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“Serata Parade Pulcinella” al Teatro Grande degli Scavi di Pompei: con il Teatro dell’Opera di Roma in scena il balletto “Parade” di Picasso, Cocteau, Massine e Satie, e il balletto “Pulcinella” di Stravinskij, Massine e Picasso

Il grande sipario “Parade” di Pablo Picasso viene riarrotolato al museo di Capodimonte di Napoli

Il teatro grande di Pompei ospiterà i balletti “Parade” e “Pulcinella”

Il sipario sulla grande mostra “Picasso e Napoli: Parade”, al museo e real bosco di Capodimonte a Napoli e all’Antiquarium degli scavi di Pompei, si è chiuso solo da pochi giorni, segnando un grande successo di pubblico (oltre 100mila visitatori per l’evento che ha voluto celebrare il centenario del viaggio di Picasso in Italia; catalogo Electa). Nel 1917 infatti Picasso compie un viaggio in Italia insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a “Parade”, balletto che andrà in scena a Parigi nel maggio 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. Tra marzo e aprile 1917 Picasso è due volte a Napoli e a Pompei. Il sipario Parade, la più grande opera di Picasso (una tela di 17 metri di base per 10 di altezza), è stato dunque riavvolto per fare ritorno al Centre Pompidou di Parigi. Ma “Parade” riappare virtualmente a Pompei con il Teatro dell’Opera di Roma che al Teatro Grande degli Scavi di Pompei mette in scena “Serata Parade Pulcinella”. Da giovedì 27 a sabato 29 luglio 2017 i primi ballerini Rebecca Bianchi, Claudio Cocino, Manuel Paruccini, i solisti e il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma diretti da Eleonora Abbagnato faranno rivivere i personaggi e la magia dei balletti “Parade” e “Pulcinella”.

Il balletto “Parade” dall’archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Il balletto “Parade” nasce a Roma nel 1917 dalla collaborazione – magistralmente orchestrata dall’impresario dei Balletti Russi, Sergej Djagilev – tra Pablo Picasso, Jean Cocteau, Léonide Massine ed Erik Satie, quest’ultimo rimasto però in Francia. Il celebre scrittore Guillaume Apollinaire vede in questa collaborazione un esprit nouveau e nel programma di sala afferma: “Parade sconvolgerà non poco le idee degli spettatori”. “Parade” è pensato fin da subito dai suoi creatori come un balletto nuovo e rivoluzionario, dove per la prima volta danzano costumi-scultura tridimensionali, su una partitura coreografica innovativa fatta di movimenti asciutti e veloci. “Parade” è rappresentato in prima assoluta il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet di Parigi, in piena guerra, ma tutta la sua modernità, volta a catturare gli aspetti più sfacciati, volgari e vivaci della natura umana, non viene colta dal pubblico che grida allo scandalo. I personaggi del balletto si esibiscono in danze molto vicine alla spettacolarità popolare, che poco si sposa con l’immagine seria e sublime che gli spettatori del tempo avevano dei ballerini russi. Tuttavia, “Parade” non è un esempio di teatro di varietà, ma una trasformazione artistica di esso. I suoi quattro geni creativi, Picasso, Cocteau, Massine e Satie – abituali frequentatori del circo, del cinema e del music-hall – sono i collaboratori ideali per un progetto pensato con l’obiettivo di portare nel balletto un po’ della vitalità e della schiettezza del teatro popolare. Picasso recupera il tema del circo a lui caro per il famoso sipario del balletto e realizza una scenografia e dei costumi non convenzionali. Satie compone una musica che include sonorità realistiche e quotidiane. Il ruolo di Cocteau è determinante: crea il progetto, ne scrive il soggetto, partecipa a ogni aspetto della sua evoluzione artistica e coinvolge entusiasticamente Picasso e Satie in questa avventura.

Il balletto “Pulcinella” dall’archivio del Teatro dell’Opera di Roma

“Pulcinella”, balletto in un atto ambientato nella città di Napoli, è andato in scena per la prima volta il 15 maggio del 1920 al Teatro dell’Opéra di Parigi e la “provocazione visiva” di Picasso ha subito riscosso il consenso dei presenti. Triplice è la firma: la musica di Igor Stravinskij, la coreografia di Léonide Massine, la scenografia e i costumi di Pablo Picasso. L’idea nasce dalle suggestioni raccolte da Diaghilev, Stravinskij, Massine e Picasso durante i due viaggi nella città di Napoli e la gita a Pompei, nel marzo e nell’aprile del 1917. Fonte d’ispirazione per il balletto sono le atmosfere vissute nei vicoli e nei mercati napoletani, il fascino per la città antica di Pompei e la grande tradizione della Commedia dell’arte italiana. Picasso e Stravinskij, durante il secondo viaggio, restano affascinati dalla forza espressiva di uno spettacolo teatrale di matrice dialettale, notando come si possano superare le barriere della lingua trascinando il pubblico con una dinamica vena popolare. A suggerire il soggetto del balletto è il ritrovamento di un manoscritto nella Biblioteca Nazionale di Napoli, incentrato sulla celeberrima maschera di Pulcinella. I concepteurs cominciano a lavorare intorno alla figura di Pulcinella dandogli una forma del tutto originale. Stravinskij, nel comporre la musica, intraprende una nuova direzione e realizza la prima composizione neoclassica, il cui materiale tematico è tratto da Giovanni Battista Pergolesi ma rielaborato in chiave moderna. Massine, per supplire alla mancanza di espressività nel volto di Pulcinella che indossa una maschera, crea una coreografia non solo ricca di valori pantomimici ma in grado di modellare espressivamente il corpo dei danzatori. A Napoli aveva infatti avuto modo di assistere a numerosi spettacoli di marionette con Pulcinella protagonista, rimanendo particolarmente affascinato dai suoi continui cambiamenti nel gesto. Picasso realizza una scenografia la cui scomposizione in rettangoli, quadrati e trapezi si rifà all’impostazione geometrica del cubismo e le cui tinte fredde esaltano i colori brillanti dei costumi. La coreografia di Léonide Massine è ripresa da suo figlio Lorca Massine, ballerino e coreografo di fama internazionale, che da sempre mantiene viva la tradizione artistica tramandatogli dal padre e intrattiene con il Teatro dell’Opera di Roma, di cui ha diretto il Balletto dal 1981 al 1983, una relazione speciale. Assistenti alla ripresa coreografica sono Anna Krzyskow e Manuel Paruccini. Le scene e i costumi di Pablo Picasso sono ricostruite da Maurizio Varamo le prime e da Anna Biagiotti le seconde per l’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma. Le luci sono di Mario De Amicis. Le musiche sono eseguite su base registrata.

