di Jacques Mitsch (Francia, 2017, 52′). L’Homo sapiens ha veramente soppiantato i Neandertal? È quello che si credeva fino alla scoperta di una strana sepoltura. Per mesi paletnologi, paleoantropologi e genetisti hanno lavorato per scoprirne i segreti in un grande viaggio immaginario sulle tracce del più incredibile dei nostri antenati. E giovedì 4 ottobre 2018, alla sera, il film “Qui a tué Neandertal? / Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017, 90′). 350.000 anni fa, i Neandertal dominavano il mondo e gli animali, adattandosi all’ambiente difficile, e sviluppando abilità ed elementi culturali propri. La loro scomparsa 30.000 anni fa rimane un mistero. Tra le ipotesi: genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, diluizione genetica. Il docudrama cerca di risolvere l’enigma. “Sul tema si inserisce la conversazione di giovedì 4 ottobre 2018, alle 17.45, con Giorgio Manzi, paleoantropologo e divulgatore, professore al dipartimento di Biologia ambientale dell’università La Sapienza di Roma”. Si parlerà di “Qualcosa di molto speciale: come e quando siamo diventati umani” insieme a Marco Perinelli, archeologo e giornalista, e Antonia Falcone, archeologa e blogger.

Folco Quilici, grande documentarista, divulgatore scientifico, scrittore e ambientalista

Il cinema di Folco Quilici. Venerdì 5 ottobre 2018, alle 17.45, “Brando Quilici, regista e documentarista, insieme ad Andrea M. Steiner, direttore della rivista Archeo, consegneranno al pubblico il ricordo del grande Folco Quilici, ospite di numerose edizioni del nostro festival”. Durante l’incontro sarà proiettato il film “Hierapolis” di Folco Quilici (Italia, 2008, 28’). Pamukkale, ovvero “Castello di cotone”, è un sito nella valle del Meandro dove l’acqua forma straordinarie formazioni di calcare, bianche come il frutto del cotone. Su questo scenario grandioso, tornano alla luce i resti dell’antica Hierapolis, città greca, romana e cristiana.

La giornalista della Rai Valeria Ferrante affronta il tema del mercato nero di reperti archeologici

La grande razzia. Per finire, sabato 6 ottobre 2018, alle 17.30, con Valeria Ferrante, giornalista e reporter, si affronterà il tema scottante della “Grande razzia” ovvero il furto e il mercato nero di reperti archeologici in Italia, insieme a Rocco Cerone, giornalista e segretario Assostampa del Trentino-Alto Adige. Valeria Ferrante collabora con inchieste e video-reportage a diversi programmi TV, e con Repubblica. Nel 2017 ha vinto il premio giornalistico Giustolisi “Giustizia e verità”. La sua è una testimonianza sul furto e il traffico illecito di beni culturali e opere d’arte, il cui volume d’affari criminali ha superato quello del traffico d’armi.

 

Il libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis” di Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo

Il libro “Iron Towns” di Anthony Cartwright

La Rassegna va in città. Ma la novità forse più grande è quella di voler far vivere il festival non solo a teatro e nella sala cinematografica, ma anche in città. Oltre alla nuova formula degli aperitivi coi protagonisti al termine delle conversazioni, con vino offerto da Cantine Vivallis, la Rassegna si sposta infatti al di fuori del cinema con “Rassegnaincittà” e offre eventi organizzati in collaborazione con diversi partner: ci saranno presentazioni di libri a cura delle librerie Arcadia (sabato 6 ottobre 2018, alle 19, presentazione del libro di Anthony Cartwright “Iron towns. Città di ferro” con la presenza dell’autore) e Piccoloblu (mercoledì 3 ottobre 2018, alle 17.30, incontro per bambini e ragazzi dagli 8 ai 12 anni con Armin Barducci e Eleonora Suri Bovo, autori e fumettisti del libro “Ötzi The Iceman. Der Mann aus dem Eis. / L’uomo venuto dal ghiaccio”; venerdì 5 ottobre 2018, “L’archeologia animata”, proiezioni di cartoni animati a tema per bambini dai 4 ai 7 anni alle 17, e per ragazzi dagli 8 ai 12 anni alle 18); un percorso guidato con degustazione al Museo del Caffé Bontadi (mercoledì 3 ottobre 2018, “L’arte del caffè”, alle 14); un percorso con degustazione “Sulle rotte del cioccolato” all’eno-cioccoteca Exquisita (venerdì 5 ottobre 2018, alle 14, lezione con degustazione guidato). Nella mattinata finale del festival, sabato 6 ottobre 2018, alle 11.15, sarà anche presentata, questa volta nella sala bar del teatro, una pralina appositamente creata da Exquisita in esclusiva per la Rassegna, che ne descriverà l’essenza attraverso il cioccolato e che si potrà degustare in anteprima.

