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I reperti dell’antica Agrigento sono tornati a casa: a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, la mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

Il manifesto della mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” aperta a Villa Aurea, nella Valle dei Templi

In mostra un’anfora a figure nere della bottega di Nikosthenes, singolare figura di vasaio che opera ad Atene intorno alla metà del VI secolo avanti Cristo, con scene di lotta tra atleti. E poi lo straordinario vaso attribuito al Gruppo di Polignoto. E ancora il Rilievo di Paride, Pelope o Ierone I, che costituisce ancora oggi un vero e proprio giallo archeologico. Sono solo alcuni dei “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” in mostra a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, fino al 13 ottobre.  “La mostra vuole riallacciare il filo che già in passato ha legato la Valle dei Templi ed il suo patrimonio al Regno Unito”, spiega il direttore del parco archeologico della Valle dei Templi, Giuseppe Parello, “che si è estrinsecata nella sua forma più alta attraverso la presenza dell’ammiraglio inglese, sir Alexander Hardcastle, ad Agrigento a cui la città deve un degno riconoscimento per la preziosa attività sostenuta a favore della ricerca e della conservazione del patrimonio della città antica”. Ma sono esposti anche i disegni originali fatti nel 1812 sull’architettura greca di Akragas con uno studio specifico sul tempio di Zeus olimpico per capire come dovevano essere inseriti i telamoni. “Sono disegni importantissimi”, interviene l’archeologa del parco Maria Concetta Parello, “perché costituiscono il punto di partenza degli studi fatti sui telamoni e sulla loro collocazione nella struttura architettonica del tempio”.

Un prezioso cratere esposto nella mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

“Nella politica di promozione del Parco”, sottolinea Parello, “la realizzazione della mostra rappresenta un’occasione importante per ampliare la nostra offerta culturale. La diffusione di una conoscenza sempre più ampia del patrimonio del Parco, anche attraverso quella parte che nei secoli passati è stata trasferita in importanti istituzioni culturali straniere, rappresenta un’opportunità di crescita, sviluppo e visibilità della Valle dei Templi”. La ventina di reperti provenienti dagli scavi della Valle e presenti in mostra erano stati riportati alla luce e venduti al British Museum dove ora sono conservati. Ma non sono gli unici provenienti da Akragas: al dipartimento di arte Greca e Romana risultano presenti 157 opere d’arte di cui 154 provenienti proprio dagli scavi di Akragas. Tra questi alcuni di quelli esposti adesso a Villa Aurea: una testa in marmo raffigurante la dea Hera o Giunone del periodo romano, copia dell’originale greco del 420 avanti Cristo, acquistata dal British Museum nel 1875 dall’antiquario romano Alessandro Castellani e un’anfora trovata ad Agrigento del 550 avanti Cristo, raffigurante due lottatori durante un combattimento. Inoltre sempre al British Museum si può ammirare la famosa patera d’oro trovata a Sant’Angelo Muxaro ed acquistata nella seconda metà del Settecento da Sir William Hamilton ambasciatore inglese nel Regno di Napoli e tornata ad Agrigento (a tempo determinato) lo scorso anno.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, focus sul mito greco, secondo capitolo della collaborazione tra il Mann e gli Scavi di Pompei dove è in corso la mostra “Pompei e i Greci”. I vasi del Mann in mostra dal 2018 protagonisti della nuova sezione sulla Magna Grecia

Il manifesto della mostra “Amori divini” con il “Ratto di Ganimede” di Anton Domenico Gabbiani conservato agli Uffizi

La collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei sui rapporti tra l’area vesuviana e il Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. A poco più di un mese di distanza dall’apertura della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande dell’area archeologica di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), che racconta l’incontro della città italica di Pompei con il mondo greco, il 7 giugno 2017 si inaugura  al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Divini amori”, voluta da Paolo Giulierini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa.La mostra, che rimarrà aperta fino al 16 ottobre 2017, indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri (tra gli altri, l’Ermitage di San Pietroburgo, il musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna).

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

L’esposizione propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologia, i miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

“Io e Argo”, dipinto proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il percorso della mostra, che occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da splendidi sectilia e mosaici antichi inseriti nei pavimenti, presenta inoltre una importante campionatura della collezione vascolare del Mann, che sarà nuovamente visibile per quanto riguarda le opere provenienti dalla Magna Grecia con il prossimo riallestimento (2018) di quella collezione del Museo, il cui progetto scientifico è curato da Enzo Lippolis e che comprenderà accanto ai vasi, bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.

