Antico Egitto: nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro certificato da Iri-en-Akhti, il più antico medico veterinario che si conosca. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo ha presentato in anteprima all’ordine dei veterinari di Trento

Particolare della scena di sacrificio rituale di un toro conservato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

Maurizio Zulian nell’incontro con i veterinari trentini al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

Maurizio Zulian e Alberto Aloisi al Muse di Trento (foto Graziano Tavan)

È il più antico medico veterinario che si conosca della storia dell’uomo. Si chiamava Iri-en-Akhti e operava alla corte del faraone quasi 5mila anni fa. A scovarlo è stato Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (Trento), che ha osservato con attenzione la raffigurazione della macellazione di un toro rappresentata sulla parete della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, una delle aree archeologiche più importanti per l’Antico Egitto. La cappella è chiusa ai turisti, ma Zulian da anni, operando in stretta sintonia con il Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba di Egitto, raccoglie immagini proprio nei siti di quell’Egitto precluso per motivi diversi ai viaggiatori, quasi “segreto”, immagini in gran parte confluite nell’archivio fotografico del museo civico di Rovereto, regolamentato dal primo protocollo di intesa firmato dall’Egitto con un ente culturale al di fuori dei suoi confini. La mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno (ca 2654-2190 a.C.): “Sono superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza”, sottolinea Zulian. La “figura del medico veterinario nell’Antico Egitto” attraverso una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.) è stata presentata in anteprima da Maurizio Zulian in una speciale serata con un uditorio speciale, i medici veterinari della provincia di Trento, e in un luogo speciale, il Muse, il museo delle Scienze di Trento. “Sono orgoglioso di aver potuto offrire agli iscritti, in occasione dell’assemblea annuale, l’incontro con Maurizio Zulian”, interviene Alberto Aloisi, presidente dell’ordine dei medici veterinari della provincia di Trento: “scopriamo così come la nostra professione abbia origini molto lontane”.

Scena di macellazione su un bassorilievo conservato al museo Egizio del Cairo

Il geroglifico composto da freccia. vaso globulare e uomo seduto, che si legge “swnw” e significa “medico”

L’Egitto, già in antico, era famoso per l’alta professionalità dei suoi medici. Già il poeta Omero declamava l’Egitto “terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni”, ma soprattutto lo ricordava come “il Paese dei medici più sapienti della terra”. E Zulian ricorda che la fama dei medici egizi era così grande anche al di fuori dei confini del loro Paese, che sono molti i sovrani stranieri a richiedere le loro prestazioni, come è ben documentato negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda. E nell’Antico Egitto i medici sono già distinti in generici e specialisti. “In Egitto hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più”, scrive Erodoto nel V sec. a.C. “Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Ma quello che è sorprendente, sottolinea ancora Zulian, è che “non solo era chiara la distinzione tra medico vero e proprio e chirurgo, ma anche quella tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti relativi ad alcuni medici appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari che a medici tradizionali, anche se il geroglifico che li rappresenta è il medesimo: swnw”. Come è rappresentato il termine swnw? “Il termine egizio per indicare il personaggio che assolveva le funzioni di medico”, spiega Zulian, “era costituito da segni grafici rappresentanti una freccia per il fonema swn e un vaso globulare per il fonema nw: a questi è aggiunto il segno di un personaggio seduto, determinativo che non si legge, ma espressione fonetica per indicare che si parla di  un uomo: freccia, vaso globulare e personaggio seduto danno origine al termine: swnw, la cui etimologia non è ben chiara ma che significherebbe Colui che solleva quelli che hanno male, o ancora Colui che si interessa a chi soffre”.

Il disegno grafico della rappresentazione della macellazione di un toro con un sacrificio rituale nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep

L’ingresso della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara

La figura del medico veterinario in Antico Egitto compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico. L’esempio più antico conosciuto, come dicevamo, è quello del medico veterinario Iri-en-Akhti, rappresentato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara. “Nella parete di ingresso della cappella possiamo ammirare la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro, sotto la supervisione di un swnw di nome Iri-en-Akhti, una scena unica nell’iconografia dell’Egitto Antico”, inizia la descrizione Zulian. “Gli egizi solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi da portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”.

L’ultima scena del registro superiore con il medico veterinario Iri-en-Akhti che certifica che l’animale sacrificato era sano

Nella cappella di questa tomba la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. Ma l’eccezionalità della raffigurazione è nell’ultima scena del registro superiore. “Qui”, indica Zulian, “vediamo un macellaio che, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario – il nostro Iri-en-Akhti – che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: Guarda questo sangue. Il funzionario, per niente turbato, piega leggermente  il capo ed annusa dicendo: è puro. Sembra di leggere un fumetto, tanto la scena è viva”.

La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Sakkara con la scena della macellazione rituale alla sinistra della porta

Il grafico con il dettaglio dell’ispezione del veterinario Iri-en-Akhti

L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riassume Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. “Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico, usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.

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Alla scoperta della Longobardia Minor: dopo Pavia, arriva al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una prima assoluta per l’Italia meridionale

Un anello di epoca longobarda in oro e gemma dal museo Archeologico nazionale di Napoli esposto nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018

Il ministro Dario Franceschini, Maurizio Cecconi (Villaggio Globale International) e Paolo Giulierini direttore del Mann (foto Graziano Tavan)

Alla scoperta della Longobardia Minor. Dopo il successo al castello visconteo di Pavia, approda al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che, rappresenta una prima assoluta per l’Italia meridionale. E non è un caso che per la seconda tappa della mostra-evento sia stato scelto proprio il Mann. Caduta Pavia nel 774 a opera di Carlo Magno, è la cosiddetta Longobardia Minor che prolunga la presenza longobarda fino all’XI secolo nel principato di Benevento e poi negli stati di Salerno e Capua – distaccatisi nel corso del IX secolo – producendo esperienze originali d’incontro con le culture greca e islamica da un lato, e con quella del mondo franco-tedesco dall’altro. È in questi secoli che si forma l’identità peculiare del Meridione, in bilico fra Europa e Mediterraneo, i cui esiti finali saranno rappresentati dall’eredità di tradizioni espresse in età normanna e sveva. “È la prima volta che il museo Archeologico nazionale di Napoli decide di organizzare una mostra dedicata ad un periodo che segue la caduta dell’Impero Romano”, aveva sottolineato il direttore Paolo Giulierini alla presentazione della mostra prima dell’inaugurazione a Pavia. “Troppo forte è stato finora il fascino di Pompei ed Ercolano per osare approfondire temi di apparente rottura con la classicità. Di fatto sono profondamente debitore nei confronti di Maurizio Cecconi, di Villaggio Globale International che ha organizzato la mostra, e di Federico Marazzi, curatore insieme a Gian Pietro Brogiolo, i quali mi hanno fatto riflettere sull’opportunità di aprire a scenari più vasti la riflessione sull’Evo antico, tanto più che i longobardi, in Campania, hanno lasciato un segno indelebile. Basterà citare solo Capua e Benevento, le due più importanti capitali della Longobardia Minor, nonché l’interessante rapporto tra l’entroterra e la Napoli tradizionalmente bizantina”.