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum in missione a Tunisi con il Mann di Napoli e il parco archeologico di Pompei per nuove collaborazioni culturali. Invitati i ministri tunisini e il direttore del Bardo alla XX Bmta a ottobre

Il cortile centrale interno del museo del Bardo di Tunisi (foto di Gianluca Baronchelli)

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, a Tunisi con esperti del parco Archeologico di Pompei e del museo Archeologico di Napoli, ha incontrato i ministri di Turismo e Cultura per invitarli al ventennale e per stipulare intese di cooperazione culturale. Il direttore della BMTA Ugo Picarelli ha incontrato a Tunisi la ministra del Turismo e dell’Artigianato Selma Elloumi Rekik e il ministro degli Affari culturali Mohamed Zine El Abidine, su invito dell’ambasciatore di Tunisia a Roma Moez Sinaoui, per coordinare un gruppo di esperti per sviluppare intese su tematiche di cooperazione culturale. La Borsa è best practice riconosciuta per l’impegno a favore del dialogo interculturale, non solo attraverso la partecipazione nel salone espositivo di 30 Paesi e l’annuale presenza a Paestum di un Paese Ospite Ufficiale, ma anche per dedicare dal 2015 nell’ambito del programma due significativi momenti a questo tema: l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015”, dopo l’assalto jihadista al museo di Tunisi, per ricordare che il patrimonio culturale è uno strumento fondamentale per il dialogo interculturale: ogni cittadino del mondo, al di là di appartenenze religiose o politiche, deve essere consapevole che il patrimonio culturale è un bene comune e rappresentazione di identità nazionale, per cui va difeso da tutti i Paesi che fanno della democrazia il loro baluardo;  l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, in collaborazione con Archeo, la prima testata archeologica italiana, intitolato al noto archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale.L’incontro a Tunisi è stato occasione per il direttore Ugo Picarelli di invitare la ministra del Turismo e dell’Artigianato Selma Elloumi Rekik alla XX edizione della BMTA, in programma a Paestum dal 26 al 29 ottobre 2017, per partecipare alla conferenza “Il dialogo interculturale valore universale delle identità e del patrimonio culturale: #pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015 e #unite4heritage for Palmyra” in collaborazione con Unesco e Organizzazione Mondiale del Turismo, con la partecipazione dei Ministri del Turismo e della Cultura di Azerbaigian, Bahrein, Iraq, Serbia.

Il direttore della Bmta Ugo Picarelli con il ministro tunisino del Turismo Selma Elloumi Rekik

Il direttore della Borsa, come a Belgrado nei mesi scorsi, ha coordinato un gruppo di esperti rappresentato dall’archeologa Luigia Melillo, funzionario archeologo responsabile dell’ufficio Restauro e dell’ufficio Relazioni internazionali del museo Archeologico nazionale di Napoli, e dall’architetto Annamaria Mauro capo area Organizzazione e funzionamento del parco Archeologico di Pompei. Nell’incontro con i ministri tunisini, con la direzione generale Turismo culturale del ministero del Turismo e con l’istituto nazionale del Patrimonio sono state valutate, alla luce della recente riforma dei beni culturali, le collaborazioni future che riguarderanno gemellaggi con le città di epoca romana, restauri di opere d’arte, scambi di esperienze su archeologia virtuale, scavi di nuove missioni archeologiche. L’occasione è stata importante per condividere con l’ambasciatore Italiano a Tunisi, Raimondo De Cardona, che le collaborazioni possano attuarsi e svolgersi attraverso l’istituto italiano di Cultura diretto dalla salernitana Maria Vittoria Longhi.

Dopo la città punica di Cartagine, la Borsa ha visitato il museo del Bardo incontrando il direttore Mouncef Ben Moussa e ribadendo il suo impegno annuale a trasmettere sempre a futura memoria l’accaduto del marzo 2015. La Borsa per sottolineare l’amicizia col Bardo inviterà a Paestum Hamadi Ben Abdesslem, la guida turistica che ha salvato 45 italiani durante l’attacco terroristico dell’Isis, portandoli al riparo da una uscita di servizio. Poiché Hamadi è nel suo paese vice presidente dell’associazione Guide Turistiche, potrà portare la sua esperienza all’incontro annuale che ANGT, l’associazione delle guide italiane, svolge a Paestum in occasione della Borsa.

“Omaggio di Venezia a Palmira”: lo Iuav propone un canto per immagini, parole, suoni dedicata alla “sposa del deserto” violentata dall’Isis e al suo custode-direttore Khaled Asaad, trucidato dai miliziani

“Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر Canto per immagini, parole, suoni”: lo spettacolo dello Iuav

