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Seconda Giornata del Mare, iniziative al museo Archeologico nazionale della Sibaritide e al museo Archeologico nazionale di Amendolara (Cs)

Giovedì 11 aprile 2019, Giornata nazionale del mare, seconda edizione. Il museo Archeologico nazionale della Sibaritide (Cs) e il museo Archeologico nazionale di Amendolara (Cs) celebreranno con interessanti iniziative la Giornata nazionale del mare. A Cassano all’Ionio (Cs), al museo della Sibaritide, interverranno Adele Bonofiglio, direttore del museo Archeologico nazionale della Sibaritide; la Capitaneria di Porto Corigliano – Rossano; Paola Caruso, archeologa subacquea; Sigismondo Mangialardi, presidente del Circolo Velico Lucano di Policoro; Gennaro Tauro e Pasquale Andreulli, A.S.D. Poseidon. La manifestazione vuole sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza del mare come un’immensa risorsa sia ambientale che economica e sociale per la rivalutazione del territorio e ha lo scopo di sviluppare la cultura del mare attraverso norme comportamentali nel rispetto della sua tutela e valorizzazione in relazione ai beni archeologici che ospita, alla ricerca e soccorso in mare, alla sicurezza della navigazione, alla salvaguardia dell’ecosistema marino e della filiera ittica. Il Circolo Velico Lucano organizza ai Laghi di Sibari una dimostrazione pratica. A seguire si terranno visite guidate e laboratori didattici a cura del Servizio Educativo del Museo, con la collaborazione dei Tirocinanti MiBAC.

Nella stessa giornata di giovedì 11 aprile 2019 sempre per celebrare la Giornata del mare, l’associazione “Laghi di Sibari” in condivisione con il museo Archeologico nazionale della Sibaritide, dalle 10 alle 13, al centro congressi Casa Bianca Group Laghi di Sibari, promuove un interessante convegno, moderato dall’ingegnere nautico Francesco Gallo. Interverranno Luigi Guaragna, presidente associazione Laghi di Sibari; Evelina Provenza, comitato medico scientifico; Vincenzo Farina, direttore sez. Jonio Cosentino società nazionale di Salvamento; Alfonso Costanza, dirigente scolastico; Carmine Nigro, geologo; Salvatore Martilotti, presidente associazione Piccola Pesca Corigliano-Rossano; Martino Maria Rizzo, presidente Igiene pubblica Asp Cosenza. Alle 14, allo Yacht Club “La Darsena”, esercitazioni di salvamento con operatori in moto d’acqua. Invece ad Amendolara (Cs), al museo Archeologico nazionale di Amendolara, alle 10, interverranno Adele Bonofiglio, direttore del museo; Gennaro Tauro e Pasquale Andreulli, A.S.D. Poseidon. La manifestazione rivolge particolare attenzione ai resti dell’antica isola oggi nota come “Secca di Amendolara”. A seguire si terrà una dimostrazione teorico – pratica con proiezioni video dedicati.

 

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“Sulle rive dello Jonio”: a Locri (Rc) focus sui musei del parco archeologico e di Palazzo Nieddu e sul museo del parco ArcheoDeri di Bova Marina

Il teatro greco nel parco archeologico nazionale di Locri (Rc)

Parco archeologico ArcheoDeri di Bova Marina (Rc) (foto di Enzo Galluccio)

Il Parco archeologico nazionale di Locri (Rc), tra i più estesi della Calabria, è situato lungo la SS 106 “Jonica” a circa 5 km dall’odierna città di Locri, nel sito della colonia magno-greca di Lokroi Epizephyroi. Nell’area del Parco sono presenti due realtà espositive: il museo Archeologico nazionale, inaugurato nel 1971 con la denominazione di “Antiquarium di Locri” e dichiarato museo nazionale nel 1998, dedicato alla narrazione della vita di Locri nel periodo greco, e il complesso museale Casino Macrì, che conserva le testimonianze riconducibili all’età romana e tardo-antica. L’età protostorica della Locride è documentata nel “Museo del territorio” di Palazzo Teotino Nieddu del Rio, nel centro di Locri, inaugurato nel 2018. Invece il parco archeologico ArcheoDeri della vallata del San Pasquale, inaugurato nel giugno 2010, sorge a Bova Marina (Rc), intorno all’area sinagogale rinvenuta negli anni Ottanta, presso la contrada da cui trae il nome “Deri”, richiamando la tradizione dell’Antica Delia o Scýle, secondo gli antichi Romani. La sinagoga, risalente al IV secolo d. C., è la più antica in Occidente, dopo quella di Ostia Antica, ed il suo ritrovamento ha aperto nuovi scenari storici sulla presenza degli ebrei nella Calabria meridionale. Inizialmente identificata come villa romana, ne è stata poi accertata l’esatta natura grazie al rinvenimento di un mosaico raffigurante i più importanti simboli giudaici: la menorah (il candelabro a 7 bracci), lo shoffar (il corno d’ariete), il cedro e, il ramo di palma e il nodo di Salomone.

Il museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio di Locri (Reggio Calabria)

Laura Delfino, direttore parco Archeoderi e museo di Bova Marina (Rc)

Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale di Locri

Locandina dell’incontro “Sulle rive dello Jonio” a Locri (Rc)

Proprio i musei di Locri e di Bova Marina sono i protagonisti dell’incontro “Sulle rive dello Jonio – I musei di Locri e di Bova Marina: spunti per la “narrazione” di un territorio” che si terrà mercoledì 10 aprile 2019, alle 18, nella Biblioteca Gaudio Incorpora del museo Archeologico nazionale di Palazzo Nieddu Del Rio, per iniziativa del Sidus Club e dei musei Archeologici di Locri e di Bova Marina. All’incontro intervengono Albarosa Dolfin, presidente del Sidus Club; Giovanni Calabrese, sindaco di Locri; Anna Sofia, assessore comunale alla Cultura; Maria Caterina Aiello, vicepresidente del Sidus Club; Rossella Agostino, direttore Musei di Locri e Laura Delfino, direttore del Museo di Bova Marina. In particolare Rossella Agostino si soffermerà sui tre musei locresi (due al Parco archeologico dedicati l’uno al periodo greco e l’altro alle testimonianze di età romana – e il Palazzo Nieddu, dedicato al periodo anteriore alla fondazione della colonia e alle scoperte dal territorio) e Laura Delfino sul Museo di Bova Marina che dà conto di un ricco patrimonio storico-archeologico da aree di abitato, di necropoli e di siti fortificati a controllo del territorio, inquadrabile in un ampio arco cronologico compreso tra l’età neolitica ed il VI secolo d.C. e si caratterizza per la presenza di testimonianze ebraiche.

Roma. Per i “Giovedì del Parco archeologico del Colosseo” incontro con Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”, scomparso nel recente disastro aereo in Etiopia

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.

