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“Defacing the Past”: una mostra al British Museum di Londra illustra la particolare applicazione della “damnatio memoriae” sulle monete imperiali romane confrontate con esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia. Ne parla l’archeologo numismatico Dario Calomino

Il cosiddetto “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo con il ritratto del figlio Geta cancellato

Ritratti scalpellati e violentati, statue distrutte, monumenti danneggiati: quando si voleva cancellare il ricordo di un personaggio pubblico non si rispettava niente e nessuno. In ogni epoca, in ogni luogo. È la cosiddetta Damnatio memoriae, che nel diritto latino avrebbe indicato la pena della cancellazione della memoria di una persona e la distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se quella persona non fosse mai esistita. In Egitto, ad esempio, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari, a Tebe, sulla sponda ovest del Nilo, è forse uno dei casi più famosi: statue rimosse, frantumate o sfigurate. Alla morte della regina-faraone infatti Thutmosi III prima e il figlio Amenofi II poi procedettero alla sistematica cancellazione di Hatshepsut dai monumenti, eliminando la sua figura e i suoi cartigli. E nel mondo romano sono stati molti gli imperatori colpiti dalla damnatio memoriae. Ricordiamo, tra gli altri, Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano. Ma la stessa condanna non risparmiò neppure uomini e donne di spicco, come Seiano, il braccio destro dell’imperatore Tiberio, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far sì che se ne perdesse ogni traccia. Emblematico proprio il caso di Geta: sul famoso “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo il volto di Geta appare cancellato. Il nome di Geta, invece, è stato fatto “sparire” sempre da Caracalla dall’arco del padre Settimio Severo nel foro a Roma, sostituito dalle parole optimis fortissimisque principibus, mentre la sua figura è stata abrasa dall’arco severiano di Leptis Magna, il Libia.

Il manifesto della mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome” allestita al British Museum di Londra

Dario Calomino, archeologo numismatico

Ma la damnatio memoriae non interessò solo i monumenti: l’immagine del personaggio caduto in disgrazia fu cancellato qualche volta anche dal dritto delle monete circolanti. Lo spiega bene la mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome”, allestita nella sala 69 del British Museum di Londra fino al 7 maggio 2017, che affronta la storia romana da una prospettiva diversa, quella delle monete con immagini abrase per condannare la memoria di imperatori romani deceduti o per minare il potere di quelli ancora viventi. La mostra presenta una selezione di monete, iscrizioni, sculture e papiri che mostrano immagini e simboli di potere cancellati nell’antichità. Ci sono esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia, a dimostrazione che i romani continuarono una consuetudine molto antica. “L’abitudine di cancellare dalle iscrizioni i nomi dei governanti e leader politici caduti in disgrazia”, spiega Dario Calomino, archeologo numismatico al British Museum, “così come di deturpare o distruggere le loro immagini, esisteva in Egitto e in Medio Oriente, come nel mondo greco. Nell’antica Roma si consolidò tra il II sec. a.C. e il III sec. d.C. Le monete però sono state abrase solo raramente. Ciò dipende dal fatto che, poiché le monete continuavano a circolare anche dopo la damnatio memoriae, la gente temeva che un’alterazione del conio potesse minarne la sua validità. Per questo le monete sono state cancellate solo in circostanze eccezionali”.

L’eccezionale Cameo Blacas con l’effige del divo Augusto conservato al British Museum di Londra

Uno dei pezzi più pregiati in mostra è il famoso Cameo Blacas, al British Museum dal 1867, quando fu acquisita la famosa collezione di antichità che Luigi, duca di Blacas, aveva ereditato dal padre, tra cui il Tesoro dell’Esquilino. Il cameo romano antico, in sardonica con quattro strati alternati di bianco e marrone, insolitamente grande (quasi 13 centimetri), mostra la testa di profilo del divo Augusto, realizzato probabilmente dopo la sua morte avvenuta nel 14 d.C. “La damnatio memoriae scattava più frequentemente quando gli imperatori avevano fretta di essere proclamati divi prima della morte”, spiega Calomino. “Tutti gli imperatori sono stati divinizzati dopo la loro morte, ma questo non era sufficiente per alcuni che, come Caligola, voleva essere divo in vita. Altri imperatori erano considerati non meno pericolosi perché volevano cambiare la religione della tradizione romana. Come è il caso di Eliogabalo. Una delle sue monete è in mostra: non è stata abrasa, ma presenta l’imperatore come sommo sacerdote del dio siriano Sole-Elagabal, che voleva porre al di sopra di Giove”. Da questo momento il potere imperiale è diventato sempre più transitorio e, nella prima metà del III sec. d.C. assistiamo a una sequenza di generali che vengono acclamati e deposti a tempo di record dalle diverse legioni dell’impero. “Ci sono due esempi interessanti di monete coniate da Massimino il Trace, imperatore per un brevissimo periodo dal 235 al 238, deturpate in modo diverso: una mostra il volto graffiato dell’ex dittatore, mentre l’altra ha un lato interamente lisciato, su cui è stata incisa una H, che per i greci indicava il numero 8, per registrare il valore della moneta. Ma è stato lasciato leggibile il nome e il simbolo della città di emissione”.

Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

Napoli e Pompei: museo Archeologico nazionale e scavi. Bilancio di una partnership preziosa: mostre, collaborazioni internazionali, restauri, riaperture, e una grande risposta del pubblico. Dopo l’Egitto, ora si affronta il rapporto con la Grecia

Il soprintendente Massimo Osanna e il direttore Paolo Giulierini presentano sotto il Toro Farnese programmi e bilanci degli Scavi di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli

Progetti di mostre ambiziosi, numeri di presenze da capogiro: dati resi noti in occasione della presentazione delle due mostre più prossime da parte del direttore generale della soprintendenza Pompei, Massimo Osanna, e del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini: Pompei e i Greci (Scavi di Pompei, Palestra Grande, 12 aprile – 27 novembre 2017) e Amori divini (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, 7 giugno – 16 ottobre 2017). Ma vediamo con ordine programmi e bilanci, in parte già descritti da archeologiavocidalpassato.

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

Pompei e le civiltà del Mediterraneo: un progetto espositivo pluriennale Dopo la grande mostra su Pompei e l’Europa, allestita nel 2015 in due sezioni al museo Archeologico nazionale di Napoli e nell’Anfiteatro di Pompei, la soprintendenza di Pompei e il museo Archeologico nazionale hanno ideato e promosso, in stretta collaborazione, un progetto espositivo esteso, con l’organizzazione di Electa. Un programma di grande valore che si inserisce in una ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. Il primo capitolo Egitto Pompei, nel 2016, articolato in tre esposizioni (Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano, Torino, Museo Egizio; Egitto Pompei, Scavi di Pompei, Palestra Grande; Egitto Napoli. Dall’Oriente, Napoli, Museo Archeologico Nazionale), ha raccontato influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/). Nella primavera 2017, la secondo tappa del progetto vede protagonista la Grecia, nel suo rapporto con Pom­pei, la Campania e il mondo romano.  Il 12 aprile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), la mostra Pompei e i Greci, curata dal direttore generale soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (università della Campania Luigi Vanvitelli), racconta al pubblico le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediter­raneo greco, mettendo a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Il 7 giugno, inaugura al Mann la mostra Amori divini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, che illustra i miti di trasformazione o metamorfosi e la loro rilet­tura da parte del mondo romano, permettendo al contempo di mostrare molti dei capolavori del Museo sotto nuova luce, in una collocazione diversa da quella consueta, come tessere più lontane di racconti che dall’antichità arrivano fino a noi anche attraverso opere del Rinascimento e del Neoclassicismo.