La “Lastra con grifoni” dall’antiquarium di Cimitile (Na), esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) con stilemi di origine arabo bizantina

Appuntamento dunque al Mann di Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018: oltre 300 opere esposte; più di 80 musei ed enti prestatori; oltre 50 studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 siti e centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; 15 video originali e installazioni multimediali; centinaia di materiali del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel Museo napoletano. Una grande occasione, dunque, per accendere i riflettori sulla storia altomedievale della Campania e della città di Napoli con il museo Archeologico nazionale che diventa centro di gravità per una rete d’itinerari alla scoperta dei luoghi e delle testimonianze longobarde in tutta la Regione. “A una più attenta ricerca”, continua Giulierini, “anche per lo stesso centro della città partenopea, a seguito dei recenti scavi delle metropolitane, i confini culturali si fanno più sfumati ma sopratutto emerge una straordinaria occasione di rilettura complessiva anche dei manufatti aurei, delle epigrafi, degli oggetti di età alto medievale che giacevano ab immemorabili nei depositi del Mann. Questo approfondimento consentirà, dopo la mostra, di esporre in maniera permanente i materiali tornati a nuova vita, dando conto del vissuto di una città e di un territorio anche molti secoli dopo la tradizionale data del 476 d.C. L’occasione espositiva pone inoltre il Mann quale epicentro di una importante rete di centri campani che consentiranno di delocalizzare e di potenziare l’offerta culturale dei longobardi, in una piena cornice regionale”. Il Ducato di Benevento, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia, abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione fra le culture mediterranee e l’Europa occidentale. “Parlarne oggi, in una fase di cambiamenti altrettanto marcati come quelli che si verificarono nell’Italia longobarda”, conclude Giulierini, “significa sperimentare la possibilità di costruire una visione dal Mediterraneo  all’intera Europa, e mostrare una prospettiva del nostro continente in cui i legami fra le aree transalpine e quelle meridionali appaiano assai più equilibrati e dialoganti di quanto molta storiografia non abbia da sempre teso a rappresentare”.

Il “Disco aureo con Cristo e gli Angeli” dal museo Archeologico nazionale di Napoli, esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino

Tantissimi i capolavori (oltre ai reperti da San Vincenzo al Volturno) che in mostra testimoniano il valore artistico e la maturità espressiva raggiunta in questi secoli nel Sud Italia e le contaminazioni culturali: la Stele con l’Arcangelo dal museo di Capua – considerato il santo “nazionale” del popolo longobardo – datata fra IX e X secolo, costituisce un esempio squisito della produzione più matura della scultura figurativa longobarda meridionale; Il Disco aureo con Cristo e gli Angeli dal museo Archeologico nazionale di Napoli è un esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino (o d’importazione bizantina) presente nella città partenopea agli esordi dell’età ducale; la Lastra con grifoni dall’antiquarium di Cimitile (Na) un esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) che attesta stilemi di origine arabo bizantina.

La “Signora delle Ninfee” svela il suo volto. Ecco la storia del sarcofago e della mummia di Asti protagonisti della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo. Tutti i segreti dei metodi di ricostruzione facciale della Polizia scientifica

Ecco il volto della “Signora delle Ninfee” esposto alla mostra di Jesolo accanto alla mummia di Asti (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

La “Signora delle Ninfee” si presenta ufficialmente. A Jesolo. Quando il 26 dicembre 2017 allo Spazio Aquileia aprirà la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, la “mummia di Asti” svelerà ai visitatori i suoi segreti e mostrerà il suo volto, ricostruito con gli strumenti propri della Polizia scientifica. Già abbiamo visto un po’ la storia e le vicende che hanno interessato il sarcofago e la sua mummia acquistati nell’Ottocento dal conte Leonetto Ottolenghi e come questo prezioso reperto abbia molte caratteristiche in comune con il sarcofago di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/09/alla-mostra-egitto-dei-faraoni-uomini-a-jesolo-venezia-la-mummia-di-asti-prende-un-nome-e-un-volto-e-la-signora-delle-ninfee-un-giallo-svel/). E allora cominciamo proprio con il conoscere meglio i due sarcofagi esposti per la prima volta insieme alla mostra jesolana. Lo facciamo con Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze.

Il sarcofagp di Forenze e il sarcofago di Asti esposti uno accanto all’altro nella mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” (foto Graziano Tavan)

“Il sarcofago fiorentino di sicuro lascia perplessi al primo approccio”, spiega Rosati. “Che tutta la parte del viso sia stata rilavorata è chiaro, ma l’indagine diagnostica ha rivelato i tratti originari, in particolare degli occhi. Tutta la pelle esposta è ridipinta di un innaturale color nocciola, mentre il sarcofago di Asti ha il color ocra giallo tipico della pelle femminile. Sulla testa è raffigurata una specie di calottina simile a quella di Asti, ma non c’è il ciuffo di loti sulla fronte, che potrebbe anche essere stato asportato dalla rilavorazione”. I fiori di loto: ecco il dettaglio da tenere presente. “Il sarcofago di Asti”, interviene ancora l’egittologa dell’ateneo fiorentino, “ha un bel ciuffo di fiori di loto sulla fronte e un filetto rosso che sembra passarvi orizzontalmente, per poi scendere obliquo sulle bande; due fascette rosse le stringono e sopra e sotto ricadono fiori bianchi di cui sono resi tre petali, delineati in rosso e con peduncolo verde”. E continua: “L’amplissimo collare-ghirlanda sembra riprodurre l’unione di un collare-usekh, largo, con i suoi fermagli a testa di falco resi sulle spalle, a una vera ghirlanda, come talora si trovano sulle mummie, realistica nella parte terminale con i calici di loto (del tipo azzurro) pendenti. Fra le bande dell’acconciatura, le fasce, che rendono le file di perline o altri elementi, hanno un andamento orizzontale, e l’indagine ha evidenziato la presenza di un pendente quadrato sopra le mani, contenente una figura di scarabeo”. Saranno proprio queste decorazioni floreali a suggerire a Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra di Jesolo e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, una volta accertato dagli esami medici che si trattava di un corpo femminile, a dare un nome a quella donna. Anche l’interno del sarcofago è finemente istoriato. Oltre a ricchi ornamenti floreali, sul fondo spicca una figura divina femminile, personificazione dell’Occidente, il luogo dei defunti, con in mano un ramo di loto, un fiore che per la cultura del tempo andava molto al di là di una semplice funzione decorativa. È nata così la “Signora delle Ninfee”.

Il team del progetto “Mummia di Asti”: con Marinella La Porta e Valter Capussotto della Polizia scientifica di Torino, l’assessore di Asti Gianfranco Imerito e la curatrice esecutiva Donatella Avanzo. Dietro l’ospite d’onore Roberto Giacobbo (foto Graziano Tavan)

Il progetto scientifico “Mummia di Asti”: un volto per la “Signora delle Ninfee”, una donna di 37 anni vissuta tremila anni fa. Per la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”, il restauro del sarcofago e la ribendatura sono stati effettuati nel laboratori Nicola di Aramengo (Asti). Il corpo è stato sottoposto all’esame tomografico computerizzato all’ospedale di Asti (eseguito dallo staff del primario Federico Cesarani, non nuovo a questo tipo di “pazienti”), grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale, per conoscerne lo stato di conservazione, stabilirne l’età (dai 30 ai 40 anni) e poterne effettuare, in modo scientifico, la ricostruzione del volto. Proprio su tale aspetto è stato fondamentale il lavoro effettuato dal sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto, con la supervisione di Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino, e lo scultore modellatore artistico Michele Guaschino. È proprio Marinella La Porta a ripercorrere le tappe che hanno portato a dare un volto alla “Signora delle Ninfee”.

