Comacchio inaugura il nuovo museo del Delta antico: 2mila reperti per raccontare la storia del delta del Po, del territorio e degli insediamenti, dall’antichità al Medioevo. Notevoli i tesori da Spina e il carico della nave romana del I sec d.C.

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

Le Giornate Fai di primavera 2017 a Comacchio, nel Ferrarese, saranno particolarmente significative. Sabato 25 marzo 2017, alle 11, si inaugura alla presenza del ministro Dario Franceschini, e grazie all’intensa collaborazione tra il Comune di Comacchio, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio e Ferrara e il Polo Museale dell’Emilia-Romagna, il nuovo museo del Delta antico, che trova spazio nell’antico Ospedale degli Infermi di Comacchio, bellissima e preziosa testimonianza del riformismo pontificio settecentesco. Eretto tra il 1778 e il 1784 dalla comunità comacchiese su impulso di papa Clemente XIV, l’ospedale era stato concepito come luogo a carattere “sacro”, come tuttora evoca l’austero prospetto anteriore in stile neoclassico, realizzato dall’architetto ferrarese Antonio Foschini, che richiama l’immagine di una cattedrale, ed è stato attivo nella sua funzione nosocomiale fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Qui oltre 2mila reperti archeologici raccontano la storia dell’antica foce del Po, l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani,  terra che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà tra il Mediterraneo e l’Europa continentale.

Il nuovo museo del Delta antico di Comacchio in un rendering

Oggi, grazie a un sofisticato intervento di restauro architettonico, l’Ospedale degli Infermi, inserito nel centro storico di Comacchio, diventa il palcoscenico ideale per accogliere ed esporre il grande patrimonio archeologico del territorio, dall’antichità al Medioevo. L’allestimento è organizzato in quattro sezioni: ripercorrerà, anche grazie a reperti finora mai esposti in pubblico, l’evoluzione delle civiltà preistoriche, dall’antica città di Spina all’età romana, nonché l’origine del centro di Comacchio. I reperti, in buona parte restaurati per l’occasione, sono valorizzati da innovativi ausili digitali che creano percorsi visivi, uditivi e anche olfattivi di sicuro impatto per i visitatori. “Di particolare rilievo”, sottolineano gli organizzatori, “le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano”. Il museo del Delta Antico rientra nel Protocollo d’intesa siglato tra il Comune di Comacchio e il Mann (museo Archeologico nazionale di Napoli), che prevede un impegno alla reciproca promozione tra i due musei cittadini, allo scambio di reperti per la realizzazione di esposizioni, alla condivisione di esperienze e pratiche virtuose in ambito scientifico e nella gestione di strutture museali, inaugurando di fatto un nuovo modello virtuoso di collaborazione tra grandi musei e piccole realtà espositive come Comacchio, importante per lo studio degli equilibri europei in tempi in cui le vie mediterranee di contatto e commercio non si erano interrotte come si pensava.

La famosa stele degli Attili tra i 2mila reperti esposti nel nuovo museo del Delta antico