L’archeologo Sebastiano Tusa

“Già negli anni Settanta del secolo scorso nacque in me l’interesse per la battaglia delle Egadi, l’evento che il 10 marzo del 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica e cambiò la storia del Mediterraneo con la vittoria dei Romani sui Cartaginesi”. Inizia così l’articolo che Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo, all’epoca soprintendente del Mare, scrisse per la rivista Archeologia Viva (n. 177, maggio-giugno 2016: “Battaglia delle Egadi. La storia ritrovata”). “Il racconto di vecchie scoperte fatte dal più leggendario dei pionieri delle immersioni in Sicilia, Cecè Paladino, nelle acque antistanti Levanzo attirò la mia attenzione. Durante un convegno a Favignana, Paladino raccontò di centinaia di ceppi d’ancora con le relative contromarre in piombo recuperati appunto lungo la costa orientale della piccola isola. Il collegamento con la battaglia delle Egadi fu inevitabile anche se era opinione diffusa tra gli studiosi di storia romana che lo scontro navale si fosse svolto più a sud, presso la Cala Rossa di Favignana, la principale isola dell’arcipelago. Rilessi le pagine dello storico greco Polibio (II sec. a.C.), che offre la migliore descrizione della battaglia e degli antefatti, ma anche Diodoro Siculo (I sec. a.C.), Eutropio (IV sec. d.C.) e il cronista bizantino Giovanni Zonara (XII sec.)”. E continua l’articolo di Tusa: “Studiammo con l’esperto Piero Ricordi il regime dei venti dominanti di quell’area. Con l’aiuto di Antonino Filippi, ottimo conoscitore del territorio, rivedemmo la topografia archeologica del monte San Giuliano sulla cui sommità sorge la cittadina medievale di Erice, antica sede di una città elima con un famoso tempio di Venere. Era lì che Amilcare, comandante dell’esercito cartaginese, assediato dai Romani, attendeva con ansia i rifornimenti. Mi apparve chiara, in seguito a tali studi, la logicità della presenza della flotta romana in agguato presso Levanzo, poiché mi resi conto che la rotta seguita dall’ammiraglio cartaginese Annone doveva essere a nord di Levanzo, sia per giungere più direttamente alla baia di Bonagia, piccola insenatura sulla costa siciliana a nord di Trapani, unico approdo da dove sarebbe stato possibile ascendere al monte e congiungersi con i compatrioti, sia per eludere il blocco navale romano che controllava la costa siciliana tra Lilibeo e Drepanum, l’antica Trapani”.

Lo studio del regime dei venti nella battaglia delle Egadi (vedi https://libreriainternazionaleilmare.blogspot.it/2015/11/egadi-241-ac-il-vento-cambio-il-corso.html)

Adriana Fresina, soprintendente del Mare

A poche settimane dalla tragica scomparsa di Sebastiano Tusa nel disastro aereo in Etiopia, per il ciclo “I giovedì del PArCo”, il Parco archeologico del Colosseo diretto da Alfonsina Russo giovedì 4 aprile 2019, alle 16.30, alla Curia Iulia, promuove la conferenza di Adriana Fresina, soprintendente del Mare, su “Una battaglia ritrovata nelle acque delle Egadi, in ricordo di Sebastiano Tusa”. Le ricerche archeologiche strumentali in alto fondale, iniziate nel 2004, hanno consentito fino a oggi l’individuazione e il recupero di 19 rostri, 22 elmi del tipo montefortino, oltre a un grande numero di anfore e dotazioni di bordo. “La ricerca nei fondali delle Egadi – aveva dichiarato nel 2018 Sebastiano Tusa, come assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana – continua con grande successo, dimostrando ancora una volta la grande ricchezza dei fondali egadini e, in particolare, presso il luogo dove avvenne la Battaglia delle Egadi nel 241 a.C.”. Le ultime scoperte del 2018 (4 rostri) si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo e che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell’antichità per numero di partecipanti, circa 200 mila, tra i Romani, guidati da Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine.

Archeologia in lutto. Nel disastro aereo del Boing 737 precipitato in Etiopia è morto l’archeologo Sebastiano Tusa: siciliano doc, docente di paletnologia e archeologia marina, ha creato la soprintendenza del Mare. A Malindi con l’Unesco doveva promuovere ricerche subacquee nell’oceano Indiano

Le ricerche sottomarine a Lipari sono state condotte dalla soprintendenza del Mare sotto la direzione di Sebastiano Tusa

L’ultimo applauso, quasi una standing ovation, gliel’ha tributata la competente platea dell’auditorium del Palazzo dei Congressi di Firenze quindici giorni fa, sabato 23 febbraio, durante i lavori di Tourisma 2019, il salone internazionale dell’Archeologia e del turismo culturale: Sebastiano Tusa, archeologo subacqueo di fama internazionale, soprintendente del Mare, nella sua nuova veste di assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, si confrontava con il presidente del Fai Andrea Carandini, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi, cui era subentrato l’11 aprile 2018 nel ruolo di amministratore regionale, e con l’ingegnere di Anas Paolo Mannella, per ragionare sull’opportunità di abbattere il viadotto Morandi di Agrigento (tecnicamente i ponti Akragas 1 e Aktagas 2), chiuso da molti mesi in attesa di urgenti restauri, che deturpa la Valle dei Templi. E due giorni prima, a Milano, aveva presentato ufficialmente la grande mostra di Palazzo Reale dedicata ad Antonello da Messina. Sebastiano Tusa, 66 anni, ha trovato la morte sul Boing 737 dell’Ethiopian Air Lines per Nairobi (Kenia), con tutti gli altri 156 passeggeri, tra cui 7 italiani, precipitato oggi 10 marzo 2019, a Bishoftu (Etiopia) sei minuti dopo il decollo dall’aeroporto della capitale Addis Abeba. Tusa era diretto a Malindi, in Kenia, per una conferenza internazionale promossa dall’Unesco con la partecipazione di archeologi provenienti da tutto il mondo per discutere del progetto Unesco di creare proprio a Malindi un centro di interesse storico e di recupero delle tradizioni e della cultura di tutto il Kenya. Il professor Tusa, soprintendente del mare della Regione Siciliana, era stato chiamato proprio in virtù della sua competenza nel settore dell’archeologia marina. Le ricerche di Tusa e del suo staff, di concerto con il direttore del museo nazionale di Malindi “Caesar Bita”, aveva evidenziato già a Natale (quando vi era stato con la moglie, Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del museo d’Arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo) le grosse potenzialità nell’ambito dei ritrovamenti sotto la superficie dell’oceano Indiano, al largo di Malindi.

