Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

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