La nave di età augustea, l’eccezionale ritrovamento di Valle Ponti a Comacchio

Breve visita guidata. Apre il percorso la sezione dedicata al territorio che studia i cambiamenti dell’ambiente del delta nel corso dei millenni, dalla formazione della pianura padana sino ai giorni nostri, caratterizzati da cicli alterni di glaciazioni e di invasioni marine, ambienti diversissimi dalle praterie alle tundre, alle foreste, alle lagune, sino all’insediamento umano e alle modificazioni naturali e artificiali dell’ambiente in epoca storica. Segue la sezione dell’età del Bronzo finale e primo Ferro espone i rinvenimenti archeologici più antichi della zona, che evidenziano insediamenti umani e reperti simili a quelli di Frattesina (Rovigo), centro ben conosciuto per i commerci tra il Mediterraneo e l’Europa continentale in quest’epoca, che precede in questo ruolo Adria e Spina. A questi tempi remoti nell’immaginario greco risale il mito della caduta di Fetonte nell’antico Eridano e della ricerca dell’ambra. Il percorso porta poi a scoprire l’età arcaica e classica, caratterizzata dalla vicenda della città etrusca di Spina, porto commerciale e avamposto etrusco per il commercio verso l’Oriente mediterraneo. Interessanti i rapporti di Spina con Atene e la civiltà greca e con le popolazioni etrusche, venete, celtiche. E si arriva all’età romana quando l’area deltizia entra nell’orbita di Ravenna, sede della flotta imperiale adriatica. Una terra di produzioni agricole e industriali, di allevamento del pesce e produzione del sale, e ancora una volta centro fondamentale di collegamento via acqua e terra tra Roma e il nord Italia, l’Adriatico e le regioni balcaniche. È in questa sezione che incontriamo la nave romana, eccezionale ritrovamento a Valle Ponti, testimonianza dell’epoca di Augusto e del mondo globalizzato di Roma. Chiude il percorso museale l’età tardo medievale che vede sorgere una serie di insediamenti lungo la costa nord adriatica, protetti da fiumi e lagune, in una zona contesa tra Goti, Bizantini e Longobardi.

Una sala del nuovo museo del Delta antico che apre a Comacchio il 25 marzo

L’invito per l’inaugurazione del museo del Delta antico

L’inaugurazione.  Appuntamento sabato 25 marzo 2017 alle 11 in piazzetta Trepponti a Comacchio per la presentazione ufficiale del museo Delta Antico, alla presenza del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini , del sindaco Marco Fabbri, dell’assessore alla cultura Alice Carli, e del vice presidente Fai Marco Magnifico. Alle 12 all’Ospedale degli Infermi, l’inaugurazione del museo, con il taglio del nastro e la benedizione dell’arcivescovo di Ferrara mons. Luigi Negri. Alle 19, davanti all’Ospedale degli Infermi, spettacolo piro-teatrale “Pioggia di fuoco” curato da Made Eventi. Infine sabato 25 e domenica 26, alcuni degli spazi più suggestivi del centro storico di Comacchio si trasformano in un vero palcoscenico in stile antica Roma, grazie alle scenografie dell’associazione archeologica Sperimentale Legio I Italica di Villadose (Rovigo): l’arena di Palazzo Bellini ospita un accampamento di legionari, l’antica pescheria una sorta di antica cucina, mentre sulla piazzetta Trepponti lo spazio per esibizioni di combattimento tra gladiatori. In occasione delle Giornate Fai di primavera, il museo Delta Antico è visitabile gratuitamente, con ingressi di gruppi di 20 persone ogni 15 minuti, con accompagnamento di una guida. La struttura sarà aperta sabato 12-18.30 e 20-24. Domenica invece, l’orario sarà continuato, dalle 10 alle 22. I residenti del Comune di Comacchio potranno accedere al museo del Delta Antico gratuitamente fino a fine aprile. Sarà necessario presentarsi alla biglietteria con un documento valido di identità.

Poggio del Molino, balcone sul golfo di Baratti: luogo strategico di avvistamento dagli etruschi ai Medici, poi centro di produzione del garum, infine lussuosa villa romana. Qui potrebbe nascere il “Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino”, dove cittadini e archeologi andranno a braccetto trascorrendo giornate all’aria aperta. Dipende da noi. Come? È facile, basta votare il progetto

Il manifesto del progetto del Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino (Livorno)

Un voto per fare di un fantastico sogno archeologico – il parco di Poggio del Molino – in una esaltante realtà di archeologia condivisa. Archeologiavocidalpassato ha deciso di sostenere con un voto (il link diretto è questo qui: https://community-fund-italia.aviva.com/voting/progetto/schedaprogetto/16-1102) il progetto di Carolina Megale “Parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino” (Livorno) promosso dalle associazioni Archeostorie e Past in progress e iscritto nel bando di Aviva Community Fund. “Si tratta di un progetto destinato a portare una vera rivoluzione nel rapporto tra l’archeologia e i cittadini”, spiegano i promotori . “Un progetto che aprirà la via a un modo diverso – più nuovo, divertente, stimolante e proficuo – di intendere e vivere l’archeologia”. Ma vediamo un po’ meglio di che si tratta così da poter votare e far votare con maggior convinzione.