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto dell’evento allo Iuav

Omaggio di Venezia a Palmira. L’università Iuav di Venezia nell’ambito dei workshop estivi di architettura Wave 2017 “Syria the making of the future”, lunedì 3 luglio 2017, alle 21, al giardino dei Tolentini, presenta lo spettacolo “Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر Canto per immagini, parole, suoni”: azione teatrale, video testi musiche con Stefano Scandaletti, musica dal vivo di Domenico Calabrò, a cura di Monica Centanni e Marco Bertozzi, ricerche e montaggio video Caterina Shanta, collaborazione testi e drammaturgia Daniela Sacco. Un evento promosso in cui immagini, parole e suoni si intrecciano a evocare una storia che ha al centro la mitica città: un racconto sulla capitale “invisibile” di una civiltà mediterranea che sfonda i confini incerti di Oriente e Occidente, che ha come protagonista un uomo, Khaled Al Assad, assassinato per aver cercato di difendere le pietre della “sua” – della nostra – Palmyra. “Non c’è cosa nella vita pari al mio amore per Palmira”, diceva Khaled al Asaad. “Su questa terra ho vissuto, in questa culla ho dedicato tutti i miei sforzi per quarantacinque anni agli scavi, ai restauri, alla pubblicazione della sua storia […]. Sono nato vicino al Tempio di Bel – il santuario principale dedicato al dio locale (distrutto dai miliziani dell’Isis, ndr). Ho passato tutta la mia vita qui; sarebbe ridicolo e vile lasciare la città in questo momento”. Lo spettacolo propone un montaggio video (materiali storici e filmati inediti), con incastonati brani di musica dal vivo e lettura teatrale di testi storici e letterari; un racconto articolato per capitoli: La via di Palmyra; Zenobia, la  regina: Palmyra modello di città. Uomini e pietre; Teatro di guerra: la bellezza che non salva; Senza dio; La città invisibile (con testi di Khaled Al Asaad, Cesare Brandi, Historia Augusta, Marguerite Yourcenar, Christine de Pizan, Boccaccio, Plinio, Leon Battista Alberti, Jacques Prevert, Ezra Pound, Italo Calvino).

“Archeologia ferita”: ad Aquileia gli eventi collaterali alla mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”. Apre Morandi Bonacossi sulla distruzione della memoria in Iraq e Siria. Con Matthiae e Castellani giornata omaggio a Khaled Asaad. Mostra fotografica di Elio Ciol “Sguardi su Palmira”

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Il catalogo (Gangemi editore) della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”

“Mai nella storia dell’uomo, neppure nei momenti più bui dei conflitti mondiali del secolo scorso, il patrimonio culturale dell’umanità aveva subito devastazioni così sistematiche e intenzionali come oggi in Siria e Iraq. Dopo oltre sei anni di guerra civile siriana una parte significativa dello straordinario patrimonio culturale di questi Paesi si trova ancora sotto il controllo di forze islamiste, che perseguono la deliberata distruzione dei monumenti e siti archeologici come strumento politico e di lotta per il potere”. Così scrive nella premessa al catalogo della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” (Gangemi editore) Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università di Udine e direttore di missioni archeologiche a Palmira in Siria e a Ninive in Iraq. È proprio l’archeologo dell’ateneo friulano a inaugurare gli eventi collaterali della grande mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia fino al 3 ottobre. Domenica 2 luglio 2017, alle 17.30, nelle gallerie lapidarie del museo Archeologico nazionale di Aquileia (ingresso gratuito), Daniele Morandi Bonacossi parlerà de “L’archeologia ferita in Siria e Iraq: la distruzione della memoria dell’uomo e la sua rinascita”. Distruzioni che, come rileva il presidente della Fondazione Aquileia, Zanardi Landi, “hanno sottratto una parte rilevante del patrimonio artistico dell’Umanità e non solo colpiscono l’identità culturale, religiosa, ideale e artistica di siriani, iracheni, egiziani, tunisini, ma anche la nostra, costituendo un danno gravissimo e irreparabile al nostro essere italiani ed europei”.

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“Destruction of memory”, film di Tim Slade

Mercoledì 26 luglio 2017 sarà per Aquileia una giornata speciale con un omaggio particolare a Khaled Asaad, oltre che a Palmira e alla Siria: nell’ambito della prima serata dell’Aquileia Film Festival, giunto all’ottava edizione, alle 21, in piazza del Capitolo, verrà prima proiettato il film “Tesori in cambio di armi” (2014), sul commercio illegale di reperti archeologici che finanzia guerre e violenze; quindi Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, intervisterà il prof. Paolo Matthiae, decano degli archeologi in Siria, scopritore di Ebla, di cui ha diretto la missione per 47 anni. Matthiae sarà chiamato a rispondere alla domanda che tutti noi ci facciamo: cosa rimarrà dell’immensa ricchezza archeologica e monumentale di Siria e Iraq devastate dall’Isis? Chiuderà la serata il film di Alberto Castellani “Quel giorno a Palmira” (2015)  con un’intervista recuperata da materiale d’archivio al direttore-custode Khaled Asaad, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015 per aver tentato di difendere l’inestimabile patrimonio della “sposa del deserto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/06/aperta-la-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-nel-nome-di-khaled-asaad-larcheologo-di-palmira-decapitato-dallisis-e-sabato-instant-movie/). Il film è una sorta di viaggio della memoria per tener vivo il ricordo di un autentico eroe e meditare non solo sulle macerie ma anche sul dramma umano che la Siria sta oggi vivendo. E il 29 luglio 2017 Aquileia ospita la prima italiana del film “Destruction of memory” di Tim Slade, narrato da Sophie Okonedo e basato sul libro “La distruzione della memoria: Architecture at War” di Robert Bevan, documento sugli eroi che hanno rischiato la vita per proteggere non la loro identità culturale, ma per salvaguardare la memoria preziosa di ciò che siamo. Infine venerdì 8 settembre 2015 il terzo incontro in programma:  il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale affronterà la piaga del commercio illegale di antichità che, come è noto, è uno dei mezzi di finanziamento dei terroristi. “Il nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri”, interviene il il generale comandante Fabrizio Parrulli, “è un reparto speciale che opera dal 1969 per la tutela del patrimonio culturale di tutti i Paesi del mondo. Nell’incontro affronteremo anche il tema dei caschi blu della cultura. Un’iniziativa nuova e fortemente voluta dal ministro Franceschini per realizzare un team di esperti che possano essere impiegati rapidamente dove richiesto a seguito di eventi naturali o anche a seguito di crisi provocate dall’uomo”.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996

La scultura di Elias Naman “Le memorie di Zenobia”