Pompei fu una città della Magna Grecia? Alla domanda risponde la mostra “Pompei e i Greci” curata da Osanna e Rescigno: lo spiegano bene nel saggio pubblicato sul catalogo Electa. Seguiamo il rapporto di Pompei con i popoli e le culture che fin dal VI sec. a.C. interagirono e si influenzarono: ecco le storie di un incontro tra Etruschi, Greci, Sanniti, Latini, Romani

Pompei romana e il Vesuvio: un connubio indissolubile. Ma Pompei è nata molto prima dell’arrivo dei Romani

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Statuina in bronzo della Sibilla da Cuma (Foto Luigi Spina)

Possiamo considerare Pompei una città della Magna Grecia? A questa domanda che mette in discussione l’immagine tradizionale di Pompei, città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., cerca di rispondere la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. Pompei e i Greci racconta le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Vengono così ricostruite le presenze greche prima di Pompei, le forme della città arcaica, i cambiamenti imposti nel golfo dopo la fondazione di Neapolis – di cui si espongono materiali inediti dai fondali del porto – fino al mondo ellenistico e alla grecità pensata e segmentata del mondo romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/).

Il suggestivo allestimento della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande di Pompei

“Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Nemmeno mettere al centro società ibride e meticce, un approccio che resta nella sostanza duale. Abbiamo voluto provare a indagare i meccanismi tramite i quali la cultura si muove, provare a restituire al grande pubblico il rumore degli ingranaggi che facevano funzionare il Mediterraneo tramite reti locali dai confini permeabili, continuamente in contatto, dai nodi mobili e stratificati, in cui le informazioni viaggiano. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi”.

Frammento di cratere attico (V sec. a.C.) dal santuario di Apollo a Pompei (Foto Luigi Spina)

Il soprintendente Massimo Osanna illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Testa di acrolito (500 a.c.) da Poseidonia

È dunque Pompei una città della Magna Grecia? Sono proprio Osanna e Rescigno ad aiutarci a dare una risposta, seguendo il loro saggio pubblicato sul catalogo Electa. “Considerare Pompei una città della Magna Grecia potrebbe apparire un errore storico”, esordiscono. “Non furono i Greci a fondarla, non abbiamo consultazione di oracoli, né la trasmissione del nome degli ecisti (condottieri greci scelti per andare a colonizzare una città, ndr) ma attraverso il mito si serba il ricordo dell’evento collegandolo a Eracle”. Fin da epoca arcaica, Pompei ci appare come un centro di nuova fondazione, quasi programmata. “La teoria tradizionale vuole che essa nasca dal sinecismo dei villaggi della Valle del Sarno in una temperie di profonda trasformazione urbanistica che investe la Campania e ne prepara il complesso assetto topografico arcaico: siamo tra la metà del VII secolo a.C. e gli inizi del secolo successivo e Pompei appare come città insieme a numerosi altri centri, dotata di mura, forse già di una piazza, con il suo santuario, dedicato ad Apollo, cui risponde, sul poggio del foro triangolare, l’area sacra e il culto di Atena. Ignoriamo quali ne fossero le forme istituzionali di governo: le iscrizioni, provenienti perlopiù da santuari e connesse alla pratica del rito, denunciano una significativa presenza etrusca ma non conosciamo quali fossero le sue assemblee politiche, quali i suoi sommi magistrati”. Nei due principali luoghi di culto – spiegano Osanna e Rescigno – furono all’opera maestranze diverse: nel santuario di Apollo maestri cumani a decorare un edificio costruito in legno e pietra; nel tempio dorico di Atena, costruito in pietra, forse una bottega locale che adatta a un modo originale di concepire lo spazio sacro la tradizione dorica, con un tetto che non riesce ad essere risolto né come produzione poseidoniate né cumana, condividendo tratti di entrambe le tradizioni. “Queste tracce di contatti, movimenti di genti, trasmissione di saperi e tecniche, che affiorano in maniera sfumata dalla ricerca archeologica, ci fanno riflettere su quanto abbiamo perduto di una storia complessa, fatta di contatti, contaminazioni, ibridazioni di tradizioni e costumi. Una trama di relazioni, una rete di rapporti che emerge nelle fonti letterarie solo nei suoi momenti più eclatanti e comunque deformata dagli occhi di chi osserva, interpreta, trascrive. Anche da questo punto di vista, Pompei si comporta quindi come una città greca o etrusca e forse dovremmo meglio dire arcaica, con le sue specificità ma anche condividendo, in un orizzonte ampio, tratti significativi delle nuove definizioni urbane che il VI secolo trascinava con sé in Italia meridionale e, più latamente, nel dialogo tra Grecia e Italia.

