Visite serali all’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, con un’opportunità eccezionale: ammirare l’affresco di giardino della casa del Bracciale d’Oro di Pompei, il più bello mai trovato nella colonia romana

Il grande affresco con la rappresentazione di un giardino dalla Casa del Bracciale d’Oro a Pompei

Metti una sera una passeggiata in giardino. Ma non un giardino qualsiasi; uno spazio verde speciale: l’eccezionale affresco di giardino recuperato a Pompei nella Casa del Bracciale d’Oro. L’opportunità fino al 30 settembre 2017 la offre l’Antiquarium di Boscoreale, ai piedi del Vesuvio, che il venerdì in agosto e il venerdì e il sabato in settembre, nel corso delle aperture serali, al costo di 2 euro, presenterà eccezionalmente la grande parete affrescata con scene di giardino proveniente dalla casa del Bracciale d’Oro di Pompei, rientrata il 14 agosto dal Grand Palais di Parigi dove era stata esposta dal 15 marzo al 24 luglio scorsi nella mostra “Jardins” assieme a  opere di Fragonard, Monet, Cézanne, Klimt, Picasso e Matisse.

L’Antiquarium di Boscoreale, vicino a Pompei

“L’Antiquarium, istituito nel 1991 ed ospitato in un edificio costruito su un terreno donato dal Comune di Boscoreale, nelle adiacenze dell’area archeologica di Villa Regina”, spiegano alla soprintendenza speciale di Pompei, “illustra, con l’ausilio di strumenti didattici, la vita e l’ambiente dell’epoca romana nell’agro Vesuviano particolarmente favorevole all’insediamento e allo sfruttamento umano. Vi sono esposti numerosi reperti di ogni genere, rinvenuti spesso in eccezionale stato di conservazione sotto la coltre di cenere e lava vesuviana durante gli scavi effettuati, tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, in alcune delle case di Pompei e nelle ville rustiche e signorili attestate in questa zona, i quali permettono di acquisire dati notevolmente precisi sul tenore di vita, sulle condizioni economiche, sugli usi e costumi degli abitanti di questo territorio in età romana”.

Il massiccio bracciale d’oro, che ha dato il nome alla casa di Pompei dove è stato trovato: oggi è conservato al museo Archeologico di Napoli

Il grande affresco decorava la zona centrale della parete a sinistra dell’ingresso della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. “La dimora”, ricorda l’archeologa Rosaria Ciardiello, “prende il nome dal rinvenimento di un bracciale d’oro dell’eccezionale peso di seicentodieci grammi. Nel corso dello scavo, nel settore di servizio, infatti, si rinvenne un piccolo nucleo familiare composto da due adulti ed un bambino in tenera età, che si erano rifugiati nel sottoscala dove trovarono la morte. Al braccio di uno dei due adulti fu rinvenuta la preziosa armilla costituita da una verga che termina con due teste di serpente i cui occhi sono composti da pietre preziose che reggono nelle fauci un disco sul quale è rappresentato un busto di Selene. La divinità, sormontata da un crescente lunare e da sette stelle, regge un velo rigonfio a forma di nimbo”. Vedi il video della soprintendenza sulla casa del Bracciale d’Oro

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d’Oro a Pompei

L’affresco della Casa del Bracciale d’Oro è tra le più accurate rappresentazioni di giardino di III stile, risalente al secondo venticinquennio del I secolo d.C. La cura dei dettagli con la quale è raffigurato il lussureggiante giardino fiorito, genera un effetto realistico che permette di riconoscere diverse specie di piante dell’epoca,  l’oleandro, il viburno, il vilucchione, la palma, la rosa, l’edera variegata, oltre alla varie tipologie di uccelli, volteggianti o posati sui rami degli alberi, come  il colombo, il colombaccio, la gazza ladra, il passero e la rondine. La decorazione rinvenuta negli anni ’70 in frammenti è stata ricomposta grazie ad un complesso intervento di restauro. Proprio Rosaria Ciardiello descrive l’affresco nei minimi dettagli: “L’oecus (la sala di rappresentanza) era decorato da bellissime pitture di giardino che, per l’ottimo stato di conservazione dei colori dell’intonaco, nonostante le condizioni di frammentarietà, cui si è ovviato con una attenta e curatissima opera di distacco e ricomposizione realizzata tra il 1979 e il 1983, si pongono al primo posto fra quelle ritrovate nelle città vesuviane. La decorazione, rinvenuta negli anni ‘70 in numerosi frammenti sotto il crollo della volta, è stata ricomposta a seguito di un delicato intervento di restauro. Essa riproduceva un bellissimo viridarium ricco di vari tipi di piante e ravvivato da erme marmoree ed uccelli di varia specie. Le pareti mostrano un giardino immaginario visto attraverso una grande finestra che si apre per tutta la sua larghezza. La fauna e la flora sono rappresentate con grande fedeltà. Tra gli uccelli si riconoscono l’alzavola, raffigurata mentre si leva in volo, l’usignolo, la cornacchia grigia, la garzetta. Tra le piante spiccano gli oleandri, i corbezzoli, il pino, le rose. Ad ogni elemento si accompagna anche un possibile significato simbolico. Sono state riconosciute, infatti, la palma da datteri, simbolo di vittoria e immortalità; l’alloro, sacro ad Apollo; il corbezzolo, simbolo di eternità; il papavero, caro a Demetra; il pino, simbolo di fecondità e sacro a Cibele; il viburno, consacrato nei trionfi; l’oleandro velenoso simbolo di morte, e la rosa, simbolo di amore e sacra a Venere. Allo stesso modo è stato possibile riconoscere anche nelle specie di uccelli raffigurati un significato simbolico, come nel caso della colomba sacra a Venere simbolo della fedeltà coniugale o della coturnice simbolo dell’amore. A sinistra di un bacino di fontana zampillante si riconosce l’usignolo poggiato su di una canna utilizzata come sostegno alle rose. Dall’alto pendono maschere dionisiache, in funzione di oscilla”.

Il foro di Pompei di notte

Le passeggiate notturne sono previste anche negli altri siti vesuviani: fino al 30 settembre 2017, dalle 20.30 alle 23, si può entrare nella Villa di Poppea a Oplontis e agli Scavi di Pompei in due diversi itinerari, l’uno con partenza da Porta Marina con proiezioni multimediali lungo il percorso fino al quartiere dei teatri  e l’altro da piazza Anfiteatro con visita alle mostre “Pompei e i greci”, “Pompei underground” sui Pink Floyd e all’esposizione sugli affreschi di Moregine alla Palestra grande.

Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: prende forma il programma della 28.ma edizione, dal 3 all’8 ottobre 2017. Sarà l’ultima curata da Dario Di Blasi: 56 film da venti Paesi, conversazioni con i protagonisti. Il simbolo della rassegna da una coppa egittizzante da Stabia oggi al Mann

Il manifesto della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto dal 3 all’8 ottobre 2017

La 28.ma edizione della rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto prende forma. L’appuntamento, promosso dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto presieduta da Giovanni Laezza, è dal 3 all’8 ottobre 2017 all’auditorium “F. Melotti” di corso Bettini, dove saranno proiettati i 56 film in programma provenienti da una ventina di Paesi in rappresentanza di tutti i cinque continenti, e in sala convegni “F. Zeni” della fondazione Museo Civico in borgo Santa Caterina, dove la domenica 8 saranno presentati i film più graditi al pubblico e alla giuria internazionale. Quest’anno infatti ci sarà la 13.ma edizione del concorso biennale “Premio Paolo Orsi”, assegnato da una giuria qualificata composta da Maura Medri, archeologa e docente di Metodologia di ricerca archeologica e Archeologia dell’architettura all’università Roma Tre; Lulli Bertini, archeologa e regista cinematografica; Umberto Pappalardo, archeologo e docente di Archeologia classica all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli; Fari Djatali-Lorenz, regista e produttrice cinematografica Germania-Iran; Philippe Dorthe, presidente fondatore di Icronos, festival International du film d’Archéologie de Bordeaux.