L’archeologo Sebastiano Tusa

Sebastiano Tusa era nato a Palermo il 2 agosto 1952: un siciliano doc, che ha sempre amato la sua terra (“Ambientalista vero, amante della bellezza, della sua terra, della vita”, lo ricorda Giuseppe Mazzotta, presidente Wwf Sicilia area mediterranea): archeologo preistorico e subacqueo, politico e professore di Paletnologia all’università Orsola Benincasa di Napoli (ma ha anche insegnato Archeologia marina all’università di Palermo, sede di Trapani; e all’università di Bologna). Figlio d’arte – suo padre era il famoso archeologo Vincenzo Tusa -, si era laureato in Lettere con specializzazione in Paletnologia. Dirigente della Regione Siciliana, negli anni Novanta del Novecento è stato responsabile della sezione archeologica del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro. Nel 2003, durante scavi da lui diretti a Pantelleria, vennero trovati tre ritratti imperiali romani. Abbandonata la ricerca sul campo, si è occupato di amministrazione dei Beni culturali nei ruoli della Regione Siciliana, guidando la soprintendenza di Trapani. Nel 2004 è nominato da parte dell’assessorato dei Beni culturali della Regione Siciliana primo soprintendente del Mare, istituto da lui stesso creato per la tutela del mare, che finora aveva qualcosa di analogo solo la Grecia. Ha organizzato missioni archeologiche in Italia, Pakistan, Iran e Iraq. Nel 2005 ha guidato gli scavi a Mozia, riportando alla luce, sulla strada sommersa che conduce all’isola, delle strutture identificabili come banchine. Nel 2008 ha realizzato un film documentario con Folco Quilici sulla preistoria mediterranea a Pantelleria. Gli scavi da lui promossi, e condotti sul campo da Fabrizio Nicoletti e Maurizio Cattani, hanno anche confermato il ruolo di Pantelleria come “crocevia per i mercanti” in epoca antichissima. Nel gennaio 2010 è stato nominato Socio onorario dell’associazione nazionale Archeologi. Nel 2012 è tornato a dirigere la soprintendenza del Mare della Regione che ha lasciato l’11 aprile 2018 quando è stato nominato assessore ai Beni Culturali dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, in sostituzione di Vittorio Sgarbi.

Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, con l’assessore ai Beni culturali Sebastiano Tusa, il giorno del suo insediamento

Il critico d’arte Vittorio Sgarbi (foto Graziano Tavan)

“È una tragedia terribile, alla quale non riesco ancora a credere: rimango ammutolito”, è il messaggio di cordoglio del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, alla notizia dell’improvvisa scomparsa di Sebastiano Tusa. E Vittorio Sgarbi: “Resta il suo pensiero, l’intelligenza, la disponibilità ad ascoltare, la gentilezza, e tanti studi, tante ricerche sospese, tanti sospiri di conoscenza”. Sgarbi sottolinea che “in pochi casi l’archeologo, lo scienziato si era fatto politico con tanta naturalezza, continuando a vedere le cose, la storia e il mondo senza calcoli e strategia, per amore della bellezza, per la certezza che il mondo antico in Sicilia era ancora vivo. Potevano risorgere sculture, rinascere kouroi, uscire Venere dall’acqua. E come vive la storia con noi, vive anche lui oltre la sua apparente fine”. E ad Agrigento è lutto cittadino. Cancellato lo spettacolo del Festival Internazionale del folklore, davanti al Tempio della Concordia, che secondo tradizione chiude le manifestazioni del “Mandorlo in Fiore”. Il cordoglio della città espressi dal sindaco di Agrigento Lillo Firetto: “Se ne va un amico, archeologo di fama, uomo di cultura di alto profilo, un patrimonio di esperienza umana e capacità operativa, una persona da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale siciliano, con grande dedizione e amore. L’abbiamo sentito sempre vicino nel percorso di crescita culturale della città dei Templi. Per Agrigento, per la Sicilia, per la cultura internazionale una grave perdita”.

Giornata della donna: a Siderno conversazione su “Gli inganni della bellezza”, excursus su gusti, costumi e leggi del tempo sull’uso del trucco attraverso le testimonianze archeologiche del mondo femminile da Locri antica

Giornata della donna al teatro Nuovo di Siderno (Reggio Calabria)

Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale di Locri

Il libro “Gli inganni della bellezza” di Rossella Agostino (Rubettino Editore)

“Gli inganni della bellezza” è il titolo della conversazione su una tematica suggestiva e di grande fascinazione che Rossella Agostino, direttore musei e parco archeologico statale di Locri, ricadenti nel Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, terrà venerdì 8 marzo 2019, alle 17.30, a Siderno (Reggio Calabria), al cinema Teatro Nuovo. L’interessante proposta è parte integrante del progetto “8 Marzo Woman International day”, curato da Aristide Bava e Pasquale Giurleo, che apre il mattino alle 10 con l’inaugurazione di due mostre: quella fotografica di Santino Amedeo, “Il pane delle donne”, sobria narrazione sulla straordinaria dignità e bellezza del lavoro femminile; e quella di sculture lignee di Davide Mina, “Nascosti intendimenti…”, dove la figura femminile è colta “nella iconica narrazione dei sentimenti”. E si chiude alla sera alle 20, con “Donne di gusto”, apericena, spettacolo e musica by Mary Kitchen Supper Club; e due spettacoli: “Bianca”, performance teatrale di Marisa Femia e Anselmo Sorgiovanni con Fabio Mascagnino ospite; e “Zitta… cretina”, monologo teatrale con Giulia Palmisano per la regia di Bernardo Magliaccio Spina. La conversazione della Agostino, dedicata alle testimonianze archeologiche del mondo femminile da Locri antica e dal suo territorio, è un excursus millenario che narra dell’abilità degli artigiani orafi, creatori di monili o dei ceramisti che realizzarono contenitori dalle diverse forme per unguenti e profumi, offrendo l’occasione di riflettere sui gusti, sui costumi e sulle leggi del tempo, sull’uso del trucco così come sugli scambi commerciali o le produzioni locali. La conversazione – occasione per la quale i curatori del progetto hanno voluto la ristampa del piccolo e prezioso volumetto “Gli inganni della bellezza” edito da Rubbettino – dedicherà uno spazio alle testimonianze letterarie antiche come le citazioni di Ovidio, Plinio, Galeno che guidavano all’uso di rimedi naturali per la cura della pelle o all’utilizzo di elementi naturali per il trucco ammonendo saggiamente le fanciulle però a non curare solo aspetto esterno… . Quel trucco che caratterizza spesso i volti femminili delle statuette fittili rinvenute nel territorio locrese e cauloniate ed esposte nei rispettivi musei.