fregio in terracotta (III-II sec. a.C.) da Pompei con scene di battaglia

Lo spazio di Pompei arcaica è quello del golfo, tra gli scali cumani a nord, per esempio Partenope, e gli abitati che si snodano lungo il tratto costiero meridionale, in cui Pompei, Stabia e Sorrento costituiscono i nodi maggiori di realtà minori, come Vico Equense e l’insediamento arcaico di Piano di Sorrento. “Questo mondo”, ricordano i curatori della mostra, “conosce una profonda ristrutturazione con la fondazione di Neapolis che le recenti scoperte hanno oggi ancorato ai decenni finali del VI secolo a.C. La tirannide di Aristodemo aveva introdotto nuovi assetti, creato alleanze, la fondazione della nuova città, di Neapolis, altera i vecchi delicati equilibri e crea la risposta militare di una parte di quel mondo etrusco, quello dell’Etruria costiera, presente nel golfo”. Scoppia la battaglia di Cuma, combattuta nelle acque del golfo nel 474 a.C. L’intervento di Ierone, tiranno di Siracusa, condurrà alla vittoria dei cumani e da quegli anni il mondo del commercio costiero e la vita dell’opulenta Pompei sembrano arrestarsi. Non è un caso che nelle stratigrafie pompeiane, come registra chi scava in profondità, si percepisca sistematicamente una lacuna di documentazione che va dal secondo quarto del V secolo al 400 a.C. circa. “Un’inquietante assenza di documentazione materiale e di tracce di frequentazione, come se la città arcaica ricca e dinamica avesse cessato di vivere, o quanto meno di essere popolosa ed estesa”.

Lastra con cavalieri (VI sec. a.C.) dal palazzo di Torre di Satriano (Potenza) (foto Luigi Spina)

Carlo Rescigno illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Ritroviamo il confronto di Pompei con la Grecia dopo circa ottanta anni – spiegano ancora Osanna e Rescigno – , con un fenomeno che condurrà alla composizione di un linguaggio franco, quello ellenistico, dalle ampie latitudini che consegnerà alle soglie del primo impero le esperienze di un antico mondo fatto di città. “È il momento della “rinascita” di Pompei, della cosiddetta città sannitica che a partire dall’inizio del IV secolo a.C. ritorna progressivamente ad essere un centro importante all’interno delle dinamiche insediative del golfo. I protagonisti sono nuove genti, giunte verosimilmente da fuori, all’interno di quel rinnovato fenomeno di mobilità e migrazioni che interessa buona parte del comparto italico centro-meridionale”. Di questo “mondo campano” l’archeologia sta restituendo proprio in questi ultimi anni dati di rilievo: due tombe a cassa dell’incipiente IV secolo, una maschile, l’altra femminile, dal ricco corredo di ceramiche a figure rosse e a vernice nera, sono affiorate nella necropoli di Porta Ercolano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/23/pompei-ancora-scoperte-a-porta-ercolano-allinterno-di-due-botteghe-artigiane-gli-scheletri-di-cinque-pompeiani-tra-cui-un-bambino-in-fuga-dalleruzione-del-vesuvio-del-7/), tra le più tarde botteghe artigianali, documentando tra l’altro la lunga durata nella destinazione degli spazi della nuova città, che userà quest’area di necropoli fino alla sua distruzione nel 79 d.C.  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/) . “Anche la nuova esperienza nasce nel segno dell’ibridazione. Le tombe a cassa con cadavere supino non si distinguono da quelle di altri coevi centri italici della Campania; il corredo presenta le forme da banchetto tipiche di una tradizione greca che è divenuta pervasiva nel Mediterraneo globalizzato, le decorazioni delle ceramiche a figure rosse, di ascendenza greca, rivelano però uno scarto nella maniera artigianale che sembra tradire ancora una volta una definizione locale, la nascita di una tradizione epicoria (indigena, ndr) che costruisce temporanee identità aprendosi e mescolando. La Grecia dei condottieri, di Filippo e Alessandro, compone un nuovo linguaggio di potere, che dalle arti di corte filtra nell’artigianato più corrente. La Grecia è ormai ancor di più un fatto plurale e mediterraneo e gli stimoli provengono da luoghi diversi. Le nuove ricerche hanno rivelato case e assetti urbani per frammenti e già per questi livelli è possibile trovare nuovamente un dialogare alla greca”.