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Strategie di condivisione e di rete Dopo la prima collaborazione internazionale per la mostra itinerante Pompeii. The Exhibition, negli Usa fino a maggio 2018, il 10 novembre 2016 è stato siglato a San Pietroburgo un accordo di collaborazione che lega per i prossimi quattro anni Ermitage, soprintendenza Pompei e museo Archeologico di Na­poli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/16/mostre-convegni-restauri-scavi-archeologici-scambi-culturali-siglato-protocollo-di-collaborazione-tra-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-gli-scavi-di-pompei-e-il-museo-ermitage-di-san-pie/): oltre allo scambio di opere per la realizzazione di mostre congiunte, le tre istituzioni lavoreranno insieme per condividere esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, per organizzare conferenze scientifiche, seminari e tavole rotonde, confrontandosi sull’utilizzo delle nuove tecnologie per la conservazione, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale. In particolare sarà presentata all’Ermitage, nel 2018, una importante mostra su Pompei e i suoi riflessi nella cultura dell’Impero Russo. Il Mann, oltre all’importante rapporto strutturato con il Getty Museum di Los Angeles, ha potenziato il dia­logo con fondazioni private (Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo e Fondazione Ligabue) e con associazioni (Scarlatti, Astrea, Festival Barocco) che hanno contribuito alla crescita del numero di visitatori e continuano a farlo.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Dalla mostra alla collezione permanente Nell’ambito del progetto espositivo dedicato alle civiltà del Mediterraneo, la nuova sezione del museo Archeo­logico Egitto Napoli. Dall’Oriente è stata funzionale alla riapertura della Sezione Egizia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e della Sezio­ne Epigrafica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/06/grandi-riaperture-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-con-la-sezione-egiziana-torna-fruibile-la-sezione-epigrafica-collezione-di-iscrizioni-greco-romane-tra-le-piu-prestigiose-al-mondo-dalle/), riallestite per l’occasione e secondo un itinerario articolato per temi: sono state così esposte testimonianze della diffusione del culto isiaco a Ercolano, a Capua, ancora a Pompei, recuperando opere famosissime (come gli affreschi con cerimonie isiache da Ercolano, o le coppe di ossidiana da Stabia) o opere ritenute disperse (come la nicchia isiaca dai praedia di Giulia Felice a Pompei), ripresentando attestazioni dei contatti con i Nabatei della penisola Arabica devoti a Dusares, scoperte a Pozzuoli negli anni del regno di Carlo di Borbone e già esposte all’Herculanense Museum, o le iscrizioni della necropoli ebraica di Napoli mostrate per la prima volta al pubblico dall’epoca della loro scoperta.

Gli scavi di Pompei nel 2016 sono stati frequentati da quasi 3milioni 300mila visitatori

2016: numeri in crescita Il 2016 ha visto un importante incremento degli ingressi nei luoghi della cultura statali, crescita nella quale il sud gioca un ruolo importante: la Campania, al secondo posto della classifica delle regioni con il maggior numero di visitatori nei musei statali, ha registrato oltre 8 milioni di ingressi. Per la visita agli Scavi di Pompei sono stati staccati 3.283.740 biglietti, mentre al museo Archeologico nazionale 452.000, con un aumento di circa 102.000 visitatori rispetto al 2015. Al Mann, la crescita del numero di visitatori è stata sicuramente favorita – oltre che da una innovativa cam­pagna di comunicazione attraverso le varie forme d’arte del progetto Obvia (cartoon, fumetti, spot d’autore, grandi testimonial come Erri De Luca) – da mostre importanti (Mito e Natura, Carlo III), esposizioni di arte con­temporanea (Giorni di un futuro passato di Adrian Tranquilli) e mostre di oggetti conservati nei depositi (Mostra su Ercole liberato). Tra le varie iniziative promosse dal museo ricordiamo la riapertura al pubblico dei giardini storici, conferenze e iniziative dedicate (Festival Fuoriclassico, Festival di Musica Borbonica), l’apertura serale del museo ogni giovedì, al costo di soli 2 euro, nonché le azioni di fidelizzazione del grande pubblico (come il calendario con il Calcio Napoli). Ad aprile inaugurerà Festival Mann/Muse al Museo (19-25 aprile 2017), il primo Festival internazionale orga­nizzato da un museo autonomo statale e costruito sui principi della valorizzazione dei Beni Culturali dettati dalla Riforma Franceschini. Sullo sfondo la prossima apertura dei nuovi laboratori di restauro (12 maggio), della sala del plastico con ap­porti multimediali (19 maggio), della caffetteria entro l’anno.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

