Alla scoperta dei tesori di tre secoli di storia presentati nella mostra “Brixia. Roma e le genti del Po” con una guida speciale: il curatore Luigi Malnati, soprintendente dell’Emilia-Romagna

Dal 9 maggio al 17 gennaio al museo di Santa Giulia la mostra "Brixia. Roma e le genti del Po"

Dal 9 maggio al 17 gennaio al museo di Santa Giulia la mostra “Brixia. Roma e le genti del Po”

La mostra “Brixia. Roma e le genti del Po”, in programma del 9 maggio al 17 gennaio nel Museo di Santa Giulia di Brescia, come abbiamo visto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/08/da-annibale-a-catullo-la-romanizzazione-delle-genti-padane-nella-grande-mostra-archeologica-a-brescia-brixia-roma-e-le-genti-del-po-che-si-completa-con-il-parco-archeologico-tra-i/)  ricostruisce, sullo sfondo della pianura del Po, un’area estesa tra gli Appennini e le Alpi e favorita in antico da una posizione privilegiata e dalla presenza di un grande fiume, la fisionomia sorprendente di un luogo d’Italia che divenne vero laboratorio di integrazione tra etnie e culture diverse e cassa di risonanza del confronto fra cultura romana ed ellenismo. E allora cerchiamo di saperne di più sulla mostra approfondendo il percorso della mostra e concedendoci una visita guidata con un accompagnatore speciale, il curatore della mostra Luigi Malnati, soprintendente ai Beni archeologici dell’Emilia-Romagna.

Ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna: documenta la presenza di coloni di origine centro-italica in Romagna

Ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna: documenta la presenza di coloni di origine centro-italica in Romagna

Il percorso della mostra è articolato in 12 sezioni. Nella prima, dedicata ai protagonisti, il visitatore può collegarsi al quadro storico dell’epoca, ai suoi principali eventi e al volto di alcuni grandi uomini, politici e condottieri, che ne furono attori; si attraverserà virtualmente il paesaggio che i romani si trovarono ad affrontare arrivando nella pianura (Prima di Annibale, sezione 2) e le popolazioni che lo abitavano, le loro tradizioni, i primi segni della loro apertura a messaggi culturali nuovi. Qui da non perdere le Lamine in bronzo da Castiglione delle Stiviere (Museo Archeologico Nazionale di Mantova), pertinenti a una tromba da guerra (carnyx), ad un elmo o a elementi di animale totemico; il Busto fittile di guerriero da Ravenna (Museo Archeologico Nazionale di Ravenna), un giovane guerriero in nudità eroica, riferito al modello del Diomede tipo Cuma; la Kelebe a figure rosse da Adria (Museo Nazionale di Adria), grande vaso decorato di produzione volterrana. La guerra (sezione 3) è uno dei temi principali, rappresentato in mostra dal fregio di Talamone e da una serie di eccezionali esempi di elmi e di armature. Ma attraverso la guerra cominciò a farsi strada sempre più incisiva la propaganda romana (sezione 4), una forma lungimirante di fidelizzazione attuata attraverso l’assimilazione in una nuova ideologia religiosa dei santuari sparsi nelle città e nei territori, ancora vincolati a tradizioni locali. Da non perdere il Frontone di Talamone (Museo Archeologico “Polveriera Guzman”), decorato con altorilievi che rappresentano il mito dei Sette contro Tebe; sarebbe da collegarsi alla vittoria contro i Galli nella battaglia del 225 a.C., episodio di cui il rilievo rappresenterebbe la trasposizione in chiave simbolica. Fine III- metà Il secolo a.C. L’Elmo etrusco-italico da Berceto (Museo Archeologico Nazionale di Parma), di produzione centro-italica o etrusca, III secolo a.C.; l’Ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna (Soprintendenza Archeologia Emilia e Romagna), documenta la presenza di coloni di origine centro-italica nel territorio romagnolo; la Lamina di bronzo da Vicenza (Vicenza Museo Naturalistico Archeologico), con corteo di donne di rango riccamente vestite. IV-III secolo a.C.