Dischetto in bronzo con iscrizione (VII-VI sec. a.C.) probabilmente da Cuma

E anche lo studio delle lingue antiche si apre a nuove prospettive. “Ancora una volta”, riprendono i due curatori, “sono le storie del Mediterraneo contemporaneo a insegnarci la dimensione del multilinguismo e a illustrarci un fenomeno come l’utilizzo mimetico delle lingue, per situazioni e registri comunicativi. In un luogo come il golfo di Napoli in età antica possiamo scoprire le lingue, in più situazioni, utilizzate in senso tecnico: l’etrusco a Pompei come strumento dominante di comunicazione alta, il greco in alcuni contesti come comunicazione nelle pratiche del sacro e del rito, il latino al momento della fondazione del porto puteolano come lingua franca nelle transazioni commerciali, ancora il greco come lingua della comunicazione letteraria. Ma Pompei da questo punto di vista insegna ancora di più: negli spazi delle case ritroviamo eco delle terminologie riportate nelle fonti per descrivere le stanze utilizzando parole greche anche quando gli ambienti definiti con il mondo greco nulla avevano a che fare, il mondo latino rimodella e sviluppa il suo mondo greco. In questa stessa prospettiva, il greco a Pompei è anche la lingua dell’amore e della cura del corpo femminile. Non possiamo quindi stupirci di trovare tracce d’insegnamento della lingua greca a Pompei, in un contesto che non può fare a meno di ricorrere a questa lingua per descrivere oggetti e idee anche sue proprie. Il mondo greco diventa immagine culturale al plurale, non supinamente ereditata ma vitalmente accresciuta e declinata nel proprio mondo”.

Dettaglio della straordinaria hydria in bronzo (460-450 a.C.) dal lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio a Pompei

La statua in bronzo (I sec. a.C.) di Apollo lampadoforo chiude la mostra “Pompei e i Greci”

A Pompei, il mondo greco diventa anche patrimonio da collezionare, ma con forme culturali ben diverse da quelle che attribuiamo oggi a questo termine. Ritroviamo piccoli originali greci, in numero davvero limitato, in sculture e rilievi riadoperati, per esempio, negli arredi da giardino. Ancora un originale greco è la preziosa hydria di V a.C. premio dei giochi argivi che componeva, con altri vasi, il corredo lussuoso della casa di Giulio Polibio. “Proprio in questo”, sottolineano Osanna e Rescigno, “oggetto potremmo riconoscere una specificità: non sappiamo come sia giunta a Pompei, se per il tramite di vendite d’asta, come premio di guerra, acquisizione da mercanti d’arte o se recuperata scavando casualmente nei propri poderi e imbattendosi in tombe antichissime, in ogni caso cogliamo una risemantizzazione dell’oggetto. L’hydria di Giulio Polibio è inserita in un servizio composito, in cui quasi ogni singolo oggetto ha la sua biografia che può giungere fino a rinnegare o appannare il suo contesto di origine. Anche nella pittura pompeiana un tema greco viene utilizzato in luoghi diversi. Così di quello schema, di quella tavola perduta o lontana e copiata si crea una nuova immagine. Così per le sculture. “La presenza nel luogo ameno del golfo di Napoli di botteghe di copisti”, concludono Osanna e Rescigno, “crea i presupposti per la diffusione delle copie degli originali in bronzo del mondo greco e delle immagini sacre di Atene. Nel contesto pompeiano questi oggetti sono rivissuti e risemantizzati, un processo ormai da tempo oggetto di studio della ricerca contemporanea”.

Festa dei Musei. Il Polo Museale della Calabria propone “Musei in Contes(x)t: raccontare l’indicibile

Il logo dell’iniziativa del Polo museale della Calabria per la Festa dei Musei

Il Polo Museale della Calabria, diretto da Angela Acordon, aderisce alla Festa dei Musei con una ricca programmazione che coinvolge le sedi presenti nel territorio calabrese. Le iniziative, promosse di concerto dal direttore del Polo e dai direttori dei musei, si terranno sabato 20 e domenica 21 maggio 2017 e verteranno sul tema Musei in Contes[x]t: raccontare l’indicibile. Ecco il programma.

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia

Museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia  (Vibo Valentia): Festa e notte dei Musei 2017. Sabato 20 maggio 2017, alle 19, al Castello Normanno Svevo concerto del conservatorio di musica “F.Torrefranca” di Vibo Valentia: diretti dal maestro Antonio La Torre si esibiscono il Quartetto hermoso composto da Domenica Franzè (violino); Lorenzo Albanese (fisarmonica); Matteo Milanese (contrabbasso); Gianluca Cusaco (percussioni); e il Quintetto di fisarmoniche costituito da Luca Colantonio (1 fisarmonica); Lorenzo Albanese (2 fisarmonica); Gianni Gagliardi (3 fisarmonica); Antonio Saulo (4 fisarmonica); Giuseppe Gualtieri (5 fisarmonica) con la partecipazione in qualità di solisti del soprano Angela Romeo e del tenore Saverio Alessio diretti. Sabato 20 e domenica 21 maggio 2017, l’associazione artistico-culturale “Nove Art”  di Vibo Valentia partecipa all’evento della festa dei Musei con una Mostra Collettiva d’arte, per valorizzare l’arte in tutte le sue forme e, allo stesso tempo, promuovere  gli artisti locali, in una versione culturale strategica che vuole l’arte al servizio del territorio. Arte e territorio, per stimolare la partecipazione e contribuire allo sviluppo culturale della città. Espongono: Amalia Alia, Giuseppe Barillaro,  Francesca Buffone, Italo Cosenza,  Saverio Di Francia, Tonino Denami, Loredana Elia, Lena Emanuele, Celeste Fortuna, Domenico Garrì, Antonino Gaudioso, Antonio Giannini, Beniamino Giannini, Giuseppe Giannini, Paola Ecoart Siciliano, Patrizia Tamburro, Antonio Tambuscio, Grazia Varone.