Al Mann di Napoli la mostra-evento “Canova e l’antico” co-promossa con l’Ermitage: per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore in dialogo con l’arte classica

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Mancano solo tre settimane alla mostra-evento dell’anno “Canova e l’antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019, dove per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore (“L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”) metteranno a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’antico. La mostra-evento, co-promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni, ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia. Catalogo della mostra edito da Electa. “Il museo Archeologico nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone”, spiega il suo direttore Paolo Giulierini, “era il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto di questo dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. Proprio a Napoli si conservano capolavori ammirati dal maestro veneto: pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780; quindi i marmi farnesiani, studiati già quando erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV: marmi celeberrimi che sono stati all’origine di opere capitali di Canova come l’Amore Farnese, prototipo per l’Amorino alato Jusupov che il pubblico potrà confrontare in questa straordinaria occasione.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Le Tre Grazie in un affresco pompeiano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Per la prima volta, in una mostra, si mette a fuoco quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, padre del neoclassicismo: monito seguito da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica. Dal giovanile Teseo vincitore del Minotauro sino all’Endimione dormiente, concluso poco prima di morire, il dialogo Antico/Moderno è una costante irrinunciabile; fino a toccare, in tale percorso, punte che hanno valore di paradigma: per tutte, la creazione del Perseo trionfante, novello “Apollo del Belvedere”.

L’Amorino Alato di Antonio Canova conservato al museo Ermitage di San Pietroburgo

La testa del Genio dela Morte di Antonio Canova conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova – con un comitato scientifico internazionale – e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – l’Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo, riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi, come il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova), che ha concesso con grande generosità prestiti davvero significativi; o ancora l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati. Proprio il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, costituisce d’altra parte l’assoluta novità di questa mostra, evidenziando un rapporto unico tra un artista moderno e l’arte antica.

Firenze Archeofilm 2019: ecco il programma delle cinque giornate di proiezioni, con una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi. Alla fine saranno consegnati tre premi

Il manifesto della seconda edizione di Firenze Archeofilm, festival internazionale di archeologia arte ambiente

Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Una sessantina di film in concorso da una ventina di Paesi e una decina fuori concorso: è tutto pronto per la seconda edizione di Firenze Archeofilm, Festival internazionale del Cinema di Archeologia Arte e Ambiente, in programma dal 13 al 17 marzo 2019 al Cinema La Compagnia di Firenze, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore) con la direzione artistica di Dario Di Blasi. Le edizioni video a cura di Fine Art Produzioni – Augusta (Sr); la voce di Davide Sbrogiò; le traduzioni di Stefania Berutti, Carlo Conzatti, Sara Loprieno, Marco Martignone, Giulia Pruneti, Martina Scarcelli, Valeria Volpe. “Le immagini dipinte e incise nelle grotte preistoriche dell’Addaura , di Levanzo o della Liguria, le pietre e resti di centinaia di siti archeologici di Roma, Ercolano, Stabia , Agrigento, Sardegna , mosaici e straordinari oggetti ed affreschi conservati in antiche città distrutte come Pompei, Aquileia, Selinunte, Morgantina e in piccoli e grandi musei archeologici quali Volterra, Metaponto, Paestum, Taranto, Napoli, Siracusa, Torino, Palermo”, interviene Dario Di Blasi, “suggeriscono migliaia di racconti di storie umane liete e drammatiche , di pace e di guerra , umane appunto. Ho citato solo alcuni luoghi ma tutto il paesaggio storico dell’Italia intera potrebbe inondare il mondo di storie e di racconti di uomini che sono vissuti prima di noi e il cinema è e potrebbe essere molto di più un veicolo straordinario per proporci storie e racconti così come le fiabe che sussurravano, a noi bambini, genitori e nonni. Fiabe e storie per la nostra conoscenza, per il nostro sapere, in definitiva cultura”.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Una scienza del film “he place before me / lugar antes de mim”di Karla Nascimento

Firenze Archeofilm inizia mercoledì 13 marzo 2019. Il programma del mattino (9.30 – 13.30), dopo i saluti, apre con “Splendidissima Civitas” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 2017; 20’). In Portogallo, dove ora sorge il villaggio di Bobadela, i Romani fondarono una “splendidissima civitas”, la città più splendida, come la chiamarono quasi 2000 anni fa. Il suo vero nome ci è sconosciuto, ma sappiamo che fu fondata sotto Augusto e che qui vennero eretti quelli che erano gli edifici tipici di una città romana, tra cui il foro e l’anfiteatro, destinato agli spettacoli e ai combattimenti tra gladiatori. La monumentalità di questi spazi pubblici testimonia l’importanza che ricopriva la città, che doveva rappresentare tutto il potere di Roma. Seguono “Still Turning” di Jesse Pickett (Canada, 2017; 10’). “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 2017; 50’). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… “Manohar Ambanagri” di Rahul Narwane (India, 2017; 13’). “La Chiesa dei morti” di Lara Agnoletti (Italia, 2018; 30′). A Urbania, nelle Marche, nall’interno di una piccola chiesa, sono conservate 18 mummie. Oltre che per il numero di corpi rinvenuti, questo sito ha da sempre attratto studiosi e ricercatori per il grado di conservazione che i morti presentano. In alcune mummie è infatti possibile osservare ancora i muscoli in tensione, le parti cartilaginee e i tratti somatici. Così, grazie alla semplice osservazione diretta è possibile risalire alla causa di morte e allo stile di vita. Attraverso le interviste di studiosi e ricercatori italiani, il documentario ricostruisce le ultime ore di vita di tre delle 18 mummie. “The place before me / O lugar antes de mim” di Karla Nascimento (Brasile, 2018; 52’). Documentario incentrato sul sito archeologico di Gruta das Pedras Brilhantes (Grotta delle Pietre Brillanti), a São Desidério, un comune del Brasile nello Stato di Bahia. La grotta, così chiamata per la presenza di pietre luminose, continua a intrigare gli archeologi, che non hanno ancora raggiunto un accordo per spiegare questa caratteristica. La luminosità potrebbe essere originata da una reazione chimica naturale, da un’azione umana o forse dalla combinazione dei due elementi… “Pasión Amerindia” di David Bottome (Venezuela, 2018; 17’). Il film racconta le tappe più significative della cosiddetta “Sfida dei Caraibi”, un progetto di archeologia sperimentale finalizzato a ripercorrere, a bordo di kayak, le antiche rotte di navigazione pre-ispaniche compiute dai nativi americani. Un modo per riscoprire le fasi più significative e ingiustamente dimenticate della storia latino americana prima del periodo ispanico. Per risvegliare nel pubblico il rispetto e l’ammirazione che tali radici dovrebbero meritare. Chiude la mattinata, fuori concorso, “Il passeggero artista” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 5’).