La Sima policroma fittile da Rimini: attesta l'alto tenore architettonico degli edifici urbani riminesi

La Sima policroma fittile da Rimini: attesta l’alto tenore architettonico degli edifici urbani riminesi

L’esito di questi processi è rappresentato dalla Cisalpina in età repubblicana (sezione 5) con la nascita delle grandi città, ormai inserite in una rete viaria efficiente, che segnarono la definitiva romanizzazione della pianura attraverso l’adozione di modelli urbanistici e architettonici comuni, secondo precise esigenze ideologiche oltre che funzionali. I simboli della città (sezione 6) ne raccontano le diverse forme, espresse dai più importanti edifici pubblici aggregati intorno al foro, spazio urbano comune per eccellenza. Tra i più importanti, sotto l’aspetto simbolico, gli edifici di culto (sezione 7) spesso portatori nelle nuove forme architettoniche e nelle immagini di divinità il retaggio dei culti più antichi tradotto nelle forme dell’Ellenismo. La ricezione di questo nuovo linguaggio si manifesterà anche nel gusto privato, con dimore di pregio ornate da pavimenti, mosaici e arredi lussuosi. In queste sezioni troviamo la Sima policroma fittile da Rimini (Rimini, Museo della Città), che attesta l’alto tenore architettonico degli edifici urbani riminesi; la Testa di divinità femminile da Alba Pompeia (Torino, Museo Archeologico Nazionale), ispirata a modelli ellenistici. Fine del II-inizi del l secolo a.C.; la Statua panneggiata da Piacenza (Museo di Palazzo Farnese, Piacenza), firmata dallo scultore attico Kleomenes, interpretata come Apollo. Prima metà del I secolo a.C.; il Pavimento in cementizio da Sarsína (Museo Archeologico Nazionale, Sarsina), di ispirazione legata a maestranze di formazione centro italica. Fine del Il secolo a.C.; la Statua femminile da Milano (Milano, Civico Museo Archeologico), realizzata da un artista greco, importante testimonianza della ricezione dei modelli ellenistici nella cultura figurativa delle città transpadane. Fine II – inizio I secolo a.C.; il Letto con rivestimento in osso da Piacenza (Soprintendenza Archeologica Emilia Romagna), realizzato da artisti di tradizione centro italica come oggetto rappresentativo del rango del suo proprietario. Seconda metà del Il secolo a.C.

La Stele di Ostiala Gallenia da Padova: presenta un'iscrizione che testimonia la fase di transizione verso la romanizzazione

La Stele di Ostiala Gallenia da Padova: presenta un’iscrizione che testimonia la fase di transizione verso la romanizzazione

Il tema dell’incontro tra culture torna anche nei documenti che raccontano i rituali legati alla morte, dove l’immagine e la memoria (sezione 9) si fondono per restituire i personaggi defunti al mondo dei vivi secondo codici espressivi nuovi e antichi nello stesso tempo. Tra le opere da non perdere la Stele di Ostiala Gallenia da Padova (Civico Museo Archeologico di Padova),  con iscrizione che testimonia la fase di transizione verso la romanizzazione. I secolo a.C.; la Stele di Komevios da Torino (Museo di Antichità), rinvenuta nell’area di una necropoli celtica (Dormelletto), la stele presenta un’iscrizione in alfabeto leponzio che riporta al proprietario, un personaggio di prestigio della comunità indigena. Fine del Il secolo a.C.  Ma oltre le città (sezione 10) anche il territorio vive un’intensa trasformazione con la razionalizzazione dei paesaggi e delle campagne per dare nuovo impulso all’agricoltura, alle attività economiche e agli scambi. Anche qui un ruolo fondamentale viene svolto dalla viabilità, che collega città e campagne in una rete efficiente di comunicazioni, e che aggrega anche i santuari periferici (gli dei del territorio, sezione 11), ancora una volta assimilando la fisionomia culturale di tradizione celtica a quella romano-ellenistica. Qui ammiriamo le Falere da Manerbio, località cascina Remondina (Brescia, Museo di Santa Giulia), dischi in lamina d’argento pertinenti a bardature di cavalli. Metà I secolo a.C.; la Lastra architettonica con Dioniso e Arianna da San Lorenzo in Strada (Rimini, Museo della Città), probabile ornamento di un tempio, attesta la completa adesione a canoni artistici ellenizzanti. Metà del secolo a.C. Sintesi eloquente di questo straordinario incontro, in chiusura della prima parte della mostra, è il volto di Catullo. Un grande poeta (la voce dei poeti, sezione 12), di famiglia ceitica, ma di raffinata cultura ellenistica, nato a Verona ma assai legato a Brixia. La sua voce accompagnerà il visitatore nella seconda emozionante parte del percorso, dove per la prima volta sarà possibile entrare nell’antico santuario di Brescia, luogo in cui i temi della mostra, la tradizione indigena e la nuova cultura ellenistica e romana trovano perfetta fusione. Da non perdere l’Affresco da Sirmione (Antiquarium di Sirmione), dove si riconosce l’immagine di un letterato, per il quale è stata suggerita l’identificazione con il poeta Catullo. I secolo a.C.