In piazza del Capitolo possiamo ammirare la scultura “Le memorie di Zenobia” dell’artista contemporaneo siriano Elias Naman, generosamente prestata da Danieli: essa vuole ricordarci con il suo sguardo la drammaticità del momento presente. A un passo dalla scultura si accede al complesso archeologico della Domus e Palazzo episcopale, recentemente restaurato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/23/aquileia-aperta-dalla-fondazione-una-nuova-area-archeologica-domus-e-palazzo-episcopale-viaggio-a-ritroso-nel-tempo-dal-palazzo-episcopale-del-v-sec-d-c-a-una-domus-romana-del-i-ii-sec-d-c/), che ospita la mostra fotografica “Sguardi su Palmira” con fotografie di Elio Ciol eseguite il 29 marzo 1996.  “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”. “Se la scultura Le memorie di Zenobia dell’artista siriano Elias Naman ci ricorda il dramma attuale”, conclude il presidente Zanardi Landi, “se le conferenze tematiche illustreranno le ricerche archeologiche e le istruzioni provocate dalla guerra, il documentario di Alberto Castellani Quel giorno a Palmira, sarà l’omaggio di Aquileia a Khaled Asaad, martire della cultura”.

“Un gioco da perderci la testa”: al Mann l’archeologo Davide Domenici racconta il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica a margine della grande mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

Statuetta di un giocatore di palla esposta a Napoli nella mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

L’archeologo Davide Domenici

Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio. Questa fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato da gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane. Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma: per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici. Fu l’artista tedesco Christoph Weiditz a immortalare la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. Con l’incontro dal titolo “Un gioco da perderci la testa. Il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica”, giovedì 29 giugno 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli, nell’ambito degli approfondimenti dedicati all’importante esposizione “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” inaugurata il 16 giugno scorso e visitabile fino al 30 ottobre prossimo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/13/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-il-mondo-che-non-cera-con-i-capolavori-della-collezione-ligabue-dedicata-alle-tante-e-diverse-civilta-precolombiane/), sarà l’archeologo Davide Domenici a ripercorrere la straordinaria storia di questa meravigliosa scoperta che ha conquistato tutti. Ricercatore al dipartimento di Storia culture civiltà dell’università di Bologna, dove imparte corsi relativi all’archeologia e all’antropologia delle civiltà indigene d’America, Davide Domenici ha svolto ricerche archeologiche a Nasca (Perù), Isola di Pasqua (Cile) e Teotihuacan (Messico). Tra il 1998 e il 2010 ha diretto il progetto archeologico Rio La Venta (Chiapas, Messico) e attualmente dirige un progetto di ricerca archeologica a Cahokia (Illinois, Usa). Membro del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue e della mostra “Il mondo che non c’era”, sull’ultimo numero della rivista semestrale “Ligabue Magazine” (n. 70, giugno 2017), Davide Domenici approfondisce il tema del gioco della palla nelle civiltà precolombiane offrendo una serie d’interessanti informazioni che mostrano come gli europei siano debitori nei confronti di Maya e Aztechi e in genere delle culture precolombiane dell’ “invenzione” del pallone di gomma.

Un atleta abbigliato per il gioco della palla su un vaso in mostra al Mann di Napoli

“Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù”, spiega Domenici, “sono state rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri e largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione signorile della Mesoamerica. Nel corso dei secoli, la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.

Un atleta impegnato nel gioco della palla rappresentato su un vaso Maya

Un’ascia, parte dell’abbigliamento del giocatore di palla, esposta al Mann nella mostra di Ligabue

Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o graffite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione. Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica, anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici. “Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco”, scrive Domenici, “i cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi ad essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.

Il pesante giogo, in mostra a Napoli, riproduce la cintura usata dagli atleti nel gioco della palla

Una delle vetrine della mostra “Il mondo che non c’era” al Mann di Napoli con gli oggetti sul gioco della palla

In mostra a Napoli oltre a statuette in argilla e interessanti raffigurazioni vascolari di atleti, ben documentata è anche la tenuta da cerimonia dei giocatori. Certi elementi erano concepiti come oggetti isolati, essenzialmente in pietra e in argilla. I pezzi più famosi sono il giogo, l’ascia e la palma che designano le parti della panoplia del giocatore. I gioghi sono rappresentazioni in pietra delle cinture in cuoio utilizzate dai giocatori e portate all’altezza delle anche per proteggersi contro gli impatti brutali della palla di caucciù duro. Anche se ne esistono di semplici, sono molto spesso scolpiti con motivi in rilievo relativi alla fertilità, come il rospo, o il giaguaro simbolo della pioggia e della fertilità. I gioghi di pietra pesano tra i 20 e i 30 chili e dunque non erano mai portati nelle partite ma è probabile che durante le cerimonie un giocatore importante li portasse.

Tito Livio superstar. Padova celebra il bimillenario della morte del grande storico latino col progetto Livius noster: convegni, incontri, spettacoli, musica, proiezioni, visite guidate, reading e molto altro ancora, dalla guida archeologica di Padova romana ai visori in realtà aumentata per il Patavium virtual tour. E in Prato della Valle si scava il teatro romano

La statua di Tito Livio all’interno del Palazzo Liviano affrescato da Massimo Campigli