Museo e parco Archeologico nazionale di Scolacium (Roccelletta di Borgia, Catanzaro): domenica 21 maggio 2017, alle 17.30, conferenza/incontro su “Lievito Madre – Il fermento del pane” da un reportage di Andrea Imbrauglio. Partecipano: Gregorio Aversa: direttore Parco Archeologico Scolacium; Andrea Imbrauglio, autore del progetto.

Museo nazionale Archeologico della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cosenza): sabato 20 maggio 2017, visite guidate con apertura straordinaria dalle 20 alle 23. Domenica 21 maggio 2017, visite guidate. Alle 17.30, al museo Archeologico, concerto del conservatorio di musica “F.Torrefranca” di Vibo Valentia diretto dal maestro Antonio La Torre con il Quartetto hermoso composto da Domenica Franzè (violino); Lorenzo Albanese (fisarmonica); Matteo Milanese (contrabbasso); Gianluca Cusaco (percussioni); e con il Quintetto di fisarmoniche costituito da Luca Colantonio (1 fisarmonica); Lorenzo Albanese (2 fisarmonica); Gianni Gagliardi (3 fisarmonica); Antonio Saulo (4 fisarmonica); Giuseppe Gualtieri (5 fisarmonica) con la partecipazione in qualità di solisti del soprano Angela Romeo e del tenore Saverio Alessio diretti. Alle 17, al parco archeologico, Caccia al tesoro di Smindiride di Sibari.

Il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon a Monasterace

Museo Archeologico e parco archeologico dell’antica Kaulon (Monasterace, Reggio Calabria): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 12, “Didattica al museo: il reperto archeologico dal positivo al negativo” a cura dei Servizi educativi del museo Archeologico di Kaulon; dalle 20 alle 23, visite guidate al museo Archeologico.

Museo Archeologico nazionale di Crotone (Crotone): sabato 20 maggio 2017, dalle 9.30 alle 13, laboratori e didattica per bambini; dalle 17 alle 20, incontro col direttore del museo Gregorio Aversa e visite guidate. Domenica 21 maggio 2017, dalle 9 alle 19.30, apertura ordinaria.

Museo e parco Archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 20, apertura ordinaria; dalle 20 alle 23, apertura straordinaria serale. Domenica 21 maggio 2017, dalle 9 alle 19, apertura ordinaria.

Museo Archeologico Lametino (Lamezia Terme, Catanzaro): sabato 20 maggio 2017, dalle 9 alle 13, apertura ordinaria; dalle 19 alle 23, apertura straordinaria.

Magna Grecia. Già migliaia di visitatori a soli tre mesi dalla riapertura del parco archeologico di Sibari danneggiato nel gennaio 2013 dall’esondazione del fiume Crati. Spesi 18 milioni per pulire, riqualificare e valorizzare l’intera area. I reperti al museo Archeologico nazionale della Sibaritide

Il parco archeologico di Sibari riaperto dopo 1500 giorni di lavori per i danni causati dall’esondazione del fiume Crati

Gli sforzi sono stati premiati. A tre mesi dalla riapertura, sono oltre 3mila i visitatori del museo Archeologico nazionale della Sibaritide e dell’area archeologica del Parco del Cavallo. Un successo di attenzione e interesse dopo più di 1500 giorni di chiusura, dall’ormai lontano 18 gennaio 2013, a causa dell’esondazione del fiume Crati. L’area è stata rimessa a nuovo e ha potuto riguadagnare l’antico splendore con in più nuovi tesori riemersi durante l’esecuzione di lavori per 18 milioni di euro. “Tanti visitatori anche al momento si tratta di numeri in gran parte legati al turismo scolastico calabrese e delle regioni limitrofe e non al turismo culturale proveniente da fuori regione o dall’estero”, spiega la direttrice Adele Bonofiglio. “Ma già i ponti di aprile e maggio hanno segnato un ulteriore forte incremento di visitatori, con presenze di croceristi e di numerose associazioni”.