Dall’area archeologica di Poggio del Molino si apre un panorama mozzafiato

Innanzitutto la location: un balcone sul golfo di Baratti. L’area archeologica di Poggio del Molino sorge sul versante settentrionale dell’omonimo promontorio, spartiacque tra la spiaggia di Rimigliano a nord e il golfo di Baratti a sud. Il sito si estende su un pianoro che domina, a occidente, il tratto di mare compreso tra San Vincenzo e l’Isola d’Elba e, a oriente, le colline del distretto metallifero di Campiglia Marittima e la pianura che in antico ospitava il lago di Rimigliano. La cima del colle è occupata dalla suggestiva Villa del Barone, costruita nel 1923 dal Barone Luigi De Stefano e Assunta Vanni Desideri, figlia di Eugenio. Da una carta cinquecentesca, la “Bandita di Porto Baratti”, e documenti d’archivio dimostrano che il Poggio deve il suo nome alla “Torre nuova del molino”, l’edificio di avvistamento e difesa costiera fatto costruire alle pendici del promontorio da Cosimo I dei Medici nella prima metà del XVI secolo.

Le terme della grande villa romana a Poggio del Molino

Il sito archeologico. Il Poggio del Molino è stato frequentato e abitato fin dall’epoca preistorica, sul versante orientale e meridionale del promontorio dove, nel Bronzo finale (XI-X sec a.C.) fiorì un villaggio cui era collegata una necropoli. La prima fase dell’insediamento risale invece alla metà del II secolo a.C., quando fu costruito un’imponente fortezza che doveva proteggere il territorio e la città di Populonia dagli attacchi dei pirati che in quel periodo infestavano il Mediterraneo. Con la vittoria di Pompeo contro i pirati, nel 67 a.C., la funzione dell’edificio venne meno e tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C. fu trasformato in fattoria con annessa cetaria, uno stabilimento artigianale destinato alla produzione di garum e salsamenta (salse di pesce ottenute con diversi procedimenti), attrezzato con vasche per la macerazione del pesce. La produzione del garum cessò nella seconda metà del I secolo d.C. e intorno alla metà del II secolo, l’intero edificio subì una profonda ristrutturazione che lo trasformò in una villa marittima. Attorno a un ampio peristilio centrale si affacciavano a sud-ovest il quartiere residenziale, con stanze da letto e da pranzo riccamente affrescate e pavimentate a mosaico, e a sud-est il quartiere domestico-servile, con la cucina e gli alloggi del personale. A nord-ovest della corte si estende, invece, il complesso termale, al cui rifornimento provvedeva un possente deposito sopraelevato, alimentato da un pozzo a cui era probabilmente connesso un sistema di approvvigionamento azionato da una noria. Delle terme sono stati scavati il tepidarium e il caldarium, anch’essi decorati da pitture e mosaici. A nord, lungo la scarpata che si affaccia sul mare, si sviluppava, ad unire thermae ed hospitalia, una sorta di corridoio belvedere, attrezzato con vasche e fontane.

Elmo del IX-VIII sec. a.C. dalla necropoli di Poggio del Molino

Luogo ideale per studiare la pirateria antica. “Poggio del Molino si trovava nella posizione giusta per controllare tutto il braccio di mare che va fino all’isola d’Elba”, spiega Galatea Mariangela Vaglio di Archeostorie. “Populonia, che è l’unica città etrusca fondata direttamente sul mare e non nell’entroterra, usava probabilmente questo avamposto per controllare i suoi commerci e intercettare le navi di chi tentava di intrufolarsi in rotte che erano sue. Dalle alture di Poggio del Molino, nel 453 a. C. avreste potuto seguire la furiosa battaglia che si svolse fra etruschi di Populonia e siracusani, dopo che i siracusani decisero di mandare una flotta di 60 navi per punire i pirati di Populonia che davano loro fastidio nei commerci. Fu uno scontro epico, di cui ancora si trovano alcune tracce nei reperti (elmi, armi) ritrovate in relitti affondati nei dintorni. Immaginatevi il cozzo delle navi, le bestemmie agli dei, la lotta fra due potenze che vogliono l’esclusivo controllo sul Mediterraneo e sui commerci. Uomini duri che si scannano sul mare, fra frecce che saettano e arrembaggi. Questo è Poggio del Molino”.