Musicarivafestival porta lo spettacolo “Sinfonia della storia. Musica e immagini archeologiche”

Serata finale con premiazioni. Tra le novità anche lo spettacolo della serata finale (6 ottobre, alle 21): quest’anno c’è la collaborazione con il MusicaRivaFestival, grazie al sostegno della Fondazione Caritro, per uno spettacolo che unisce l’archeologia e la musica: “La sinfonia della storia”, musica e immagini archeologiche. Il concerto del Milano Saxophone Quartet, quartetto composto da quattro giovani musicisti che ha già suonato in tutto il mondo, sarà infatti accompagnato da immagini tratte dai film dell’archivio della Rassegna. Quindi si chiude con la cerimonia di premiazione. Gli spettatori avranno la possibilità di attribuire, con votazioni giornaliere, il premio Città di Rovereto al film più gradito dal pubblico. Verranno poi attribuite la menzione speciale CinemAMoRe, insieme a Trento Film Festival di Trento e Religion Today Filmfestival, e la menzione speciale Archeoblogger, attribuita da una giuria formata da alcuni dei più seguiti blogger di archeologia italiani.

(2 – fine; il precedente post è stato pubblicato il 10 settembre 2018)

Al museo Archeologico nazionale di Ferrara la presentazione degli Atti del convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica” (Zurigo, 2012): un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina

La copertina del volume sugli Atti del convegno di Zurigo “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”

A sei anni dal convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”, tenutosi a Zurigo il 4 e 5 maggio 2012, il museo Archeologico nazionale di Ferrara presenta gli Atti del Convegno di Zurigo, solo recentemente pubblicato (2017) dopo la lunga gestazione richiesta dall’importanza dei temi trattati, “un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina”, sottolinea il direttore del Polo Museale dell’Emilia-Romagna Mario Scalini.

Le ricche necropoli della città di Spina furono scoperte nel 1922

La città etrusca di Spina sul bordo meridionale dell’attuale delta del fiume Po è stata a lungo oggetto di ricerca per le necropoli scoperte nel 1922 e scavate successivamente. Le loro parecchie migliaia di tombe contenevano uno dei più grandi complessi di reperti di ceramica attica in tutto il Mediterraneo. Dal 2007, nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale, il centro storico della città è stato esplorato in termini di urbanistica, architettura residenziale, spazio naturale, stratigrafia e cronologia assoluta, i cui ricchi risultati sono contenuti per la prima volta in 15 articoli negli Atti del convegno di Zurigo. Questi studi riguardano la fase ellenistica e la produzione di sale evaporativo a Spina, le strutture del IV secolo a.C., le prospettive future della ricerca, il contesto geo-archeologico e la stratigrafia dell’insediamento etrusco, l’evidenza paleobotanica, la tecnica costruttiva e la vita di tutti i giorni. nelle case in legno e in rovere del VI-IV secolo e nei tipi di ceramica grezza e fine.

Le sale dedicate alle necropoli di Spina nel museo Archeologico nazionale di Ferrara

L’appuntamento al museo Archeologico nazionale di Ferrara giovedì 13 settembre 2018, alle 16, per la presentazione degli Atti del Convegno. Dopo i saluti di Mario Scalini, direttore del Polo Museale, e del direttore del museo Archeologico Paola Desantis, intervengono Luigi Malnati, soprintendente emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Bologna e per le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Giuseppe Sassatelli, professore ordinario di Etruscologia e Archeologia Italica; Christoph Reusser, professore ordinario di Archeologia Classica all’università di Zurigo. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione del Gruppo Archeologico Ferrarese.