Il prof. Frederick Mario Faled, assiriologo dell’università di Udine, apre le conversazioni alla Rassegna di Rovereto

Anche quest’anno alle 17.45, all’auditorium Melotti, sono previste conversazioni con alcuni protagonisti della ricerca archeologica moderate da Dario Di Blasi, curatore della rassegna internazionale del Cinema archeologico, e Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia del museo Civico di Rovereto. Il 4 ottobre 2017, interviene Frederick Mario Fales, docente di Storia del Vicino Oriente antico e di Filologia Semitica all’università di Udine, su “Gli antichi assiri nell’odierno Kurdistan: monumenti e iscrizioni da scoprire”; il 5 ottobre 2017, Giovanni Brizzi, docente di Storia romana all’università di Bologna, su “Le battaglie annibaliche attraverso le evidenze archeologiche, toponomastiche, letterarie: il Trasimeno e altri episodi”; il 6 ottobre 2017, Ken Dark, archeologo in Galilea, docente all’università di Reading, su “Gesù aveva una casa a Nazaret?”; il 7 ottobre 2017, Corinna Rossi, architetto ed egittologa, su “Raccontare il passato: l’archeologia tra fonti e interpretazioni personali”, e Giulio Paolucci, direttore del museo civico Archeologico delle Acque di Chianciano e futuro direttore del museo Etrusco di Milano, su “Nuovi musei e diffusione del Sapere”. Sempre al 7 ottobre, ma al mattino, alle 11.15, conversazione moderata da Antonia Falcone, archeologa, blogger e digital strategist, con Jacopo Bonetto, responsabile del progetto Nora dell’università di Padova; Davide Borra, NoReal; Alessandro Furlan, Altair4; Daniele Bursich, gruppo Facebook “Archeologia, Beni Culturali e Nuove tecnologie”; Graziano Tavan, giornalista del blog archeologiavocidalpassato.it, su “Il Mondo Antico tra di noi ? Realtà tridimensionale, immersiva, aumentata, social e archeologia ai confini della realtà”.

S.E. Mai Alkaima, ambasciatrice della Palestina in Italia

Ospiti internazionali sono confermati anche per la 28.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico. A Rovereto sono attesi S.E. Mai Alkaila, ambasciatrice di Palestina, che presenzierà nella serata conclusiva della rassegna, sabato 7 ottobre, alla cerimonia di premiazione dei film in concorso per il “Paolo Orsi” e per il “Città di Rovereto-Archeologia Viva”; dall’Egitto, Mostafa Amin Mostafa, segretario del Supreme Council of Antiquities of Egypt; Azza ElKholy, Head of Academic Research Sector della Biblioteca di Alessandria d’Egitto; Ahmed Mansour, Deputy Director of Calligraphy and Writing studies Center della Biblioteca di Alessandria d’Egitto; Mohamed Soliman, Head of Cultural Outreach Sector della Biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

“In un tempo di archeologia in frantumi  per guerre, terrorismo, incuria, aggressioni speculative”, scrive nella prefazione al programma Dario Di Blasi, curatore storico della rassegna, “si fa urgente per ogni comunità locale, in ogni parte del pianeta, il bisogno di occuparsi del proprio territorio, della propria storia a prescindere da quel che fanno o non fanno gli Stati nazionali, le organizzazioni internazionali, e le cosiddette istituzioni preposte alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione. Nessuna comunità è in grado di occuparsi di ciò a prescindere dalla conoscenza e dalla cultura e tutti gli strumenti che aiutano a diffondere conoscenza, sapere e cultura  come il cinema sono utili a  questo scopo. La rassegna è nata 28 anni fa per questo e questo rimane il suo intento”. Per Di Blasi questa sarà l’ultima rassegna: “Mi accingo a lasciare, dopo quasi trent’anni, questa attività legata alla rassegna  e non mi vergogno a citare ancora una volta queste frasi di Giovanni Semerano: …Solo i popoli che acquistano chiara coscienza del proprio passato sono in grado di costruire un avvenire commisurato alle proprie istanze, perché liberi da errori che gravano sull’antico cammino. Gli altri impigliati nei congegni di un mondo senz’anima, mimano ogni giorno una vita non alimentata da segrete salutari radici… È un linguaggio antico sempre più attuale!”.

Skyphos di ossidiana da Stabiae con scene di culto egiziano in mostra al museo Archeologico di Napoli

Simbolo della 28.ma edizione della rassegna roveretana è un particolare da una coppa in ossidiana conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli, per gentile concessione di Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Il 21 e il 22 maggio del 1954, durante i lavori di scavo dell’ambiente n. 37 della Villa San Marco a Stabiae, l’attuale Castellammare di Stabia”, scrive O. Elia sul Bollettino d’Arte nel 1957, “si rinvennero numerosissimi frammenti di ossidiana finemente lavorata e una notevole quantità di fili d’oro e minuscole tarsie di malachite, diaspro giallo, lapislazzulo, corallo bianco e rosa, alcune ancora inserite in tralicci di lamine d’oro, che costituivano una ricca decorazione ad intarsio con motivi egittizzanti. Insieme con i frammenti furono anche rinvenute otto zampe leonine in argento forse appartenenti a un piccolo armadio in cui i preziosi vasi venivano custoditi. Gli scopritori, intuita l’eccezionalità del rinvenimento, trasferirono i frammenti presso l’Officina dei Restauri del museo nazionale di Napoli ove l’accurato e paziente lavoro di restauro permise di ricomporre due skyphoi quasi gemelli con decorazione egittizzante (Coppa A e Coppa B), uno skyphos più piccolo con elementi vegetali conservato quasi per intero (Coppa C) e parte di una phiale, una coppa poco profonda utilizzata per le libagioni, con scena nilotica”. “A questo primo restauro, conclusosi nel 1956”, ricorda Luigia Melillo della soprintendenza speciale per il Beni archeologici di Napoli e Pompei, “seguirono altri due interventi, uno effettuato nel 1964 e uno nel 1974, nel corso dei quali furono ricollocate ulteriori parti dell’intarsio e furono riassemblati frammenti delle anse. Ulteriori restauri nel 2011-2012 hanno consentito la corretta collocazione di alcuni frammenti e la riesposizione al pubblico delle tre coppe nel novembre 2012”.

Nobile e solenne: l’Efebo di via dell’Abbondanza ti accoglie nel tablino della domus ricostruita a Vetulonia per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” insieme a una quadreria con i pinakes, piccoli affreschi staccati dalle case pompeiane. E poi l’angolo della musica con l’Apollo Citaredo e il giardino arricchito da fontane, erme, oscilla e statue

Rendering dell’allestimento del tablino a cura dell’arch. Luigi Rafanelli per la mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” a Vetulonia

Ti affacci all’uscio e lui, l’Efebo di via dell’Abbondanza, è lì che ti accoglie, il suo sguardo pensoso, il suo portamento solenne, “nell’armonica disposizione del corpo e nella nobile compostezza del volto”, come sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dove, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider), è stata ricreata una domus pompeiana, con un centinaio di reperti provenienti dalle colonie romane dell’area vesuviana, Pompei, Ercolano, Stabia, e conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli. Dopo aver fatto la conoscenza con gli ambienti che davano sull’atrio, il luogo più rappresentativo e privato della domus (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/15/nellatrio-di-una-domus-pompeiana-a-vetulonia-nella-mostra-larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-si-scoprono-tesori-e-oggetti-comuni-degli-ambienti-del-cuore-di-una-cas/),continuiamo il nostro viaggio nel tempo e nello spazio sempre accompagnati dall’archeologa Luisa Zito entrando nel tablino, “l’ambiente più importante della mostra”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “perché ospita il famosissimo Efebo in bronzo, che campeggia al centro di esso, ed è decorato alle pareti da affreschi che formano una immaginaria quadreria”. L’Efebo, a Vetulonia, diversamente da quando era esposto al Paul Getty Museum di Los Angeles (ultima tappa straniera prima del suo rientro in Italia), non è circoscritto da uno spazio delimitato e definito, ma è libero da tutte le parti, in modo che può essere visto e goduto (circostanza eccezionale) dai visitatori a 360°, come sospeso nel tempo e nello spazio. “Non c’è altra luce nella stanza – continua Luigi Rafanelli – se non quella speciale che lo illumina, e il chiarore che proviene dalle pareti con gli affreschi è soffuso e non se ne percepisce la provenienza”.