Scavi archeologici in atto nel sito di Poggio del Molino

L’archeologa Carolina Megale a Poggio del Molino

Cartello indica la zona degli scavi a Poggio del Molino

Le ricerche archeologiche.  Le prime ricognizioni sistematiche sul Poggio del Molino furono condotte agli inizi degli anni Settanta dai volontari dell’Associazione Archeologica Piombinese; il loro intervento permise di chiarire l’entità del sito archeologico e di segnalare le ripetute azioni distruttive dei clandestini. Tra il 1984 e il 1988 un’équipe dell’Università di Firenze, diretta dal professor Vincenzo Saladino, intraprese il primo scavo sistematico della villa. Sebbene le indagini, alle quali presero parte gli studenti dell’Istituto di Archeologia di Firenze, avessero portato alla luce soltanto una porzione limitata della villa, permisero di definire i caratteri fondamentali connessi con la sistemazione dell’impianto nel III secolo. Dopo vent’anni di interruzione, “dal 2008 gli scavi”, racconta Cinzia Dal Maso di Archeostorie, “sono ripresi sotto la direzione della soprintendenza e dell’università di Firenze, e coordinati da Carolina Megale, una colonna di Archeostorie. Carolina ha aperto da subito lo scavo ai cittadini: attraverso un accordo tra l’associazione Past in Progress – di cui Carolina è presidente, e che gestisce tutte le operazioni – e l’Earthwatch Institute statunitense, accoglie ogni anno volontari desiderosi di sperimentare il mestiere dell’archeologo”. L’obiettivo generale del progetto è dare un contributo alle conoscenze sulla storia del territorio di Populonia dall’età tardo-repubblicana e imperiale fino ai primi secoli del Medioevo. Le fasi di vita connesse all’occupazione romana di questo tratto della costa tirrenica, infatti, sono ancora, nel dettaglio, largamente sconosciute. L’obiettivo primario, dunque, è riportare in luce il monumento nella sua interezza, ricostruirne l’aspetto nelle molteplici fasi di vita, dal periodo romano a quello tardoantico, e comprenderne le relazioni con il territorio circostante (il mare, il lago ormai prosciugato di Rimigliano, le miniere dell’Elba e del campigliese, il sistema viario, ecc.). “Con i contributi dei volontari – continua Dal Maso – Carolina finanzia lo scavo: lei fa crowdfunding e crowdsourcing da dieci anni oramai. Poi accoglie studenti dell’università e del liceo, ha avviato una scuola di restauro per la sistemazione dei mosaici della villa, e apre le porte di continuo a visitatori desiderosi di scoprire il luogo. Insomma a Poggio del Molino ogni visitatore è benvenuto, da sempre”.