Rovereto. Presentata la 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico all’insegna delle novità: nuovo logo, nuova sede, nuove partnership, nuova programmazione, nuovo coinvolgimento delle scuole, nuova presenza in città

Il manifesto della 29.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto 2018

La rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto cambia pelle, garantendo ancora più qualità della divulgazione scientifica che diventa anche entertainment. Per la 29.ma edizione in programma a Rovereto dal 2 al 6 ottobre 2018 nuovo logo, nuova sede, nuove partnership, nuova programmazione, nuovo coinvolgimento delle scuole, nuova presenza in città. Chi aveva qualche dubbio sulla capacità di rinnovarsi all’indomani dei radicali cambiamenti che hanno interessato la Fondazione Museo Civico di Rovereto e la stessa rassegna dovrà ricredersi. E la prima risposta è venuta proprio dai protagonisti della Fondazione Mcr di questo cambiamento, il presidente Giovanni Laezza, la direttrice Alessandra Cattoi, e la conservatrice per l’Archeologia Barbara Maurina. Alla presentazione del programma nella sala Medievale del Teatro sociale di Trento non hanno nascosto tutto il loro entusiasmo e tutta la loro soddisfazione per il risultato raggiunto. “È una rassegna rinnovata”, annuncia Alessandra Cattoi, “che, mantenendo al centro la proposta cinematografica, si sforza di guardare oltre, ai libri, agli incontri, alle visite, nell’ottica di una manifestazione diffusa, che allarga i propri orizzonti e vuole dialogare con tutti coloro a cui preme capire chi siamo attraverso ciò che siamo stati. Siamo certi che la selezione dei film in concorso, tutti valutati in base all’accuratezza scientifica, saprà incontrare il gradimento di tanti appassionati e speriamo anche suscitare nei più giovani la curiosità e l’amore per la conoscenza della nostra storia. In quest’ottica, infatti, per la prima volta due intere mattine sono dedicate a progetti specifici sviluppati assieme alle scuole superiori”. E il presidente Laezza le fa eco: “La rassegna internazionale del Cinema archeologico fa patrimonio, un patrimonio di idee, di incontri, ma soprattutto di materiali filmici, che la nostra Fondazione si impegna a conservare e valorizzare come una vera e propria collezione, preziosa testimonianza della storia e della ricerca archeologica mondiale”. È una rassegna senza sponsor il cui bilancio grava per gran parte sulla Fondazione, ma dall’anno prossimo – assicura – “dovrà avere più autonomia economica. Uno dei nostri primi obiettivi sarà quello di trovare sponsor che ci permettano più attività”.

I protagonisti della Fondazione museo civico di Rovereto: da sinistra, la direttrice Alessandra Cattoi, il presidente Giovanni Laezza, la conservatrice per l’archeologia Barbara Maurina (foto Graziano Tavan)

Una fondazione in salute. La Rassegna è sicuramente il fiore all’occhiello, ma la Fondazione museo civico di Rovereto non è solo rassegna. Lo ha ben sottolineato il presidente. “Le attività estive sono andate benissimo”, spiega Laezza. “Il pubblico ha partecipato numeroso agli eventi di botanica e di astronomia. Due settori in cui il nostro museo può vantare una lunga tradizione. Stiamo infatti completando l’Atlante della Flora del Trentino, un’opera monumentale che daremo alle stampe nel 2019. E l’anno prossimo sarà il 50.mo del primo uomo sulla Luna. Abbiamo già in cantiere una grande mostra sul tema”. Il museo allarga i propri orizzonti. “Grazie ai nostri collaboratori stiamo definendo una partnership con il museo Egizio di Torino, avremo nuovi contatti col mondo siciliano nel nome di Paolo Orsi, arriveremo con la Rassegna in Turchia”. Intanto a Rovereto si aprono nuovi spazi culturali. “A giorni avremo a disposizione Palazzo Sichardt che sarà la seconda sede del museo civico. Qui porteremo le attività collegate alla storia e all’arte. E anche gli uffici della Rassegna. E poi ospiterà la pinacoteca. Per l’inaugurazione di Palazzo Sichardt allestiremo una mostra curata da Francesca Bacci in cui sarà illustrata la storia del museo intrecciata alla storia di Rovereto con l’ausilio di molti supporti multimediali”.