Una fase della ricostruzione facciale della mummia di Asti: posizionamento dei muscoli, degli spessori e dei bulbi oculari (foto Graziano Tavan)

La mummia di Asti come è arrivata ai laboratori della Polizia scientifica di Torino (foto Graziano Tavan)

Nel gabinetto interregionale della Polizia scientifica di Torino ha preso forma il volto della “Signora delle Ninfee”. “Innanzitutto va precisato che la ricostruzione facciale non è un metodo identificativo, come possono essere il rilevamento delle impronte digitali o lo studio del Dna”, chiarisce Marinella La Porta, vice questore biologo e direttore dell’Uacv, Unità analisi crimini violenti, dove usualmente si fanno le ricostruzioni facciali di cadaveri sconosciuti. “Ma è proprio grazie a questo identikit tridimensionale che spesso riusciamo a risalire all’identità della vittima”. La ricostruzione facciale si basa sulle informazioni che forniscono l’equipe medica e l’antropologo fondamentali per definire il profilo biologico. “La ricostruzione di un volto si basa sul cosiddetto protocollo di Manchester attivato da John Prag e Richard Neave nel 1973”, spiega La Porta. Neave, che si interessò di ricostruzione facciale attraverso il Manchester Mummy Team dell’università di Manchester, responsabile delle ricerche forensi di numerose mummie egizie del nuovo museo di Manchester, aveva sviluppato una nuova tecnica, incorporando il metodo russo (mette i muscoli) e quello americano (mette gli spessori che consentono il modellamento), per creare una procedura completa e di successo la quale è stata acquisita da molti ricostruttori facciali di tutto il mondo.

Il volto della “Signora delle Ninfee” e il calco prima della lavorazione esposti alla mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

Lo scultore Michele Guaschino al lavoro sul modello in gesso della “Signora delle Ninfee” (foto Graziano Tavan)

La mummia, quando è stata rinvenuta, era particolarmente deteriorata nel bendaggio perché sottoposta, forse già all’interno della sepoltura, a una elevata umidità. Le bende di lino avevano perso ogni elasticità, presentavano un colore marrone scuro ed avevano consistenza di polvere compressa. È in questo stato che la “mummia di Asti” approda nei laboratori della Polizia scientifica. “Prima di tutto si è delineato il profilo biologico”, ricorda il vice questore. “Così abbiamo saputo che eravamo di fronte a una donna di 30-40 anni. Quindi si è proceduto alla scansione laser del cranio per poter costruire un modello 3D sul quale iniziare a lavorare per la ricostruzione del volto. Quindi si inizia ad apporre i muscoli facciali e i bulbi oculari, con il supporto degli assi verticali e orizzontali e con il controllo della profondità, mentre si procede alla modellazione del collo e del torace. A questo punto si evidenziano gli spessori sul materiale plastico”. Una volta “riempiti” i volumi in base agli spessori, si può procedere a preparare uno stampo di gomma per l’estrazione del modello in gesso. È su questo modello che da questo momento interviene lo scultore Michele Guaschino e il restauratore Gian Luigi Nicola, sotto la stretta supervisione del sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto. L’artista si annulla nello scienziato in una simbiosi ch dà grandi risultati. “Nella ricostruzione del volto della mummia di Asti”, conclude Capussotto, “non ci aspettiamo che qualcuno la riconosca, come avviene nei casi di vittime sconosciute. Ma in questo connubio di arte e scienza ci promettiamo di trasmettere un’emozione”. Così è nata la “Signora delle Ninfee”.

(2 – fine. Il precedente post pubblicato il 9 dicembre 2017)

Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (Venezia) la “mummia di Asti” prende un nome e un volto: è la “Signora delle ninfee”. Un giallo svelato con tecniche alla Csi. “Ma la ricerca scientifica non si ferma: sarcofago e mummia custodiscono ancora molti segreti”, conferma la curatrice Donatella Avanzo

Particolare del sarcofago della mummia di Asti, la “Signora delle Ninfee”, protagonista a Jesolo

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Promotori e ospiti all’anteprima della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo (foto Graziano Tavan)

Per più di un secolo è stata nota semplicemente come la “mummia di Asti”. Dal 26 dicembre 2017, quando nello Spazio Aquileia a Jesolo (Venezia), sarà inaugurata la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, di cui il prezioso reperto del museo civico archeologico di Asti è sicuramente uno dei protagonisti, la chiameremo la “Signora delle Ninfee”. E non è un vezzo di Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, ma l’esito di una ricerca scientifica multidisciplinare (attivata proprio in vista della mostra di Jesolo) che per certi aspetti ricorda più una trama di indagine alla Csi che il diario di una missione egittologica. La mummia e il sarcofago che la conteneva “hanno parlato”, rivelando poco a poco agli studiosi la loro storia e la loro identità, che oggi possiamo leggere come in un film nella sezione 8 della mostra jesolana. “Ma non ci hanno detto tutto”, ammette l’egittologa Avanzo. “Sia il sarcofago che la mummia celano gelosamente ancora alcuni segreti che, alla fine della mostra, nell’autunno 2018, impegneranno a lungo gli esperti di molte discipline. Solo per farvi un esempio: siamo sicuri che tutto il sarcofago sia da ascrivere tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII? Da alcune tracce riscontrate, il coperchio potrebbe essere molto più antico, e riutilizzato 3mila anni fa. E ancora: accanto ai monili e amuleti rivelati dalla Tac, posti sul corpo della mummia, cosa è quella placca metallica di una decina di centimetri di cui non riusciamo ancora a capire la natura?”.  Rivelazioni e misteri, come nella migliore tradizione non solo dell’egittologia. E allora si capisce perché basterebbe da sola la sezione dedicata alla mummia di Asti a giustificare una visita alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” allo Spazio Aquileia di Jesolo fino al 15 settembre 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/17/egitto-dei-faraoni-uomini-jesolo-si-prepara-a-ospitare-per-quasi-un-anno-una-grande-mostra-ideata-dagli-egittologi-ciampini-e-roccati-e-curata-da-donatella-avanzo-con-reperti-dai/) .