Il manifesto del concerto di David Gilmour a Pompei il 7 e 8 luglio 2016

Nel corso degli ultimi due anni le attività di Pompei hanno seguito un duplice filone, che ha determinato oltre all’aumento dei visitatori che nel 2017 sta registrando in ciascun mese una crescita costante del +20 % circa di pubblico rispetto allo scorso anno, anche il consolidamento di un’immagine positiva del sito che funge da elemento indiscusso di attrazione. Le attività di valorizzazione, quali le mostre condivise con il Mann sono state di fondo precedute dalle numerose attività di restauro e messa in sicurezza delle strutture archeologiche previste dal Grande progetto Pompei, che oltre a restituire l’integrità delle strutture e fermare il degrado, hanno consentito anche l’ampliamento dell’offerta di visita, con l’apertura di ben 30 Domus/edifici restaura­ti negli ultimi due anni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/; https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/12/25/scavi-di-pompei-per-natale-i-visitatori-hanno-trovato-tre-doni-restituiti-il-piccolo-lupanare-la-casa-di-obellio-firmo-e-la-casa-di-marco-lucrezio-frontone-grazie-agli-interventi/) e la restituzione della rete viaria completa di intere Regiones. Le attività di valorizzazione che sono seguite si sono concretizzate nella realizzazione di mostre per la prima volta, dopo anni, organizzate all’interno dell’area archeologica (quali quelle condivise con il MANN), alle quali si sono aggiunte: l’esposizione delle colossali sculutre di Mitoraj nel sito fino a maggio 2017; le due mostre all’Antiquarium Per grazia ricevuta ormai conclusa e Il corpo del reato fino al 27 agosto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/17/il-corpo-del-reato-in-mostra-a-pompei-un-primo-lotto-di-tesori-antichi-prove-del-saccheggio-del-patrimonio-archeologico-di-campania-puglia-basilicata-avvenuti-tra-il-1970-e-il-1/). In maniera permanente sono stati anche esposti alla Palestra Grande gli affreschi provenienti da Moregi­ne, e si è avviato l’innovativo progetto di musealizzazione diffusa con la ricollocazione in loco di reperti ori­ginali negli ambienti di provenienza (la cucina della Fullonica di Stephanus e il triclinio della Villa imperiale) e che sarà riproposta anche in altri luoghi degli scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/25/pompei-ecco-il-museo-diffuso-dai-cubicula-ricreati-nella-villa-imperiale-alla-cucina-nella-fullonica-di-stephanus-e-poi-arredi-nelle-domus-e-reperti-organici-alla-palestra-grande/). Una grande riapertura è stata quella dell’Antiquarium di Pompei dopo ben 36 anni, con spazi per mostre temporanee, sale di proiezione multimediale con rico­struzioni in 3d e un grande e attrezzato bookshop. E ancora la riapertura dal 2014 delle scene del Teatro grande con spettacoli dal balletto classico, alla lirica, alle tragedie greche, che con la programmazione estiva di quest’anno si ripeteranno con il Teatro stabile di Napoli. Ancora i due grandi eventi/concerto all’Anfiteatro degli scavi (David Gilmour, corredata dalla Mostra Pompei Underground e Elton John: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/18/musica-e-archeologia-a-pompei-per-la-prima-volta-lanfiteatro-romano-apre-alle-rockstar-con-il-pubblico-il-7-e-8-luglio-david-gilmour-il-12-elton-john-e-nelle-gallerie-divenute-sede-esp/ ), le passeggiate not­turne abbinate a spettacoli di danza e performance teatrali che si riproporranno per la stagione estiva nell’area del Foro. L’inaugurazione del percorso Pompei per tutti itinerario facilitato di visita all’area archeologica per persone con difficoltà motorie e non solo. E non ultimo la nuova attività di promozione e comunicazione della soprin­tendenza con l’attivazione dei Canali Social che hanno determinato un coinvolgimento sempre più ampio e partecipato del pubblico di utenti, visitatori effettivi e potenziali del sito.

“Le piramidi viste dagli Arabi. L’antico Egitto secondo la visione arabo-islamica”: incontro a Roma con l’archeologo Generoso Urciuoli

La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

L’archeologo Generoso Urciuoli

Qual era il rapporto tra il mondo dei faraoni e i nuovi conquistatori arabi? In che modo il mondo islamico si relazionò con il passato di quel territorio dalla cultura millenaria? Si può parlare di un’egittomania di matrice arabo/islamica? In che modo gli studiosi islamici si rapportarono con la scrittura geroglifica? Si potrebbe affermare che lo studio dell’antico Egitto è iniziato a partire dal IX secolo? Può un territorio, indipendentemente dalle cesure e dalle Civiltà che si sono susseguite, rimanere intriso di memoria culturale, compresi anche alcuni aspetti religiosi? Domande intriganti, temi che mostrano come si possa affrontare un argomento noto come la civiltà del Nilo da un’altra angolazione, meno usuale: risposte e temi che saranno trattati all’interno della conferenza “Le piramidi viste dagli Arabi. L’antico Egitto secondo la visione arabo-islamica”, giovedì 16 marzo 2017, alle 16.30, in sala Spinelli a Palazzo Baleani, in corso Vittorio Emanuele II 244 a Roma, promossa dal Centro Studi Petrie, in collaborazione con l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente). Protagonista dell’incontro Generoso Urciuoli, laureato in Civiltà Bizantina all’università di Torino, e un percorso di formazione in ambito archeologico con un master in tecniche di scavo archeologico e corsi di alta specializzazione in “instrumentum domesticum” (Pontificio Istituto Archeologia Cristiana di Roma), in ceramica e Archeologia subacquea (Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera). Con Urciuoli il punto di vista sull’Antico Egitto non sarà eurocentrico ma verrà proposta la visione arabo-islamico tramite l’analisi di documenti redatti dagli scrittori arabi di epoca medievale.