Il teatro Zandonai di Rovereto è la nuova sede per le proiezioni e gli incontri della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il nuovo logo della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Nuovo logo e nuova sede. La Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico edizione 2018 si presenta con un logo rinnovato, più moderno, che richiama la pellicola cinematografica e non dimentica le colonna ionica che da sempre ne è il simbolo. E soprattutto sceglie il rosso, “Il colore delle emozioni”, come sottolinea Alessandra Cattoi, “quelle che ci auguriamo conquistino il pubblico che per una settimana potrà immergersi nei film che raccontano di storie antiche, di scoperte e ritrovamenti, di civiltà lontane e di misteri che forse non avranno mai risposte”. Primissima novità dell’edizione 2018 è la sede, che non sarà più l’auditorium Melotti: l’intera settimana della manifestazione sarà ospitata al teatro Zandonai, una splendida cornice che la città di Rovereto mette a disposizione del pubblico, accogliendolo nel salotto buono cittadino.

National Geographic Italia media partner della Fondazione museo civico di Rovereto

La rivista Archeo media partner della Fondazione museo civico di Rovereto

Nuove partnership. Oltre al logo, nuovissima è la collaborazione con importantissimi partner, quali la prestigiosa rivista internazionale National Geographic, che da quest’anno è media partner della manifestazione. “Sarà un partner speciale, che andrà oltre l’archeologia, proponendo iniziative che coinvolgono anche altri settori del museo. Pensiamo all’astronomia, per esempio, con la mostra nel 50.mo del primo uomo sulla Luna”. A seguire in modo particolare la rassegna è la rivista Archeo, un’altra testata nazionale.

Il film di Franco Viviani “Eufronio racconta la guerra di Troia”

Il film di Marco Visalberghi “Ercolano, gli scheletri del mistero”

Le scuole in Rassegna. Per la prima volta due mattine della rassegna saranno “per le scuole e con le scuole”: “Il liceo Rosmini di Rovereto e il liceo Maffei di Riva del Garda”, annuncia Cattoi, “presenteranno agli altri studenti, ma anche a tutto il pubblico, alcuni splendidi film selezionati dal ricchissimo archivio delle passate rassegne, con due tipi di approfondimento, uno sui contenuti e l’altro sulla lingua del documentario. Le mattinate sono dedicate sì alle scuole, ma aperte a tutto il pubblico”. Questi appuntamenti sono stati preparati nell’ambito di due diversi progetti che le scuole hanno svolto durante l’anno scolastico con la sezione Didattica della Fondazione Museo Civico curata da Michela Canali. Martedì 2 ottobre 2018, alle 9.30, le scuole sono coinvolte nel progetto di Claudia Beretta “La lingua del documentario: un percorso di traduzione” con le classi 4A e 3A linguistico (a.s. 2017/2018) del liceo Maffei di Riva del Garda. Dopo i trailer di film tradotti dagli studenti, sarà proiettato il film “Peau d’Ame / Sottopelle. La favola in superficie” di Pierre Oscar Levy (Francia, 2017, 90’). L’archeologo Olivier Weller e la sua squadra decidono di condurre uno scavo presso uno dei siti dove Jacques Demy riprese diverse scene del film “Pelle d’Asino”, interpretato da Catherine Deneuve. La ricerca del nostro cine-archeologo si approfondisce oltre le aspettative. Mercoledì 3 ottobre 2018, sempre alle 9.30, il progetto di Barbara Maurina “Retrospettiva” con le classi I e II del liceo Rosmini di Rovereto coordinate Silvia Contiggia e Stefano Ferrari. In programma tre film: “Eufronio racconta la guerra di Troia” di Franco Viviani (Italia, 2013, 18’; partecipazione XXIV Rassegna). Grazie all’animazione digitale, le alterne vicende della guerra di Troia prendono vita attraverso le immagini dipinte di due pregevoli esemplari di ceramica attica conservati al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma: il cratere e la kylix a figure rosse firmati dal ceramografo e vasaio Eufronio. “Il vaso François: il mito dipinto” di Franco Viviani (Italia, 2011, 40’; partecipazione XXII Rassegna). Il vaso François, conservato al museo Archeologico nazionale di Firenze, viene analizzato con ricostruzioni 3D e scene animate. Si illustra l’apparato decorativo del cratere, una summa dei principali miti greci e una sorta di “catalogo” di dei ed eroi dell’antichità. “Ercolano, gli scheletri del mistero” di Marco Visalberghi (Italia, 2002, 52′; partecipazione XIV Rassegna). Una “detective story scientifica” condotta da un team di vulcanologi, archeologi e antropologi, che ricostruiscono gli eventi nelle ultime ore di vita degli abitanti di Ercolano, prima della tremenda eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.C.

