Non si farà il film sulle tribù della valle dell’Omo. Il regista Lucio Rosa costretto a rinunciare per le richieste esose delle autorità di Etiopia. Restano i riconoscimenti: pluripremiato “Il segno sulla pietra”

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Una donna con bambino in un villaggio della tribù dei Karo in Etiopia

Il suo cuore è sempre in Africa. Ma stavolta è stata proprio l’Africa a tradirlo, a chiudergli la porta in faccia. Lucio Rosa, regista veneziano, bolzanino d’adozione, aveva deciso di lasciare per un momento le “pietre” e i successi ottenuti con i suoi film di carattere archeologico e di tornare a raccontare l’Uomo, o meglio la cultura originaria di alcuni gruppi tribali in Africa, non ancora contaminati completamente dagli uomini occidentali. Il nuovo progetto prevedeva la realizzazione di cinque film in Africa, ma l’avvio non è stato beneaugurante: il primo, infatti, è stato annullato. “Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo”, già sceneggiato e per il quale le riprese dovevano essere realizzate in Etiopia in questi giorni, appunto tra agosto e settembre 2015, è rimasto lettera morta. Lucio Rosa ha dovuto rinunciare a realizzarlo. I motivi li ha spiegati lui stesso al rientro dal viaggio preparatorio in Etiopia con la moglie Anna nel luglio scorso. “Io e Anna”, racconta ad Archeologiavocidalpassato, “siamo rientrati dall’Etiopia dove dovevamo perfezionare le verifiche e i permessi per il film che volevo girare nel sud della valle dell’Omo, sui gruppi tribali dei Karo, Mursi, Hamer, Dassenach. Purtroppo ho dovuto rinunciare per i folli prezzi che le autorità chiedono per rilasciare i permessi per le riprese dei gruppi tribali, 20-30mila  dollari. Una follia per un film maker indipendente quale io sono”. In realtà un modo come un altro per tenere occhi indiscreti lontano dai progetti perseguiti nell’area che evidentemente non hanno come obiettivo la conservazione di una delle culle dell’umanità, e il prosieguo delle ricerche antropologiche e paleontologiche nella valle dell’Omo. “Peccato”, commenta amareggiato il regista veneziano, che ha iniziato nel lontano 1985 con il film sui pigmei Babinga che vivono nella foresta del nord della Repubblica Popolare del Congo “Babinga, piccoli uomini della foresta”, trasmesso anche da “Quark” su Rai Uno,  per poi proseguire con altri come quello girato in Kenia “Pokot, un popolo della savana”. E lancia l’Sos: “Questo film poteva rappresentare un’ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassench destinati purtroppo a scomparire, come ho verificato sul campo,  anche in tempi brevi. Un villaggio dei Karo che ho visitato nello scorso ottobre, cioè 9 mesi fa, ed che era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più a parte qualche  persona che si “trucca” per accontentare qualche turista, non un viaggiatore che é cosa diversa, pronto ad immortalare con una foto da mostrare agli amici, la sua avventura”.

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

Il regista Lucio Rosa discute con il capo villaggio di una tribù Mursi in Etiopia

È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo. Qui esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze ed etnie, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. “Per poter avvicinarsi a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, racconta Lucio Rosa, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze, i preconcetti e ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di una cultura, di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”, come i Karo, i Mursi, gli Hamer, i Dassenech. Queste quattro etnie possono dare un quadro generale e abbastanza esauriente della ricchezza culturale della regione e delle diversità dei popoli dell’Etiopia”.

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film "Il segno sulla pietra"

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia del film “Il segno sulla pietra”

Da un festival all’altro. Lucio Rosa  è fresco vincitore del 2º Festival Internazionale Cinema Archeologico Altopiano di Asiago – Premio Olivo Fioravanti con il film “IL SEGNO SULLA PIETRA – Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome”, la storia millenaria del Sahara in un alternarsi di fasi climatiche estreme: periodi di grandi aridità, di grandi piogge, e dietro di esse le vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che seppero definire la loro identità non solo attraverso la pura sopravvivenza materiale del gruppo, ma che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico, quindi complesso, il loro vissuto quotidiano ed il loro primitivo bisogno di trascendenza. Il film non è nuovo a riconoscimenti di giurie tecniche e ad apprezzamenti da parte del pubblico. Dal 2° premio del pubblico alla XVII Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, al 1° premio “Capitello d’oro” assegnato dalla giuria presieduta da Sergio Zavoli al 2° Festival Internazionale del Cinema Archeologico di Roma “Capitello d’oro” 2007, “per aver raccontato una storia complessa e sfuggente con semplicità e rigore diversamente dalla maggioranza dei documentari presentati, non cede all’enfasi e alla retorica, ma riesce tuttavia a colpire ed affascinare lo spettatore. Le immagini acquistano movimento e parlano. Le storie si intrecciano, il passato più lontano dialoga col racconto della scoperta. E i richiami a Fabrizio Mori e alla sua avventura sono un omaggio allo studioso delicato e discreto”. Primo premio della giuria presieduta da Ernesto De Miro anche al Festival Inernazionale del Cinema Archeolgico di Agrigento “Valle dei Templi 2007”: “Il film racconta in maniera rigorosa e scorrevole, sempre coinvolgente, nella cornice di un interesse ambientale che non viene mai meno, la storia millenaria di arte rupestre nel Sahara, da quella graffiante e realistica nella evidenza della incisione lasciataci da popolazioni di cacciatori e raccoglitori a quella dipinta e schematizzata nella leggerezza del colore e della linea di contorno, propria delle popolazioni pastorali e dei raccoglitori ormai verso la sedentarietà agricola. La personalità di Fabrizio Mori e della sua scuola paleontologica aggiunge in un breve commento, tocchi di riflessione, con cui lo studioso di oggi accompagna l’entusiasmo e il valore della propria scoperta che consegna importanti conoscenze all’universo delle civiltà più antiche”. E non sono mancati i riconoscimenti internazionali: premio del pubblico all’8° Internationales Archäologie-Film-Kunst-Festival – Kiel – CINARCHEA 2008; premio del pubblico e per la fotografia al 7° Intenational Meeting of Archaeological Film of the Mediterranean Area AGON di Atene – 2008; Honorable Mention for Best Cinematography (by Jury) e Honorable Mention for Best Animation (by Jury) a The Archaeology Channel – The International Film and Video Festival – Eugene – Oregon – USA (2008). Infine premio per il pubblico al 2° Festival Internazionale del cinema Archeologico – Aquileia 2011.

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