Manifesto della mostra "Brixia. Roma e le genti del Po" aperta al museo di Santa Giulia a Brescia

Manifesto della mostra “Brixia. Roma e le genti del Po” aperta al museo di Santa Giulia a Brescia

E ora godiamoci la visita guidata con il curatore della mostra, il soprintendente Luigi Malnati. “La mostra di Brescia – spiega – vuole narrare questa vicenda uscendo dallo schema tradizionale dello scontro tra Roma e popolazioni locali considerate semibarbare e da integrare nella civiltà classica per mostrare invece la realtà di un confronto che aveva molteplici sfaccettature. Le popolazioni che abitavano la valle Padana avevano alle spalle storie molto diverse. Le tribù celtiche (Insubri, Cenomani, Boi) avevano ereditato le civiltà dei popoli che abitavano i territori sui quali dominavano: Etruschi, Umbri, Liguri, Celti di ceppo ancora più antico; ne avevano assimilato i costumi e costituivano un’élite politico-militare organizzata. I Veneti erano di provenienza assai antica, con una cultura urbana elaborata e comuni origini con i Latini; al contrario i Liguri, che si consideravano a ragione una stirpe autoctona, erano ancora organizzati sul modello tribale. Ciascuna di queste popolazioni ebbe una propria politica nei confronti di Roma: alcuni furono alleati stabili (Veneti, Cenomani) altri ostili (Boi, Insubri) o divisi al proprio interno (Liguri). Ma neppure la strategia della Repubblica nei loro confronti fu mai univoca: a seconda che prevalessero le ragioni del partito “popolare” o di quello “senatorio” fu attuata una politica aggressiva per guadagnare nuove terre da assegnare a coloni italici disposti a trasferirsi o di collaborazione “amichevole” con i ceti dirigenti e aristocratici locali. Sono i reperti archeologici presenti nei musei dell’Italia del nord, rinvenuti negli scavi anche recentissimi che ci consentono di ricostruire un quadro così complesso e vivace, di cui le fonti antiche ci illustrano soltanto gli elementi essenziali”.

L'imponente frontone di Talamone celebra la disfatta dell'ultima offensiva celtica nel 225

L’imponente frontone di Talamone celebra la disfatta dell’ultima offensiva celtica nel 225