(1 – continua)

“Palmira riaprirà ai turisti entro l’estate 2019”: l’annuncio del governatore di Homs a un anno e mezzo dalla sua definitiva liberazione dall’Isis. A Montereale Valcellina “serata Palmira” in ricordo di Khaled Asaad

Il colonnato di Palmira, punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano

Il governatore di Homs, Talal Barazi

“Palmira riaprirà ai turisti entro l’estate 2019”. L’annuncio del governatore della provincia di Homs, Talal Barazi, è arrivato come un segno di speranza e di raggiunta normalità proprio mentre il mondo è ancora una volta in apprensione con gli occhi puntati sulla Siria per l’acuirsi delle tensioni tra il governo di Assad e le sacche di resistenza ancora presenti soprattutto nella zona di Idlib. Riuscirà Palmira, la “sposa del deserto”, sito Unesco patrimonio dell’Umanità dal 1980, a risorgere dalle sue ceneri? Nell’intervista rilasciata da Talal Barazi a Sputnik News, agenzia di stampa e radio controllata direttamente dal Cremlino, ci sarebbero tutti i presupposti: “Le autorità hanno un progetto per riparare tutti i danni causati all’antica città di Palmira. Questa è la storia del mondo e non appartiene solo alla Siria. Ci sono buone offerte dalle potenze mondiali di restaurare le opere e il valore storico di Palmira. Ritengo che la città sarà completamente pronta a ricevere turisti nell’estate 2019”. I lavori si svolgeranno grazie anche all’Unesco e a Italia, Polonia e Russia che si sono impegnati a offrire assistenza negli sforzi della Siria. Intanto per marzo 2019, assicura Barazi, sarà restaurato anche il mercato centrale di Homs, che ha duemila anni.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

Era il 2015 quando le milizie dell’Isis conquistano Palmira, portando distruzione. Le voci si rincorsero e rimbalzarono in Occidente, ma fu solo con la liberazione di Palmira il 27 marzo 2016 da parte delle truppe di Assad col sostegno fondamentale della Russia che si potè valutare con precisione gli effetti devastanti dell’Isis: in quei mesi di occupazione l’Isis aveva fatto esplodere i templi di Bel, di Baalshamin, l’arco di trionfo e lo spettacolare colonnato nella valle delle tombe. Ma soprattutto non si può scordare l’atto più vergognoso: il 18 agosto 2015 viene decapitato Khaled al Asaad, direttore del museo di Palmira e custode del sito Unesco, giustiziato – come ha dichiarato il prof. Paolo Matthiae, il decano degli archeologi in Siria – per tre motivi: “Perché non aveva rivelato dove aveva nascosto i tesori portati in salvo da Palmira; perché era ritenuto un servo del regine di Assad; perché era custode di un luogo pagano”.

L’immagine satellitare mostra la distruzione della parte centrale del proscenio del teatro antico di Palmira e delle colonne del tetrapilo

Nuovo dramma. Ma nel dicembre 2016, mentre l’attenzione e il grosso delle forze della coalizione erano concentrate nella battaglia di Aleppo, per liberare la seconda città della Siria dove resistevano ancora i ribelli al regime di Assad, l’Isis con un blitz nel deserto si riprendeva il controllo dell’oasi di Palmira (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/24/siria-lisis-riconquista-palmira-e-distrugge-il-proscenio-del-teatro-antico-e-il-tetrapilo-condanna-dellunesco-e-dellonu-su-iniziativa-italiana-matthiae-danni-g/). Fu proprio Talal Barazi a dare la notizia. Di colpo tornava l’incubo per possibili nuove distruzioni di antichi monumenti in quello che è uno dei siti archeologici più importanti del Vicino Oriente. La segnalazione da parte di satelliti militari di spostamento di esplosivo nell’area di Palmira fu solo il campanello di allarme di quello che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Si arriva così al 20 gennaio 2017. Il telegramma è dell’agenzia ufficiale della Siria, Sana. Ed è uno di quelli che lascia il segno: “L’Isis ha distrutto il proscenio dell’antico teatro romano di Palmira, nella Siria centrale, e il Tetrapilo, una struttura colonnata sempre nel sito archeologico patrimonio dell’Unesco”. Ma questa volta gli islamisti non riescono a radicarsi e a stabilire solide difese e, per questo motivo, il 2 marzo 2017, la bandiera della Repubblica araba siriana torna a sventolare sulle rovine di Palmira. Da quel momento in poi, la situazione sul fronte della sicurezza si è via via stabilizzata. Adesso manca soltanto il ritorno dei visitatori nei monumenti riusciti a resistere alla furia devastatrice dei terroristi.