Sommerso da acqua stagnante e fango: così appariva il parco archeologico di Sibari dopo l’esondazione del Crati nel gennaio 2013

Chiara Braga sul sito archeologico di Sibari

Mosaico del Parco archeologico di Sibari, ripulito dal fango dell’esondazione del 2013

Era – come detto – il gennaio 2013 quando il sito di Sibari, nel Cosentino, fu danneggiato dell’esondazione del fiume Crati. Le campagne di scavi che si sono succedute nel corso degli anni hanno portato alla luce reperti riferibili alle tre città sorte in quei luoghi. Sybaris, antica polis magno greca, realizzata nel 720 a.C. e distrutta nel 510 a.C. dai crotoniani; Thurii, fondata nel 443 a.C. dai sibariti che, dopo la distruzione di Sybaris, non si erano dispersi, e infine, nel 194 a.C., sullo stesso sito dove erano state edificate Sybaris e Thurii, la città romana di Copia. Nei mesi successivi l’esondazione del Crati erano stati compiuti notevoli sforzi per fare defluire l’acqua che si era accumulata. Ma un anno dopo la Procura della Repubblica di Castrovillari emise 40 avvisi di proroga delle indagini. I reati ipotizzati a carico degli indagati sono stati omissione di atti d’ufficio, danneggiamento colposo, invasione di terreni, danneggiamento di beni culturali e realizzazione di opere in assenza di autorizzazione. Intanto nel febbraio 2014, visitando l’area archeologica ancora coperta dal fango, Chiara Braga, responsabile Ambiente del Pd, rinnovò l’impegno in un accorato appello: “I beni culturali e archeologici rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro Paese e perciò devono essere tutelati e salvaguardati. Lavoreremo insieme a chi oggi ha la responsabilità dei ministeri competenti per dare delle risposte immediate a quest’area che ha bisogno di recuperare una delle sue bellezze più importanti che è un pezzo della propria storia, ma anche del proprio futuro perché investendo sulla cultura e su questa ricchezza archeologica e storica si può creare davvero un’occasione di sviluppo e di attrazione turistica per questo territorio”. Ma Braga sottolineava anche che “non è necessario solo rimettere in funzione e rendere agibile di nuovo quest’area archeologica, ma anche evitare che nuovi eventi meteorologici o intense piogge facciano finire sott’acqua un’altra volta queste realtà. Perciò la prevenzione, la manutenzione, la pulizia degli argini dei fiumi, la sicurezza del nostro territorio rappresentano un impegno prioritario che come partito sosteremo e che crediamo debba stare nel Patto di Governo 2014”. Ma in quel mese cadde il governo Letta e nacque il governo Renzi con Franceschini al dicastero dei Beni culturali.  Così in aprile i parlamentari del Pd Andrea Marcucci, Rosa Maria Di Giorgi e Vincenzo Cuomo, rispettivamente presidente e componenti della commissione Cultura a Palazzo Madama, spronano nuovamente il Governo perché “mantenga gli impegni presi sul parco archeologico di Sibari”: “Nei mesi scorsi la commissione Istruzione pubblica, Beni culturali del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il governo a garantire che il Parco archeologico di Sibari possa tornare al più presto alle condizioni precedenti all’alluvione del gennaio 2013 che ha colpito l’intera area causando ingenti danni e disagi. A seguito dell’esondazione del fiume Crati sono stati stanziati 5 milioni di euro (4 milioni di euro dal Commissario straordinario per il rischio idrogeologico e 1 milione di euro dalla Provincia di Cosenza) per la sistemazione idraulica, che, tuttavia, interesserà solo un tratto molto limitato del corso del fiume. Inoltre, il Mibact ha stanziato 300mila euro per superare l’emergenza, aspirando lo strato superficiale di fango e ristabilendo la fruibilità del sito. Secondo il soprintendente regionale sono tuttavia necessari ulteriori interventi e stanziamenti per circa 5 milioni di euro (aggiuntivi rispetto ai 2 milioni stanziati per gli interventi post alluvione) per di rimuovere il fango essiccato che ha coperto l’intero sito, ripristinando almeno lo stato precedente all’alluvione”.

Fango tra le vestigia del parco archeologico di Sibari

Mario Caligiuri, assessore regionale

Nel novembre 2014 una nuova alluvione, ma per fortuna, come poté constatare in un immediato sopralluogo agli scavi del parco archeologico di Sibari e al museo della Sibaritide l’assessore regionale alla Cultura della Calabria, Mario Caligiuri, il maltempo non ha causato particolari disagi. Intanto si torna a parlare di finanziamenti: “Cosi fondi disponibili si è avviata una ulteriore rimozione del fango nelle parti ancora interessate, che si prevede possa essere conclusa entro l’autunno del 2015”, spiegò Caligiuri. “Inoltre, stanno per partire altri interventi, tra i quali la ristrutturazione dei locali dell’accoglienza e la messa in sicurezza dell’argine del fiume, quest’ultimo da parte della provincia di Cosenza. Anche per il museo nazionale di Sibari i lavori sono iniziati, sia per quanto riguarda un consistente ampliamento che l’installazione dei pannelli solari con il rifacimento del tetto. Sono anche stati consegnati i lavori per i nuovi depositi dei reperto archeologici. L’importo complessivo delle opere finanziate è di 18 milioni di euro, tutte appaltate. Di queste già consegnate oltre 7 milioni di euro e da consegnare circa 10 milioni di euro lordi. Inoltre a queste cifre va aggiunto anche l’intervento sull’efficientamento energetico di 1 milione e seicentomila euro, i cui lavori, come detto, sono già in corso”.