Il conte Leonetto Ottolenghi, ritratto da Paolo Arri, conservato alla fondazione Palazzo Mazzetti di Asti

L’egittologa Sabina Malgora

La Tac alla mummia contenuta nel sarcofago di Ankhpakhered, realizzata al Fatebenefratelli di Milano

Il regalo di un mecenate. Come si diceva, da più di un secolo si parla della “mummia di Asti”. La collezione egizia del museo civico Archeologico di Asti, si deve, quasi totalmente, alla munificenza del banchiere ebreo, il conte Leonetto Ottolenghi (1846 – 1904) e dalla donazione Fantaguzzi. La raccolta egizia è composta da circa un centinaio di oggetti, quali un frammento di tabella dell’Antico Regno, due mummie, con i sarcofagi, uno a nome di Ankhpakhered, il bel canopo di Tadiher, amuleti, ushabti e statuette di divinità. La “mummia di Asti” faceva dunque parte dei reperti arrivati nel 1903 al museo di Asti, grazie alla donazione dei discendenti della famiglia Maggiora Vergano. Della mummia si sapeva poco o niente al di là di scarne note di cronache: proprietà della famiglia Ottolenghi che lo acquistò nell’Ottocento e da nove anni custodita dal museo astigiano. Più informazioni c’erano invece per l’altra mummia, quella conservata nel secondo sarcofago della collezione Ottolenghi riccamente effigiato con i gerofiglici che ricordano Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min, vissuto tra la XXII e XXIII dinastia, databile tra il 945 e il 715 a.C. Nel 2009 la mummia contenuta fu affidata all’ospedale Fatebenefratelli di Milano per il check-up completo nell’ambito del progetto Ankhpakhered Mummy. I risultati erano giunti dopo due anni di studi e indagine medica. “È stato complicato anche fare l’endoscopia”, avevano spiegato gli esperti, “per l’enorme presenza nella pancia di bende raggomitolate e sistemate negli spazi vuoti degli elementi scheletrici per fare da riempimento. Sicuramente la mummificazione dell’uomo è avvenuta molti mesi dopo la morte, quando era già scheletro”. Ma alla fine, grazie agli studi del centro ricerche Mummy Project, la mummia aveva un nome e soprattutto un volto. “Si tratta di un uomo che è morto a 40 anni non per eventi di natura traumatica ma probabilmente o di vecchiaia o per un infezione al sangue”, aveva ricostruito Sabina Malgora, egittologa e co-direttore insieme a Luca Bernardo di Mummy Project. “Decisiva l’endoscopia anche per la datazione certa della mummia, fra il 400 e il 100 a.C.”. L’uomo si chiamava Wehem-ef-ankh, e proveniva dalla città di Akhim. “Il sarcofago che la conteneva”, ha raccontato Malgora, “ed è questa la storia singolare, deve essere stato trafugato dalla famiglia di Wehem per dargli onorata sepoltura. D’altronde qualche dubbio lo avevamo avuto già due anni fa, quando abbiamo iniziato il complesso studio per svelare il mistero”.

La mummia di Asti, oggi la “Signora delle Ninfee”, sottoposta a tac all’ospedale Cardinal Massaia di Asti

Da sinistra, davanti alla mummia di Asti, Gianfranco Imerito, assessore alla cultura di Asti; Enrico Longo, responsabile Cultour Active; Donatella Avanzo, curatrice (foto Graziano Tavan)

Altra mummia, altre sorprese. Il progetto “Mummia di Asti”, in prospettiva per la mostra di Jesolo, parte nell’autunno 2017. È la stessa Donatella Avanzo, direttore del progetto scientifico, a ricordare alla presentazione in anteprima della mostra al Pala Arrex di Jesolo, il piccolo esercito multidisciplinare di esperti coinvolti. Grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale è stato infatti possibile realizzare la ricostruzione del volto e con il reparto di radiodiagnostica dell’ospedale di Asti è stata realizzata una Tac sulla mummia che sta già richiamando l’attenzione dei più grandi studiosi ed egittologi. La ricostruzione del volto e di parte del corpo della mummia astigiana è stata effettuata grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia di Stato, con il contributo del Reparto di Radiodiagnostica dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti, al fine di conoscere lo stato di conservazione, stabilirne l’età e poter effettuare in modo scientifico la ricostruzione. I nomi scorrono come nei titoli di coda di un film: Rosa Boano, ricercatrice in Antropologia fisica dell’università di Torino; Ida Grossi, direttore generale Asl di Asti; Federico Cesarani, primario di Radiodiagnostica ospedale di Asti; Leonardo Capitolo, dirigente medico, e Angela Grasso,  specializzanda, di Radiodiagnostica università di Torino 2; Massimo Scognamiglio e Gabriella Borgogno, tecnici sanitari di Radiologia medica asl di Asti; Guglielmo Ramieri, professore di Chirurgia Maxillo-facciale dell’università di Torino; Mario Raso, specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva dell’istituto nazionale Tumori di Milano; Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino; Valter Capussotto, sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino; Michele Guaschino, scultore; Martina Zambotti, accademia Belle arti per la modellazione al laboratorio Guaschino; Francesco Sculco, artigiano restauratore; Aldo Maschio e Ionel Vitalie, onoranze funebri di Asti; Gian Luigi Nicola, direttore, e Anna Rosa Nicola, restauratrice, del laboratorio di restauro Nicola di Aramengo d’Asti; Silvana Cincotti, egittologa.

A Jesolo esposti affiancati i sarcofagi di Firenze e di Asti (foto Graziano Tavan)

La curatrice Donatella Avanzo con l’assessore di Asti Gianfranco Imerito guardano i sarcofagi di Asti e Firenze (foto Graziano Tavan)

Da Tebe a Jesolo (via Asti e Firenze). Al mondo sono solo quattro i sarcofagi conosciuti accomunati da una caratteristica piuttosto rara: la decorazione di fiori sulle bande laterali dell’acconciatura. Uno è conservato al museo Egizio del Cairo; uno al museo Egizio di Firenze; uno al museo Archeologico di Asti; il quarto, ancora inedito, al Detroit Institute of Art. Di questi quattro, ben due sono esposti nella mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” di Jesolo. “Sono tutti sarcofagi femminili, e in quello di Firenze si notano anche i seni resi sotto le bande dell’acconciatura”, spiega Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze. “I sarcofagi Asti e Firenze furono acquisiti entrambi con una mummia all’interno; ma, mentre quella di Asti è di genere femminile e presumibilmente la proprietaria stessa del sarcofago, a Firenze si è scoperto che la mummia è invece di un uomo, perciò sarà stata aggiunta al sarcofago, come spesso si è dovuto constatare, per un senso di completezza e per aumentare il prezzo”. Vedere accostati vicini, in mostra, i sarcofagi di Asti e di Firenze, databili tra la fine della XXI dinastia e l’inizio della XXII (circa 950-870 a.C.), si possono meglio apprezzare le notevoli corrispondenze che potrebbe far pensare a un laboratorio comune, attivo a Tebe. “Sono davvero parecchi i paralleli che si possono mettere in evidenza tra i due sarcofagi”, sottolinea Rosati, lanciando un’ipotesi suggestiva: “Chissà mai che a Jesolo non si siano di nuovo trovati accanto due oggetti che magari lo erano stati poco meno di 3mila anni fa, tra le mani di ebanisti e pittori tebani, e che poi hanno visto passare secoli e secoli: uno, quello arrivato ad Asti, ha assolto la sua funzione, ha conservato fino a oggi la sua proprietaria; l’altro probabilmente sì, e poi qualcuno, quando erano passati  circa 28 secoli, ha pensato bene di ravvivarne la decorazione”.