L’archeologa Luisa Zito davanti all’Efebo di via dell’Abbondanza nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Era in piedi, nell’atrio della domus di Publius Cornelius Tages, una delle più grandi di Pompei, quando fu trovato da Amedeo Maiuri in quel lontano 25 maggio 1925. “E se oggi possiamo ammirare l’Efebo in tutta la sua bellezza”, ricorda l’archeologa Zito, “è perché quando ci fu l’eruzione la grande casa era in ristrutturazione, e quindi – come si fa ancora oggi – il padrone aveva provveduto a spostare nel grande atrio parte della mobilia, proteggendola con teli. Così è stato anche per l’Efebo che deve proprio la sua sopravvivenza al suo ricovero negli spazi aperti dell’atrio che non conobbero il crollo dei piani superiori della domus”. Alla preservazione eccezionale della patina bronzea – continua Simona Rafanelli -, al di sotto di una superficiale doratura, dovette inoltre contribuire il tessuto abbondante con  il quale l’Efebo, con i due sostegni per le lampade in forma di tralci vegetali, di cui era stato munito, ed unitamente ad altri pregiati arredi bronzei recuperati accanto alla statua, era stato completamente avvolto. In mostra, però, l’Efebo presenta un solo sostegno portalampade: “L’altro”, precisa Zito, “era in uno stato di conservazione precario, che ha consigliato la sua non esposizione”. La statua fu realizzata tra il 20 e il 10 a.C. in una bottega artigiana pompeiana che ha riadattato a uso portalampade un bronzo greco che si rifaceva ai canoni del V sec. a.C. con riferimenti diversi: “La lieve torsione del corpo è di ispirazione policletea”, spiega Zito, “mentre il volto ha analogie con l’Athena Lemnia di Fidia”.

Donna con filo: intonaco dipinto dalla Casa di Giuseppe II di Pompei, oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

La direttrice Simona Rafanelli con il maestro Stefano Cocco Cantini

Rapiti da tanta bellezza notiamo solo ora la calda atmosfera che ci ha accolti nel tablino: le dolci note di un flauto riempiono tutta la sala e si diffondono fino al giardino. “È un’antica musica etrusca”, precisa Zito. Proprio Simona Rafanelli con il maestro e compositore Stefano Cocco Cantini da anni sta studiando gli antichi strumenti emersi dagli scavi archeologici e le fonti coeve per recuperare suoni e ritmi della musica etrusca (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/03/05/dalle-tombe-dipinte-di-tarquinia-alla-musica-perduta-degli-etruschi-a-firenze-live-coinvolgente-con-letruscologa-simona-rafanelli-e-il-jazzista-stefano-cocco-contini/). Sulle note degli antichi etruschi l’occhio comincia a scorrere sulle pareti decorate del tablino, l’ambiente di rappresentanza della casa, che qui ospita una eccezionale quadreria, composti da sedici bellissimi quadri-affreschi, provenienti da Pompei e dall’area vesuviana. “L’allestimento”, interviene Luigi Rafanelli, “suggerisce l’idea di come erano sistemati, nella “pinacoteca” di una villa romana/pompeiana i piccoli dipinti (pinakes) che rappresentavano soggetti mitologici , domestici, naturalistici, con una tecnica pittorica mutuata dai greci. In questo modo diventava uno spazio fantasioso pieno di immagini, da cui l’abitante e l’ospite si sentivano avvolti, così per il visitatore odierno costituisce una immaginifica messa in scena per ritornare con la mente a quei luoghi e a quei tempi”. Gli affreschi, come fa notare l’archeologa Zito, sono stati staccati da soggetti più grandi e ricomposti senza rispettare la sequenza originale ma rispondendo al gusto estetico dell’epoca borbonica.  “In questa maniera”, stigmatizza Fiorenza Grasso, “gli scavatori borbonici distruggevano i complessi decorativi da cui i singoli soggetti (amorini, scorci di paesaggi, uccelli, …) erano tratti, e solo in rarissimi casi si ordinava un preventivo disegno dell’intera decorazione”. Gli affreschi o, meglio, i quadretti-affresco nel tablino ricreato di Vetulonia, appartengono per la maggior parte al cosiddetto IV stile pompeiano, definito anche “stile fantastico” che si sviluppa negli ultimi decenni di vita di Pompei prima dell’eruzione: “si torna all’illusione spaziale ottenuta con arditi scorci, quinte sceniche, portici e architetture complesse, baroccheggianti nella fase claudio-neroniana e di ispirazione teatrale”.

Statua in bronzo di Apollo con la lira dalla Casa di Apollo di Pompei, oggi al Mann (foto di Giorgio Albano, Mann)

Dal tablino, attraverso una grande apertura, si accede al portico in cui è posto l’angolo della musica, forse la disciplina più importante della paideia (educazione) giovanile. Il tema della musica è sviluppato in una vetrina con reperti eccezionali. Si è subito rapiti dall’Apollo citaredo in bronzo: “Prima della scoperta dell’Efebo di via dell’Abbondanza”, ricorda Zito, “questa era la più importante scultura in bronzo rinvenuta a Pompei”. Nudo, con le gambe incrociate, il capo reclinato, il braccio sinistro disteso lungo il corpo e in mano il plettro, mentre il destro piegato a reggere la lira poggia su un pilastrino; capelli raccolti sopra la nuca, occhi resi con la tecnica dell’ageminazione: lega d’argento per la cornea e rame per l’iride. “La domus dove fu scoperto l’Apollo, che da allora è ricordata come la casa del Citaredo”, continua Zito, “fu scavata tra il 1810 e il 1840, all’estremità dell’insula VII”. Accanto all’Apollo citaredo, un sistro, caratteristico strumento in bronzo molto comune nelle cerimonie in onore di Iside, Cibele e Dioniso; e un prezioso flauto in bronzo, argento e avorio: era usato dai musicisti nei funerali, ai banchetti e nelle rappresentazioni teatrali.

Rendering della vista dal tablino sul giardino chiuso dalla riproduzione del grande affresco della domus pompeiana del Bracciale d’oro

Venere accovacciata: piccola statua in marmo dalal Casa del triclino a Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E siamo nel giardino, che chiude il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. “Nelle pareti che delimitano idealmente uno spazio aperto”, precisa Luigi Rafanelli, “è riportata graficamente una scena continua di giardino”. È la riproduzione del grande affresco della Domus pompeiana del Bracciale d’oro. “Nella trasformazione della casa, con la nuova moda ellenistica”, spiega Grasso, “il giardino diventa il luogo più adatto per creare sfarzosi giochi d’acqua, importanti scenografie evocative, del mondo nilotico e bacchino da godere distesi negli adiacenti letti triclinari all’aperto”, Al centro del nostro giardino vediamo una vasca-fontana (labrum) in marmo bianco da Pompei: le fontane erano parte importante della ornamentazione del giardino, immancabilmente abbinate a erme, oscilla e statuette marmoree e bronzee. Anche nell’ideale giardino ricreato a Vetulonia troviamo alcune erme (pilastrini con sopra un busto di Dioniso), gli oscilla (i caratteristici dischi in marmo a vari soggetti o maschere teatrali che venivano appesi lungo il peristilio e, perciò, oscillavano al vento), alcune statuette: “Bellissima”, indica Zito, “la piccola Venere accovacciata, in marmo, oggi bianco, ma in origine dipinta: all’altezza del seno sono ancora visibili tracce di colore rosso. La Venere al bagno decorava l’impluvio dell’atrio della Domus del Triclinio: questa copia miniaturistica si rifà, come moltissime altre trovate, alla Venere lavantem sese realizzata nel III sec. a.C. da Doidalsas di Bitinia ed esposta nel tempio di Giove, nel portico di Ottavia a Roma”. In primo piano il rigoglioso giardino ricostruito con essenze arboree (finte) presenti all’epoca, chiuso da una staccionata a maglie romboidali, molto comune nella recinzione di orti e giardini. Superiamo anche questo cancelletto, e torniamo alla Vetulonia dei giorni nostri.