Egitto. Scoperti alla periferia del Cairo, dove tremila anni fa sorgeva la grande città di Eliopoli, i frammenti di una statua colossale di Ramses II. Probabilmente veniva dal tempio che il grande faraone della XIX dinastia aveva costruito proprio a Eliopoli. Entusiasmo delle autorità egiziane

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale di Ramses II appena scoperta

La cartina del Basso Egitto con al centro il sito di Eliopoli

“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”: il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani, ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far sapere al mondo della scoperta da parte di un gruppo di archeologi egiziani e tedeschi dei frammenti di una statua colossale di Ramses II alla periferia del Cairo, nel sobborgo di el-Matariya, oggi poco più di una baraccopoli annessa alla zona industriale, ma quattromila anni fa sede di Eliopoli, una delle più importanti città dell’Antico Egitto, che ospitava – tra l’altro – un grande tempio solare analogo – si ritiene – a quello di Abu Gurab, tra la piana di Giza e Saqqara. “Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro”, continua il ministro. “Accanto alla statua gigante anche un’altra di circa un metro del faraone Seti II, entrambi appartenenti alla XIX dinastia”. E conclude: “Il colosso di Ramses II appena rinvenuto a el-Matariya verrà con tutta probabilità esposto all’ingresso del Grande museo egizio che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno al Cairo”. Non è una novità che le autorità egizie sfruttino le nuove scoperte come promozione della terra dei faraoni, in questo Zahi Hawass è stato insuperabile, ma oggi l’Egitto ha particolarmente bisogno di rialzare attenzione e interesse dei viaggiatori internazionali che latitano dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Il Paese ha bisogno dei turisti. Non è un caso che proprio l’Egitto sia stato il Paese ospite d’onore della recente edizione di TourismA, il salone internazionale dell’archeologia, a Firenze.

Archeologi e autorità, tutti attorno al frammento della testa colossale di Ramses II scoperta al Cairo

Entusiasta anche il capo del dipartimento Antichità egiziane del dicastero, Mahmud Afifi, parlando della monumentale statua di Ramses II in quarzite, ritornata alla luce spezzata in grandi pezzi. E il capo della missione egiziana, il professor Ayman al-Ashmawy:  “Proprio a Eliopoli sono stati trovati in passato rovine di un tempio dedicato al grande faraone che ha governato dal 1279 al 1213 a.C. che era uno dei più grandi dell’antico Egitto visto che raggiungeva il doppio delle dimensioni del tempio di Karnak a Luxor”. E ora i frammenti di una statua monumentale che secondo Zahi Hawass  “in considerazione delle dimensioni della statua, non possono che appartenere a Ramses II e non a un qualsiasi altro re antico”.

L’escavatrice al lavoro per sollevare la testa di Ramses II a el-Matariya

Per sollevare l’enorme testa, trovata separata dal busto, è stato utilizzato un carrello elevatore, mentre il resto della statua, del peso di 7 tonnellate, è stato recuperato con corde e paranchi. Il ministero delle Antichità, viste le non poche polemiche sollevate sul web, ha negato che la gigantesca statua del faraone possa essere stata danneggiata da una scavatrice durante i lavori di recupero: “Soltanto la testa è stata spostata utilizzando la scavatrice. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del team di archeologi tedeschi autore del ritrovamento. Sono state inoltre utilizzate travi di legno e sughero per evitare danni”.  Anche il capo il capo della missione archeologica Dietrich Raue assicura che la scultura non è stata danneggiata durante lo spostamento, sottolineando anche che diversi monumenti subirono danni in epoca greco-romana.