(1 – continua)

San Pietroburgo. Il museo Archeologico nazionale di Napoli ospite d’onore per i festeggiamenti del “compleanno” dell’Ermitage con il Galata Morente e altre tre statue riconducibili al cosiddetto Piccolo Donario Attalide nella mostra “The Fallen”

Il “Galata morente” conservato nel museo Archeologico di Napoli e in mostra al museo statale Ermitage di San Pietroburgo

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Il 6 e 7 dicembre a San Pietroburgo sono giorni particolari sono “I giorni dell’Ermitage” durante i quali, tra gli eventi previsti, c’è anche l’esposizione di un capolavoro da un grande museo del mondo. Quest’anno è particolarmente importante per l’Italia perché i riflettori si accendono sul museo Archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, con cui Michail Piotrovsky direttore generale dell’Ermitage ha siglato nei mesi scorsi un importante protocollo di collaborazione, insieme a Pompei, che ha già portato a pianificare studi e ricerche congiunte ma anche due grandi mostre nel 2019 che saranno annunciate formalmente in questa occasione. Così il Mann di Napoli, l’ospite d’onore all’Ermitage a San Pietroburgo per gli annuali festeggiamenti del “compleanno” del museo voluto da Caterina La Grande, sarà presente con uno dei gruppi scultorei d’epoca romana delle sue straordinarie collezioni – il Galata Morente e altre 3 statue riconducibili al cosiddetto Piccolo Donario Attalide: si potranno ammirare dal 7 dicembre 2017 al 10 marzo 2018 nella mostra “The fallen. Il Galata Morente e il Piccolo Donario Attalide”, allestita nella magnifica sala dell’Atrio Romano disegnata da Leo von Klenze. “L’internazionalità delle relazioni e dell’immagine del Mann è stato uno degli obiettivi che mi sono posto fin da quando ho assunto la direzione del Museo napoletano che vanta collezioni uniche e straordinarie”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini.  “Collaborare con Istituzioni tanto prestigiose come l’Ermitage o il Getty non è solo un onore, ma il riconoscimento di una nuova politica culturale di sviluppo del museo e nel contempo un enorme stimolo per la ricerca e la salvaguardia, le scelte gestionali e di valorizzazione. D’altra parte per il Mann, considerato da studiosi ed esperti tra i più importanti musei archeologici al mondo, ma fino ieri non adeguatamente radicato nell’immaginario del pubblico internazionale, la vetrina e il prestigio dell’Ermitage rappresentano un momento davvero importante”.

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

La mostra “The Fallen”, I Caduti, è stata curata da Anna Trofimova, capo del dipartimento di Antichità Classica del museo russo, con le immagini di Vinti più note dell’arte antica, riproposte nella pittura del Rinascimento, nella scultura barocca, fino al XX secolo: personaggi della storia e del mito giunti a noi attraverso alcune copie romane di un articolato monumento celebrativo il Piccolo Donario – ora perduto – che Pausania descriveva sull’Acropoli di Atene. Il Piccolo Donario (chiamato così in contrapposizione al Grande Donario realizzato a Pergamo, che pare coesistesse con un complesso votivo analogo a quello ateniese ) era stato eretto verso il 200 a. C. presso il muro meridionale dell’Acropoli ateniese, per ricordare la vittoria dei sovrani Attalidi sui barbari Galati e doveva contare più di 50 sculture bronzee di dimensioni inferiori al reale. Vi erano rappresentati sia i vinti, i Galati, sia i greci vincitori, a loro volta raffigurati in scene mitologiche, poiché – secondo Pausania – il donario si componeva di quattro sezioni dedicate alle celebrazioni delle battaglie combattute contro le Amazzoni e i Giganti ad Atene,  i Persiani a Maratona e i Galli in Mysia.

Le quattro sculture, prima Ludovisi e poi Farnese, conservate al Mann ed esposte al museo Ermitage

Le quattro sculture, prima Ludovisi e poi Farnese, conservate al Mann ed esposte al museo Ermitage fino al 10 marzo 2018, costituiscono senza dubbio il nucleo più importante e impressionante delle sole dieci repliche in marmo riconducibili al Piccolo Donario (una sorta di compendio dei soggetti raffigurati nel monumento ateniese) i cui restanti esemplari sono in diversi musei europei. Il gruppo del museo di Napoli, ritrovato nel 1514 in un luogo non precisato di Roma, è composto da un’Amazzone, un Gigante, un Persiano e un Galata morente: figure dalla forte intonazione psicologica, concentrata soprattutto nei tratti del volto. L’Amazzone è distesa su un suolo sassoso sul quale giacciono due lance; il Gigante, anch’esso disteso, è nudo e completamente umanizzato e solo  la peluria sul dorso, la chioma scapigliata e il volto coperto da barba e baffi paiono ricordare la sua ferinità; il Persiano con la tunica, i calzari e il berretto di tipo frigio, è posto sul fianco, morto mentre ancora imbraccia lo scudo circolare; infine il Galata morente, completamente nudo, è ferito sul fianco sinistro e sulla spalla destra, ma viene colto dallo scultore mentre tenta di sorreggersi con la mano sinistra poggiata a terra. Pathos e dignità dei Vinti: è l’inizio della scultura barocca.

“L’amazzone” conservata al museo Archeologico di Napoli

Le statue del gruppo napoletano, le sole repliche del donario in marmo asiatico, mostrano un soggetto dell’arte ellenistica sviluppato dai romani, mai prima espresso nell’arte classica. È l’idea di una grandezza non già dei vincitori ma dei Caduti, la grandezza della sconfitta. Lo stile altamente espressivo della scultura pergamena incarna nuovi ideali umanistici, la tristezza profonda della morte e la sofferenza dei feriti. “L’arte antica ci dà continui spunti per l’oggi”, spiega Paolo Giulierini, “il patrimonio di opere conservate al Mann è un giacimento di valori universali e di conoscenza quanto mai attuali. In questo senso, salvaguardare e far conoscere questi capolavori è una missione prioritaria per il nostro museo”. ll’Ermitage le opere del Mann saranno esposte su una base circolare nella magnifica sala del Patio Romano tra grandi colonne, consentendo una visuale completa del magnifico gruppo.

Roma. Il Colosseo punta a 7 milioni di visitatori. Alfonsina Russo nominata direttore del Parco archeologico del Colosseo: tutte le novità della nuova istituzione. Aperti i livelli IV e V dell’anfiteatro Flavio: vista mozzafiato sul monumento e su Roma. Nella mostra “Colosseo. Un’icona” il monumento si racconta dai giochi gladiatori ai film peplum e alla pop art