(3 – fine; i precedenti post il 7 agosto e il 15 agosto 2017)

Nell’atrio di una domus pompeiana: a Vetulonia, nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” si scoprono tesori e oggetti comuni degli ambienti del cuore di una casa romana

Il rendering della prima sala della mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma” che riproduce, nell’allestimento di Luigi Rafanelli, l’atrium di una domus pompeiana

Un gracidare di ranocchie sembra quasi fare festa per il nostro arrivo. Iniziamo dunque il nostro viaggio nel tempo e nello spazio. Siamo nell’atrio di una domus pompeiana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/07/larte-di-vivere-al-tempo-di-roma-ricreata-al-museo-isidoro-falchi-di-vetulonia-una-domus-pompeiana-con-cento-preziosi-reperti-dal-museo-archeologico-di-na/) ricreata nel museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra “L’Arte di Vivere al tempo di Roma. I luoghi del tempo nelle domus di Pompei” (aperta fino al 5 novembre; catalogo de “L’Erma” di Bretschneider): “Le ranocchie che sentiamo ricordano quelle che popolavano l’impluvio”, spiega l’archeologa Luisa Zito, “la grande vasca nel cortile porticato della domus destinata alla raccolta dell’acqua piovana: qui in mostra l’impluvio è reso idealmente da un rettangolo disegnato sul pavimento musivo”. Attorno a noi pareti rosse, nere, ocra, dove si aprono vetrine che rappresentano le stanze cui si accedeva dall’atrio e che dall’atrio prendevano luce. Siamo in un percorso visivo affascinante che, sottolinea l’architetto Luigi Rafanelli,  “guidando il visitatore in un viaggio emozionale nelle agiate dimore pompeiane, tende ad annullare le coordinate spazio-tempo”.

Lare danzante in bronzo proveniente da Ercolano, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Era proprio nell’atrium, il luogo più rappresentativo e privato della domus, che si attendeva al culto degli antenati: nel Larario, costituito da una semplice nicchia fino a una più elaborata fronte di un tempietto, era raffigurato il Genius, protettore della famiglia, con accanto i Lari, figli di Mercurio, portatori di prosperità, e i Penati, divinità collegate al benessere della casa. “Il Larario poteva essere al centro dell’atrio o lungo una parete del porticato”, ricorda Zito, indicando due vetrine, una al centro della sala e l’altra lungo una parete: “Potevano esserci divinità famose – qui possiamo ammirare due preziose statuette in bronzo con Atena/Minerva ed Ercole -; oppure Lari generici, qui nella versione “a riposo” e “danzante”: statuette in bronzo provenienti da Ercolano”. Reso omaggio agli antenati, cominciamo a scoprire meglio gli ambienti della domus. La prima vetrina ci introduce in una delle sale di rappresentanza (oeci) o di soggiorno (exedra): ecco quindi la presenza di candelabri (“Molto moderno il candelabro in bronzo da Pompei, su tre piedi a forma di gamba umana, con asta estensibile, così da alzare la posizione della lucerna e allargare il raggio di illuminazione della stanza”), e lucerne, da appoggiare o da appendere.

Pentola in terracotta con coperchio su treppiedi in ferro, trovata nella Casa del Poeta tragico a Pompei; oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Dalla sala di rappresentanza si passa idealmente alla dispensa e alla cucina. Ecco – fossilizzati – una coppetta di noci, alcune già sgusciate; e poi piccoli contenitori con olive e fichi; e ancora pagnotte già porzionate in 8 spicchi e pronte – duemila ani fa – per essere consumate: “Pompei ha restituito fin dalle prime ricerche borboniche una messe unica di informazioni sulla vita quotidiana della colonia”, ricorda Zito. “Per la prima volta gli archeologi avevano a disposizione una grande varietà di oggetti di uso quotidiano di epoca imperiale, straordinariamente conservatisi sotto la coltre di cenere e lapilli: suppellettili da cucina, strumenti per la medicina e le misurazioni, ma anche materiali fragili come tessuti, e cordame. E alimenti: cereali, olive, uova, frutta, e salse come il famoso garum. Già dalla metà del Settecento la Collezione de’ Commestibili era esposta nella villa Reale di Portici”. Accanto alla dispensa c’era la cucina, sempre dotata di una propria suppellettile che variava per quantità, qualità e materia in base alle possibilità economiche del proprietario. L’instrumentum domesticum (ossia l’insieme degli utensili domestici) poteva essere di vetro, bronzo o terracotta: troviamo pentole (“Bellissima la grande pentola in terracotta trovata nella Casa del Poeta Tragico di Pompei: poggia su un treppiede di ferro che poteva essere spostato direttamente sulle braci, ed evitava il contatto diretto della pentola con la fiamma”); imbuti, colini, stadere, pentole a uno o due manici, e stampi per pasticcio in bronzo a forma di pollo spiumato (a ricordare l’ingrediente base della lasagna).

L’eccezionale samovar in bronzo proveniente dall’area vesuviana, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Anfore, crateri, situle, bacili su tripode ci introducono alla sala del banchetto e, quindi agli arredi della tavola. E i banchetti, anche se non saranno stati sempre sontuosi come quello di Trimalcione descritto dal Satyricon di Petronio, nel mondo romano rappresentavano un momento importante. Anche a Pompei, come ben descrive Fiorenza Grasso nel catalogo della mostra (L’Erma di Bretschneider): la giornata tipo del pompeiano iniziava al mattino con la prima colazione (jentaculum), considerata uno dei pasti principali della giornata, a base di pane condito con aglio e formaggio, uova, miele, datteri e frutta, e talora rinforzata con pietanze di carne. A mezzogiorno il pranzo (prandium) era una sorta di spuntino leggero con legumi, pesce, uova e frutta. Il pasto più importante era la cena. Per i poveri, sulla tavola pane nero, piccoli pesci, verdure locali e formaggio. Per i ricchi il banchetto, reso possibile con una schiera di servi e cuochi, rappresentava un motivo di sfoggio della propria ricchezza. La bevanda principe del banchetto era il vino che veniva servito dagli schiavi pocillatores. D’inverno il vino veniva servito bollente condito con miele (vinum mulsum) o spezie (vinum conditum) nell’apposito samovar in bronzo. Sì, avete capito bene: un samovar. “La tradizione vuole che questo caratteristico contenitore metallico sia un’invenzione moderna dei Paesi slavi o del Vicino Oriente”, interviene l’archeologa Zito. “Invece c’erano già a Pompei, duemila anni fa. Per Vetulonia è un pezzo eccezionale: finora se ne conoscono solo due; uno è a Napoli, e uno qui!”. Il samovar pompeiano permetteva di scaldare il liquido al suo interno attraverso una doppia camera e di regolarne poi il deflusso con valvole di scarico. La cena, dopo una sfilata di pietanze, servite sugli scissores, si concludeva tra danze, musica e giochi acrobatici, col dessert di frutta secca, fichi farciti, datteri, miele fritto e una sorta di sorbetto (secundae mensae).

Il caratteristico vaso a paniere in bronzo (vasa escaria) proveniente da Pompei, oggi al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Durante il banchetto gli ospiti cenavano semisdraiati sui letti triclinari. Con la sinistra reggevano il piatto (patina o patella) o la scodella (catinus) o la coppa per bere (poculum) e con la destra portavano il cibo alla bocca. Frequenti quindi le abluzioni delle mani che si asciugavano con il tovagliolo. Gli avanzi (scoparii) erano gettati a terra sotto la mensa dagli stessi commensali a scopo beneaugurante. Le donne partecipavano al banchetto accanto agli uomini, ma sedute. Gli oggetti più frequenti per la mensa sono bacili in bronzo a due anse; coppe (in mostra, molto belle quelle a valva di conchiglia); brocche in bronzo per il vino (oinochoe). “Caratteristici i cosiddetti vasa escaria, ritrovati in grande quantità negli scavi pompeiani, hanno la forma del paniere con un grande manico che si apre a T e va ad agganciarsi sui due lati del vaso. Si ipotizza che fossero usati per servire in tavola i pesci o i molluschi attinti direttamente dal recipiente di cottura e offerti ai banchettanti nell’acqua di bollitura”. Sulla mensa non mancano boccalini in argilla figulina, economica alternativa ai più cari prodotti ceramici in “terra sigillata”; brocchette a “pareti sottili”; coppe carenate o emisferiche. E poi vetri: anfore da acqua; bottiglie a corpo quadrato, bicchieri con decorazioni a rilievo; piatti e ciotoline.