Una scena del film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia

La locandina del film “Vichinghi riscoperti” di Harvey Lilley

Il pomeriggio (15-19) di mercoledì 13 marzo 2019 apre con il film “Puzzle Azilien” di Alexis Villaine, Nicolas Baker (Francia, 2018; 6’). Seguono i film “Céide Fields” di Davide Gambino, Gabriele Gismondi (Italia, 2018; 50’). Céide Fields è un luogo che racconta le origini del paesaggio coltivato e di un passato remoto che si è a lungo negato allo sguardo. Indossando una lente narrativa è possibile osservare questa apparente invisibilità dietro cui si cela un complesso crocevia tra archeologia, agricoltura e allevamento, tra pratiche didattiche e necessario sviluppo turistico, tra pressanti questioni ambientali, climatiche ed energetiche. Ai confini del continente europeo, nel nord-ovest dell’Irlanda, sull’orlo di vertiginose falesie, tra luoghi umidi e animali da allevamento, incontriamo i custodi di questo paesaggio che si interrogano sulle comunità del Neolitico e che guardano verso un incessante scambio transgenerazionale. “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Creta, tra il 3000 e il 1400 a.C., fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco: i minoici. Primo popolo europeo a padroneggiare la scrittura, hanno costruito sontuosi edifici dall’architettura complessa e monumentale. I miti greci sono stati a lungo sfruttati per spiegare queste strutture, fino ai recenti scavi che hanno infine portato alla decodificazione di questi edifici. “I misteriosi manoscritti di Shiva / Les mystérieux manuscrits de Shiva” di Pierre de Parscau, Nicolas Baker (Francia, 2018; 7’). Chiude il pomeriggio “Vichinghi riscoperti / Vikings unearthed” di Harvey Lilley, Paula S. Apsell (Regno Unito, 2016; 120’). Un film che ci porta alla scoperta della verità sui leggendari Vichinghi e il loro epico viaggio nelle Americhe. Questi guerrieri scandinavi, famigerati per le loro temibili incursioni, erano però anche esperti navigatori, abili commercianti e coraggiosi esploratori. Tra prove archeologiche ed eccezionali ricostruzioni il film ci porta nel mondo di questi intrepidi avventurieri.

la locandina del film “Chi ha ucciso i Neandertal?” di Thomas Cirotteau

Il programma della sera (20.45-23) di mercoledì 13 marzo 2019 inizia col film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isılay Gürsu (Turchia, 2017; 14’). Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia. Segue “Fortificazioni, città e ardesie: la Raya all’inizio del Medioevo / Fortificaciones, poblados y pizarras: la Raya en los inicios del Medievo” di Pablo Moreno Hernández (Spagna, 2018; 11’). Chiude “Chi ha ucciso i Neandertal? / Qui a tué Néandertal?” di Thomas Cirotteau (Francia, 2017; 90’). 350mila anni fa, una specie umana stava dominando il mondo, nonostante le dure condizioni del pianeta. Erano i Neandertal. Nel corso di migliaia di anni, questi raccoglitori-cacciatori riuscirono a sviluppare una cultura complessa… Poi circa 30.000 anni fa questi uomini, donne e bambini scomparvero per sempre, e il perché rimane ancora un mistero. Genocidio, epidemie, cambiamenti climatici, consanguineità, diluizione genetica… Molte sono le ipotesi principali. Per chiarire l’enigma, il film porta avanti una sorta di indagine criminale, guidandoci nei laboratori forensi di tutto il mondo e nelle principali regioni abitate dai Neandertal.

I misteri della Grande Piramide al centro del film di Florence Tran

Giovedì 14 marzo 2019, seconda giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Antiquarium – Memorie dal passato” di Giovanni Giordano (Italia, 2018; 30’). Un viaggio all’interno della mostra “Memorie dal passato”, dove il nostro conduttore ci accompagnerà all’interno dei locali dell’Antiquarium di Gravellona Toce in Piemonte. Scopriremo la storia dei rinvenimenti della necropoli di Pedemonte, degli scavi degli anni ‘50 e del principale artefice della scoperta, Felice Pattaroni. Seguono i film “Le statue in bronzo del Quirinale. Un esperimento archeologico / Die Bronzestatuen vom Quirinal. Ein archäologisches Experiment” di Elli Gabriele Kriesch (Germania, 2018; 13’). “Città misteriose: Toscana” di Luca Trovellesi Cesana (Italia, 2015; 23’). Esistono luoghi in Italia dove nulla è stato lasciato al caso. Dove tutto ciò che è visibile conserva la memoria di fatti inquietanti e messaggi indecifrabili, spesso ignoti agli stessi abitanti. Nell’episodio, dedicato alla Toscana, si parla dell’eclettico Girolamo Segato, l’uomo che “pietrificava i corpi”, della celebre Congiura dei Pazzi e del discusso DNA degli Etruschi… “Misteriose scoperte nella Grande Piramide / Mysterious discoveries in the Great Pyramid” di Florence Tran (Francia, 2017; 52’). La Grande Piramide di Giza continua a esercitare un fascino irresistibile. Nel novembre 2017, il team di ricerca di Scan Pyramids ha annunciato una scoperta storica: utilizzando una tecnologia all’avanguardia e non invasiva, ha scoperto nuove cavità all’interno della Grande Piramide. Il film mostra come questi esploratori moderni siano giunti a questa scoperta epocale. Testimonia la prima missione scientifica nella piramide di Cheope autorizzata dal governo egiziano dopo 30 anni. “La Stele della Tempesta / The Tempest Stela” di Olivier Vandersleyen (Belgio, 2017; 64’). Cinquant’anni fa, l’egittologo belga Vandersleyen tradusse una stele rinvenuta poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a Karnak, vicino Luxor, in Egitto. La stele descrive la terribile tempesta in Egitto che invita chiaramente a badare alle Piaghe d’Egitto, come descritto nel libro dell’Esodo. Nel 2014, una ricerca dell’Università di Chicago ha confermato un legame tra la Stele della Tempesta e la catastrofica eruzione di Thera, il vulcano di Santorini che distrusse metà dell’isola 3500 anni fa. Fu forse questo disastro a portare alla fuga di massa di un intero popolo? Se l’eruzione potesse essere datata con precisione, questo renderebbe possibile fissare una data dell’Esodo.

Una scena del film “l mistero delle pietre falliche dell’Etiopia” di Alain Tixier

