Firenze apre le celebrazioni europee del padre dell’archeologia moderna, con la mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi”: cento capolavori tra vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie

Lo storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell'archeologia moderna

Lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, padre dell’archeologia moderna

Con una mostra al museo Archeologico nazionale Firenze apre ufficialmente le celebrazioni previste in varie città d’Europa per il trecentesimo anno della nascita di Johann Joachim Winckelmann (2017) e il duecentocinquantesimo della morte (2018). È vero che ai più probabilmente il nome di Winckelmann dice poco o niente. Ma a studiosi e archeologi, come a studenti di arte antica e appassionati di archeologia il nome di Johann Joachim Winckelmann non passa inosservato. Lo storico dell’arte tedesco, nato a Stendal in Germania nel 1717 e morto assassinato a Trieste (dove è sepolto nella cattedrale di San Giusto) nel 1768, è considerato il fondatore dell’archeologia moderna. Winckelmann fu il primo ad adottare, nella storia dell’arte, il criterio dell’evoluzione degli stili cronologicamente distinguibili l’uno dall’altro. Fra i massimi teorici ed esponenti del neoclassicismo, Winckelmann diede anche un contributo notevole per la storia dell’estetica. Il suo capolavoro, la Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”), pubblicato a Dresda nel dicembre 1763 con la data 1764, fu ben presto riconosciuto come contributo importante nella lettura delle opere d’arte dell’antichità.

Il capolavoro di Winckelmann, Geschichte der Kunst des Altertums ("Storia dell'arte dell'antichità", ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”)

Il capolavoro di Winckelmann, Geschichte der Kunst des Altertums (“Storia dell’arte dell’antichità”, ma tradotto in italiano con il titolo di “Storia delle arti del disegno presso gli antichi”)

In quest’opera la storia dell’arte antica è considerata come il prodotto di determinate condizioni politiche, sociali e intellettuali che erano alla base dell’attività creativa e quindi frutto di successive evoluzioni. In questo modo egli fonda le sue partizioni cronologiche, dall’origine dell’arte greca all’impero romano, sull’analisi stilistica, ma non senza fraintendimenti anche notevoli. Un enorme equivoco in cui Winckelmann cade è che nella sua venerazione per la statuaria greca egli evidenzia il candore del marmo come una delle massime suggestioni estetiche. Però, fin dalla fine dell’Ottocento, si sa, senza ombra di dubbio, che le statue greche di marmo (ma anche i templi) erano completamente ricoperte di colori (perlopiù rosso, nero e bianco). Ma, trattandosi di colori naturali, instabili e solubili, la pioggia li ha dilavati lasciandone minime tracce solo in alcuni interstizi e neppure sempre. L’idea fondamentale della sua teoria è che lo scopo dell’arte sia la bellezza pura e che questo scopo possa essere raggiunto solo quando gli elementi individuali e quelli comuni siano strettamente subordinati alla visione generale dell’artista. Il vero artista seleziona dalla natura i fenomeni adatti ai suoi propositi e li seleziona per mezzo dell’immaginazione, creando un tipo ideale di bellezza maschile, caratterizzato da “edle Einfalt und stille Größe” (“nobile semplicità e quieta grandezza”), un ideale che avrebbe caratterizzato la virilità moderna e lo stereotipo mascolino. Molte delle sue conclusioni, basate sull’evidenza insufficiente delle copie romane, sono state in seguito modificate o rovesciate dalle successive ricerche, ma il genuino entusiasmo per le opere, il suo stile forte e insieme gradevole, le sue vivide descrizioni, rendono tuttora utile e interessante la lettura. Segnò un’epoca indicando lo spirito con cui lo studio dell’arte greca doveva essere abbordato e i metodi con cui i ricercatori potevano sperare di ottenere solidi risultati. I contemporanei percepirono quest’opera come una rivelazione ed essa esercitò una profonda influenza sulle migliori menti dell’epoca.

Il manifesto della mostra "Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell'archeologia in Toscana” al museo Archeologico nazionale di Firenze

Il manifesto della mostra “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana” al museo Archeologico nazionale di Firenze

Firenze dunque dedica una grande mostra allo storico tedesco: “Winckelmann, Firenze e gli Etruschi. Il padre dell’archeologia in Toscana”, aperta al museo Archeologico nazionale di Firenze fino al prossimo 30 gennaio 2017, è l’occasione per ripensare il ruolo di Winckelmann come fondatore della moderna archeologia e iniziatore di una nuova concezione estetica. Per lo studioso tedesco fu decisivo, negli anni della maturità, il soggiorno a Roma (1755-1768) che gli consentì, attraverso la visione diretta di tanti capolavori conservati in musei e raccolte private, di ampliare le conoscenze del mondo antico e ricercare i canoni della bellezza classica. Ma importante per lui fu anche l’esperienza fiorentina (settembre 1758-aprile 1759), quando lavorò al catalogo delle gemme intagliate del barone von Stosch e poté visitare alcune delle collezioni d’arte della città, approfondendo lo studio della civiltà etrusca.

La cosiddetta “Ballerina”, statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede

La cosiddetta “Ballerina”, statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede

Le tre sezioni della mostra mettono a fuoco proprio questo significativo momento dell’attività di Winckelmann, ovvero la Firenze con cui venne in contatto e le opere antiche che vi prese in esame, il suo contributo alla conoscenza dell’arte etrusca e infine i riflessi che i suoi studi ebbero nella diffusione del mito degli etruschi nella cultura europea fra Sette e Ottocento. Al museo Archeologico sono esposti più di 100 pezzi: vasi greci e etruschi, manoscritti e libri rari, statue in marmo e in bronzo, stampe e dipinti, urne e sculture etrusche, gemme e medaglie. Altri capolavori della statuaria etrusca collegati alla mostra (la Chimera e la Minerva di Arezzo, l’Idolino di Pesaro), sono visibili nelle sale dello stesso museo. Fra le rarità da segnalare: i calchi della raccolta completa delle “Gemme Stosch”; la cosiddetta “Ballerina”, una statua romana della collezione Riccardi finora mai uscita dalla sua sede; il taccuino manoscritto di Winckelmann conservato a Firenze; un servito della manifattura di Doccia ispirato a motivi etruschi; la prima e finora unica edizione dell’opera omnia di Winckelmann stampata a Prato nel 1830-1834.

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  1. Italina Bacciga says :

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