Sono passati duemila anni dalla morte di Tito Livio, il grande storico latino vissuto tutta la vita nella romana Patavium, eppure a Padova è come se fosse ancora presente e i suoi concittadini lo vedessero passeggiare tra il foro e il teatro, o parlare della sua grande opera letteraria, Ab urbe condita libri, in 142 volumi, che narra in forma annalistica gli eventi dalla fondazione della Capitale (754-753 a.C.) alla morte di Druso (9 a.C.). “Lo stretto legame di Tito Livio con la terra d’origine”, spiegano i promotori di università e soprintendenza, “è un aspetto notevole della sua vita e della sua opera. Egli scelse infatti di aprire il proprio monumento storiografico nel nome della città natale, evocandone l’eroe fondatore Antenore, elevato al rango del mitico Enea. L’opera di Livio stabilisce così un rapporto complesso e duraturo tra Roma e Patavium, che si rivela vitale non solo per approfondire la visione storica dell’autore, ma anche per comprendere un’intera epoca, segnata da straordinari mutamenti politici, sociali, culturali”. Per il bimillenario della morte dello storico, Padova celebra Tito Livio con convegni, incontri, spettacoli, musica, proiezioni, visite guidate, reading e molto altro ancora: è il progetto Livius noster, un “progetto di lettura diffusa” lungo un anno che fa rivivere i fatti e la storia dell’antichità attraverso le forme più diverse del sapere, risultato di un complesso lavoro di sinergia tra università di Padova, Comune, soprintendenza Archeologica del Veneto, Regione, fondazioni, associazioni. Un video ben riassume questo notevole impegno di ricerca e divulgazione. Guarda il video di 7GoldTelePadova:

Marco Paolini in “Gli Orazi e Curiazi” di Bertolt Brecht il 1° ottobre al Palazzo della Ragione

Prato della Valle a Padova con l’isola Memmia

Ora le celebrazioni liviane entrano nel vivo: tra giugno e luglio 2017, con il prosciugamento temporaneo della canaletta dell’isola Memmia in Prato della Valle, sarà possibile ammirare i resti archeologici dell’antico teatro romano di epoca augustea. Si terranno invece tra settembre e ottobre, attività di geocaching a  cui potranno prendere parte gli studenti delle scuole superiori e i cittadini mentre si svolgerà a novembre un convegno di studi liviani dedicato a scienziati ed esperti. E poi lezioni e ascolto di brani d’opera legati al mondo romano e alle storie narrate da Tito Livio, produzioni cinematografiche e letture teatrali che culmineranno con lo spettacolo “Gli Orazi e i Curiazi” di Bertold Brecht interpretato da Marco Paolini per la regia di Gabriele Vacis il primo ottobre al Palazzo della Ragione. Ecco l’intenso programma. ONE BOOK ONE CITY: fino a ottobre 2017, letture nelle scuole primarie del libro “Tito Livio. Storie di ieri e di oggi”. LECTURAE LIVI: Mercoledì 4 ottobre 2017, ore 15, sala delle Edicole, Arco Vallaresso, Alexandra Grigorieva (University of Helsinki) in “La cultura culinaria al tempo di Tito Livio”. Giovedì 26 ottobre 2017, ore 15, aula Diano, Palazzo Liviano, Francesca Cenerini (Università di Bologna) in “Assenza e presenza delle donne in Tito Livio”. INCONTRI LIVIANI AI MUSEI CIVICI, ciclo “Perìpatos – La Padova di Tito Livio”: giovedì 14 settembre 2017, ore 17.30, “Padova tra due fuochi: l’aggressione di Cleonimo”; giovedì 21 settembre, 17.30, “Livio e i segni fondanti della città”; giovedì 19 ottobre, convegno “Livio, Padova e l’universo veneto”.  READING: venerdì 22 settembre 2017, ore 18, sala della Carità, via S. Francesco 61; venerdì 13 ottobre, 18, fondazione Antonveneta, Palazzo Montivecchi, via Verdi 15. RICERCHE ARCHEOLOGICHE AL TEATRO ROMANO: fino al 14 luglio 2017 visite al cantiere dal lunedì al venerdì, il mattino e il pomeriggio. Sabato mattina visita generale alle 10 e alle 11 (ritrovo davanti al civico 51, Prato della Valle). CINEMA: TITO LIVIO TRA HOLLYWOOD E CINECITTÀ: mercoledì 27 settembre 2017, ore 21, cinema MPX, via Bonporti 22, “Romani a banchetto”. GEOCACHING: sabato 30 settembre 2017 (evento per le scuole superiori), sabato 7 ottobre (evento per le scuole superiori), sabato 14 ottobre (evento per le scuole superiori), sabato 21 ottobre (evento per le scuole superiori), domenica 29 ottobre (evento aperto alla cittadinanza). TEATRO: domenica 1° ottobre 2017, ore 21, Palazzo della Ragione: Marco Paolini in “Gli Orazi e i Curiazi” di Bertolt Brecht, regia di Gabriele Vacis. CUCINA: A TAVOLA CON GLI ANTICHI: giovedì 5 ottobre 2017, ore 20, Bistrot Antenore, via S. Francesco 28. CONVEGNO INTERNAZIONALE DI STUDI LIVIANI: 6-10 novembre 2017: aula Magna di Palazzo Bo, via VIII febbraio 2 e Orto botanico, via Orto botanico 15. INIZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI CULTURALI: in occasione del bimillenario liviano le associazioni culturali di Padova propongono un’ampia rassegna di attività destinate ad adulti e bambini.

Foto d’epoca che presenta lo scavo dei ponti romani a Padova

Tavola con le caratteristiche architettoniche e strutturali dei ponti romani patavini

GUIDA ARCHEOLOGICA E VISORI Sono passati più di 2mila anni da quando Tito Livio percorreva le strade di Patavium. Com’era Padova all’epoca di Tito Livio? “A questa domanda”, spiega Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento Beni culturali dell’università di Padova, “daranno risposta due nuovi strumenti, guida archeologica e visori. La guida archeologica su “Padova, la città di Tito Livio” (cura di Jacopo Bonetto, Elena Pettenò, Francesca Veronese, Cleup edizioni, Padova 2017) a carattere divulgativo, ma aggiornata nei contenuti, ha visto coinvolti studiosi appartenenti alle istituzioni culturali della città – università, soprintendenza, musei civici – e professionisti che da anni svolgono la loro attività indagando il sottosuolo urbano. Nella guida, la città antica è presentata attraverso una breve serie di saggi, a cui seguono schede descrittive di luoghi e monumenti, in alcuni casi visitabili. La guida, con saggi e schede sui luoghi e i monumenti di epoca romana, dalla tomba di Antenore alle aree archeologiche di Montegrotto Terme, passando per l’arena, il porto fluviale, l’acquedotto, il recinto funerario di Palazzo Maldura e le strade rinvenute nel sottosuolo della città, si configura quindi come un valido strumento per cittadini, turisti, insegnanti, giovani che intendano scoprire o riscoprire la storia antica di Padova”.