Il pomeriggio (15-19) di giovedì 14 marzo 2019 apre con il film “Il mistero delle pietre falliche dell’Etiopia / The mystery of Ethiopia’s phallic stones” di Alain Tixier (Francia, 2018; 52’). Una squadra di archeologi europei ha scoperto un sito megalitico dieci volte più grande del sito di Carnac in Bretagna. Su uno scosceso restringimento della Rift Valley, nel cuore dell’Etiopia, si ergono diverse migliaia di monoliti di grandi dimensioni e di inconfondibile forma fallica, la cui origine sembra essere a dir poco misteriosa. Un team multidisciplinare sta per effettuare scavi al fine di datare questa straordinaria eredità megalitica abbandonata da una civiltà totalmente sconosciuta agli storici… Gli archeologi tenteranno di scoprire come e perché questi enormi falli di pietra siano stati modellati ed eretti in una regione così remota. Seguono “La storia dimenticata degli Swahili / L’histoire oubliée des Swahilis” di Raphael Licandro, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). Lungo la costa orientale dell’Africa, il popolo degli Swahili a lungo ha intrigato gli scienziati. Divennero musulmani molto prima dell’islamizzazione dell’Africa, e la loro lingua, lo swahili, è infusa con l’arabo. Si ritiene che in questa zona, tra il X e il XV secolo, gli Swahili avessero costruito dozzine di opulente città in pietra. Oggi queste città sono scomparse, inghiottite dalla giungla, insieme a un’intera parte della storia del popolo swahili. Tuttavia, grazie agli scavi condotti a Kilwa, la città-stato in pietra più maestosa della Tanzania, una squadra di archeologi sta facendo luce sul passato dimenticato degli Swahili. “La strada per il Regno / Droga do Królestwa / The road to the Kingdom” di Zdzisław Cozac (Polonia, 2018; 52’). Il film ripercorre la storia delle origini della Polonia, uno dei più grandi paesi dell’Europa centro-orientale, le cui radici risalgono alla metà del X secolo. Il film mostra come Mieszko I, fondatore del Regno di Polonia, prese gradualmente il controllo del territorio compreso tra l’Oder e la Vistola gettando così le basi per la fondazione del Regno. Il regista esamina le varie regioni dell’attuale Polonia per individuare eventuali tracce della presenza di Mieszko e del suo esercito. “Pastori nella grotta / Shepherds in the cave” di Anthony Grieco (Canada, 2016; 84’). Un team internazionale di restauratori e archeologi iniziano i lavori di restauro su alcuni affreschi medievali all’interno di un sistema di antiche grotte nel territorio di Altamura, in Puglia. Sfidando la burocrazia locale e l’abbandono sistemico dei siti archeologici, la squadra incontra una comunità di pastori e migranti che hanno usato le caverne per secoli, scoprendo così una cultura ancora viva che per prima cosa è importante conservare.

Una scena del film “Siria. Gli ultimi difensori del Patrimonio dell’Umanità” di Jean-Luc Raynaud

Il programma della sera (20.45-23) di giovedì 14 marzo 2019 si apre con il film fuori concorso “Il tempo dell’impero” di Damiano Falanga (Italia, 2018; 4’). Seguono i film “Siria. Gli ultimi difensori del Patrimonio dell’Umanità / Syrie. Les derniers remparts” di Jean-Luc Raynaud (Francia, 2017; 53’). Questa è la storia di una catena umana composta da cittadini disarmati, pacifisti e in rivolta che rappresentano le ultime barriere protettive a difesa del Patrimonio Culturale dell’Umanità: uomini sul campo, in Siria e in Iraq, che rischiano la vita, con l’aiuto di quelli che, in esilio, li sostengono a distanza. La loro missione è salvare ciò che può ancora essere salvato della loro eredità e identità culturale. Uomini che lavorano nell’ombra e rifiutano la scomparsa della loro cultura. “I primi uomini dell’Himalaya / Les premiers hommes de l’Himalaya” di Clark Liesl (Regno Unito, 2017; 53’). Nella regione del Mustang, in Nepal, migliaia di grotte ospitano tombe con mummie estremamente ben conservate, oltre a manoscritti, ceramiche e gioielli datati dal 2500 a.C. al 1400 d.C. Ma la scoperta più incredibile si trova nel DNA rinvenuto che spiega come questi homo sapiens sapiens siano riusciti ad adattarsi e sopravvivere a un clima estremo e a tale altitudine. Una scoperta che potrebbe trasformare la nostra coscienza sull’evoluzione dell’essere umano.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell’archeologia moderna

Venerdì 15 marzo 2019, terza giornata. Il programma del mattino (9.30-13) apre col film “Pinturas Huerta del capellan” di Antonio Nevado (Spagna, 2018; 12’). Seguono i film “Alla ricerca dei secoli bui / W poszukiwaniu sredniowiecza” di Jakub Stepnik (Polonia, 2018; 8’). “C’era una volta Iato” di Donatella Taormina (Italia, 2017; 20’). Sullo sfondo di scenari e personaggi realizzati con ombre cinesi, dodici ragazzi narrano la storia di Iato, da città elimo-sicana a ultima roccaforte musulmana di Sicilia in lotta contro Federico II di Svevia. Il corto, estremamente originale per la trovata artistica e narrativa, è stato realizzato in ambito scolastico durante un progetto dedicato alla storia del monte Iato. “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas / Choquequirao, la géographie sacrée des Incas” di Agnès Molia, Nathalie Laville (Francia, 2017; 26’). Ultimi arrivati sulla scena andina, nel XV secolo gli Incas costruirono il più grande impero che l’America avesse mai visto. Sebbene non conoscessero né la scrittura né la ruota, gli Incas si rivelarono geniali architetti, costruendo enormi edifici in pietra e terrazze a più livelli per l’agricoltura. “Oman, il tesoro di Mudhmar / Oman, le trésor de Mudhmar” di Cédric Robion (Francia, 2017; 52’). Un team di scienziati francesi sta conducendo importanti scavi in Oman. Il loro obiettivo è capire come gli abitanti di queste terre siano riusciti a prosperare in un ambiente così ostile, creando tecnologie innovative per la gestione dell’acqua. Il documentario segue l’équipe di giovani archeologi ai quali il deserto riserverà non poche sorprese nel corso di questa emozionante avventura archeologica nel cuore del Medio Oriente. “In morte di un archeologo. Winckelmann, Trieste e il riscatto di una città” di Piero Pieri (Italia, 2017, 58’). L’8 giugno 1768 Johann Joachim Winckelmann, studioso di chiara fama, Prefetto delle Antichità del Vaticano, ideatore della scienza archeologica e della moderna storia dell’arte, muore assassinato a Trieste. L’assassino, Francesco Arcangeli, viene rapidamente catturato, processato e giustiziato. Gli atti del processo rivelano la modernità dell’approccio alle indagini ma lasciano tuttavia molti dubbi sul reale movente di quel sanguinoso crimine. “Il “ragazzo” con la Nikon – Libia. Antiche architetture berbere” di Lucio Rosa (Italia, 2019; 31’). Le antiche oasi che i berberi di Libia “vestirono” di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti.

