“Il corpo del reato”: in mostra a Pompei un primo lotto di tesori antichi, prove del saccheggio del patrimonio archeologico di Campania, Puglia, Basilicata, avvenuti tra il 1970 e il 1990. In vent’anni depredati più di 800mila reperti

All'antiquarium degli Scavi di Pompei la mostra "Il corpo del reato"

All’antiquarium degli Scavi di Pompei la mostra “Il corpo del reato”

Sono ceramiche, crateri, ex voto, anche qualche falso: dal IV secolo all’età romana. Vengono dalla Campania (Pompei e nei dintorni come Boscotrecase, Gragnano e Sant’Antonio Abate), ma anche da Puglia e Basilicata. In tutto 170 reperti con una caratteristica in comune: ognuno è un “corpo del reato”, come ricorda il titolo della mostra, “Il corpo del reato” appunto, che li presenta, fino al 27 agosto 2017, all’antiquarium degli scavi di Pompei. Ma questi preziosi reperti in mostra sono solo alcuni dell’immenso patrimonio archeologico saccheggiato dai tombaroli. E sono stati proprio i tombaroli a immettere sul mercato clandestino una enorme quantità di oggetti dal valore inestimabile, alcuni dei quali finiti persino in collezioni di musei internazionali come il Getty a Los Angeles e il Metropolitan di New York. Tra il 1970 e il 1990 si calcola siano stati depredati non meno di 800mila reperti. “Questa mostra denuncia lo “stupro” subito dal patrimonio culturale italiano, saccheggiato e clandestinamente rivenduto dal 1960 a oggi”, afferma Massimo Osanna, soprintendente di Pompei. “Il recupero dei reperti consente oggi di esporre qui una piccola parte del “bottino” svincolato e ora in vetrina nell’antiquarium degli Scavi di Pompei”. Si tratta di materiale di deliziosa fattura e di immenso valore, recuperato con operazioni internazionali da carabinieri, guardia di finanza e magistratura e lasciato nel buio di locali blindati, dai quali non poteva essere spostato né mostrato perché costituiva, appunto corpo di reato”.

In mostra decine di vasi di ceramica depredati dai tombaroli in Campania, Puglia e Basilicata

In mostra decine di vasi di ceramica depredati dai tombaroli in Campania, Puglia e Basilicata

Nelle vetrine dell’Antiquarium di Pompei ora sono dunque esposti 170 reperti: ceramiche, statue, anfore, offerte votive che affiancano oggetti di pari bellezza, ma prodotti dai falsari, anche questi finiti per decenni nei depositi giudiziari e ora rispolverati e collocati in teche di vetro. Gli originali di fronte ai fake dimostrano quanta perizia i falsari hanno mutuato dalla storia antica che ha fatto grande l’Italia. “Questi oggetti”, stigmatizza Osanna, “simboleggiano la violazione cui è costantemente sottoposto il patrimonio culturale. Molti di questi reperti provengono dalla Daunia, non sono quindi tutti del territorio campano, ma sono stati trafugati in Puglia e in Basilicata, regioni che hanno maggiormente subito il saccheggio di opere antiche. Purtroppo sono anche una cruda testimonianza della perdita di conoscenza per la nostra società. In molti casi, infatti, non è possibile risalire ai luoghi in cui sono stati trafugati e, nel contempo, alle popolazioni che hanno subito il saccheggio non è più dato conoscere le straordinarie bellezze di cui erano custodi”. I reperti esposti sono stati sequestrati anche a piccoli ricettatori non inseriti nella ramificata filiera del commercio internazionale, dediti piuttosto a rifornire il livello “basso” del mercato, quello dei piccoli antiquari e delle collezioni private. Oggetti, quindi, trafugati e destinati al solo desiderio personale, ma che oggi tornano seppur silenti a essere patrimonio di ogni cittadino del mondo.