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il regista veneziano Alberto Castellani

Serata Palmira. Venerdì 28 settembre 2018, nell’ultimo week end della mostra “Palmira. Sposa del deserto”, a Montereale Valcellina (Pn), serata omaggio al grande archeologo Khaled Asaad. Alle 18.30, nella sala conferenze “Roveredo” a Palazzo Toffoli, il giornalista Graziano Tavan, curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, interverrà su “Siria in fiamme. Il caso Palmira. Da Zenobia all’Isis”: sarà un “viaggio” nella storia e nel tempo dai fasti di Palmira nell’antichità, divenuta famosa per una sua regina speciale, Zenobia, all’attuale situazione seguita alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti simbolo da parte delle milizie dell’Isis. L’incontro introduce alla visione del film di Alberto Castellani, “Khaled al-Asaad, Quel giorno a Palmira (Italia, 2015; 24’). Il documentario raccoglie le immagini e le impressioni di un viaggio alla volta di Palmira effettuato dal regista nei primi anni del 2000 e riporta tra l’altro l’intervista rilasciatagli allora da Khaled al-Asaad, responsabile del sito e del locale museo, impegnato nella difesa di un patrimonio archeologico che è fra i più importanti e preziosi al mondo, assassinato dai miliziani dell’Isis nel 2015 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/07/24/estate-al-mamv-2018-al-museo-archeologico-di-montereale-valcellina-pn-unestate-ricca-di-storia-cultura-e-divertimento-nel-segno-di-palmira-la-sposa-del-deserto-mostra/).

Lutto nella scienza. Si è spento a 96 anni il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, una vita dedicata a smontare il concetto di “razza”. I suoi studi ci hanno permesso di capire da dove veniamo e come ci siamo distribuiti su questo pianeta

Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e antropologo

“Geni, popoli e lingue”, opera fondamentale di Luigi Luca Cavalli Sforza

“Chi siamo. La storia della diversità umana” di Luca e Francesco Cavalli Sforza

Chi siamo noi? La somma di una storia evolutiva che in ogni individuo lascia traccia? O siamo esseri avulsi dal passato, immersi in un presente fluido e “globale”? Quale è la nostra percezione della diversità (sia essa fisica, di razza, di idioma o culturale) e la nostra capacità di accoglierla? La risposta, spiazzando non solo il sentore comune ma soprattutto molti suoi colleghi scienziati, la diede il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza gettando le basi della genetica delle popolazioni e dimostrando l’infondatezza scientifica del concetto di razza umana. È stato infatti uno dei primi scienziati a concentrarsi sulle modalità con cui i geni contengono le tracce della storia dell’umanità: i risultati dei suoi sforzi sono contenuti in saggi diventati best seller, primo tra tutti “Geni, popoli e lingue” (Adelphi, 1996). Nel 2013 con il figlio Francesco ha scritto poi il libro divulgativo “Chi siamo. La storia della diversità umana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/02/09/chi-siamo-la-storia-della-diversita-umana-a-milano-incontro-con-luca-e-francesco-cavalli-sforza/). Luigi Luca Cavalli Sforza il 31 agosto 2018 a 96 anni si è spento a Belluno, dove viveva. Pioniere della genetica delle popolazioni, studioso anche di antropologia e linguistica, era nato a Genova il 25 gennaio 1922. La sua carriera scientifica, dedicata a smontare il concetto di “razza”, era cominciata in Gran Bretagna, e fin dagli anni ’50 è proseguita fra Italia, dove insegnava nell’università di Pavia, e gli Stati Uniti, nell’università di Stanford. Il genetista è stato allievo di Adriano Buzzati Traverso, padre della genetica italiana, e fratello dello scrittore Dino. I suoi studi sulla genetica li avviò partendo dal moscerino della frutta e dai batteri, per poi spostare la sua attenzione sull’uomo. Studiò la genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell’uomo e le interazioni tra geni e cultura. I suoi studi hanno permesso di ritrovare nell’attuale patrimonio genetico dell’uomo i segni lasciati dai grandi movimenti migratori del passato e delle società multietniche.