Migliaia di turisti in coda per visitare il Colosseo a Roma

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo

Ancora poche settimane e sapremo se il Colosseo ha battuto ogni record superando quota 7 milioni di visitatori: nel 2016 si erano sfiorati i 6 milioni e mezzo. Ne è convinto il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini che, dopo aver portato in porto la nascita del parco archeologico del Colosseo, alla fine di novembre 2017 ha fatto l’annuncio più atteso, quello che porta a regime il parco archeologico del Colosseo di Roma, cioè la nomina del direttore individuato dopo una gara internazionale: “Il parco archeologico del Colosseo ha una nuova direttrice. Si tratta di Alfonsina Russo”. Archeologa, specializzata e dottore di ricerca in archeologia classica. Dal 2009 è dirigente del Mibact. Nella sua attività professionale ha operato in Magna Grecia, nel Molise e nel Lazio. Si è occupata di allestimenti museali e di gestione di musei, di allestimenti di importanti mostre in Italia e all’estero. Ha curato numerose pubblicazioni scientifiche e ha tenuto conferenze in prestigiose università italiane e straniere. È stata soprintendente archeologo per l’Etruria meridionale e soprintendente per l’Archeologia belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. La Russo l’ha spuntata su 78 candidature. Di queste circa il 15% provenienti dall’estero, vagliate dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. I 10 candidati ammessi al colloquio, tra i quali uno straniero, sono stati ascoltati il 18 novembre dalla commissione che, secondo quanto stabilito dal bando, ha individuato una terna da sottoporre al ministro per la scelta finale.  E Franceschini ha scelto Alfonsina Russo. “Si tratta di un profilo di altissima qualità che saprà coniugare ricerca, innovazione e tutela per uno dei monumenti più celebri al mondo e autentica icona dell’Italia”, sottolinea il ministro, che ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Come si vede, tutte le polemiche sulla scelta di stranieri a guidare i musei o sulla mancata valorizzazione delle professionalità esterne al ministero erano fuori luogo. La commissione, che ringrazio, ha valutato i curricula e l’attitudine a guidare il parco archeologico più importante e conosciuto del mondo, indipendentemente dalla nazionalità e io ho scelto, all’interno della terna che mi è stata proposta, Alfonsina Russo, una archeologa italiana che ha accumulato una importante esperienza di tutela e valorizzazione a più livelli. Il suo nome esce da una selezione innovativa e trasparente che tutti i musei di tutto il mondo hanno studiato e apprezzato come un possibile modello. Di questo l’Italia deve essere orgogliosa”. E Alfonsina Russo si dice onorata della scelta: “Sono felicissima, ringrazio il ministro Franceschini e tutto il ministero per la fiducia che mi hanno accordato. È un grande onore per me, perché dirigo il luogo archeologico più importante al mondo. Sono emozionata e felice”. Per Russo ora “il primo obiettivo sarà ridare vita e riaprire il parco anche alla città di Roma, perché i cittadini devono essere consapevoli del tesoro che hanno. E poi affronteremo anche le tante problematiche che ci sono”.

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Ma facciamo un passo indietro. Il parco archeologico del Colosseo di Roma, istituito con decreto ministeriale all’inizio del 2017, con l’autonomia di cui godono gli altri parchi archeologici, ha competenza sul Colosseo, sul Foro Romano, sul Palatino e sulla Domus Aurea. Accanto al parco è nata anche una soprintendenza ad hoc per il resto della città. “Il territorio di Roma sarà competenza di un’unica soprintendenza speciale”, spiega il ministro, “che avrà competenza su tutti i settori mantenendo l’autonomia gestionale e contabile anche su alcuni siti”. Si tratta di una soprintendenza che comprenderà l’intero territorio di Roma. Con l’istituzione del parco archeologico del Colosseo, l’esistente soprintendenza speciale sotto la quale ricadevano l’Anfiteatro Flavio, il Palatino, il Foro e la Domus Aurea, guidata da Francesco Prosperetti, è stata riorganizzata, inglobando quella delle Belle arti e del paesaggio, e rinominata soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio. La nuova soprintendenza mantiene la sua autonomia speciale. “Per assicurarne il buon andamento”, chiariscono al Mibact, “è stato individuato un apposito meccanismo di finanziamento. In particolare, alla soprintendenza speciale è trasferita una quota pari al 30% degli introiti complessivi annui del parco archeologico del Colosseo prodotti da biglietti di ingresso, al netto dell’eventuale aggio”. Se si considera che, per il 2016, l’importo degli introiti complessivi annui derivanti da bigliettazione da Colosseo, Palatino, Foro romano e Domus aurea è stato, al netto dell’aggio concessorio, di circa 35-36 milioni di euro, la soprintendenza speciale disporrà di un finanziamento stabile intorno ad almeno 11 milioni di euro annui. Importo che si aggiungerà comunque ai trasferimenti che saranno assicurati dal Mibact e a ogni altra eventuale risorsa come donazioni o sponsorizzazioni.

La veduta mozzafiato dal V livello del Colosseo, riaperto dopo 40 anni ai visitatori

Il ministro Dario Franceschini alla riapertura dell’attico del Colosseo

Per Alfonsina Russo quindi si prospetta un grande impegno. Con un Colosseo che non finisce mai di stupire. È lo stesso ministro Franceschini a intervenire sul progetto di sistemazione dell’arena (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/), sicuramente destinato a richiamare altri visitatori.  “Il progetto va avanti”, assicura. “È già finanziato per 18 milioni di euro. La ricostruzione dell’arena riporterà il Colosseo come è stato fino alla fine dell’Ottocento: ci sono foto splendide che lo testimoniano. Il monumento si potrà così ammirare anche dal centro e potrà ospitare eventi culturali di altissima e grandissima qualità. Ovviamente prima vanno restaurati i sotterranei, un intervento che richiede un anno e mezzo”. Ma in attesa dell’arena ripristinata c’è già ora una grande novità per le migliaia di visitatori. Dal 1° novembre 2017, dopo più di 40 anni di chiusura, sono visitabili il IV e il V livello del Colosseo con visite guidate su prenotazione. Riaprono al pubblico, dopo più di 40 anni, il IV e il V livello del Colosseo. Posizionati a circa 40 metri d’altezza rispetto al piano dell’arena, il V livello era destinato alla plebe e non consentiva una veduta dettagliata di quanto accadeva nell’arena, ma in compenso era coperto dal velarium che riparava dal sole e dalla pioggia. Il IV livello era riservato alla classe dei commercianti e la piccola borghesia, il III a una categoria che potremmo definire middle class, il II ai cavalieri (gli equites), e il I, infine, era destinato ai senatori, che sedevano su dei troni di marmo e agli ospiti pubblici. “È una giornata importante, riapriamo i piani alti dell’Anfiteatro Flavio dopo un restauro importante”, ha detto il ministro Franceschini. “Da qui si può apprezzare una vista incredibile sul Colosseo e su Roma. Insomma, il percorso di valorizzazione del monumento va avanti e proseguirà con il progetto di ricostruzione dell’Arena, che è stato già finanziato, che sta procedendo e che renderà ancora più spettacolare la visita di questo monumento, simbolo dell’Italia nel mondo”. Fino ad oggi era possibile visitare l’anfiteatro Flavio soltanto fino al III livello. Questo nuovo itinerario, consentito per ragioni di sicurezza soltanto accompagnati da una guida e per gruppi di massimo 25 persone, comincia con l’attraversamento dell’unica galleria conservata come in origine. Si tratta di uno spazio con copertura a volta destinato allo smistamento del pubblico. Situata in uno spazio intermedio tra il II e il III livello, la galleria – mai aperta al pubblico prima d’ora – presenta un ulteriore unicum: intonaci bianchi con segni di corone, riportati alla luce da un capillare restauro.

Manifesto della mostra “Colosso. Un’icona” aperta nell’anfiteatro Flavio

Intanto fino al 7 gennaio 2018 i milioni di visitatori dell’anfiteatro Flavio potranno visitare nell’ambulacro del secondo ordine la mostra “Colosseo. Un’icona” dove il Colosseo si racconta per la prima volta: si può così conoscere tutta la storia del monumento che va oltre la narrazione del tempo dei Cesari, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli, fino ai giorni nostri. La rassegna, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, è curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani con l’allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes. In sei sezioni ordinate cronologicamente, l’influenza storico-culturale dell’anfiteatro si riscontra negli ambiti più diversi: dalla pittura al restauro, dall’architettura all’urbanistica, dallo spettacolo alla letteratura, dalla sociologia alla politica. Nel tempo, il monumento diventa simbolo per eccellenza di eternità e potenza, di civiltà e cultura. Ancora oggi all’attenzione della cronaca internazionale, il Colosseo è presente nell’immaginario collettivo non solo degli italiani: il suo mito continua.