Manifesto del nuovo parco di archeologia condivisa di Poggio del Molino

Gli archeologi incontrano il pubblico a Poggio del Molino

Il parco di archeologia pubblica condivisa. L’area archeologica è stata acquistata dal Comune di Piombino nel 2014: potrebbe essere aperta al pubblico, ma i lavori di scavo sono ancora in corso. “Per questo”, intervengono i promotori, “abbiamo pensato di realizzare un parco per l’archeologia e il tempo libero che proporrà di continuo attività adatte a tutti (work in progress, stay tuned!), ma che avrà negli archeologi al lavoro il suo punto di forza. Chiunque potrà osservare liberamente gli scavi in corso, chiedere informazioni, dare una mano nelle mansioni meno tecniche, oppure anche lavorare da volontario come si è sempre fatto. Insomma sarà uno scavo aperto, un lavoro condiviso di continuo con tutti i frequentatori del parco”. Sarà così passare le domeniche a tu per tu con gli archeologi, avvicinando i cittadini all’archeologia e all’amore per il nostro passato. “E cosa c’è di meglio, per apprezzare il passato, che toccarlo con mano?”, si chiede Dal Maso. “Toccare il coccio che l’archeologo ha appena portato alla luce, oppure il pavimento a mosaico che sta emergendo dalla terra, o la pietra di un antico frantoio. Si tocca il passato e subito si sente il contatto diretto con chi ha usato quegli oggetti migliaia di anni prima. Non servono tante faticose spiegazioni, basta quell’emozione immensa: e subito scatterà una serie infinita di curiosità, e allora anche le spiegazioni avranno senso. Ecco cos’è un Parco di archeologia condivisa, che a noi piace chiamare semplicemente PArCo: un’idea rivoluzionaria che vogliamo sperimentare a Poggio del Molino ma replicabile ovunque. Un luogo dove tutti possono – trascorrendo una giornata divertente all’aria aperta – toccare con mano il passato”.

Giovani volontari collaborano nelle ricerche archeologiche a Poggio del Molino

È tempo di votare. Non siete ancora convinti della bontà del progetto di Poggio del Molino? “un qualcosa di diverso di più rispetto ai consueti parchi archeologici ingessati”, come ricorda Galatea Vaglio: “un posto dove accanto agli scavi il pubblico possa entrare, fare pic nic, passeggiate in famiglia, svolgere attività sportive e culturali”.  E allora guardate questo video

Convinti? E allora votate. È semplicissimo, basta registrarsi e votare il progetto di Past in Progress qui: https://community-fund-italia.aviva.com/voting/progetto/schedaprogetto/16-1102 Avete 10 voti a disposizione. Forza.

Il restauro del monumentale mosaico di Alessandro a Restaura di Ferrara: un milione di tessere, scoperto nella casa del Fauno a Pompei. Il museo Archeologico di Napoli presenta il settore restauro, fiore all’occhiello del Mann

Il monumentale mosaico con la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III, trovato nella casa del Fauno nel 1831 a Pompei

Lo straordinario e monumentale Mosaico di Alessandro, uno degli emblemi del museo Archeologico nazionale di Napoli, universalmente noto, rinvenuto nel 1831 nella Casa del Fauno di Pompei e trasferito nel 1843, dopo anni di acceso dibattito, al Real Museo Borbonico sarà il protagonista a Ferrara mercoledì 22 marzo 2017 del primo giorno di “Restaura”,  il Salone dell’economia, della conservazione, delle tecnologie e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali (22-24 marzo 2017), giunto alla XXIV edizione. Tanto si era consapevoli dell’unicità di questo mosaico che all’epoca re Ferdinando II si preoccupò di raccomandare a Pietro Bianchi – architetto della Real Casa incaricato della direzione degli scavi di Pompei, Ercolano e Paestum – “di badar bene a quello che si facea, perché questo monumento non era nostro, ma dell’Europa, ed alla intera Europa doveasi dar conto delle nostre operazioni”. Di questo capolavoro dell’arte musiva (5,82 x 3,13 m) composto da circa un milione di tessere e realizzato con un finissimo opus vermiculatum sono state ora ricostruite – grazie a un’inedita e puntuale documentazione su lastre fotografiche, datate 1916 e 1917 – le complesse vicende e gli aspetti tecnici della successiva movimentazione, avvenuta in quegli anni, con lo spostamento del  grande mosaico pompeiano dal pianoterra del museo all’ammezzato occidentale, nella sala dei mosaici dove si trova tuttora. Un’operazione delicatissima, ricostruita e raccontata a Ferrara per la prima volta il  22 marzo alle 12.30 nella Sala A, tra i pad. 3 e 4.

ll laboratorio di Conservazione e restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli

È la prima volta che il MANN partecipa a “Restaura”. Lo ha deciso il direttore Paolo Giulierini, che ha inteso richiamare la giusta attenzione su uno dei tanti settori di competenza e di attività del Museo napoletano che costituiscono un fiore all’occhiello per dimensione, specializzazione e riconoscibilità nazionale e internazionale, e che il prossimo maggio si arricchirà – nei progetti di ampliamento e di rinnovamento del MANN, con la nuova direzione – di ulteriori 4 nuovi laboratori attrezzati. Il Mann di Napoli infatti, oltre all’enorme patrimonio culturale che custodisce –  tra i più importanti musei archeologici al mondo con i suoi 250mila oggetti che comprendono le collezioni Borboniche da Pompei, Ercolano e Paestum e le raccolte Farnesi – rappresenta un’Istituzione di riferimento anche nel campo documentario e in quello del restauro. In particolare quest’ultimo costituisce un vero e proprio dipartimento con 22 operatori (5 funzionari restauratori; 12 assistenti tecnici; 4 operatori tecnici; 1 assistente tecnico fotografo), distribuiti in cinque Sezioni (Materiali Lapidei e Copie; Dipinti Murali e Mosaici; Ceramica, Vetri, Ossi, Avori; Metalli; Allestimenti),  prevedendo interventi nei cantieri di scavo – ad esempio il cantiere delle navi romane della Stazione Metro di piazza Municipio a Napoli – o anche su materiali archeologici che ad esso affluiscono, su richiesta delle soprintendenze territoriali, per interventi specializzati. Tantissime sono anche le collaborazioni promosse dall’Ufficio di Restauro del Mann per gli stage formativi degli studenti (Corso di laurea magistrale in Conservazione e restauro dell’università Suor Orsola Benincasa, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, del Centro di restauro Venaria Reale di Torino, del Cesma del Piemonte e di Scuole di Restauro italiane e straniere), così come le collaborazioni con università e istituti di ricerca italiani e stranieri per progetti di diagnostica per la conservazione e per il restauro. Non è un caso che Giulierini abbia voluto inserire anche il tema del restauro nel Memorandum di Collaborazione quadriennale siglato pochi mesi fa con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo e che nel contempo abbia rinnovato l’accordo di collaborazione con il J. Paul Getty  Museum di Los Angeles per la realizzazione di progetti di prestiti di lunga durata finalizzati al restauro – congiuntamente seguito dai due musei – su opere di grande rilevanza.

I restauratori del Mann mentre curano il grande mosaico di Alessandro

Appuntamento dunque mercoledì 22 marzo a Ferrara con la conferenza “Il Mosaico di Alessandro: da Pompei al Real Museo Borbonico e oltre, alla luce di nuovi documenti inediti”: il racconto e la ricostruzione, grazie a inedite lastre fotografiche datate 1916-1917 delle vicende e delle soluzioni tecniche utilizzate  nel primo decennio del Novecento, per la delicata movimentazione del mosaico -composto da oltre 1 milione di tessere – dal piano terra all’ammezzato del museo.  Introdurrà i lavori Paolo Giulierini, direttore del Mann. Seguirà l’intervento di Luigia Melillo, funzionario archeologo, responsabile dell’ufficio restauro e dell’ufficio relazioni internazionali del Mann. Ingresso libero.

“Le piramidi viste dagli Arabi. L’antico Egitto secondo la visione arabo-islamica”: incontro a Roma con l’archeologo Generoso Urciuoli