A Luigi Luca Cavalli Sforza si deve l’intuizione che esiste una genetica della popolazione

Il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata (foto Angelo Carconi)

Una “perdita immensa” per la genetica italiana e mondiale e per tutto il mondo della ricerca: per il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, a Luigi Luca Cavalli Sforza il mondo scientifico deve moltissimo, a partire dalla “grande intuizione di aver capito che esista una genetica di popolazione, una grande disciplina che ci ha permesso di capire da dove veniamo, come ci siamo distribuiti su questo pianeta”. Proprio Novelli sull’agenzia Agi Scienza (https://www.agi.it/blog-italia/scienza/cavalli_sforza_dna-4334536/post/2018-09-01/) dedica un lungo articolo a ricordare il grande genetista. “I geni contengono le istruzioni per costruire cellule, tessuti, organi e organismi completi”, scrive Novelli. “I geni vengono trasmessi dai genitori ai figli attraverso la riproduzione sessuale seguendo particolari modelli di eredità. I geni si distribuiscono nelle varie popolazioni con frequenze diverse rendendo ognuno di noi diverso da un altro per una piccolissima quota di DNA (lo 0.03%): siamo allo stesso tempo uguali e diversi. Ecco questo è l’insegnamento più importante che ci ha dato Luca Cavalli-Sforza. Proprio queste differenze scoperte da lui per la prima volta, sono alla base della medicina personalizzata. La medicina moderna che ci permetterà di curarci in modo preciso, accurato e senza rischi”.

Il manifesto della mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”, curata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani a Roma tra il novembre 2011 e il febbraio 2012

“Lo studio della distribuzione e della frequenza dei geni nelle diverse popolazioni”, continua Novelli, “è stata la disciplina studiata da Cavalli-Sforza, ovvero la genetica di popolazione. Lo sviluppo di questa scienza ha fornito risposte a numerosi quesiti circa l’origine della nostra specie, le grandi migrazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’uomo moderno, il ruolo della selezione naturale nel mantenere le frequenze geniche nelle popolazioni e sul piano applicativo, gli effetti dei programmi di prevenzione e di terapia sulla frequenza dei geni dannosi. Per molto tempo, soltanto i parametri antropologici (colore della pelle, aspetto fisico del corpo, tratti facciali ecc.) venivano utilizzati per descrivere la nostra diversità. Tuttavia, questi caratteri sono fortemente influenzati dall’ambiente e quindi poco adatti a studiare le relazioni tra i popoli e l’evoluzione dell’uomo moderno. Soltanto il confronto tra geni può fornire queste informazioni. La variabilità genica della nostra specie è talmente elevata da consentire la definizione di mappe geografiche basate sulla frequenza di particolari alleli. Proprio l’esistenza di una tale grande variabilità ha permesso a Cavalli-Sforza di dimostrare la non esistenza delle razze nella popolazione umana”.

L’uomo di Neanderthal era cacciatore

“Gli studi di genomica hanno ormai dimostrato che i Neanderthal si incrociarono con i primi esseri umani moderni usciti dall’Africa, e che le popolazioni non africane sono il prodotto di questo mescolamento. Si stima che in media dall’1 al 4 per cento del genoma di un non africano sia costituito da sequenze ereditate dai Neanderthal. Alcune di queste sequenze sarebbero alla base di patologie della pelle, del sistema immunitario, del metabolismo, ma anche dell’apparato riproduttivo e del sistema nervoso, inclusi disturbi depressivi e dipendenza dalla nicotina, oggi presenti nella nostra specie. Sono malattie quindi che ci portiamo dietro da più di quarantamila anni, ereditate dal DNA degli uomini di Neanderthal che ancora è presente nel nostro genoma. Ecco – conclude Novelli – questi sono esempi della straordinaria eredità che Cavalli-Sforza ci lascia. A questo si aggiunge secondo me l’insegnamento più importante: “La scienza fa paura agli ignoranti e quando non fa paura, la scienza delude: ma anche qui per ignoranza (Cavalli-Sforza, 2006)”.