La guida archeologica “Padova, la città di Tito Livio” (Cleup Edizioni)

La guida, che sulla copertina riporta uno scavo in piazza Cavour, è articolata in due parti: la prima contiene i piccoli saggi, mentre la seconda le schede dedicate ai siti e ai monumenti degli anni di Tito Livio, luoghi che Elena Pettenò della soprintendenza articola in base alle loro caratteristiche: essi possono essere luoghi simbolo (ad es. la tomba di Antenore che è posteriore ma importante perché Antenore viene ricordato dallo storico come fondatore di Patavium), luoghi visibili (ad es. l’arena romana, il tratto di strada romana che si vede presso la sede della banca Antonveneta), e luoghi invisibili, conosciuti grazie agli scritti di chi ci ha preceduto (es. foro romano in piazzetta Pedrocchi), ovviamente distinti sulla cartina. “Si tratta di una guida per un pubblico non specializzato ma appassionato che vogliamo coinvolgere sempre di più nella conoscenza della Padova antica, la cosiddetta Patavium”, interviene Francesca Veronese dei musei civici – museo Archeologico del Comune di Padova, “che viene raccontata attraverso una serie di piccoli saggi non troppo tecnici che descrivono la città ai tempi di Tito Livio nelle sue varie articolazioni come la struttura urbana, il suo rapporto con il territorio circostante, i suoi assetti societari, economici, artigianali e culturali, con approfondimenti su come si viveva e su come si moriva, con un affondo nel mondo dei defunti (quello che raccontano le necropoli, che permettono di ricostruire la “vita”)”.

Il prof. Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova

Il visore usato per il Patavium virtual tour

“Se la guida si pone come valido strumento di conoscenza”, riprende Bonetto, “un nuovo strumento permetterà di vedere Patavium come mai prima d’ora è stato possibile vederla. Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione condotto dal dipartimento dei Beni culturali e ad appositi visori per la realtà aumentata, sarà possibile effettuare un salto nel tempo e ritrovarsi nella città di Tito Livio con un’esperienza fortemente immersiva e del tutto nuova. Un’esperienza dirompente, che si fonda su accurati studi scientifici e sull’elaborazione dei dati derivati dalla ricerca archeologica condotta a Padova dall’Ottocento a oggi”. Punti privilegiati del Patavium virtual tour, a cura di Jacopo Bonetto, Arturo Zara, Alberto Vigoni; dipartimento dei Beni culturali, musei civici, soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio di Padova, e Ikon srl di Staranzano (Go), saranno il teatro che si trova in corrispondenza di Prato della Valle, l’anfiteatro o anche il porto fluviale sul Meduacus. I visori saranno a disposizione nel cantiere archeologico attivo dal 3 luglio al 5 agosto in Prato della Valle (stanno effettuando le operazione di riemersione del teatro romano), poi saranno disponibili nella sede della soprintendenza (via Aquileia 7 Padova) in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio il 23 e 24 settembre, per poi trovarsi da ottobre ai musei civici agli Eremitani per il pubblico interessato a una visita museale completa ed entusiasmante.

Le strutture del teatro romano di Patavium riemergono nella canaletta dell’isola Memmia

L’archeologa Francesca Veronese

RICERCHE ARCHEOLOGICHE: IL TEATRO ROMANO Il teatro della romana Patavium era ancora visibile nel XII secolo, per poi essere progressivamente demolito – sorte successa a gran parte dei monumenti romani nel Medioevo – per fornire pietre da costruzione a Padova e Venezia. Nel Settecento furono viste le sue tracce durante la sistemazione di Prato della Valle e sepolto tra l’isola Memmia, la canaletta che la circonda e le aree circostanti. “Di esso possediamo qualche rilievo e ricostruzioni di fantasia”, spiega Francesca Veronese, “per cui riuscire a riportare alla luce una parte del monumento assume in valore di conoscenza e di suggestione del tutto speciale per immaginare e ricostruire quello che fu uno dei luoghi che certamente videro Tito Livio in persona assistere agli spettacoli e, forse, alle letture delle sue Storie”. Il progetto prevede il prosciugamento di parte del canale che circonda l’isola Memmia così da poter studiare i resti dell’edificio teatrale visto l’ultima volta oltre trent’anni fa. A rilievi con stazioni laser scanner e con riprese fotografiche a tecnologia SFM (structure for motion), seguirà l’attenta analisi dei resti monumentali con prelievi per l’esame petrografico: sarà così possibile risalire alle cave dei colli Euganei e dei colli Berici da cui venne prelevato il materiale lapideo impiegato. “Saranno eseguiti saggi di scavo mirati e analisi dei sedimenti e delle malte con il metodo del radiocarbonio”, continua Veronese, “per definire la datazione dell’edificio. Il trasferimento dei rilievi su software CAD 2D e 3D porterà a ricostruzioni planimetriche e altimetriche dell’edificio e alla conoscenza dell’architettura del monumento che doveva accogliere la popolazione di una delle più importanti città dell’impero. Questo permetterà la ricostruzione effettiva delle dimensioni dell’edificio, dei posti a sedere e della capacità che poteva garantire: dati importanti da cui sarà possibile proporre proiezioni sull’effettiva popolazione della città antica. Tenendo della planimetria e delle caratteristiche strutturali del teatro, nonché dei materiali edilizi in esso impiegati, sarà inoltre possibile realizzare una ricostruzione virtuale dell’edificio, che sarà inserito nel contesto del suburbio meridionale della città antica”.  Sarà possibile partecipare a visite guidate allo scavo dall’8 luglio 2017, ogni sabato, alle 10 e alle 11, con ritrovo in Prato della Valle davanti al civico 51. Invece dal 10 luglio al 4 agosto 2017 sarà possibile visitare il cantiere, dal lunedì al venerdì, ore 9-12 e 15-17.30.