La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

L’archeologo Generoso Urciuoli

Qual era il rapporto tra il mondo dei faraoni e i nuovi conquistatori arabi? In che modo il mondo islamico si relazionò con il passato di quel territorio dalla cultura millenaria? Si può parlare di un’egittomania di matrice arabo/islamica? In che modo gli studiosi islamici si rapportarono con la scrittura geroglifica? Si potrebbe affermare che lo studio dell’antico Egitto è iniziato a partire dal IX secolo? Può un territorio, indipendentemente dalle cesure e dalle Civiltà che si sono susseguite, rimanere intriso di memoria culturale, compresi anche alcuni aspetti religiosi? Domande intriganti, temi che mostrano come si possa affrontare un argomento noto come la civiltà del Nilo da un’altra angolazione, meno usuale: risposte e temi che saranno trattati all’interno della conferenza “Le piramidi viste dagli Arabi. L’antico Egitto secondo la visione arabo-islamica”, giovedì 16 marzo 2017, alle 16.30, in sala Spinelli a Palazzo Baleani, in corso Vittorio Emanuele II 244 a Roma, promossa dal Centro Studi Petrie, in collaborazione con l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente). Protagonista dell’incontro Generoso Urciuoli, laureato in Civiltà Bizantina all’università di Torino, e un percorso di formazione in ambito archeologico con un master in tecniche di scavo archeologico e corsi di alta specializzazione in “instrumentum domesticum” (Pontificio Istituto Archeologia Cristiana di Roma), in ceramica e Archeologia subacquea (Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera). Con Urciuoli il punto di vista sull’Antico Egitto non sarà eurocentrico ma verrà proposta la visione arabo-islamico tramite l’analisi di documenti redatti dagli scrittori arabi di epoca medievale.

Giornata del Paesaggio. A Firenze “Conversazione tra paesaggi e archeologie”

In occasione della Giornata nazionale del Paesaggio indetta dal ministero per i Beni, le Attività culturali e il Turismo  la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Prato e Pistoia (vedi https://archeotoscana.wordpress.com/2017/03/14/conversazione-tra-paesaggi-e-archeologie/) insieme al dipartimento di Architettura (DIDA) dell’università di Firenze ha organizzato un incontro dal titolo “Conversazione tra paesaggi e archeologie: dalla conservazione attiva al progetto“. In occasione dell’evento sono state presentate alcune ipotesi progettuali di sistemazione, con particolare riferimento alle aree archeologiche di via della Nave e dell’Antella a Bagno a Ripoli, e delle Mura di Fiesole. Ha aperto i lavori il soprintendente Andrea Pessina su “Questioni di metodo tra tutela e valorizzazione contesti archeologici”. Quindi  Monica Salvini su “Paesaggi e Archeologie sul territorio: Bagno a Ripoli”; Marco De Marco su “Fiesole Archeologia e Paesaggio, restauro e conservazione attiva”; Luigi Marino su “Il restauro per i siti archeologici”; Andrea Ugolini su “Il tempo dello scavo e il tempo della cura, progetto paesaggistico”; Tessa Matteini su “Progettare il paesaggio dei siti archeologici”; Cristina Imbroglini su “Progetti di paesaggio per archeologie invisibili”; discussione finale moderata da Gabriele Nannetti e Claudio Paolini. Conclusioni a cura del soprintendente Andrea Pessina.

 

Giornata del Paesaggio. Alla soprintendenza di Padova “Soprintendenze aperte. Incontro confronto sulla tutela del paesaggio”

Per la Giornata nazionale del Paesaggio incontro in soprintendenza a Padova

Politiche di tutela del paesaggio spiegate da chi la tutela la fa come mission istituzionale: non poteva essere scelto argomento migliore in occasione della prima Giornata Nazionale del Paesaggio, indetta dal ministero per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo, per la prima uscita ufficiale dell’architetto Andrea Alberti, neo soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso. L’appuntamento aperto a tutti è alle 16 di martedì 14 marzo 2017 nella sede della soprintendenza a Padova, in via Aquileia 7 per “Soprintendenze aperte. Incontro-confronto sulla tutela del paesaggio”. Nel corso dell’incontro saranno illustrate le attività, le modalità, le premesse legislative e le prassi portate avanti dall’Ufficio nel territorio di competenza. E i cittadini che parteciperanno avranno la possibilità di porre domande ai funzionari della soprintendenza e alimentare il dibattito. Apre i lavori il soprintendente arch. Andrea Alberti con un intervento su “Tutela del Paesaggio, fonti normative e prassi operative per la salvaguardia del territorio”. Seguono l’arch. Giuseppe Rallo, coordinatore per la tutela paesaggistica, e la dott.ssa Chiara D’Incà, funzionario archeologo, su “Le attività in corso per l’elaborazione del piano paesaggistico del Veneto”. Chiude il dott. Matteo Frassine, funzionario archeologo, su “Piano paesaggistico del Veneto: il caso dell’area dell’agro centuriato di Padova nord-est”. Seguirà dibattito con il personale scientifico e tecnico della soprintendenza.