Palatino, arco di Costantino e Colosseo in un quadro di Jan Frans van Bloemen (1740) conservato all’Accademia di San Luca a Roma

La mostra “Colosseo. Un’icona” – come si diceva –  va oltre la narrazione del periodo più noto, quando terminano ufficialmente i giochi gladiatori, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli. Dalla vivace e poco nota attività commerciale, residenziale e religiosa che lo caratterizzò nel Medioevo, al fascino che esercitò su grandi architetti e pittori del Rinascimento. Dal suo imporsi nel Settecento come meta privilegiata del Gran Tour di poeti, scrittori e vedutisti a luogo dell’immaginazione romantica. Con l’avvento del fascismo, il Colosseo divenne nuovamente, come in antico, proscenio ideologico del potere. Nel dopoguerra comincia a costruirsi un nuovo mito del Colosseo: l’Anfiteatro Flavio entra prepotentemente al cinema con i film peplum e nei capolavori del Neorealismo italiano, mentre la pop art romana lo consacra al ruolo di icona, che continuerà a rivestire senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Anche l’arte contemporanea racconta il monumento, emblema della città e dell’Italia attraverso dipinti, installazioni, performance, video e scatti di artisti di fama internazionale. La rassegna ripercorre la vita del monumento attraverso immagini e oggetti, per un totale di circa cento opere esposte. La mostra è arricchita dai risultati inediti dei recenti scavi e restauri, che confermano che il Colosseo pullulava di vita, cripte, chiese, botteghe, edifici residenziali di grandi famiglie aristocratiche e umili dimore.

Locandina del film “Vacanze romane” di William Wyler (1953)

Anche il cinema celebra il Colosseo, coprotagonista di storie, amori e battaglie. Il filmato “Nuovo Cinema Colosseo” racconta questa vicenda in 23 minuti fitti di capolavori indimenticabili: una ricca antologia cinematografica dal prezioso archivio di Istituto Luce – Cinecittà. Dal “Quo Vadis?” di Enrico Guazzoni al “Gladiatore” di Ridley Scott, da “Vacanze romane” di William Wyler a “La commare secca” di Bernardo Bertolucci, da “Un americano a Roma” di Steno a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti, la storia del cinema si proietta sulle volte del Colosseo lungo tutto il percorso della mostra. Pur con tutte le sue trasformazioni, la fama del Colosseo rimane immutata nei secoli e il suo mito continua, diventando una vera e propria icona pop del nostro tempo.

“…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”: dai magazzini del museo Archeologico nazionale di Adria per la prima volta esposte in mostra le preziose ceramiche del XVI secolo. Con l’occasione si lancia il restauro di una “pianella” (sandalo rinascimentale veneziano ad alto tacco) da finanziare con l’Art Bonus

Le vetrine della sezione etrusca del museo Archeologico nazionale di Adria (Foto di N. Orietti)

Parlare di Adria non vuol dire soffermarsi solo sulle sue origini, da insediamento etrusco a emporio siracusano col nome di Hatria o Atria fino alla sua rifondazione, nel 385 a.C., come colonia voluta dal tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio per la sua posizione strategica nei piani di espansione commerciale in Adriatico.  Così strategica che fu proprio Adria a dare il nome al mare che all’epoca la bagnava. E non vuol dire neppure ricordare quando tra il 49 e il 42 a. C. Adria diventò municipium, acquisendo il diritto di cittadinanza romana e venendo assegnata a un distretto elettorale della tribù Camilia. La storia di Adria non si ferma al Tardo Antico, come già aveva acutamente osservato nell’Ottocento Francesco Antonio Bocchi, il “padre” dell’archeologia adriese: “…L’arte figulina durò in Adria anche dopo i tempi romani, e ne fanno fede i cocci rinvenuti pochi anni or sono murati nella mensa di vecchio altare dell’antica Cattedrale; e soprattutto quelli che si estrassero (2-5 Giugno 1874) in grande quantità nello scavo del fondo del Canale della Tomba in prossimità del ponte di Santo Stefano, cocci rozzi, verniciati a nero, verde, ceruleo, giallo con fregi impressi e rilevati, non etruschi né romani, ma certo non moderni. È poi notevolissimo che in qualche fondo di tali vasi sono sigle graffite simillime alle antichissime… “. Non è quindi un caso se proprio al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro), un po’ per rendere omaggio alla famiglia Bocchi, un po’ per restituire per la prima volta alla città di Adria un pezzo dimenticato della sua storia, domenica 3 dicembre 2017, alle 17, venga inaugurata la mostra, visitabile fino all’8 marzo 2018, “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”, su ideazione e coordinamento di Alberta Facchi e Antonio Giolo, e curata dall’archeologa Sandra Bedetti e da Luca Doria, giovane studente dell’ateneo patavino che ha compiuto un lungo tirocinio per l’inventariazione e la ricerca del materiale e il riscontro dei pezzi con l’inventario originale redatto da F. A. Bocchi. La mostra, frutto della felice collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Adria, che fa parte del Polo museale del Veneto, la fondazione Scolastica “Carlo Bocchi” e l’amministrazione comunale adriese, permette di riscoprire e valorizzare reperti che finora non erano mai stati esposti e che in futuro, proprio grazie alla sinergia e ad accordi tra queste Istituzioni, potranno trovare una appropriata collocazione e valorizzazione permanente al Maad, il museo di Arte Adria e Delta.

La locandina della mostra “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi” al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro)

Domenica 3 dicembre 2017: giornata speciale. All’inaugurazione della mostra “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”, che coincide con l’apertura gratuita del museo per la prima domenica del mese, dopo i saluti delle autorità, interverranno Sandra Bedetti e Alberta Facchi. L’evento, cui seguirà un brindisi, sarà arricchito da una dimostrazione su materiali in replica offerta da Ceramiche Artieghi, che consentirà di comprendere appieno le tecniche di manifattura della ceramica rinascimentale. Le repliche prodotte saranno lasciate a disposizione del pubblico e delle scuole a scopo didattico per tutto il periodo della mostra. L’esposizione fa parte della ormai consueta rassegna museale #EVASIONI (giunta alla terza edizione), che punta a presentare al pubblico i materiali provenienti dai depositi del museo Archeologico – a farli quindi temporaneamente evadere dagli scaffali dei magazzini – , e si inserisce nell’ambito della XXIII Settimana dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine dal titolo “Il ‘500 in Polesine: identità e patrimonio storico e artistico di un territorio tra Venezia e Ferrara, tra Riforma e Controriforma, tra Rinascimento e Accademie”. Con l’occasione, verrà illustrata la possibilità di aderire ad Art Bonus per sostenere il restauro di una “pianella” (scarpa ad alto tacco) rinascimentale della Collezione Bocchi.