Balsamari in vetro da Pompei con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico

“I romani”, ci ricorda Fiorenza Grasso, “ponevano grande attenzione nella cura del corpo e dell’estetica. Perciò erano assidui frequentatori delle terme, pubbliche o private, che quindi ricoprivano un ruolo di centrale importanza nella vita sociale e politica. Alle terme ci si recava, oltre che per usufruire dei tanti servizi offerti per la cura del corpo, come massaggi o epilazioni praticate da personale specializzato, anche per svolgere attività fisica o intellettuale negli ampi spazi aperti  coperti disponibili”. Non poteva quindi mancare, nel percorso della mostra di Vetulonia, una vetrina che ricordasse la toeletta. Ovviamente l’oggetto più emblematico è lo specchio in argento, e poi aghi crinali in avorio per le acconciature femminili, cucchiaini in avorio o bronzo per mescolare ed applicare unguenti e medicamenti. Il “set” base dei romani alle terme era costituito da pinzette, fiaschette in vetro per l’olio (aryballos) e lo strigile in bronzo per detergersi.  Ma non mancavano i balsamari in vetro con unguenti profumati per la cura del corpo o a scopo medico.

(2 – continua; il precedente post il 7 agosto 2017)

Musei, aree e parchi archeologici nazionali: doppia apertura straordinaria, lunedì 14 e Ferragosto 2017. Ecco l’elenco, regione per regione

Doppia apertura straordinaria per musei, aree e parchi archeologici che lunedì 14 e martedì 15 agosto 2017 rimarranno aperti per un lungo ponte all’insegna della cultura. Oltre all’apertura prevista per Ferragosto, quest’anno il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo apre le porte ai visitatori anche lunedì 14, consueto giorno di chiusura per gran parte dei luoghi della cultura nazionali. Un’occasione unica per cittadini e turisti di trascorrere un Ferragosto all’insegna di una grande festa della cultura e godere dello straordinario patrimonio del nostro Paese. Dai resti dell’antica città italica nell’area archeologica di Alba Fucens a Massa d’Albe in Abruzzo ai Bronzi di Riace al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria alle tante domus riaperte agli Scavi di Pompei, dalla più grande area archeologica d’Europa tra il Foro Romano e il Palatino di Roma alle rovine della capitale dei Sanniti a Pietrabbondante in Molise, dal rinnovato allestimento del museo Archeologico nazionale di Taranto alle vestigia della colonia fenicia di Tharros nei pressi di Cabras. Ecco l’elenco completo, con gli  orari rispettivamente di lunedì e martedì.

L’anfiteatro romano di Amiternum (L’Aquila)

ABRUZZO Museo Archeologico “La Civitella” (Chieti), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico nazionale d’Abruzzo – Villa Frigerj (Chieti), 9-20, 9-20; terme romane (Chieti), chiuso; area archeologica di Iuvanum (Montenerodomo, Ch), chiuso, 8-14; nuovo museo Paludi di Celano — Centro di Restauro (Celano, Aq), 8.30-13.30, chiuso; teatro e anfiteatro di Amiternum, San Vittorino (L’Aquila), 9-19.30, 9 -19.30; area archeologica di Alba Fucens (Massa d’Albe, Aq), 14-20, 8-14; santuario di Ercole Curino (Sulmona, Aq), 8-14, 14-20.

L’area archeologica di Metaponto (Matera)

BASILICATA Museo Archeologico nazionale di Metaponto (Bernalda, Mt), 9-20, 9-20; parco archeologico (Bernalda, Mt), 10-19, 10-19; parco archeologico dell’area urbana e Tavole Palatine (Bernalda, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale “Domenico Ridola” (Matera), 9-20, 9-20; museo nazionale Archeologico della Siritide (Policoro, Mt), 9-20, 9-20; area archeologica di Siris – Herakleia (Policoro, Mt), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale dell’Alta Val d’Agri (Agrumento Nova, Pz), 9-20, 9-20; teatro romano (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; parco archeologico (Agrumento Nova, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” (Melfi, Pz), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Muro Lucano, Pz), 9-14, 9-20; museo Archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” (Potenza), 9-20, 9-20; museo Archeologico nazionale (Venosa, Pz), 9-20, 9-20; area archeologica (Venosa, Pz), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; catacombe ebraiche (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), 9-13 (prenotazione obbligatoria); insediamento neolitico di Notarchirico (Venosa, Pz), 9-13 (prenotazione obbligatoria), chiuso.

Una sala del museo nazionale Archeologico della Sibaritide

CALABRIA Museo Archeologico nazionale e parco archeologico di Scolacium (Borgia, Cz), chiuso, 9-19; museo Archeologico Lametino (Lamezia Terme, Cz), 8.30 -16.30, chiuso; museo Archeologico di Amendolara (Amendolara, Cs), 9-17, 9-14; museo Archeologico nazionale della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-20, 9-20; parco archeologico della Sibaritide (Cassano all’Ionio, Cs), 9-19.15, 9-19.15; antiquarium di Torre Cimalonga (Scalea, Cs), 9-23, 9-23; museo Archeologico nazionale di Crotone (Crotone), 9-20, 9-20; museo e parco archeologico nazionale di Capo Colonna (Crotone), 9-13/15-19, 9-13/15-19; museo e parco archeologico nazionale (Locri, Rc), 9-2, 9-20; museo dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-20, 9-20; area archeologica dell’antica Kaulon (Monasterace, Rc), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo Archeologico nazionale (Reggio di Calabria), 9-20, 9-20; museo Archeologico di Medma (Rosarno, Rc), 9-17, 9-17; museo statale (Mileto, Vv), 10-19, 10-19; museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” (Vibo Valentia), 9-20, 9-20.

L’ingresso della villa dei Papiri negli scavi di Ercolano

CAMPANIA Antiquarium di Ariano Irpino (Ariano, Av), 8-14, chiuso; parco archeologico dell’antica Abellinum (Atripalda, Av), 8-14, 8-14; anfiteatro romano (Avella, Av), 9-13, 9-13; area archeologica dei Monumenti Funerari (Avella, Av), 9-13, 9-13; parco archeologico dell’antica Aeclanum (Mirabella Eclano, Av), 9-13, 9-13; teatro romano (Benevento), 8-19.30, 8-19.30; museo Archeologico nazionale del Sannio Caudino (Montesarchio, Bn), 9-20, 9-20; museo Archeologico dell’antica Allifae (Alife, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico di Teanum Sidicium (Teano, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dell’antica Calatia (Maddaloni, Ce),9-20, 9-20; museo archeologico dell’antica Capua e Mitreo (S.Maria Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; anfiteatro campano (S.M. Capua Vetere, Ce), 9-19.30, 9-19.30; museo Archeologico dell’Agro atellano (Succivo, Ce), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico dei Campi Flegrei (Bacoli, Na), 9.14.20, 9-14.20; parco archeologico delle Terme di Baia (Baia, Na), 9.19.20, 9-19.20; scavi e antiquarium nazionale (Boscoreale, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa Jovis (Capri, Na), 10-19, 10-19; scavi di Stabia (Castellamare di Stabia, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo Archeologico nazionale (Napoli), 9-19, 9.19.30; museo Archeologico di Nola (Nola, Na), chiuso, 9-19; parco archeologico di Ercolano (Ercolano, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; scavi di Pompei (Pompei, Na), 9-19.30, 9-19.30; parco archeologico di Cuma (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (Pozzuoli, Na), 9-19.20, 9-19.20; scavi di Oplontis (Torre Annunziata, Na), 8.30-19.30, 8.30-19.30; parco archeologico di Elea-Velia (Ascea, Sa), 9-un’ora prima del tramonto, 9-un’ora prima del tramonto; museo archeologico nazionale di Eboli e della media valle del Sele (Eboli, Sa), 8.30-16, 8.30-14; villa romana e antiquarium di Minori (Minori, Sa), 8-19.30, 8-19.30; museo archeologico della Valle del Sarno (Sarno, Sa), 8.30-22, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Pontecagnano (Pontecagnano, Sa), 9-19.30, 9-19.30; museo archeologico nazionale e area archeologica di Paestum (Capaccio, Sa), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto aperti a Ferragosto

EMILIA ROMAGNA Museo nazionale etrusco “Pompeo Aria” e area archeologica di Kainua (Marzabotto, Bo), chiuso, 11-18.30; museo archeologico nazionale di Ferrara (Ferrara), 9.30-17.30, 9.30-20.30; museo Archeologico nazionale di Sarsina (Sarsina, Fc), 8.30-13.30, 8.30-13.30; complesso monumentale della Pilotta – galleria nazionale, museo archeologico nazionale, teatro Farnese, biblioteca Palatina (Parma), 8.30-14, 8.30-14; area archeologica di Veleia (Lugagnano val d’Arda, Pc), 9-18.30, 9-18.30; villa romana di Russi (Russi, Ra), 9-19, 9-19.