I reperti esposti, tutti "corpi del reato", erano conservati nei depositi giudiziari

I reperti esposti, tutti “corpi del reato”, erano conservati nei depositi giudiziari

Osanna sottolinea il valore anche educativo della mostra che “vuole offrire ai visitatori il senso dell’oltraggio arrecato al patrimonio culturale italiano”. I reperti esposti sono associati ai nomi dei detentori illegali ai quali le forze dell’ordine effettuarono i sequestri, avvenuti tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso, quando la razzia di migliaia di siti italiani alimentò preziose collezioni di musei internazionali come il Getty a Los Angeles e il Metropolitan a New York. Per allestire questa mostra, è stato necessario superare i vincoli burocratici che bloccavano questi beni durante i lunghi processi per i quali, appunto, costituivano corpo di reato. Grazie alla sensibilità del giudice Carlo Spagna, magistrato delegato all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Napoli, la soprintendenza di Pompei è entrata in possesso del materiale ora esposto. “Certe cose o si fanno in un giorno o non si fanno”, afferma il giudice Spagna spiegando con quale celerità è riuscito a ottenere ciò che non era affatto semplice: fare uscire dai sotterranei i reperti sequestrati negli anni Settanta, risalendo all’iter giudiziario per constatarne la chiusura. “Altri reperti sono stipati nell’Antiquarium di Stabia e speriamo presto di poterli svincolare per esporli al pubblico”, promette Osanna. I beni archeologici assegnati in via definitiva alla soprintendenza di Pompei provengono da Castel Capuano, a Napoli, sede del Museo Criminale che il giudice Spagna ha auspicato venga presto rinominato Museo delle Regole.

Tra i reperti sequestrati anche qualche falso come il famoso torso di ermafrodita: autentica contraffazione

Tra i reperti sequestrati anche qualche falso come il famoso torso di ermafrodita: autentica contraffazione

Attenti ai falsi. Tra i vasi decorati, utilizzati in epoca romana durante i banchetti, le piccole brocche dipinte finemente di nero, i boccali e i contenitori in vetro per custodire preziosi unguenti, spicca un busto bianchissimo di un ermafrodita. Né volto, né gambe ma il corpo sembra di una giovane donna dai seni appena accennati, vita stretta e fianchi rotondi, ma con portentosi genitali maschili. Ebbene, proprio questo busto è un clamoroso falso. Ed è il più fotografato. “Che sia un falso si ricava dall’analisi della fattura dei capelli e dei peli del pube, scolpita in riccioli”, assicura Luana Toniolo, l’archeologa che ha curato l’allestimento della mostra. Secondo solo al mercato della droga, quello dei falsi archeologici e artistici oggi è un vero e proprio business illegale. Ultimamente si è calcolato che i reperti archeologici immessi sul mercato dai trafficanti sono falsi per circa due terzi del loro volume. Falsi perfetti, o quasi, realizzati da artigiani e rifilati attraverso un’efficiente rete di canali, ai collezionisti privati e ai mediatori stranieri. Ad ogni sequestro, i tecnici delle soprintendenze si impegnano così a valutare l’autenticità degli oggetti custoditi clandestinamente, cercando di riconoscere la contraffazione sulla base degli errori che, involontariamente, il falsario può avere compiuto seguendo gli stili e gli usi del tempo antico. Nei laboratori dei falsari si rifà tutto: bronzi, ceramiche dipinte, monete, statue. Per soddisfare la richiesta di realizzano “falsi inediti” o rielaborati da oggetti veri; i falsi vengono poi venduti singolarmente o mescolati insieme a qualche pezzo autentico.

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3 responses to ““Il corpo del reato”: in mostra a Pompei un primo lotto di tesori antichi, prove del saccheggio del patrimonio archeologico di Campania, Puglia, Basilicata, avvenuti tra il 1970 e il 1990. In vent’anni depredati più di 800mila reperti”

  1. Italina Bacciga says :

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