Un prezioso piatto rinascimentale della collezione Bocchi in mostra ad Adria

I materiali rinascimentali Bocchi possono essere considerati una “collezione ritrovata” grazie alla sinergia tra istituzioni. “I magazzini del museo Archeologico nazionale, autentica miniera di testimonianze”, spiegano gli archeologi, “da tempo conservavano questo consistente nucleo della collezione Bocchi, che per le differenze cronologiche con l’esposizione tradizionale non hanno finora trovato spazio nel percorso museale. Materiali però ritenuti importanti già nell’800 da Francesco Antonio Bocchi: la sua attenzione per tutte le vestigia della storia locale lo portava a non trascurare anche i rinvenimenti di oggetti apparentemente meno pregiati, ma comunque testimoni della continuità di quell’arte che, dopo aver prodotto i magnifici vasi da mensa usati dagli etruschi e dai romani, era proseguita nelle epoche successive con esempi che lo studioso apprezzava, malgrado fosse privo degli strumenti di analisi e studio utili per identificarli e datarli. In anni recenti, grazie all’attenzione dell’archeologia anche per i materiali di età post romana, è stato riscoperto anche questo settore fino ad ora poco conosciuto e valorizzato”. Alcuni pezzi, i più significativi e meglio conservati, dopo il restauro effettuato a Verona a cura della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio, sono finalmente tornati ad Adria e sono stati ricongiunti alla collezione storica Bocchi grazie alla proficua collaborazione tra enti diversi, statali e locali: la soprintendenza, il Polo museale del Veneto da cui dipende il museo Archeologico nazionale, l’amministrazione comunale di Adria, la fondazione Scolastica “Carlo Bocchi”. “In futuro”, continuano, “potrebbero essere esposti al pubblico al Maad insieme agli altri rimasti nei magazzini. La Fondazione, che negli ultimi anni è attiva insieme al Comune nella creazione del Maad, ha finora destinato alcuni locali della sua sede a mostre temporanee e intende mettere a norma gli spazi per esporre i pezzi in forma permanente, una volta ottenute le autorizzazioni dal Polo museale del Veneto. Di certo la direzione e il personale del museo Archeologico nazionale si sono attivati per rendere disponibile il materiale con l’obiettivo di esporlo e renderlo fruibile al pubblico in via permanente.

Scodellone di ceramica rinascimentale arcaica graffita della collezione adriese

La mostra “…Adria anche dopo i tempi romani… Il Rinascimento ritrovato della collezione Bocchi”. I curatori,  Bedetti e Doria, hanno trovato un supporto prezioso proprio in tutto il personale del museo, che ha seguito l’aspetto fotografico e grafico e l’allestimento – finanziato per le spese correnti dalla Fondazione Bocchi. Prezioso è stato anche l’apporto dei due giovani volontari del Servizio Civile Nazionale che da settembre affiancano il personale del museo: Sara Finotti, cui si devono i bei disegni dei pannelli, e Filippo Trombini, che cura la comunicazione e che sulla pagina Facebook del museo (@Museoarcheologicoadria) ci offre in anteprima le vicende delle operazioni preliminari all’allestimento, il backstage della mostra. Per tutto il periodo della mostra, inoltre, saranno organizzate attività didattiche per le scuole a cura del partner tecnico associazione Studio D. In mostra viene esposta una parte significativa della ceramica rinascimentale della collezione Bocchi (presentata al pubblico in forma ridotta durante una serata in settembre 2017 per celebrare il ritorno di alcuni pezzi da un lungo restauro), con l’aggiunta di qualche reperto proveniente dall’ex convento di San Giacomo a Bellombra. “Solo apparentemente i pezzi sembrano di poco conto”, spiegano i curatori: “Si tratta infatti di frammenti e scarti di cottura, usati spesso in passato per consolidare le fondazioni di edifici o le sponde di canali che, sulla base delle indicazioni di Francesco Antonio Bocchi, furono rinvenuti casualmente ad Adria e nelle campagne circostanti. In realtà, nel loro complesso, questi materiali offrono un’ampia panoramica sulla tecnologia dell’arte ceramica rinascimentale e sul repertorio delle sue figurazioni, immortalata anche dai grandi pittori veneti del Rinascimento: dalla ceramica graffita alla più preziosa maiolica, alla sua imitazione più “povera”, la pseudo maiolica. E proprio gli scarti di lavorazione e di cottura, insieme a alcuni curiosi supporti a forma di “zampa di gallina” usati come distanziatori tra i vasi nell’impilaggio all’interno della fornace durante la cottura, ci consentono di ricostruire le catene produttive e sono preziose testimonianze di un’arte assai complessa. Sulla tecnologia e sul repertorio figurativo si snodano i temi delle quattro vetrine (“Dalla terra al piatto. Metodi di lavorazione e uso della ceramica”; “I tempi graffiti. Ornamenti e tecniche nel corso dei secoli”; “Lustro dall’Oriente. L’arte della maiolica e le imitazioni locali”; “Mangiare a colori. L’evoluzione della tecnica e del gusto nelle decorazioni”) allestite, con utili agganci alla storia locale del Rinascimento: dal processo per eresia  di Luigi Grotto – il “Cieco di Adria”-, alle vicende del passaggio della città dalla Casa Estense alla Repubblica Serenissima, alle grandi opere idrauliche che modellarono il Delta del Po fino alla forma attuale”.

La pianella della collezione Bocchi da restaurare: è il tipico sandalo veneziano del XVI secolo in legno e cuoio

Art bonus per la “pianella”.  L’inaugurazione della mostra è l’occasione per presentare al pubblico la possibilità di partecipare al finanziamento del restauro della “pianella” in legno e cuoio, sandalo ad alta zeppa tipico del costume femminile veneziano, anch’essa pertinente alla Collezione Bocchi. Si tratta di una calzatura a doppio tacco in legno rivestito in cuoio decorato a punzonatura, databile alla fine del XVI – inizi del XVII secolo . Originariamente, doveva recare sulla punta una applique in metallo o altro materiale, di cui rimangono i fori per il fissaggio. Una famosa opera del pittore veneziano del Rinascimento, Vittore Carpaccio, conservata al Museo Correr, “Due dame veneziane”, mostra un paio di pianelle, poste sul pavimento, molto simili a quella adriese. “È un’occasione per diventare mecenati”, sottolineano al museo Archeologico: “finanziando il restauro della pianella con l’Art bonus”. Secondo gli studiosi, il sandalo che fa parte della collezione Bocchi, a giudicare dalle tracce di sedimento ancora presneti sul manufatto, dovrebbe provenire dagli scavi ad Adria citati da Francesco Antonio Bocchi, che così lo descrive nel catalogo del Domestico museo, riconoscendone l’appartenenza ad un’età “moderna ma non recente”: “…Scarpa, o meglio sandalo, moderno ma non recente formato da una grossa suola sotto la quale sono due grandi rialzi corrispondenti l’uno alla parte del tacco l’altro a quella della punta:(…). Tutta ricoperta di pelle bianca ornata a punteggiatura e così pure le liste superiore sono ornate di fregi simili e di cappette all’estremità. Deve aver servito a donna….”. Probabilmente proprio perché si tratta di un’opera “polimaterica” (cuoio, legno e filo di sutura) che ovviamente prevede di interventi particolari, il sandalo era rimasto escluso dal lotto dei recenti restauri curati dalla soprintendenza di Verona. Ma il suo precario stato di conservazione e la fragilità dei materiali con cui è stato realizzato, richiedono interventi immediati. Servono analisi diagnostiche e micro-campionature per determinare lo stato del degrado e mirati interventi di restauro, una delicata pulitura superficiale, una profilassi anti-xilofagi e la reidratazione del cuoio e delle parti in pelle, nonché interventi che prevengano ulteriore degrado.