Il foro di Aquileia

FRIULI VENEZIA GIULIA Museo archeologico nazionale di Aquileia (Aquileia, Ud), 15-19, 8.30-19.30; museo paleocristiano (Aquileia, Ud), 9-13; museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli (Cividale, Ud), 9-14/15-19, 8.30-19.

Tumuli etruschi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri

Il Colosseo come lo vedono oggi milioni di visitatori da tutto il mondo

LAZIO Museo archeologico nazionale “G. Carettoni” e Area archeologica di Casinum (Cassino, Fr), 9-20, 9-20; museo archeologico nazionale di Formiae (Formia, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; comprensorio archeologico di Minturnae (Minturno, Lt), 8-20, 8-20; museo archeologico nazionale e area archeologica di Sperlonga (Sperlonga, Lt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; antiquarium e area archeologica di Lucus feroniae (Capena, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico Cerite (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli della Banditaccia (Cerveteri, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale archeologico (Civitavecchia, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; villa di Orazio (Licenza, Rm), apertura su prenotazione, 9-20; museo delle Navi Romane di Nemi (Nemi, Rm), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale di Palestrina e Santuario della Fortuna Primigenia (Palestrina, Rm), 9-20, 9-20; Pantheon (Roma), 8.30-19.30, 9-18; museo nazionale etrusco di Villa Giulia (Roma, Rm), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale preistorico ed etnografico “L. Pigorini” (Roma), 8-19, 8-19; Anfiteatro Flavio – Colosseo (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; Foro Romano e Palatino (Roma), 8.30-19.15, 8.30-19.15; terme di Caracalla (Roma), 9-14, 9-19; Palazzo Massimo – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Terme di Diocleziano – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.30; Palazzo Altemps – Museo nazionale Romano (Roma), chiuso, 9-19.45; Crypta Balbi (Roma), chiuso, 9-19.45; parco archeologico dell’Appia antica -Tombe della via Latina (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Santa Maria Nova (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica – Mausoleo di Cecilia Metella (Roma), chiuso, 9-18.30; parco archeologico dell’Appia antica -Villa dei Quintili (Roma), chiuso, chiuso; parco archeologico dell’Appia antica -Antiquarium Lucrezia Romana (Roma), 9-15, 9-15; parco archeologico dell’Appia antica -Villa di Capo di Bove (Roma), 9-18.30, chiuso; scavi di Ostia antica (Roma), 8.30-18.15, 8.30-18.15; Santuario dell’Apollo a Portonaccio (Roma), 8-14, 8-14; Antiquarium di Pyrgi (Santa Marinella, Rm), 9-19, 9-19; area archeologica di Villa Adriana (Tivoli, Rm), 9-22.30, 9-19.30; area archeologica di Poggio Moscini (Bolsena, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Vulci (Canino, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; Forte Sangallo e museo archeologico dell’Agro Falisco (Civita Castellana, Vt), 9-19, 9-19; area archeologica Anfiteatro Romano e Mitreo (Sutri, Vt), 9-18, 9-18; museo archeologico nazionale (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli dei Monterozzi di Tarquinia (Tarquinia, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Tuscania, Vt), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo nazionale Etrusco di Viterbo – Rocca Albornoz (Viterbo), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

L’anfiteatro romano di Luni

LIGURIA  Museo archeologico di Chiavari (Chiavari, Ge), 9-14, 9-14; museo preistorico dei “Balzi Rossi” e area archeologica (Ventimiglia, Im), 9-19.30, 9-19.30; area archeologica di Albintimilium (Ventimiglia, Im), 13-19, 13-19; villa romana del Varignano (Porto Venere, Sp), 14-19, 14-19; museo archeologico nazionale di Luni e area archeologica (Ortonovo, Sp), 9-19.30, 9-19.30.

Una visione aerea della villa romana di Sirmione, nota come Grotte di Catullo

LOMBARDIA Parco nazionale delle Incisioni Rupestri di Capo di Ponte (Capo di Ponte, Bs), 8.30-19, 8.30-19; Mupre – Museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica (Capo di Ponte, Bs), 14-18, 14-18; museo archeologico nazionale della Valle Camonica (Cividate Camuno, Bs), 8.30-13.45, 8.30-13.45; villa Romana e Antiquarium (Desenzano, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; grotte di Catullo (Sirmione, Bs), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Mantova (Mantova), 8.30-13.30, 8.30-13.30; area archeologica e Antiquarium di Castelseprio (Castelseprio, Va), 8.30-19, 9.30-18.30.

Testa guerriero da Numana (museo archeologico di Ancona)

MARCHE Museo archeologico nazionale delle Marche (Ancona), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico Statale (Arcevia, An), 13.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico Statale di Numana (Numana, An), 8.15-19.15, 8.15-19.15; museo archeologico Statale (Ascoli Piceno), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico statale di Cingoli Moscosi (Cingoli, Mc), 13.30-19.30, 8.30-13.30.

Il teatro di Pietrabbondante

MOLISE Museo sannitico di Campobasso (Campobasso), 9.30-19, 9.30-19; anfiteatro romano (Larino, Cb), 8.30-13.30, 8.30-13.30; Museo della città e del territorio (Sepino, Cb), 9.30-19, 9.30-19; area archeologica di Altilia –Sepino (Sepino, Cb), 9-18, 9-18; museo archeologico di Santa Maria delle Monache Isernia), 8.15-13.45, 8.15-13.45; museo nazionale del Paleolitico d’Isernia (Isernia), 8-19, 8-19; area archeologica del santuario Italico e teatro sannitico Pietrabbondante, Is), 10-19, 10-19, museo archeologico di Venafro (Venafro, Is), 8-19, 8-19.

Area archeologica di Libarna

PIEMONTE Area archeologica di Libarna (Serravalle Scrivia, Al), 8.30-16.30, 8.30-16.30; area archeologica di Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna, Cn), 8.30-18.30, 8.30-18.30; Musei Reali (Palazzo Reale, Armeria Reale, Museo archeologico, Galleria Sabauda) (Torino), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Il parco archeologico di Canne della Battaglia nel Comune di Barletta

PUGLIA Museo nazionale archeologico (Altamura, Ba), 8.30-19.30, 8.30-13.30; museo archeologico nazionale di Gioia del Colle (Gioia del Colle, Ba), 8.30-19.30, 14.30-19.30; parco archeologico di Monte Sannace (Gioia del Colle, Ba), 8.30-15, 8.30-15; museo nazionale archeologico Jatta (Ruvo di Puglia, Ba), 8.30-13.30, 8.30-13.30; parco archeologico di Canne della Battaglia (Barletta), 10-19, 10-19; museo nazionale e parco archeologico di Egnazia (Fasano, Br), museo: 8.30 -19.30, 8.30-19.30, parco: 8.30-19.15, 8.30-19.15; parco archeologico (Siponto, Fg), 12.30-21.30, 12.30-21.30; museo archeologico di Manfredonia (Manfredonia, Fg), 9-19.30, 9-19.30; museo nazionale archeologico di Taranto (Taranto), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Bronzetto al museo di Cagliari

SARDEGNA Museo archeologico nazionale (Cagliari), 9-20, 9-20; museo antiquarium di Porto Torres Porto Torres, Ss), 9-18, 9-18; museo archeologico ed etnografico “G. Sanna” (Sassari), 9-13, chiuso.