Egitto. Scoperti alla periferia del Cairo, dove tremila anni fa sorgeva la grande città di Eliopoli, i frammenti di una statua colossale di Ramses II. Probabilmente veniva dal tempio che il grande faraone della XIX dinastia aveva costruito proprio a Eliopoli. Entusiasmo delle autorità egiziane

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale di Ramses II appena scoperta

La cartina del Basso Egitto con al centro il sito di Eliopoli

“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”: il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani, ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per far sapere al mondo della scoperta da parte di un gruppo di archeologi egiziani e tedeschi dei frammenti di una statua colossale di Ramses II alla periferia del Cairo, nel sobborgo di el-Matariya, oggi poco più di una baraccopoli annessa alla zona industriale, ma quattromila anni fa sede di Eliopoli, una delle più importanti città dell’Antico Egitto, che ospitava – tra l’altro – un grande tempio solare analogo – si ritiene – a quello di Abu Gurab, tra la piana di Giza e Saqqara. “Abbiamo visto il busto e una parte della testa, poi la corona e ancora un frammento dell’orecchio e dell’occhio destro”, continua il ministro. “Accanto alla statua gigante anche un’altra di circa un metro del faraone Seti II, entrambi appartenenti alla XIX dinastia”. E conclude: “Il colosso di Ramses II appena rinvenuto a el-Matariya verrà con tutta probabilità esposto all’ingresso del Grande museo egizio che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno al Cairo”. Non è una novità che le autorità egizie sfruttino le nuove scoperte come promozione della terra dei faraoni, in questo Zahi Hawass è stato insuperabile, ma oggi l’Egitto ha particolarmente bisogno di rialzare attenzione e interesse dei viaggiatori internazionali che latitano dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Il Paese ha bisogno dei turisti. Non è un caso che proprio l’Egitto sia stato il Paese ospite d’onore della recente edizione di TourismA, il salone internazionale dell’archeologia, a Firenze.

Archeologi e autorità, tutti attorno al frammento della testa colossale di Ramses II scoperta al Cairo

Entusiasta anche il capo del dipartimento Antichità egiziane del dicastero, Mahmud Afifi, parlando della monumentale statua di Ramses II in quarzite, ritornata alla luce spezzata in grandi pezzi. E il capo della missione egiziana, il professor Ayman al-Ashmawy:  “Proprio a Eliopoli sono stati trovati in passato rovine di un tempio dedicato al grande faraone che ha governato dal 1279 al 1213 a.C. che era uno dei più grandi dell’antico Egitto visto che raggiungeva il doppio delle dimensioni del tempio di Karnak a Luxor”. E ora i frammenti di una statua monumentale che secondo Zahi Hawass  “in considerazione delle dimensioni della statua, non possono che appartenere a Ramses II e non a un qualsiasi altro re antico”.

L’escavatrice al lavoro per sollevare la testa di Ramses II a el-Matariya

Per sollevare l’enorme testa, trovata separata dal busto, è stato utilizzato un carrello elevatore, mentre il resto della statua, del peso di 7 tonnellate, è stato recuperato con corde e paranchi. Il ministero delle Antichità, viste le non poche polemiche sollevate sul web, ha negato che la gigantesca statua del faraone possa essere stata danneggiata da una scavatrice durante i lavori di recupero: “Soltanto la testa è stata spostata utilizzando la scavatrice. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del team di archeologi tedeschi autore del ritrovamento. Sono state inoltre utilizzate travi di legno e sughero per evitare danni”.  Anche il capo il capo della missione archeologica Dietrich Raue assicura che la scultura non è stata danneggiata durante lo spostamento, sottolineando anche che diversi monumenti subirono danni in epoca greco-romana.