“Il filo dell’esposizione – continua Malnati – segue il racconto secondo una sequenza cronologica e rispettando la logica del confronto. Vengono presentate le diverse popolazioni padane nel IV e III secolo a.C.: i reperti significativi e simbolici dei corredi funerari e anche ciò che esce dagli scavi delle loro città. Ne esce l’immagine di civiltà complesse, con capi che esaltano ora il loro livello culturale ora il ruolo guerriero e un’organizzazione politica avanzata, con l’uso della scrittura e l’introduzione della moneta. A fronte sono esposti i reperti contemporanei della colonia di Rimini e di centri come Ravenna sotto il controllo diretto di Roma. Seguono gli anni delle guerre. L’imponente frontone di Talamone celebra la disfatta dell’ultima offensiva celtica nel 225 avvenuta sul promontorio toscano; la risposta di Roma porta alla prima conquista della val Padana e alla vittoria di Casteggio. Infine Annibale passa le Alpi e attraversa la pianura nell’incendio dell’insurrezione di Boi e Insubri, che appoggiando la sua impresa mettevano in gioco la loro indipendenza. Di quegli anni sono esposte le armi degli eserciti contrapposti recuperate nei corredi funerari e rappresentate nei monumenti e nei reperti votivi, ma anche l’esito della penetrazione culturale e politica di Roma, con l’impianto di santuari di tipo italico già alla fine del III secolo, i cui reperti si confrontano con quelli dei contemporanei luoghi di culto locali”.

La Vittoria Alata uno dei tesori conservati al Museo di Santa Giulia a Brescia

La Vittoria Alata uno dei tesori conservati al Museo di Santa Giulia a Brescia

Con il Il secolo – sottolinea il soprintendente – le principali colonie latine e romane così come le città alleate presentano da Rimini a Bologna o Piacenza, così come a Aquileia, Padova, Brescia o Milano, caratteristiche comuni. Si illustrano le mura, le porte urbiche, le strade, gli edifici civili, come il foro, le basiliche o, nel caso di Bologna, uno dei più antichi teatri stabili. I grandi templi come il Capitolium, i santuari urbani e del territorio sono testimoniati da resti architettonici fittili figurati di tipo italico ed ellenistico e da statue di culto, per lo più acroliti in marmo. Vengono introdotti nuovi culti, italici e orientali, che spesso riflettono gli orientamenti delle diverse personalità politiche romane, ma vengono anche confermati e assimilati i culti locali, come ben dimostra il caso emblematico di Brescia. La ricchezza crescente della Cisalpina in età repubblicana è verificabile non solo negli edifici pubblici e religiosi, ma anche nel livello delle case private. In mostra sono esposte soprattutto le pavimentazioni, che evolvono da modesti laterizi e semplici battuti in cementizio a pavimenti decorati con motivi geometrici e a mosaico, ma non mancano decorazioni parietali e reperti di lusso rinvenuti negli scavi a seguito di episodi di abbandono o di tesaurizzazione. Le planimetrie mostrano nel I secolo l’adesione delle classi dirigenti al modello della casa ad atrio. Tutto riflette l’aumento progressivo di ricchezza dell’Italia settentrionale, dovuto certamente allo sfruttamento agricolo del territorio, ben organizzato grazie al controllo delle acque e alla distribuzione funzionale delle terre (la centuriazione), ma, come dimostrano i resti archeologici, dalla nascita di manifatture locali (vasellame bronzeo, tessuti, laterizi, ceramiche, carpenteria) e dallo sfruttamento di risorse naturali, come le riserve aurifere della Bessa”. “Il confronto tra le popolazioni locali e i coloni – ricorda Malnati – è affidato in questa fase soprattutto alle sepolture; per la prima volta vengono esposti insieme reperti (corredi ma anche stele funerarie) dello stesso periodo attribuibili a romani (in Emilia Romagna e Aquileia) a Veneti, Cenomani, lnsubri, Liguri. E’ così possibile confrontare l’apparato funerario di un notabile romano sepolto presso Piacenza con il letto funerario in osso di fattura centro-italica e tradizione ellenistica, con la sepoltura del capo cenomane di Zevio con resti del carro e vasellame bronzeo della medesima provenienza. Così dall’intesa tra le classi dirigenti e da un confronto virtuoso tra le diverse aree culturali nasceva la provincia della Gallia Cisalpina, centro propulsore delle conquiste di Cesare e futuro baluardo della civiltà classica contro le invasioni germaniche”.

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