A Tourisma 2017 tutti in fila per un’esperienza unica: entrare nella camera funeraria di Tutankhamon, ricostruita in scala 1:1, e poi assaggiare lo shedeh, il vino che faceva resuscitare i morti, ricreato nel Trevigano sulla base dei ritrovamenti nella tomba del faraone fanciullo

Tutti in fila per entrare nella camera funeraria di Tutankhamon ricostruita a Tourisma 2017

Tutti in fila per entrare nella camera funeraria di Tutankhamon ricostruita a Tourisma 2017

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1

“Scusi, dov’è la tomba di Tutankhamon? Il mio nipotino mi ha chiesto di accompagnarlo proprio per vederla…”. Chi ha frequentato il palazzo dei Congressi a Firenze per Tourisma 2017, il salone internazionale dell’archeologia, gli sarà capitato più di una volta di sentirsi rivolgere questa domanda da visitatori disorientati dalla complessa e ricca articolazione della kermesse diretta da Piero Pruneti. “Segua la fila…”. E sì, perché per tutti tre i giorni di Tourisma è stata una fila continua, ordinata, emozionata, desiderosa di provare un’esperienza unica: entrare nella tomba del faraone fanciullo, vera attrattiva del salone.  La camera funeraria è stata infatti ricostruita, come Howard Carter la scoprì nel 1922, in scala 1:1 dall’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro, dopo tre anni di studio e lavoro su un progetto scientifico delle università di Torino Padova e Venezia. “Entrando”, spiega l’ideatrice del progetto, l’egittologa Donatella Avanzo, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano”. La copia esatta della camera funeraria ha riproposto gli affreschi, ma anche i gioielli, il trono, gli oggetti con cui il faraone fanciullo fu sepolto. Tra questi c’erano tre anfore con tre tipi di vino diversi. Quello chiamato Shedeh, che doveva aiutare a far rinascere il sovrano, è stato ricreato da un produttore trevigiano, utilizzando semi ritrovati nella tomba.

L'egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita

L’egittologa Donatella Avanzo illustra la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita

“Nella tomba di Tutankhamon”, ricorda Avanzo, “sono state ritrovate ventitré anfore vinarie. Tre, in particolare, erano state collocate rispettivamente a est, a ovest e a sud rispetto al sarcofago: la prima conteneva vino bianco, a bassa gradazione, a indicare il sole debole del mattino; la seconda vino rosso, più forte, come il sole caldo di metà giornata mentre la terza vino shedeh, più alcolico, dolce e gradevole, che si pensava potesse dare al defunto l’energia necessaria per rinascere al termine del suo viaggio notturno. Su questa anfora era riportata la scritta irep nefer nefer nefer, e cioè vino buono buono buono, una sorta di garanzia di qualità che ne indicava lo straordinario livello di pregio, oltre all’annata di produzione e al nome del capo cantina, segno di quanto fosse considerata importante in quella civiltà la cultura vitivinicola”. Shedeh: un vino dunque così buono da essere considerato capace di riportare in vita i morti. Ricreare quel vino, utilizzando le tecniche del tempo, è stata l’improbabile quanto affascinante sfida che hanno deciso di raccogliere Donatella Avanzo e Fabio Zago dell’azienda Antonio Rigoni di Chiarano (Treviso).

L'etichetta del vino Shedeh prodotto dall'azienda trevigiana "Antonio Rigoni"

L’etichetta del vino Shedeh prodotto dall’azienda trevigiana “Antonio Rigoni”

“Tutto è nato nel 2005”, racconta l’egittologa, “quando abbiamo presentato al salone del vino di Torino la ricostruzione di un torchio per la vinificazione utilizzato in epoca ramesside, sulla base di disegni ritrovati nelle tombe e delle ricerche di Patrick McGovern”. Il progetto successivo è stato la ricostruzione tridimensionale, in scala 1:1, della camera mortuaria del “faraone fanciullo” Tutankhamon, scomparso nel 1323 a.C. a 19 anni, e scoperta nel 1922 da Howard Carter. Proprio questa riproduzione, realizzata dall’artigiano Gianni Moro, è stata lo stimolo per spingersi poi oltre e provare a riprodurre quel nettare ritrovato in fondo a una delle anfore della tomba”. Lo shedeh presentato a Tourisma 2017 è stato realizzato con le uve più antiche del territorio trevigiano. “È un progetto”, sottolinea Zago, “che si presta bene all’invecchiamento in bottiglia, rivolto a una clientela medio-alta”. E per dare un tocco di classe, sull’etichetta è stata riportata una famosa dichiarazione d’amore contenuta nel famoso papiro, Harris 500, custodito al British Museum: “Ascoltare la tua voce è per me vino shedeh”.

