“Dagli antichi Aztechi fino ad oggi. Un gioco da perderci la testa!”: un affascinante racconto sul gioco della palla nell’America precolombiana con archeologo Davide Domenici, in occasione della mostra “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue” in corso a Venezia

Aztechi impegnati nel gioco della palla dall’opera “Trachtenbuch” di Christoph Weiditz

Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma e abili giocatori aztechi, provenienti dalle colonie Messicane, incantano nel 1528 la corte di Carlo V. Per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici. Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio… Questa fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato dal gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane. L’artista tedesco Christoph Weiditz immortalò la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. Sembra quasi impossibile che quella sfera di gomma diventata uno dei giochi più popolari e diffusi in Italia e in Europa – per non dire nel mondo – fosse del tutto sconosciuta nel Vecchio Continente prima della scoperta dell’America.  Eppure…

La fondazione Giancarlo Ligabue ha dedicato una giornata al gioco della palla nell’America precolombiana

Dopo Firenze, Rovereto, Napoli, la mostra “Il mondo che non c’era” approda a Palazzo Loredan a Venezia

In Mesoamerica, invece quel gioco lo giocavano da millenni. Come ha ben spiegato domenica 13 maggio 2018, a Venezia in Palazzo Franchetti, Davide Domenici in “Dagli antichi Aztechi fino ad oggi. Un gioco da perderci la testa!”, un affascinante racconto sul gioco della palla nell’America precolombiana, in occasione  della mostra “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue”, in corso a Venezia, a Palazzo Loredan, sede dell’istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti , fino al 30 giugno 2018. La Fondazione Giancarlo Ligabue ha infatti dedicato un’intera giornata di eventi alla sfera di caucciù diffusa in Mesoamerica da millenni – tra rituali religiosi e incontri diplomatici – e conosciuta in Europa solo a metà del Cinquecento. Un tuffo tra i riti, i costumi, le credenze e l’affascinante arte delle culture precolombiane, in una giornata piena di sorprese, di proposte di conoscenza e degustazione, ma anche di  giochi per adulti e bambini, in cui ancora una volta abbiamo scoperto come il Vecchio Continente sia debitore nei confronti del Nuovo Mondo e in particolare, in questo caso, nei confronti  di Maya e Aztechi. Tra i giochi ideati appositamente per i bambini c’è l’antico gioco dell’Ulama, di origine antichissime ma ancor oggi tramandato dai lontani popoli precolombiani. La Fondazione Giancarlo Ligabue punta moltissimo nelle sue mostre a offrire ai visitatori sistemi didattici e di comunicazione innovativi e ricchi di approfondimenti,  per letture a diversi  livelli – app, tablet di supporto, ologrammi, video  – ma anche tante attività per i bambini e le scuole, e visite guidate per adulti, al fine di far comprendere i contesti e offrire spunti e connessioni culturali. Anche in questa prospettiva è quanto mai interessante la collaborazione decisa, proprio in questi giorni, in materia di promozione, didattica e di comunicazione, tra la Fondazione Giancarlo Ligabue e la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, una delle Istituzioni culturali internazionali più prestigiose, tra quelle attive in laguna. La Collezione Guggenheim tra pochi giorni (il 19 maggio 2018) inaugurerà infatti la mostra “Josef Albers  in Messico” che intende far luce sui rapporti tra la creatività dell’artista tedesco (nato a Bottrop nel 1888 e morto a New Haven nel 1976) e le forme e il design dei monumenti precolombiani che Albers ebbe modo di studiare nel corso dei suoi numerosi viaggi in Messico.  Quale migliore occasione, allora, di una connessione tra le due mostre, per quanti vorranno conoscere quella che l’artista definì  la “terra promessa dell’arte astratta” e la cultura che tanto lo affascinò?!

Statuetta di un giocatore di palla esposta a Venezia nella mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

Anche in questa occasione a introdurci e a farci da Virgilio in un universo ancora misterioso, è stato un profondo conoscitore – e appassionato divulgatore – delle culture indigene del Meso e Sud America come  Davide Domenici : archeologo, ricercatore, professore all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico della mostra, promossa dalla Fondazione istituita due anni or sono da Inti Ligabue. “Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù”, ricorda Domenici, “sono state rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri e largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione signorile della Mesoamerica”.

L’archeologo Davide Domenici

“Nel corso dei secoli”, continua l’archeologo dell’università di Bologna, “la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.

Un atleta abbigliato per il gioco della palla su un vaso in mostra a Venezia

Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o grafite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione.  Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica, anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici.

I laboratori per i bambini promossi dalla fondazione Giancarlo Ligabue

“Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco”, conclude Domenici, “i cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi a essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.

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  1. Italina Bacciga says :

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