Annunciate le cinque grandi scoperte archeologiche del 2016 in lizza per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promosso da Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo: in Egitto i graffiti di 120 navi; in Francia opere architettoniche di Neanderthal; in Iraq città dell’età del Bronzo; in Pakistan città indo-greca; in Inghilterra tavolette lignee romane

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015: a lui è dedicato l’International Archaeological Discovery Award

Ugo Picarelli, direttore della Bmta

In Egitto, l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido; in Francia, la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel; in Iraq, la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki; in Pakistan, la città indo-greca di Bazira; nel Regno Unito, le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra. Di cosa stiamo parlando? Si tratta delle prime cinque scoperte archeologiche del 2016, candidate alla vittoria della terza edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Ad annunciarlo Ugo Picarelli, direttore della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, e  Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa:Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia),  Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le prime cinque classificate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 5 luglio – 29 settembre. I premi saranno consegnati venerdì 27 ottobre – in occasione della XX BMTA, nell’area archeologica della città antica di Paestum dal 26 al 29 ottobre – alla presenza dei direttori delle testate che intervisteranno i protagonisti. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi della Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) ha premiato l’Inrap (Institut National de Recherches Archéologiques Préventives, Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau, alla presenza di Fayrouz Asaad archeologa e figlia di Khaled al-Asaad e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira. I direttori Picarelli e Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Vediamo meglio le prime cinque scoperte archeologiche in nomination per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

GRANDE CITTÀ DELL’ETÀ DEL BRONZO NEL NORD DELL’IRAQ  Gli archeologi dell’Istituto di Studi del Vicino Oriente Antico dell’Università di Tubinga (IANES) hanno scoperto una grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq, presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki non lontano dalla città di Dohuk, nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si protrasse per 1200 anni. Gli archeologi hanno anche scoperto strati di insediamento risalenti all’impero accadico (2340-2200 a.C.), che è considerato il primo impero del mondo nella storia umana. I ricercatori sono coordinati dal prof. Peter Pfalzner dell’Università di Tubinga e dal dott. Hasan Qasim della Direzione delle Antichità di Dohuk. La città possedeva un muro difensivo, che correva intorno alla parte superiore della città già nel 2700 a.C. e che doveva proteggere i suoi abitanti dai nemici. Sono stati rinvenuti, anche, frammenti di tavolette cuneiformi assire risalenti al 1300 a.C. circa, che ha suggerito l’esistenza di un tempio dedicato al dio mesopotamico della tempesta Adad. Con la misurazione geomagnetica gli archeologi hanno individuato una vasta rete stradale, vari quartieri residenziali, grandi case e un edificio sontuoso dell’Età del Bronzo. Gli abitanti della città sconosciuta seppellivano i loro morti fuori dal perimetro cittadino. La città era collegata ai vicini insediamenti mesopotamici ed anatolici tramite un percorso viario risalente al 1800 a.C. circa.

La città indo-greca di Bazira, l’attuale Barikot, scoperta dalla missione dell’Ismeo nella valle dello Swat in Pakistan

CITTÀ INDO-GRECA DI BAZIRA IN PAKISTAN La scoperta della città di Bazira, l’attuale Barikot, nella valle pakistana dello Swat, grazie al lavoro di Francesco Palmieri dell’ISMEO, è stata asseverata dagli esami sui materiali rinvenuti che si sono appena conclusi. La valle, nota alle cronache per il suo emirato talebano e l’attentato a Malala Yusufzai e alle sue compagne di scuola, sembra rientrata nella normalità, è meta del turismo archeologico con nuovi siti scavati e il Museo inaugurato nel 2013. Lo scavo di Barikot, l’antica Bazira (12 ettari inclusa l’acropoli) riguarda circa un ettaro dei quartieri sud-occidentali dell’antica città. Lo scavo condotto dalla Missione e dal Directorate of Archaeology and Museums della Provincia del Khyber-Pakhtunkhwa è finanziato dal progetto ACT nell’ambito dell’accordo italo-pakistano di riconversione del debito. Bazira fu assediata e conquistata dai macedoni di Alessandro Magno verso la fine del quarto secolo a.C. L’archeologia aveva datato la città al periodo indogreco, quasi due secoli dopo Alessandro, al tempo del re Menandro, il re greco di fede Buddhista, le cui monete sono state ritrovate nello scavo. La città si sviluppò e fu poi abbandonata alla fine dell’Impero Kushana nella seconda metà del terzo secolo d.C. anche in concomitanza con un devastante terremoto. Lo scavo presenta livelli cospicui della città indogreca, che finora era nota grazie al monumentale muro di cinta (metà del secondo secolo a.C.) esposto per molti tratti, con i suoi bastioni e terrapieni. Per la costruzione del muro di cinta indogreco fu tagliata artificialmente una stratigrafia molto antica lungo il perimetro delle mura, esponendo i resti di un villaggio preistorico. Lo studio dei materiali ha rivelato che i livelli urbani pre-indogreci trovati dentro la città, sono databili con assoluta certezza alla metà del terzo secolo a.C., addirittura un secolo più antichi delle mura cittadine, quindi in piena fase Maurya. Non solo, ma anche che effettivamente il villaggio protostorico rivelato dalla trincea di fondazione all’esterno del muro di cinta, risale al 1.100-1.000 a.C.