 

 

“… Comunicare l’archeologia …”: il gruppo Archeologico bolognese nel ciclo del primo semestre 2017 spazia dall’Indonesia alla Terrasanta, dai relitti rinascimentali all’arte di Leonardo, dalle strade dell’impero romano ai monumenti della Nubia dei faraoni

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Un po’ di Oriente, un po’ di Medioevo, un po’ di impero romano, un po’ di Preistoria, senza rinunciare a un’incursione nel Rinascimento. Ecco i temi affrontati da esperti relatori a “… Comunicare l’archeologia …” del primo semestre 2017 il tradizionale ciclo di conferenze promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese il martedì sera nella ormai classica sede del Centro sociale ricreativo culturale “Giorgio Costa” di via Azzo Gardino 48 a Bologna, anche se nel programma non mancano eccezioni per quanto riguarda sia il giorno sia la location. Si inizia martedì 21 febbraio 2017 al centro “Costa” alle 21 con il viaggio alla scoperta dei “Miti sulla pietra: il poema Ramayana in Indonesia” proposto dall’archeologa Silvia Romagnoli, che recupera l’incontro saltato nel precedente ciclo del Gabo. Si salta l’ultimo di carnevale, e si riprende martedì 7 marzo, alle 21, al centro “Costa” con Xabier Gonzalez Muro, archeologo esperto in Archeologia Subacquea, che illustrerà “Il relitto subacqueo di Gnalic. Una testimonianza archeologica rinascimentale del commercio mercantile e navale nell’Adriatico”. Dall’archeologia subacquea all’archeologia cristiana, il successivo martedì 14 marzo, sempre alle 21 al centro “Costa”: Giulia Marsili, assegnista di ricerca al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, interverrà su “Da Gerusalemme a Bologna. Il complesso di Santo Stefano e il pellegrinaggio ai luoghi santi”. Terzo appuntamento del mese, martedì 21 marzo, alle 21 al centro “Costa” ci si sposta nella Nubia dell’epoca dei faraoni: “Kerma, Napata e Meroe: il regno di Kush. Viaggio alla scoperta dei siti archeologici nubiani” è il tema proposto da Maria Giovanna Caneschi, archeologa specializzata in Egittologia. L’ultimo appuntamento di marzo cambia giorno, ora e luogo; domenica 26 marzo, alle 16.30, al museo della Civiltà Villanoviana in via B.Tosarelli 191 a Castenaso  (Bo) “Giuseppe Mantovani intervista Vel Kaikna” di Giuseppe Mantovani con Marco Mengoli, archeologo e docente di italiano e storia, nella parte di Vel Kaikna e Michele Gambetti nella parte dell’intervistatore. Introduzione a cura di Paola Poli, archeologa e curatrice del MUV di Castenaso.

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

Un solo incontro ad aprile, martedì 11, alle 21 al centro “Costa”: Tiziano Trocchi, funzionario archeologo alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna, settore, presenterà “Nuovi dati dagli scavi dell’Interporto di Bologna nel quadro del sistema insediativo e itinerario romano della Regio VIII”. Superate le festività di Pasqua, 25 Aprile e 1° Maggio, si arriva a giovedì 4 maggio: quindi giorno diverso, e diversa sede. In collaborazione con la Raccolta Lercaro, alle 18, proprio nella sede della Raccolta Lercaro, in via Riva di Reno 57 a Bologna, con Alessandro Fichera, archeologo e guida ambientale, supervisore archeologo del restauro della chiesa della Natività di Betlemme, scopriremo “Il restauro della Chiesa della Natività a Betlemme (Stato della Palestina)”. Martedì 9 maggio si torna al centro “Costa”, ma alle 16.30, quando  l’archeologa Erika Vecchietti, specializzata in Archeologia Romana, ci farà viaggiare “Da Piacenza in Provenza: paesaggi lungo l’antica via Julia Augusta”. Ultimi due appuntamenti di maggio al centro “Costa” alle 21: martedì 16, “L’arte preistorica in Europa” con l’archeologo Davide Mengoli, specializzato in Preistoria e Protostoria, Storia e Archeologia del Mondo Antico; martedì 23 maggio, chiude Donatella Mastrosilvestri, archeologa e guida turistica, su “Leonardo, pittore alla corte di Milano”.