Veduta d’insieme del parco archeologico di Sibari

Autorità all’inaugurazione del parco archeologico di Sibari

E si arriva al febbraio 2017: a 4 anni dall’alluvione che sommerse l’area, il Parco archeologico di Sibari torna fruibile dopo una serie di lavori – costati 18 milioni  – per pulire, riqualificare e valorizzare l’intera area – con reperti di età romana e magnogreca – e il museo Archeologico nazionale della Sibaritide. “Sono molto orgogliosa della restituzione di questo importantissimo sito”, il commento del sottosegretario al Mibact, Dorina Bianchi. “È un sito unico di cui usufruiranno turisti non solo calabresi ma provenienti dall’Italia e dal mondo. La cultura, insieme al turismo, può creare un solido sviluppo non solo culturale ma soprattutto economico. Ed è questo quello su cui il Mibac sta puntando”. E il presidente della Regione Mario Oliverio: “Qui c’è un patrimonio culturale che merita di essere valorizzato perché la nostra terra, attraverso realtà che hanno una proiezione internazionale, può diventare più attrattiva”. Conosciamo allora un po’ meglio il parco archeologico di Sibari, in provincia di Cosenza, il sito di una delle più ricche e importanti città greche della Magna Grecia, i cui reperti sono conservati nel museo Archeologico nazionale della Sibaritide. Nella zona del “Parco del Cavallo” restano alcuni tra i resti più significativi, risalenti all’età romana. Si tratta di un quartiere organizzato in due grandi plateiai e un teatro. Nelle zone “Prolungamento Strada” e “Casa Bianca” si trovano altre sezioni. “Casa Bianca” in particolare ha una zona edificata del IV secolo a.C., con una torre circolare. Stombi infine mostra una zona urbana a insediamento misto, solo in parte riedificata dopo il 510 a.C., con alcune fondazioni di età arcaica, tra le quali un edificio, pozzi e fornaci.

Via Egnazia e gli itinerari storici culturali: parte dallo Iuav di Venezia un progetto internazionale di riqualificazione della importante strada consolare romana tra Durazzo e Costantinopoli. Convegno e mostra

Ponte romano: suggestiva testimonianza della Via Egnatia nel tratto dell’odierna Albania

Albania, Macedonia, Grecia, Turchia: le bandiere dei quattro Paesi attraversati oggi dalla Via Egnatia

Oggi per percorrerla in tutta la sua interezza si dovrebbero attraversare quattro Paesi: Albania Grecia Macedonia e Turchia. Ma nel 146 a.C. quando fu voluta da Gaio Ignazio, proconsole di Macedonia, la Via Egnazia, che da Epidamnos-Dyrrachium (l’odierna Durazzo in Albania) arrivava fino alla foce del fiume Evros (l’odierno Maritsa) nel mar Egeo era una potente asse di penetrazione nei Balcani delle legioni romane, asse che in periodo imperiale fu allungata fino a Costantinopoli creando così, grazie alla via Appia, un collegamento diretto con Roma. La funzione e il percorso della Via Egnatia è oggi ricalcata, anche se leggermente più a sud nella parte iniziale rispetto alla strada storica, dall’autostrada Egnatia Odos, un progetto iniziato nel 1990 e completato nel 2009: va dal porto di Igoumenitsa alla frontiera tra Grecia e Turchia passando per le regioni greche dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia, per una lunghezza complessiva di 670 km.

Il percorso della Via Egnatia, l’asse di penetrazione romana nei Balcani dall’Adriatico all’Egeo

A lanciare un progetto di riqualificazione della storica Via Egnatia ci ha pensato lo Iuav di Venezia promuovendo in laguna, nell’ambito dell’iniziativa “Vent’anni di cammini storici 1999/2019” a cura dell’associazione culturale FuoriVia (Ex LaboratorioFrancigena), mercoledì 10 maggio 2017, alle 9, nell’Aula Magna Tolentini (Santa Croce 191 Venezia) il primo convegno internazionale “Via Egnatia and Historical Cultural Routes: Bridges Between Europe and the Mediterranean” con i rappresentanti di municipalità, istituzioni culturali, universitari ed esperti. E il giorno dopo, giovedì 11 maggio, alle 12 nel chiostro dei Tolentini, viene inaugurata la mostra “Back and Forth: Camino de Santiago, Via Francigena, Via Egnatia”. “Back and Forth” è un’esposizione rivolta al passato e insieme al futuro: da una parte ripercorre la lunga esperienza del Laboratorio di Ecologia della Città e del Paesaggio “I cammini storici” dell’Università Iuav di Venezia, iniziato nel 1999 sul Cammino di Santiago e proseguito fino al 2014 lungo la Via Francigena e la Via Appia; dall’altra presenta il progetto di riqualificazione della Via Egnatia, e vede la partecipazione di enti e istituzioni dei territori interessati dal percorso. Un’occasione per condividere l’esperienza costruita dal Laboratorio, con gli oltre 1000 studenti coinvolti negli anni, e investirla nel nuovo progetto Via Egnatia. La mostra resterà visibile fino al 9 giugno 2017.