Il canopo di Dolciano al museo di Chiusi

TOSCANA Museo archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” (Arezzo), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Firenze), 8.30-14, 8.30-19; museo archeologico nazionale di Cosa (Ansedonia, Gr), 10.15-21.30, 10.15-18.30; museo archeologico nazionale di Castiglioncello (Rosignano, Li), 17.30-20, 17.30-20; museo archeologico nazionale di Chiusi (Chiusi, Si), 9-23, 9-20; museo archeologico nazionale di Siena (Siena), 10-19, 10-19.

Tempietto del Clitunno

UMBRIA Tempietto sul Clitunno (Campello sul Clitunno, Pg), 12.15 -17.45, 8.15 -19.45; teatro romano e antiquarium di Gubbio (Gubbio, Pg), 10-19.30, 10-19.30; museo archeologico nazionale dell’Umbria (Perugia), 8.30-19.30, 8.30-19.30; ipogeo dei Volumni e necropoli del Palazzone (Ponte San Giovanni, Pg), 9-19, 9-19; museo archeologico nazionale (Spoleto, Pg), 9.30-19.30, 9.30-19.30; museo archeologico nazionale (Orvieto, Tr), 8.30-19.30, 8.30-19.30; necropoli del Crocifisso del Tufo (Orvieto, tr), 10-19, 10-19; area archeologica di Carsulae (Terni), 8.30-19.30, 8.30-19.30.

Sculture al museo archeologico nazionale Concordiese

VENETO Area archeologica della Cattedrale (Feltre, Bl), solo su prenotazione 10-13/16-19; museo nazionale Atestino (Este, Pd), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale di Adria (Adria, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico nazionale (Fratta Polesine, Ro), 8.30-19.30, 8.30-19.30; area archeologica di Piazza Cardinal Costantini (Concordia Sagittaria, Ve), 8.30-19, 8.30-19; museo archeologico nazionale concordiese (Portogruaro, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Altino (Quarto di Altino, Ve), 8.30-19.30, 8.30-19.30; museo archeologico di Venezia (Venezia), 10-19, 10-19.

“Pompei e i Greci”: visita guidata alla mostra allestita nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, con 600 reperti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano

Il prof. Carlo Rescigno, uno dei curatori della mostra “Pompei e i Greci” davanti a un cratere da Locri Epizefiri (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. Ecco la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. L’allestimento espositivo è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion) che intensificano l’esperienza del visitatore, immergendolo in un ambiente multisensoriale legato al racconto della mostra e articolato in tre atti. “Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/05/26/pompei-fu-una-citta-della-magna-grecia-alla-domanda-risponde-la-mostra-pompei-e-i-greci-curata-da-osanna-e-rescigno-lo-spiegano-bene-nel-saggio-pubblicato-sul-catalogo-electa-segu/).

Cratere a figure rosse dalla tomba 113 Licinella di Paestum e una testa femminile dalla Basilica Noniana di Ercolano (Foto Graziano Tavan)

La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. E allora facciamo questo viaggio alla scoperta di Pompei prima della Pompei che conosciamo attraverso le tredici sezioni della mostra. All’ingresso il visitatore è accolto dalla prima installazione multimediale che ti riporta indietro nello spazio e nel tempo facendoti vivere e percepire uno spaccato di vita pompeiana. Lo spettatore è portato a percepire l’eccitazione provata dagli antichi navigatori nell’avvistare per la prima volta il golfo di Napoli dal ponte delle loro imbarcazioni, e ad assistere alla fusione di diversi popoli e culture nella grande rete di comunicazioni e di scambi che diede vita a uno stile di vita e a una forma di espressione artistica inconfondibili. La prima sezione, “Una grammatica greca di oggetti”, racconta dei primi contatti dell’Occidente con l’Oriente, spesso sottesi nel mito o nell’epica. Ecco dunque Odisseo/Ulisse che percorre il Mediterraneo, e da Oriente giunge in Occidente. “Del suo mitico viaggio e dell’incontro del mondo greco con le culture mediterranee”, spiegano Osanna e Rescigno, “abbiamo muti, solidi testimoni: sono gli oggetti, passati di mano in mano, trasportati ammassati nella chiglia di una nave, ricreati dalla sapienza manuale di un artigiano. Sopravvissuti al naufragio dell’antico, sono per noi parole di un racconto, testimoni del culto di un eroe, di una cerimonia votiva, parte di una rassegna di immagini intorno al tempio di una dea, incunaboli di vita privata”.

Sima con protome leonina dal tempio Dorico di Pompei (foto Luigi Spina)

La piroga in un unico tronco dall’abitato protostorico di Longola (foto Graziano Tavan)

“Pompei prima di Pompei” è la seconda sezione. Alla foce del fiume Sarno e lungo la sua vallata il contatto con il mondo greco inizia ben prima della fondazione della città, con i villaggi che precedono Pompei. Nelle necropoli di Striano, nell’insediamento protostorico perifluviale di Longola di Poggiomarino ai materiali indigeni (notevole la piroga dell’VIII sec. a.C., lunga 7 metri, ricavata da un unico tronco di legno quercino) si sommano reperti greci, provenienti da scambi commerciali innescati con le rotte mediterranee di passaggio per la foce del fiume, o giunti per il tramite delle città greche o etrusche presenti in Campania. È in questo contesto che nasce Pompei: “Gli spazi della città” (sezione 3). Pompei viene fondata alla fine del VII secolo a.C. Lo spazio cittadino è suddiviso da strade regolari in cui si distribuiscono case e luoghi pubblici. Una geometria di santuari, con templi dalla ricca decorazione policroma, scandisce il tempo del politico e del sociale. La nuova città, italica, con forti presenze stanziali etrusche, viene costruita anche ricorrendo a maestranze greche, ad artigiani che potremmo trovare attivi a Cuma, Poseidonia, Capua e Metaponto. E così nella IV sezione, “La non città: un palazzo italico”, vediamo cosa succede attorno a Pompei, dove il sapere greco diversamente incontra il mondo indigeno. La reggia del re di un insediamento lucano, a Torre di Satriano, viene decorata come un tempio da artigiani tarantini. Il palazzo diventa il microcosmo delle relazioni sociali, del controllo del territorio e delle sue risorse. Linguaggi, stili, mode greche si adattano a una realtà non urbana, con esiti di eccezionale importanza, straordinariamente conservati, come il magnifico tetto decorato da una primitiva, minacciosa Sfinge e da lastre con scene di combattimento. “La riscoperta del palazzo di Torre Satriano”, spiegano Osanna e Rescigno, “ha permesso di conoscere uno spaccato significativo della cultura indigena: lo spazio del potere, dove le formule di derivazione ellenica sono reinterpretate nella rappresentazione dell’autorità del signore del luogo”. In Campania, di questo adattarsi delle forme culturali, abbiamo numerose testimonianze: siamo nella sezione 5, “Il sacro e il politico”. Da Cuma si diffonde il culto di Apollo e della divina Sibilla, si affermano pratiche politiche e sociali. La cavalleria campana era il corpo dei giovani aristocratici, basata su di un fermo apprendistato, su riti di iniziazione, strutture e cerimonie che ritroviamo a Cuma, greca, come a Capua, etrusca e poi italica. I contatti tra i centri erano assicurati da trattati e alleanze, sanciti all’ombra dei templi, ricordati da cerimonie e iscrizioni. In Campania, con la fondazione di Poseidonia (Paestum), si affaccia la potente Sibari, la città achea, nell’attuale costa ionica di Calabria, che intorno a sé aveva costruito un impero: una laminetta, esposta nel santuario di Olimpia, ricorda l’alleanza costruita tra la città e il popolo tirrenico dei Serdaioi, testimone la città di Poseidonia.

La ricostruzione dei fondali del porto di Napoli con un ammasso di reperti di molte epoche (foto Graziano Tavan)

Elmo corinzio in bronzo trofeo della Battaglia di Cuma (474 a.C.)

