Miti sfatati. Il Cavallo di Troia? Era una nave: l’hippos fenicio. L’archeologo navale Tiboni rilegge Omero e i relitti antichi e smaschera l’equivoco millenario dovuto al traduttore antico all’oscuro dell’esistenza dell’imbarcazione dei Fenici

"La passeggiata del cavallo i Troia" affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

“La passeggiata del cavallo i Troia” affrescata da Giandomenico Tiepolo nella seconda metà del XVIII secolo nella villa di famigli a Zianigo nella terraferma veneziana

L'archeologo navale Francesco Tiboni

L’archeologo navale Francesco Tiboni

Anche il grande Giandomenico Tiepolo, quando nella seconda metà del Settecento decise di affrescare la villa di famiglia a Zianigo nella terraferma veneziana, non esitò a inserire nei vari soggetti anche un mito universale: il Cavallo di Troia. Eppure quel mito che fa parte dell’immaginario collettivo da millenni potrebbe essere sfatato dai recenti studi di Francesco Tiboni, 39 anni, archeologo subacqueo nato e cresciuto a Vobarno, provincia di Brescia, da tre anni ricercatore all’università di Aix en Provence. Ne parla in un ampio servizio l’ultimo numero della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore). “Il Cavallo di Troia non era un cavallo di legno, bensì una speciale nave da guerra”, assicura Tiboni. L’archeologia navale arriva ora in soccorso dell’interpretazione del celebre episodio narrato da Omero: non il mitico (e improbabile) quadrupede i Troiani avrebbero introdotto dentro le mura della città – in parte abbattendole per farcelo entrare – ma l’Hippos, una nave di tipo fenicio con la polena a testa di cavallo. Un equivoco millenario di una traduzione di un termine ha impedito di conoscere in realtà il marchingegno che fu utilizzato per abbattere le mura di Troia, sostiene l’archeologo italiano che insegna in Francia. Tiboni spiega che l’inganno ideato da Ulisse e allestito dagli Achei fu messo in atto per mezzo di “una nave, piuttosto che di un cavallo”, perchè l’Hippos va identificato con un vascello e non con un quadrupede.

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Disegno con la ricostruzione di un hippos, imbarcazione fenicia

Le navi usate dai commercianti nel mondo antico erano piuttosto larghe e di forma fortemente arrotondate, adatte a trasportare merci di ogni genere”, spiega Lionel Casson, “esperto di navi e navigazione antiche. “Lo scafo di legno veniva costruito senza usare chiodi metallici, le parti venivano tenute insieme da perni anche questi di legno, e per l‘impermeabilizzazione e il riempimento di intersizi si usava stoppa (corda) e pece. I greci chiamavano queste imbarcazioni gaulos (plurale gauloi) e hippos (plurale hippoi), il primo termine significava ‘vasca’ e si riferiva alla forma arrotondata, ma il termine poteva anche derivare dalla parola fenicia golah, il secondo termine faceva riferimento alla forma di testa di cavallo della prua. La stabilità della nave sull’acqua si otteneva con pesi sul fondo, pietre o sabbia se si trasportavano le anfore, le navi erano prive di chiglia o carena. Oltre ai fenici anche i greci, gli italici e forse anche i sardi usavano imbarcazioni simili”. Tiboni non entra nel merito della questione omerica o della giungla delle verità o meno degli episodi narrati da Omero, si sofferma sul cavallo. Fa analisi del testo, intreccia le parole omeriche e di Virgilio con quelle di tecnologia navale. La pancia del cavalo diventa una stiva, le ruote e le lunghe funi con i quali il cavallo fu trasportato sotto le mura di Troia assomigliano al modo in cui, secondo le più recenti ricerche, le navi mercantili venivano tirate con forza. Il cavallo prende forma, si deforma, e si trasforma in nave, in un Hippos. «Una nave che cadde in disuso nei secoli successivi – spiega Tiboni – e chi tradusse in seguito non ne era proprio a conoscenza dell’esistenza. Ma Omero, nei suoi versi, è invece preciso nel suo linguaggio marinaresco». Il lavoro di Tiboni inizia a girare per mesi tra alcuni addetti ai lavori. C’è incredulità, talvolta scetticismo, alla fine convincimento. «Ho trovato più diffidenza tra i giovani ricercatori – osserva -, mentre ho raccolto più attenzione e sostegno tra gli studiosi della vecchia scuola».

Francesco Tiboni, archeologo navale all'università di Aix en Provence

Francesco Tiboni, archeologo navale all’università di Aix en Provence

Ma come e quando la nave è diventata un cavallo? Intorno al VII secolo a. C. è nato l’equivoco, poi ingenerato successivamente anche da Virgilio che ne fu inconsapevole trasmettitore rispetto all’originale di Omero. “Dal punto di vista lessicale, appare evidente che l’apparizione del cavallo risulta legata a un errore di traduzione, un’imprecisione nella scelta del termine corrispondente che, modificando di fatto il contenuto della parola originaria, ha portato alla distorsione di un’intera vicenda”, scrive Tiboni. “Se, infatti, esaminiamo i testi omerici, reintroducendo il significato originale di nave – certamente noto ai contemporanei – non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale. È di certo più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”. E appare più plausibile anche ipotizzare che una grande nave, di un tipo noto per essere solitamente utilizzato per pagare tributi, possa essere non solo interpretata come un dono e un segno di resa, ma anche come un eventuale voto divino. È possibile che, nel corso dei secoli, essendo caduto in disuso il termine navale, l’identificazione dell’Hippos con uno scafo “non fosse più automatica”, sottolinea l’archeologo.

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all'ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

Il grande cavallo di legno innalzato per i turisti all’ingresso del sito archeologico di Troia in Turchia

“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento”, spiega sempre Francesco Tiboni. “E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.). La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare», conclude Tiboni deciso a tradurre tutta la vicenda in un libro.

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One response to “Miti sfatati. Il Cavallo di Troia? Era una nave: l’hippos fenicio. L’archeologo navale Tiboni rilegge Omero e i relitti antichi e smaschera l’equivoco millenario dovuto al traduttore antico all’oscuro dell’esistenza dell’imbarcazione dei Fenici”

  1. Italina Bacciga says :

    Notizia strana ma mi piace

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