L’associazione culturale FuoriVia con l’università Iuav di Venezia ha iniziato l’esplorazione della Via Egnatia

Nel 2015 FuoriVia e l’università Iuav di Venezia hanno iniziato l’esplorazione della Via Egnatia, proponendosi di percorrere a piedi nell’arco di cinque anni i 1100 km che dividono Durazzo e Istanbul attraverso l’Albania, FYR Macedonia, Grecia e Turchia. Via Egnatia (2015-2019) rappresenta la fase intermedia di un progetto di ricerca a lungo termine iniziato molti anni fa. Ogni estate, infatti, a partire dal 2000, lo Iuav ha avviato un laboratorio itinerante a piedi lungo gli itinerari culturali storici in Europa e nella regione del Mediterraneo. In questi anni il progetto ha coperto il Camino de Santiago (2000-2006) e da Roma a Canterbury lungo la Via Francigena (2007-2012), prima di seguire la via Appia da Roma a Brindisi (2013-2014).

Un tratto ben conservato della Via Egnatia a Filippi, in Grecia, al confine con la Turchia

La Via Egnatia in Macedonia

L’obiettivo principale della prima conferenza internazionale “Via Egnatia e itinerari culturali storici: un ponte tra l’Europa e il Mediterraneo” è quello di creare un dialogo tra i diversi attori e istituzioni interessate alla rigenerazione della Via Egnatia. Durante la conferenza si discuterà con esperti, rappresentanti locali e ricercatori sull’importanza del recupero della Via Egnatia. Prendendo in esame le analoghe esperienze europee verrà analizzato il progetto Via Egnatia per la riqualificazione del percorso come già successo per altri itinerari culturali, Cammino di Santiago e la Via Francigena. La conferenza vuole essere dunque un punto di partenza per costruire un dialogo e di una efficace collaborazione con le università, le istituzioni culturali, le amministrazioni locali e nazionali, associazioni e comunità locali lungo la strada.

Agrigento. Nel parco della Valle dei Templi aperto il nuovo percorso ipogeo dal Giardino della Kolymbethra alla PortaV

L’ingresso del percorso ipogeo della Kolymbethra nella Valle dei Templi di Agrigento

Il parco della Valle dei Templi di Agrigento si arricchisce di un nuovo tesoro. È stato aperto il nuovo percorso ipogeo che collega il Giardino della Kolymbethra alla Porta V dell’antica cinta muraria di Agrigento: una cavità interessante dal punto di vista archeologico, speleologico e naturalistico. Di facile percorribilità, si sviluppa nel sottosuolo per circa 185 metri e presenta tre ingressi: due all’interno della Kolymbethra – il primo nel vallone e il secondo in corrispondenza della biglietteria Fai – e uno nell’area del Parco Archeologico nella zona di “Porta V”.   Sono previsti due percorsi di visita: il primo, della durata di circa 120 minuti, può essere effettuato liberamente o con guida autorizzata e conduce dal Tempio di Giunone fino al Tempio dei Dioscuri; il secondo, di circa 40 minuti, guida i visitatori alla scoperta dell’antico agrumeto della Kolymbethra e dei suoi molteplici significati storici e culturali, rappresentati anche dagli acquedotti ipogei Feaci del V secolo a.C.

Due tratti del percorso ipogeo della Kolymbethra scavato nella roccia

Il percorso ipogeo è una struttura cunicolare scavata dall’uomo in diverse epoche al di sotto dell’antico centro di Akragas e del paesaggio della valle, realizzato nella stessa roccia utilizzata per i principali monumenti della città e per buona parte del centro storico: la calcarenite gialla pleistocenica. Queste cavità vennero poi sfruttate in tempi più recenti come rifugi antiaereo durante le due guerre mondiali. Fra le peculiarità riscontrate nella galleria della Kolymbethra, la presenza lungo le pareti di nicchie scavate nella roccia per far posto alle lucerne a olio e di “pedalore” sulle pareti verticali del pozzo, atte a consentire la discesa e la risalita all’interno della cavità.