È “Un mondo multietnico” (sezione 6) quello che si va componendo sotto i nostri occhi: un mondo variegato di genti, che parlano lingue diverse, manipolano gli stessi oggetti, ma ne personalizzano l’uso adattandoli alle proprie esigenze, praticano un commercio per piccoli scali, dove il sapere si mescola con le partite di merci. Nei porti di Pompei e Sorrento, a Partenope o presso il Rione Terra di Pozzuoli, allora sede di un piccolo scalo cumano, avremmo potuto udire parlar greco, etrusco, italico. Un equilibrio rotto dalla “Battaglia di Cuma” del 474 a.C. (sezione 7). Il mondo dei piccoli scali lungo il golfo, della grande Pompei, delle alleanze, entra in crisi alla fine del VI sec. a.C. ed esplode nella prima metà del secolo successivo. Un tiranno a Cuma crea i presupposti per un nuovo equilibrio, alterando la trama delle primitive alleanze. La fondazione di Neapolis, la nuova città al centro del golfo voluta da Cuma, che si affianca a Partenope ereditandone il culto della Sirena, crea una brusca frattura, interrompe il flusso composito di idee e merci, crea nuove forme di identità. Gli etruschi vengono affrontati in una battaglia navale e sconfitti dai cumani con l’aiuto dei siracusani. È qui che troviamo la seconda installazione multimediale. Il visitatore assiste a uno scontro tra due flotte da guerra che seminò distruzione e morte sul fondo del mare: la celebre Battaglia di Cuma che segnò l’inizio di una nuova era nella storia di Pompei, segnata dal declino di questa città un tempo fiorente e l’ascesa di altri centri urbani nell’area. Ancora una volta il lontano santuario di Olimpia registra gli eventi storici campani: nella dedica di una decima del bottino da parte del vincitore Ierone, tiranno di Siracusa, che graffia sulla superficie del lucido bronzo il ricordo della vittoria, trasformando l’evento in ricordo perenne grazie ai versi di un’ode di Pindaro. Dunque Pompei si contrae, un vecchio mondo tramonta. E Neapolis segna uno sviluppo costante e continuo. Come dimostrano i recenti scavi dei fondali del porto, oggetto della sezione 8: “Neapolis, materiali dai fondali del porto”. Della nuova città, Neapolis, possediamo infatti il racconto narrato proprio dalle merci che si depositarono nel tempo sui fondali del porto: ritroviamo le voci di una città greca che vive e respira nel Mediterraneo. Alla II metà del VI sec. – I metà del V sec. a.C. risalgono le coppe ioniche; al IV – III sec. a.C. le anfore vinarie del tipo greco-italico di produzione locale; al II sec. a.C. le ceramiche comuni di produzione neapolitana, le anfore di produzione pompeiana, le anfore ovoidi di produzione brindisina, le anfore puniche di Cadice, e le anfore di produzione rodia. Tramite il suo porto imponente, Neapolis raggiunge luoghi lontani e ne condivide usanze, costumi, mode, specchio dinamico per nuove, infinite identità greche.

L’hydria, premio dei vincitori dei giochi di Hera ad Argo (V sec. a.C,), finita nella casa pompeiana di Giulio Polibio nel I sec. d.C. (foto Graziano Tavan)

Si apre “Un nuovo mondo” (sezione 9): Oriente e Occidente si toccano. Pompei rinasce al seguito dei grandi eventi innescati nel Mediterraneo dall’epopea di Alessandro Magno e della famiglia macedone, e dall’espansione progressiva di Roma. I racconti della conquista d’Oriente arrivano per immagini e scopriamo in un vaso apulo l’immagine della battaglia di Alessandro contro Dario che ritroveremo, secoli dopo, a Pompei, nel grande mosaico della casa del Fauno. La città, nel corso del II secolo a.C., è parte dell’universo ellenistico, ricercata per architetture pubbliche e private, colorata da affreschi, impreziosita da fregi in terracotta. Due scarichi, uno da Atene, il secondo da Pompei, testimoniano, con le dovute differenze, la comunanza di pratiche sociali, le similitudini nella ricerca di agi e modi di concepire la vita e i suoi piaceri. E così si comincia a “Vivere alla greca” (sezione 10). Il mondo ellenico entra infatti a far parte del lessico quotidiano, utilizzato, esibito, consumato. Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro provengono ricchi corredi di suppellettili che raccontano di culture composite in cui il mondo greco trova il suo ampio spazio tramite originali o oggetti imitati e ricreati. Proprio Giulio Polibio ereditò o acquistò un pezzo autenticamente greco di stile severo (460 a.C.), un’hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo. L’iscrizione sul bordo (“sono dei giochi di Hera Argiva”) indica che il vaso è stato un premio per i vincitori dei giochi che si svolgevano in onore di Hera nel santuario di Argo: a Pompei probabilmente il pezzo arriva da trafugamento di qualche tomba, forse in Magna Grecia, venduto sul mercato antiquario, dove subisce trasformazioni (foro nella pancia per probabile applicazione di rubinetto) per far sfoggio come centrotavola. E poi c’è il servizio mensa in argento, 20 pezzi, probabilmente per quattro persone, trovato recentemente a Moregine, che garantivano al padrone di casa prestigio e successo. Queste argenterie trasportano in Campania un po’ del lusso delle vecchie regge ellenistiche.

Particolare della statua in bronzo di Apollo Lampadoforo trovata nel triclinio della casa di Giulio Polibio a Pompei (foto Luigi Spina)

La passione per il mondo greco diventa, infine, collezionismo (“Conservare oggetti greci””, sezione 11). Oggetti antichi sono richiesti, acquistati ed esposti nelle case. Di questa passione e delle sue distorsioni, abbiamo uno specchio significativo nelle storie di Verre, il potente romano accusato da Cicerone per le sue ruberie di opere d’arte in Sicilia. Accanto al latino si usa il greco (“La lingua greca a Pompei”, sezione 12): ovviamente per transazioni commerciali ma anche come lingua dell’emozione, del sentimento, della cultura. Le stanze delle case acquistano nomi greci, la cura del corpo e il mondo dell’amore si rivestono di parole greche, i bambini imparano a utilizzare l’alfabeto greco, ritroviamo il nome di Eschilo iscritto su di un gettone teatrale. L’ultima installazione fa vivere al visitatore l’esperienza del lusso e della ricchezza culturale della città, malgrado il suo violento passato. Pompei ricominciò a prosperare e fiorire, fondendo le più svariare influenze in una ricca produzione culturale ispirata dai Greci, che traspare nelle arti, nelle ville e nei giardini incantati del periodo. E così arriviamo all’ultima sezione, la 13: “Atene a Pompei”. Nelle statue diffuse in spazi pubblici e privati, in giardini, peristili e cortili, in sale di rappresentanza ritroviamo le opere mirabili dell’arte greca imitate e riprodotte. Un pezzo di Atene migra a Pompei, trasmettendo il ricordo di Afrodite e di Kore così come apparivano presso l’acropoli ateniese.

Locride. Tre serate-evento in agosto al museo e parco Archeologico dell’antica Kaulon (Monasterace) con apertura serale, mostre e incontri

Il museo Archeologico nazionale dell’antica Kaulon annesso al parco Archeologico nel territorio di Monasterace (RC)

Estate 2017 speciale al museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon – Monasterace (Reggio Calabria) con aperture serali ed eventi. “Anche il museo dell’antica Kaulon, ricadente nel comune di Monasterace (Reggio Calabria)”, spiega Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico e parco Archeologico dell’antica Kaulon, che ha disposto alcune prestigiose iniziative, “aderisce al piano di valorizzazione programmato dal MiBACT finalizzato ad un prolungamento di apertura serale dei musei statali non autonomi che fanno riferimento ai Poli museali. Un’iniziativa che permette orari prolungati per le visite a musei e luoghi di cultura in un periodo, quello estivo appunto,  maggiormente frequentato dai turisti”. Si inizia il 10  agosto 2017 con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, e la mostra “Il castello di Monasterace. Dal Restauro la Storia” in collaborazione con  il dipartimento PAU, Università Mediterranea di Reggio Calabria, il Comune di Monasterace e la cooperativa ViviKaulon- Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Una settimana dopo, il 18 agosto 2017, prolungamento apertura serale dalle 20 alle 23, con la mostra “La Moda ha una storia da raccontare” a cura di  Digi. Art e  cooperativa ViviKaulon – Servizi aggiuntivi museo di Kaulon. Infine il 22 agosto 2017, con il prolungamento dell’apertura serale dalle 20 alle 23, il museo di Kaulon allestisce un nuovo spazio per le testimonianze numismatiche con conversazione a cura di Giorgia Gargano, Ispettore onorario ai beni numismatici della Calabria.