L’edificio della barca funeraria di Sesostri III e i graffiti di 120 navi scoperti ad Abido, in Egitto, scoperta dalla missione dell’università della Pennsylvania

L’EDIFICIO DELLA BARCA DI SESOSTRI III E I GRAFFITI DI 120 NAVI AD ABIDO IN EGITTO La spettacolare scoperta è stata effettuata ad Abido Sud (città dell’antico Egitto, rinvenuta intorno l’odierna el-‛Arābah el-Madfūnah sul deserto occidentale presso el-Bályanā, a circa 530 chilometri a sud del Cairo), dalla Missione del Penn Museum (University of Pennsylvania) diretta da Josef Wegner. Nei pressi del complesso funerario di Sesostri III (1878-1841), infatti, tra il 2014 e il 2016, è stata liberata dalla sabbia una struttura sotterranea già nota dal 1904 (Arthur Weigall, Egypt Exploration Fund), ma mai scavata. Si tratta di una camera rettangolare (21 x 4 m) in mattoni crudi con copertura a volta a botte, sulle cui pareti stuccate di bianco è stato individuato un gran numero, 120, di graffiti che rappresentano imbarcazioni di diverso tipo e grandezza (da 10 cm al 1,5 m), più alcune immagini di gazzelle, bovini e fiori. La resa dei particolari è molto precisa grazie alla presenza di alberi, vele, cabine, timoni, remi e vogatori. Anche se l’utilizzo della struttura non è ancora del tutto chiaro, è probabile che il cosiddetto “Boat building” ospitasse la barca funeraria del faraone di XII dinastia, di cui si sono conservate alcune tavole deposte in una cavità al centro della stanza. Molto interessante è anche il ritrovamento di oltre 145 “giare da birra”, sepolte lungo il viale d’accesso alla camera, molte delle quali con il collo rivolto proprio verso l’ingresso. La presenza di queste ceramiche è stata spiegata come sepoltura simbolica di contenitori di acqua, su cui far galleggiare la barca reale nel viaggio nell’aldilà o come deposito dei vasi effettivamente usati per la lubrificazione del terreno durante il traino del natante nella struttura.

Le stalagmiti della caverna di Bruniquel, in Francia, prima opera architettonica dell’uomo di Neanderthal scoperta dall’università di Bordeaux

LA PRIMA OPERA ARCHITETTONICA DEI NEANDERTHAL IN UNA CAVERNA DI BRUNIQUEL NEL SUD DELLA FRANCIA Quattrocento pezzi di stalagmiti, assemblati in modo da formare due anelli imponenti, al centro dei quali venivano forse accesi dei fuochi, costruiti molto probabilmente dagli uomini di Neanderthal, che erano capaci di realizzare progetti complessi di architettura. Lo studio è stato coordinato da Jacques Jaubert dell’Università di Bordeaux. Scoperti nelle profondità della caverna di Bruniquel, nel sud della Francia nel 1992, questi anelli sono stati studiati solo ora. Gli uomini di Neanderthal vissero in Europa tra i 400mila e i 40mila anni fa. Fino all’arrivo dall’Africa degli Homo Sapiens, nostri progenitori diretti, furono gli unici esseri umani a popolare il continente. Della loro esistenza e del loro aspetto sappiamo soprattutto grazie ai frammenti di scheletri rinvenuti dai paleontologi. In Italia uno degli esemplari meglio studiati è l’Uomo di Altamura, un Neanderthal caduto nella grotta di Lamalunga (Bari) e lì rimasto intrappolato fino al suo ritrovamento. Gli anelli sono composti da circa 400 pezzi di stalagmiti, con dimensioni che vanno dai 2 ai quasi 7 metri, e risalgono a 176.000 anni fa. Il che fa di questa costruzione la più antica finora conosciuta realizzata dall’uomo. La loro società aveva già degli elementi di modernità, come l’organizzazione dello spazio, l’uso del fuoco e l’occupazione delle caverne. La loro presenza, a 366 metri dall’entrata della grotta, dimostra che questi antenati dell’uomo avevano già dominato l’ambiente sotterraneo. Che gli anelli siano stati costruiti con pezzi di dimensioni simili indica che la loro costruzione è stata progettata attentamente, anche se la funzione non è del tutto chiara. Le ipotesi formulate vanno dal rifugio al significato simbolico. Si sapeva dal 1992 delle strutture fatte con stalagmiti, ma non si conosceva la data di realizzazione. L’equipe di Jaubert è riuscita a datare la polvere che ha ‘saldato’ tra loro le stalagmiti dopo che erano state deposte. E questo ci permette di attribuire la costruzione a Neanderthal.

Una delle 400 tavolette lignee di età romana scoperte nella City di Londra durante lo scavo per la realizzazione di un edificio

NELLA CITY DI LONDRA 400 TAVOLETTE DI EPOCA ROMANA  Nella City di Londra, durante i lavori per la costruzione di un edificio per la multinazionale della comunicazione Bloomberg, sono state rinvenute 405 tavolette di epoca romana. L’area del ritrovamento è quello dove una volta sorgeva il tempio di Mitra. Delle tavolette scoperte ne sono state decifrate 87 e risultano di estrema importanza in quanto forniscono una serie di interessanti informazioni relative agli abitanti della città. In particolare prima e dopo la rivolta di Boudicca, la regina della tribù degli Iceni, che nel 61 d.C. condusse la più importante rivolta antiromana, per cui la città di Londinium fu letteralmente rasa al suolo. Alcune delle tavolette documentano la rapida ripresa della città dopo la distruzione. Ad esempio in una di esse è riportato un contratto datato 21 ottobre 62 d.C. e fa riferimento ad un carico di provvigioni da consegnare. In una tavoletta in particolare, datata 65 d.C. appare il nome Londinium, e rappresenta il riferimento scritto più antico della capitale. È grazie al fango del torrente Walbrook (ora interrato) che le tavolette si sono conservate. La mancanza di ossigeno ha impedito il deterioramento del legno. Ovviamente sono rimaste solo le incisioni sul legno mentre lo strato di cera è scomparso. Le tavolette hanno una estrema importanza dal punto di vista archeologico e storico, in quanto documentano la Londra del I secolo d.C. e quindi anche della prima generazione di londinesi. Con le tecnologie più avanzate utilizzate dal Dipartimento Archeologico del Museum of London, sono infatti emersi nomi, professioni, date relative agli abitanti dell’antica Londra, che danno testimonianza di una città in espansione e in pieno fermento.