Una scena del film “Olimpia. Le origini dei Giochi” di Olivier Lemaitre

Il pomeriggio (15-19) di venerdì 15 marzo 2019 apre con il film “Olimpia, le origini dei Giochi / Olympie, aux origines des Jeux” di Olivier Lemaitre (Francia, 2016; 52’). Sia santuario religioso che sito sportivo, Olimpia fu, per quasi mille anni, sede dei giochi più prestigiosi dell’antica Grecia. Gli archeologi hanno indagato gran parte del sito e hanno rinvenuto grandi quantità di ceramiche dipinte che rappresentano gli atleti. Ma queste scene sono una rappresentazione accurata della realtà? Utilizzando ricostruzioni e immagini tridimensionali, il documentario riporta in vita le meraviglie passate di Olimpia e immerge lo spettatore nel cuore dei celebri Giochi. Seguono i film “Tavsan Adası” di Gerhard Lampe (Germania, 2017; 44’). Un team dell’Halle Institute of Media, autorizzato ad accompagnare la campagna di scavi sulla penisola di Mileto nel 2015, ha potuto così documentarne i risultati più importanti. Grazie alla scoperta di François Bertemes di un porto cittadino dall’età del Bronzo sull’isola Tavsan Adası, adesso è possibile ricostruire importanti aspetti della cultura minoica e dimostrare come il commercio minoico fosse molto più grande di quanto si pensasse in precedenza. “#inminimismaxima” di Pierre Gaignard, Laura Haby (Francia, 2018; 52’). “La natura è la più grande nelle piccole cose” (Plinio il Vecchio). È a partire da piccoli indizi, scoperti metodicamente nella terra, che gli studiosi di Preistoria restituiscono i modi di vita dei nostri avi. Questo film ibrido, artistico e archeologico, invita a pensare l’Umanità di ieri guardando quella di oggi e viceversa. L’archeologo e il regista si confrontano con l’assenza di documenti scritti col medesimo sguardo etnografico. “Sekar Arum – La forgiatura del Gamelan giavanese / Sekar Arum – Forging the Javanese Gamelan” di Maurice Gunning (Indonesia-Irlanda, 2017; 5’). “Il sarcofago ghiacciato della Mongolia / Le sarcophage glacé de Mongolie” di Cédric Robiom (Francia, 2013; 52’). Nelle steppe ghiacciate dell’Altai, una spedizione archeologica franco-mongola si accinge a scavare la sepoltura di 2.300 anni di un guerriero scita. Attratti dall’insolita situazione, alcuni nomadi kazaki hanno allestito il loro accampamento estivo vicino agli scavi. Dunque l’archeologia e l’etnologia collaborano per rivelare inquietanti somiglianze tra questi due popoli separati da 2000 anni.

Una scena del film “Mesopotamia. In memoriam” di Alberto Castellani

Il programma della sera (20.45-23) di venerdì 15 marzo 2019 inizia con il film “Mesopotamia in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” di Alberto Castellani (Italia, 2019; 50’). Il film intende proporre un’indagine sul “passato” e sul “presente” della Mesopotamia e in particolare sulla grande stagione della nascita e dello sviluppo della cultura urbana in Iraq. Grazie al secolare apporto della ricerca archeologica emerge nella “terra tra i due fiumi” una lunga storia fatta di insediamenti e di figure entrate nel mito. Segue il film “L’enigma della tomba celtica / L’énigme de la tombe celte” di Alexis de Favitsky (Francia, 2017; 90’). Fine 2014: a Lavau, vicino a Troyes, nello Champagne francese, alcuni archeologi dell’Inrap riportano alla luce una necropoli dell’età del Ferro in cui fanno una scoperta straordinaria: sotto un enorme tumulo, in una camera funeraria di 14 metri quadrati, c’è uno scheletro adornato con bellissimi gioielli. Il suo corpo è circondato da oggetti di lusso, tra cui un servizio di piatti che comprende anche magnifici pezzi greci ed etruschi. La tomba di questo ricco uomo celtico morto nel V secolo a.C., ormai soprannominato “il principe di Lavau”, costituisce una delle più importanti scoperte archeologiche in ambito europeo.

Una scena del film “Gladiatori, il ritorno” di Emmanuel Besnard e Gilles Rof

Sabato 16 marzo 2019, quarta giornata. Il programma del mattino (9.30-13.30) inizia con il film fuori concorso “La Villa dei Quintili, la tenuta e il Casale di Santa Maria Nova” di Roberto Bonavenia (Italia, 2018; 7’). Seguono i film “ArtQuake” di Andrea Calderone (Italia, 2017; 60’). L’Italia vive una condizione unica al mondo: possiede un patrimonio storico artistico inestimabile e presenta un elevato rischio sismico. ArtQuake affronta questa situazione eccezionale approfondendo il rapporto tra comunità umane, fenomeni naturali e creazione artistica, un rapporto che il terremoto ogni volta mette in crisi e riafferma. “Scritto sulla pietra / Nebeshteh bar Sang / Written in stone” di Farhad Pakdel (Iran, 2014; 17’). “Gladiatori, il ritorno / Gladiateurs, le retour” di Emmanuel Besnard, Gilles Rof (Francia, 2016; 26’). Oltre quindici secoli dopo la loro scomparsa, i gladiatori sono tornati nell’anfiteatro di Arles in Francia, con combattimenti e corsi di formazione. Promotore di questo ritorno è l’esperto di arti marziali Brice Lopez, che da vent’anni dedica la sua vita a ricostruire meticolosamente le regole e il contesto di queste antiche battaglie. Con il suo team offre ai ricercatori e al pubblico una nuova visione, lontana dalle fantasiose versioni hollywoodiane, di quello che è stato il primo grande spettacolo nella storia dell’umanità. “Il papiro dimenticato della Grande Piramide / Le Papyrus oublié de la Grande Pyramide” di Williams Gwyn (Regno Unito, 2017; 90’). Per migliaia di anni, la Grande Piramide di Giza ha esercitato il suo forte fascino e molti archeologi hanno voluto capire i segreti della sua costruzione. Oggi il mistero è finalmente rivelato. La scoperta del papiro più antico mai trovato in Egitto permette di rispondere a tutte queste domande: chi erano gli operai e quanti erano? Quali erano i loro strumenti? Con quali mezzi sono stati trasportati i blocchi di pietra?… Scritto da un certo Merer, uomo di fiducia del faraone Cheope, questo registro è una miniera di informazioni per la missione archeologica franco-egiziana che l’ha rinvenuto nel 2013 nel sito di Wadi el-Jarf. Un’indagine archeologica unica che getta finalmente luce sulla costruzione della Grande Piramide.

Il film “La Donna a Pompei” di Oreste Tartaglione

Il popolo dei Beja documentati dai fratelli Castiglioni

Il pomeriggio (15-19.30) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “La donna a Pompei” di Oreste Tartaglione (Italia, 1966; 11’). Seguono i film “Apud Cannas” di Francesco Gabellone (Italia, 2017; 16’). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. “Pompei 3D, una storia sepolta” di Maria Chiffi (Italia, 2015; 26’). L’obiettivo del film-documentario è quello di ricreare in 3D, luoghi, ambienti e situazioni esattamente come erano in origine, allo scopo di condurre i visitatori/spettatori in una sorta di “viaggio nel tempo” e poter rivivere virtualmente uno dei siti archeologici più importanti della storia. “The Big Dig archeological site animation” di Rob Boyd (Australia, 2018; 9’). “Pecunia non olet. L’odore dei soldi nell’antica Pompei” di Nicola Barile (Italia, 2018; 40’). Come avrebbe detto Vespasiano “pecunia non olet”, ma i soldi, anche a Pompei, un odore ce l’avevano. A volte sgradevole, come l’afrore dei copri nei lupanari, il sudore dei vogatori, il pesce marcio nel garum, l’urina per smacchiare; a volte piacevole, come quello delle profumerie e delle panetterie. Un viaggio negli odori dell’antica Pompei, che oggi il nostro olfatto non riesce più a percepire. “I dimenticati di Laninca / Les oubliés de Laninca” di Pierre-Jean Micaelli (Francia, 2019; 55’). A Lano, un villaggio al centro della Corsica, la scoperta nel 2015 di un tesoro archeologico di grande importanza, segna la comunità scientifica e l’inizio di tre anni di scavi su una falesia con corde e cantieri di fortuna. Dopo ore di difficili riprese e di montaggio, il documentario, con le immagini originali del momento della scoperta, è un invito a condividere un tuffo nella Storia dell’Umanità. “I Beja, un popolo antico” di Alfredo e Angelo Castiglioni (Italia, 2018; 40’). Un viaggio di ritorno a Berenice Pancrisia, la città “tutta d’oro” degli antichi egizi, attraverso un’area abitata dai Beja-Bisharin, un’etnia ancora poco conosciuta del Deserto Nubiano. La semplice vita di questa popolazione è documentata attraverso le immagini girate nel corso della missione archeologica in Sudan. “I primi sciamani del Sud Africa / Le premiers chamanes d’Afrique du Sud” di Nathalie Laville, Agnès Molia (Francia, 2018; 26’). In nessun’altra parte del mondo è stato riscontrato un numero così elevato di testimonianze di arte rupestre. Ma cosa ci dicono queste opere? Quali messaggi, quali storie hanno lasciato questi antichi pittori? Dopo anni di ricerche, gli archeologi sono finalmente riusciti a decodificare queste immagini, scoprendo così la vita privata dei primi sciamani del Sud Africa…

Il regista Marc Jampolsky

Il programma della sera (20.45-23) di sabato 16 marzo 2019 apre con il film “Versailles, il palazzo riscoperto del Re Sole / Versailles, rediscovered palace of the Sun King” di Marc Jampolsky (Francia, 2018; 52’). La nuova tecnologia all’avanguardia ci ha fornito i mezzi per esplorare le strutture architettoniche, non più visibili all’occhio umano. Nel film, usiamo queste tecniche vengono sfruttate per rivisitare il palazzo originale, la maggior parte del quale scomparso da tempo, con immagini 3D. È un viaggio attraverso la vita di Versailles, dalla sua ideazione da parte di Luigi XIV al sito storico così come lo vediamo oggi. Seguono i film “Tulsa” di Parviz Shojaei (Iran, 2018; 7’). “Lago di Ginevra: lo tsunami gigante / Lake Geneva: the giant tsunami” di Laurent Graenicher (Francia-Svizzera, 2018; 52’). Un millennio e mezzo fa, Ginevra fu distrutta da un’onda gigantesca. Grazie alle indagini condotte dagli scienziati e con l’aiuto di immagini e animazioni generate al computer, capiremo cosa è successo 1500 anni fa e, in particolare, che una catastrofe della stessa portata potrebbe ripetersi di nuovo non solo nello stesso luogo ma anche in tutti i laghi del mondo.

“I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno

Quinta giornata domenica 17 marzo 2019. Il mattino (10-14) inizia con il film “I leoni di Lissa” di Nicolò Bongiorno (Italia-Croazia, 2018; 90′). Il documentario evoca la storia della leggendaria battaglia navale di Lissa (1866), scontro simbolo e icona della marineria moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’Unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba moderna. Seguono due film fuori concorso: “L’arte in guerra” di Massimo Becattini (Italia, 2016/2017; 64′). Il film racconta la storia di quegli italiani che con coraggio e scaltrezza si impegnarono nella salvezza del patrimonio artistico nazionale nel corso della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di Rodolfo Siviero, agente dei servizi segreti e doppiogiochista, e poi di Emilio Lavagnino, funzionario del Ministero a Roma, e infine di Pasquale Rotondi, Soprintendente alle Gallerie delle Marche. Tre uomini, tre storie che si intrecciano nella stessa battaglia contro i saccheggi artistici dei nazisti e che proteggeranno dalle bombe alleate opere d’arte di inestimabile valore. “Michelangelo – Infinito” di Emanuele Imbucci (Italia, 2018; 93′). Un film-evento in cui lo spettacolo del cinema incontra l’emozione dell’arte. Un ritratto avvincente dell’uomo e dell’artista Michelangelo, genio assoluto dell’arte universale, raccontato con riprese di forte impatto. Michelangelo (E. Lo Verso) e Vasari (I. Marescotti) ci conducono con le loro interpretazioni nel ‘mondo di Michelangelo’, attraverso accurate ricostruzioni storiche, in un’esperienza di pura bellezza e poesia.

La giuria del premio Francovich con al centro Syusy Blady, i due registi Marco Melluso e Diego Schiavo, e l’attore Luciano Manzalini sul palco di Tourisma (foto Graziano Tavan)

Il pomeriggio di domenica 17 marzo 2019, gran finale del Firenze Archeofest, inizia alle 16 con il film fuori concorso “La Signora Matilde. Gossip dal Medioevo” di Marco Melluso, Diego Schiavo (Italia, 2017; 50′). Documentario e finzione si mescolano in un film dai toni divertenti che racconta vicende, successi e gossip di Matilde di Canossa, una delle donne più potenti e glamour del passato. Il film intende raccontare la Storia e i suoi protagonisti in un’ottica nuova e con un taglio ironico, con l’obiettivo di coinvolgere e avvicinare il grande pubblico, anche quello più giovane. Una brillante interpretazione di Maurizia Giusti (Syusy Blady) che insieme ai registi ha vinto il premio “R. Francovich” 2018 per la divulgazione del Medioevo. Segue la cerimonia di premiazione con la consegna del Premio “Firenze Archeofilm” al documentario più votato dal pubblico; del Premio “Università di Firenze” assegnato dalla giuria composta da: Domenico Lo Vetro, Silvia Pezzoli, Federico Pierotti; e del Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi” al miglior film di archeologia preistorica, assegnato dalla giuria composta da: Fabio Martini, Federico Pierotti, Massimo Tarassi. Quindi il film fuori concorso “Il cacciatore di dinosauri” di Massimiliano Sbrolla (Italia, 2018; 45’). Proiezione in collaborazione con National Geographic Il bacino del Nemegt nel deserto del Gobi in Mongolia è la perla della paleontologia mondiale per l’incredibile conservazione dei fossili e per la ricchezza dei giacimenti. La ricerca sul terreno si basa su mappe disegnate a mano e l’esplosione del mercato nero dei fossili ha decimato importanti giacimenti. Federico Fanti, paleontologo ed esploratore National Geographic, coordinerà l’unica missione internazionale a guida italiana composta da 15 esperti. Chiude la seconda edizione di Firenze Archeofilm la proiezione del film vincitore.